Dietro la spiaggia, cosa? Andare ai Caraibi?

La canna da zucchero ai Caraibi, benedizione per i bianchi, maledizione per i neri.

Ma oltre alle spiagge di commovente bellezza sulle quali riposa la fama ed il fascino della parola Caraibi, cosa altro c’e’? Se vogliamo fare qualcosa d’altro che stare tutta la vacanza nell’atmosfera fittizia di un resort di lusso passando il tempo a bere rum su una spiaggia bianca, con l’acqua cristallina, all’ombra delle palme arcuate, che possiamo trovare?

Ebbene, la risposta è straordinariamente difficile e può essere: tutto e niente.

Dapprima bisogna considerare la grande variabilità fra le diverse isole, come geografia, clima, accoglienza, sviluppo, gente, lingua.   Vi è quindi una prima fonte di sorpresa quando si passa da un’isola all’altra e si trovano delle differenze abissali. Già questo potrebbe essere un motivo d’interesse: girare per le isole per vedere le differenze. Se siamo partiti con l’idea che i Caraibi sono tutti uguali, ci dovremmo ricredere prontamente e profondamente.

Le tipiche case di legno diffuse un pò in tutte le isole.

Purtroppo è abbastanza difficile (e caro) spostarsi fra le isole. In alcuni gruppi, le isole sono collegate fra di loro da traghetti (Montserrat-AntiguaBarbuda o le Granadine o GuadalupaDominicaMartinica-Santa Lucia o St. Martin-Anguilla-St Barthelemy), ma, in generale bisogna spostarsi in aereo con l’obbligo di passare da certi hub come St. Martin o la Guadalupa. I voli non sono molti e spesso non in connessione, bisognerà quindi prevedere una notte da passare nell’isola-scalo. Sono anche cari e con aerei piccoli, di compagnie locali dagli orari a volte molto elastici. In certi casi bisogna telefonare la sera prima per sapere se l’indomani si vola. Un turista europeo, abituato alle low cost nostrane resta abbastanza allibito. Il viaggio diventa rapidamente una specie di caccia al tesoro, impossibile da giocare per chi ha tempo e soldi contati. Percorrere la catena delle isole diventa complicato, lungo e molto caro. Paradossalmente molte isole sono più facilmente collegate alle loro madri-patrie coloniali (attuali o antiche) che fra di loro.

Preparazione di una carbonaia a Barbuda.

E qua si arriva ad un altro tema di interesse del viaggiare fra le isole caraibiche. La loro storia è abbastanza simile: in tutte le isole gli indigeni furono rapidamente sterminati, vi vennero portati grandi quantità di africani che, comandati da pochi bianchi, coltivarono la canna da zucchero fino all’abolizione della schiavitù. Ci si potrebbe quindi attendere situazioni sociali abbastanza omogenee. Invece si tratta di popoli molto diversi fra di loro: l’influenza dei colonizzatori è stata così grande da aver profondamente modellato quelle società. Quindi fra i benestanti e frequentemente razzisti abitanti della Guadalupa di stile, lingua e passaporto francese e i discretamente poveri abitanti di Dominica di stampo, lingua e guida (a sinistra) inglese, di influenza giamaicana e di nazionalità propria, la differenza è enorme anche se i chilometri di mare che dividono le due isole sono solo 42. Per non parlare poi degli abitanti della Repubblica Dominicana (Santo Domingo), di lingua spagnola, di discreta situazione economica e di facile accoglienza; ben diversi dai loro vicini di Haiti, sulla stessa isola, ma di stretta origine africana, di insopportabile povertà e dalla magia nera facile e temutissima. Ed ancora Cuba, che per la storia recente, ha preso un cammino del tutto prorio ed originale.

I resti di un mulino a vento per spremere la canna da zucchero.

Eppure, nonostante tali differenze permane, indelebile e dolorosa, l’immanenza di un passato fatto di ingiustizia assoluta e di dolori plurisecolari. Una macchia persistente di sofferenza  che la schiavitù ha lasciato sulla popolazione nera. Ma anche su quella bianca, spesso molto razzista. La schiavitù fu una nuvola nera che resta nel cielo dei Caraibi. La sofferenza che portò, anche se ormai ricoperta da molti strati di tempo, colpisce e non ti lascia a tuo agio. Molte di queste isole sono schegge di Africa finite dove non dovrebbero essere. La musica della Guadalupa rende bene l’idea di quel che voglio dire.

Vi è poi la sensazione di insularità, sempre molto forte. Quel misto di intimità che danno i luoghi piccoli e di claustrofobia perchè son troppo piccoli. Quel piacere di esserci e quella voglia di andarsene, in un altro luogo, dove non ci sia perennemente il mare a fermare i tuoi passi. Questa sensazione è ancora più forte nelle “isole doppie”, quando una piccola dipende in tutto e per tutto da un’altra isola più grande. E’ il caso di Les Saintes e di Marie Galante da Guadalupa, di Barbuda da Antigua.

Certo manca ai Caraibi, con l’eccezione di Santo Domingo e di Portorico (e, naturalmente, Cuba), ogni traccia di momumento di certo spessore o di edificio antico che non siano le solite fortezze. La storia vi è passata senza lasciar tracce materiali. E non si riesce a percepire un’attività culturale che possa richiamare l’attenzione. Unica eccezione pare essere il Carnevale molto sentito e diffuso. Il Carnevale è, appunto, la più rudimentale delle manifestazioni culturali e non è un caso che sia stao l’unico momento dell’anno nel quale gli schiavi avevano il permesso di scatenarsi.

I costumi tipici della Martinica sono di stoffa Madras, proveniente dall’India. Nemmeno questo era fatto localmente.

Pare quasi di poter dire che la cultura caraibica è disegnata sia dall’assenza di proprie caratteristiche stabili quanto dal fluire di mille influenze ondivaghe che piace andare a seguire a naso, a mente libera. Ci si trova, insomma, in una parte di mondo sconquassata da una terribile storia e frammentata in mille isole disomogenee in cui l’interesse, più culturale/antropologico che turistico, sta nell’osservare come questa umanità sta cercando di organizzarsi in società più stabili. Ogni isola a suo modo e con diversi risultati. E senza nessuna certezza di arrivarci alla stabilità. Infatti, dopo gli sconquassi dell’importazione degli schiavi ora assistiamo al non meno travolgente fenemeno dell’emigrazione.

Oltre le spiagge quindi non vi sarà niente per il turista affrettato e facilone, al quale consigliamo di restare nel resort, ignaro di ciò che sta oltre l’alto muro di recnzione che lo separa dalla realtà. Ma vi sarà un mondo variegato, sfuggevole, sottile e affascinante per chi vorrà addentrarvisi con il tempo, il rispetto e soprattuto la curiosità necessarie.

 

I molti Caraibi possibili

La villa di una fattoria schiavistica a Marie Galante.

Quando si dice Caraibi l’italiano media pensa direttamente alle spiaggie e alle amache tirate fra due palme da cocco. La realtà, ovviamente, è ben diversa. I Caraibi sono un mondo molto complesso e variegato. Ed anche meritevole di essere conosciuto in profondità. Prima di andarci è bene sapere che si possono fare molte scelte.

Vi sono i Caraibi delle crociere durante le quali il turista sfiora appena la terra, limitandosi ad una passeggiata nel quartiere del porto di St. Martin, Dominica o Antigua o, al massimo ad un giro guidato a qualche spiaggia o foresta come alla Guadalupa o a Samanà di Santo Domingo. Se ne andrà senza aver visto o capito molto. E’ la vacanza più comoda e più facile, ma anche quella più inutile.

Ci sono i Caraibi dei grandi villaggi turistici ormai chiamati resort. Vi si va spesso con viaggi all inclusive durante i quali il turista è trasportato in una struttura e lì mantenuto fino ad essere rispedito a casa. Se vuole può uscire per qualche escursione, in gruppo e caramente pagata. I resort sono su belle spiagge, ma il loro livello medio penso che sia abbastanza inferiore a quanto il turista si aspetta; in realtà sono industrie dove il turista è semplicemente una pecora dentro il gregge. Alcuni resort sono enormi come Casa de Campo a Santo Domingo; altri si vogliono di lusso e sono terribilmente cari come a Saint Barthelemy con prezzi superiori ai 2.000 € a notte.  Ma anche quelli più modesti hanno dei prezzi assai elevati, con rapporto qualità/prezzo insoddisfacente.

La spiaggia Les Galets a Marie Galante.

Ci sono i Caraibi delle spiagge bianche e dell’acqua cristallina e questa è la cartolina più conosciuta. Ma ci sono anche le spiagge nere di sabbia vulcanica e quelle con le striature rosa date dai frammenti delle conchiglie (Barbuda, Pink Beach).

Ci sono i Caraibi delle isole piatte ed aride come Barbuda e quelli delle isole montuose e verdissime con foreste primarie intatte, come Dominica. E nella stessa isola, anche se piccola, a volte si trova il lato esposto verso l’Atlantico lussureggiante e quello verso il mar dei Caraibi che è arido. Come succede anche a Sao Tomè.

Ci sono i Caraibi delle isole francesi, dove ci si crederebbe di essere in Europa. Autostrade, ingorghi, centri commerciali, efficienza (relativa) dei servizi, maleducazione tipicamente francese, conflitti razziali come in una qualsiasi periferia parigina. Niente di tropicale, salvo il clima.

Grattacieli a Fort de France (Martinique)

Ci sono i Caraibi delle grandi isole di lingua spagnola: Cuba e Santo Domingo. Il vero mondo tropicale, la musica, la gente per strada, le donne disponibilissime, il rum, rapporti facili con le persone. Le solite stupende spiagge, ma anche storia, monumenti e una forte cultura ben radicata. E questo manca nelle altre isole più piccole. Ma a Santo Domingo vi è il problema dell’insicurezza. Cuba invece è sicurissima.

Ci sono i Caraibi delle piccole isole semidimenticate come Marie Galante, Barbuda, le Granadine. Le più originali, nelle loro differenze, scomode da raggiungere e da vivere, con pochi servizi e poca ricettività, ma certamente quelle che danno le emozioni più forti.

Ci sono i Caraibi delle isole delle ville e degli appartamenti: Anguilla, St. Barthelemy, St. Martin, Antigua dove benestanti  e ricchissimi (St. Barthelemy) hanno casa, più per avercela che per andarci. Spiagge meravigliose su isole lottizzate e divise in infiniti quadratini dotati di villetta, villa, villona, giardini e personale immigrato da Santo Domingo.

Resort Palmetto abbandonato a Barbuda.

Ci sono i Caraibi degli arcipelaghi – Stato: le Granadine, Dominica, St. Kitts e Nevis, Antigua e Barbuda. Strani artefatti della storia coloniale di quella parte di mondo. Mini-stati insulari che destano curiosità e simpatia, molto diversi gli uni dagli altri, spesso poveri, ma più vitali, ad esempio, delle isole francesi.

Ci sono i Caraibi a fortissima predominanza statunitense come le Bahamas, le Isole Vergini americane, Portorico, Turks e Caicos. E pare che, nonostante ciò, abbiano ancora degli angoli pochissimo frequentati.

Ci sono i Caraibi periferici: quelle isole più lontane dal grande arco che tutti abbiamo in mente: Giamaica, Trinidad e Tobago, Curaçao, Bonaire e Aruba, le isoline della Colombia e dell’Honduras, la penisola di Paria in Venezuela. Alcune di queste sono iper turistiche, altre sembra che conservino aspetti molto interessanti.

Insomma, i Caraibi non sono affatto una unità, ma una infinita gama di possibilità; un mondo a volte affascinante, a volte ributtante. Un ventaglio in cui perdersi.

 

​La calamità delle crociere

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La nave è più grande di Roseau, la capitale di Dominica.

Le crociere sono il fenomeno piu’ nefasto e devastante del turismo moderno.  Sono l’opposto e la negazione  del concetto di viaggio.  Sono il trionfo del peggior capitalismo, sfacciato e vigliacco. Le compagnie di navigazione prendono in giro i turisti, schiavizzano i lavoratori, distruggono le economie dei porti visitati,  inducono alla prostituzione le politiche di quelle città.

Se ci fate caso vedrete che molti dei croceristi sono obesi.  Infatti, il maggior richiamo delle compagnie e’ il cibo: ottimo,  abbondante,  a tutte le ore e soprattutto compreso nel prezzo.  Si va in crociera per uccidersi di buffet pantagruelici.  Mi dicono che ci sono sprechi assurdi.

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Navi come palazzi a St. John’s di Antigua.

Se ci fate ancor più caso vedrete che i croceristi, una volta a terra, si guardano intorno con sospetto. Sono infatti persone,  molto spesso, impaurite del nuovo e timorose dell’estero.   Vi si avventurano solo se protetti nella pancia della loro nave-mamma, meglio se battente la propria bandiera e parlante la propria lingua.  Quando la lasciano e’ solo per poche ore,  ben intruppati, organizzati e si affrettano a ritornarvi.

Queste enormi navi navigucchiano la notte e passano la giornata nei porti, spesso di piccole cittadine.  Due o tre mila persone vi scendono ed hanno due possibilità: passeggiare nelle vie del borgo o partecipare alle famigerate escursioni, organizzate dalla nave o proposte dagli avidi tassisti locali.

In entrambi casi affollerranno luoghi non fatti per simili moltitudini.  Poi i turisti se ne andranno,  avendo comprato pochi oggetti fatti in Cina e bevuto una bottiglia d’acqua.  Il pranzo si fa a bordo, gratis! Tassisti e commercianti di cianfrusaglie ricadono nel dormiveglia,  in attesa della prossima nave.  Ma il borgo intorno al porto ha ormai perso l’anima, acquisendo l’aspetto di centro commerciale.

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I turisti sbarcano e si aggirono nelle via del borgo del porto, trasformato in povero centro commerciale..

Lasciano poco i croceristi,  ma comunque qualcosa lasciano.  Ed ecco che gli amministratori locali si fanno in quattro e piangono e si sbracciano e chiedono soldi al Governo fino ad avere il molo che permetterà a queste gigantesche navi di pirati di attraccare nel loro porto.  E quando questo  succede sono felici e si aspettano la rielezione.  Salvo accorgersi,  come e’ successo a Cadice, che quando i croceristi sbarcano i negozi sono chiusi,  essendo l’ora della siesta; e nei ristoranti, che pur sarebbero aperti, i croceristi non ci vanno, avendo gia’ pranzato a bordo.

Pare inoltre che la vita a bordo sia piuttosto noiosa,  che la piscina sia una pozza,  che manchino gran divertimenti e che si cerchi di appioppare ai clienti batterie da cucina ed elisir di giovinezza.

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Lo scandalo delle navi da crociera a Venezia.

Si dice che le crociere siano a buon mercato.  Ciò non e’ del tutto vero.  Le compagnie riprendono con le carissime ed inevitabili escursioni ciò che lasciano sul soggiorno. Ed inoltre hanno l’odiosa pratica di esigere un ulteriore 10% del prezzo, come mancia obbligatoria, per il personale.  Che, comunque,  e’ filippino,  in larga misura, ed ha orari e salari asiatici.

Il fenomeno delle crociere e’ particolarmente triste ai Caraibi dove la gente sarebbe molto ospitale e dove l’economia locale avrebbe un gran bisogno di turisti che riempiano alberghetti e ristorantini. Invece vedo questi mastodonti schiacciare i piccoli quartieri del porto. Li ho visti ovunque: Samanà a Santo Domingo, Pointe à Pitre alla Guadalupa, Fort de France alla Martinica, Roseau a Dominica, Saint John’s ad Antigua, Philipsbourg a Saint Martin. Ma anche a Venezia ed in Croazia. I turisti scendono, fanno un passeggino e risalgono a bordo, braccati dal caldo e dal sapore dei tropici. Tornaranno a casa e cosa avranno visto? A che serve viaggiare in questo modo?

[Altro sulle crociere in Patagonia, sul Danubio, invernale a Capo Nord]

L’inutile Antigua

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Stucchevoli e ripetitive villette di Antigua, Ve ne sono migliaia.

Ogni isola dei Caraibi ha la sua storia, il suo volto. Il destino ha voluto fare di Antigua (un po’ più grande dell’Elba, stato autonomo insieme alla vicina e intatta Barbuda) un immenso insediamento di ville per inglesi ed americani. Pur circondata da spiagge meravigliose, è priva di ogni interesse.

Non è cosi’ intasata come Saint Martin, disponendo di molto più spazio e non è nemmeno così votata ai piaceri notturni. E’ certamente molto più calma e vivibile; ha anche un minimo di contenuti storici grazie alla presenza di una vecchia base navale inglese.

I bianchi eurpei ed americani che si sono sono comprati appartamenti, villette e villone hanno bisogno di un esercito di immigrati caraibici che assicurano i servizi, i commerci, la manutenzione, la sicurezza; la costruzione di sempre nuove unità. Molte villette, stucchevoli e ripetitive. Ma anche tanti appartamenti ed appartamentini in piccoli condomini. Quindi anche centri commerciali, supermercati, una pletora di venditori di materiali e di servizi per l’edilizia. Non riesco a capire perchè qualcuno debba venire a passare qualche mese, tutti gli anni, in questo posto, così privo di interesse.

Fa parte di quelle isole di alta gamma, quasi come Anguilla o Saint Barthelemy, dove i prezzi sono molti alti.

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Parcheggi in doppia fila.

Ad Antigua, poi, trova pieno sfogo la frenesia delle crociere; il porto di St. John’s e’ attrezzato per ospitare fino a tre grandi navi in contemporanea. Un flusso di turistame ne esonda invadendo le poche strade del vecchio quartiere del porto trasformate in centro commerciale di triste paccottiglia.

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Croceristi alla ricerca di come passare due ore, prima di tornare a bordo per il pranzo.

Insomma un posto del tutto inutile, buono solo a passarci per andare nella meravigliosa Barbuda.

 

​Turismo pionieristico a Barbuda

img_20170226_113424.jpgSono andato avanti a pane e sardine in scatola, mi aggiravo su una bicicletta scassata, con le gomme sgonfie, senza luci;  ho pedalato nel nero assoluto dei black-out,  ho pagato a peso d’oro l’acqua da bere, ho lottato per non farmi spennare dal padron di casa.

Ma ho visto delle spiagge che mi hanno commosso profondamente fino ad avere delle vertigini; ho sfiorato la sindrome di Stendhal. Sono mesi che vagolo per spiagge stupende, ma queste sono riuscite ancora a colpirmi.

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La boscaglia cespugliosa che ricopre Barbuda.

Eppure Barbuda è un’isola brutta: due terzi dell’Elba, ma con molte acque interne, quindi ancora più piccola. E’ piatta e sassosa, coperta da una brutta e impenetrabile boscaglia spinosa. E’ abitata da sole 1.500 persone, tutte concentrate in un anonimo villaggione di casette sparpagliate, strade sterrate ed asini bradi.

Un paio di botteghe, quattro chiese di sette diverse. Una trentina di km di strada malmessa e nessuna attività economica, salvo due resort di estremo lusso dove si arriva in elicottero da Antigua. Molti vecchi e bambini, vivono tutti di emigrazione e di rimesse. Gli abitanti sono così pochi e così isolati che si parlano gli uni con gli altri come succede fra congiunti: con totale familiarità, con la sbrigatività della consuetudine, ma anche con quell’asprezza che anni ed anni di contrasti hanno cristallizzato. Un perenne battibecco da coppia di anziani coniugi.

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Si fa ancora il carbone di legna.

E’ incredibile come la vicina Antigua (con cui Barbuda forma uno Stato autonomo, come Dominica) sia sviluppata e frenetica e Barbuda sia abbandonata e in stato comatoso. L’uragano del 2017 non può che aver peggiorato le cose.

Già ai tempi della schiavitu’ doveva essere così: troppo arida per la canna da zucchero, ospito’ i campi che producevano il cibo per gli schiavi che producevano canna ad Antigua.  Deve aver ricevuto schiavi di seconda scelta e li’ son rimasti,  pezzo di Africa ai Caraibi,  come ad Haiti. Qualcuno vorrebbe rendersi indipendente da Antigua. Stati sempre più piccoli, sempre più poveri.

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Il paese, Codrington, è fatto di case sparse, spesso in lenta costruzione. Molti gli asini bradi.

Ci si arriva o con un catamarano da Antigua, 5 volte a settimana, o con un aeroplanino che atterra su una pista di erba. Vi sono alcune guest-house, spartane ma dignitose, con prezzi sbalorditivi. Non un ristorante, solo due o tre chioschi di cibo da strada: fish and chips, hamburger, le eterne cosce di pollo fritte. Chiedendo a destra e a sinistra si trova una macchina a noleggio, ma così cara che ho preferito una bicicletta, che comunque ho pagato al giorno come una macchina in Europa. Nessun trasporto pubblico, nessun taxi ufficiale. Frequenti black-out. Nessun straniero residente, il che deve essere un unico nelle isole dei Caraibi. Avevo prenotato la guest-house su Booking, all’arrivo volevano tre volte il prezzo pattuito; stessa cosa per la bicicletta.  Insomma, una fatica enorme, un turismo antico che pensavo non esistesse più.  A queste condizioni, evidentemente, i turisti sono rari, rarissimi e soprattuto vanno a Barbuda dalla mattina alla sera, con i tour organizzati da Antigua.

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Tenere acque.

Ma tutto ciò è enormemente interessante, eppoi ci sono quelle incredibili spiagge.

Bisogna andarci a Barbuda, ma subito perchè dicono che vogliono farci un aeroporto internazionale.

Dominica, semplicemente

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Probabilmente l’unica spiaggia di sabbia chiara di tutta Dominica: Father’s place a Marigot.

Mastro Lindo, il fratello cattivo di Ballotelli, Sandokan e il pirata Morgan con le loro ciurme, alcune ragazze di Sin City, il nonno di Bob Marley, un plotone di guardie del corpo di 50 cent. Tutti costoro ti vengono incontro appena sbarchi dal traghetto che ti ha portato a Dominica dalla Guadalupa o dalla Martinica. E pensi che alla sera, vivo, non ci arrivi.

Poi, invece, si mostrano tutti molto gentili, carini e ti aiutano nella tua imperizia di novizio.  Per niente razzisti o timorosi come alla Guadalupa.  I poliziotti poi, sono deliziosi.

Quando hai capito che sei salvo ti viene fuori la tenerezza (forse anche per il sollievo dello scampato pericolo) e rifletti su questi 70 mila discendenti di poveri schiavi africani che si son ritrovati (senza sapere perchè) su questo montarozzo pluriappuntito di terra scoscesa e lussureggiante. Ed il miracolo è che sembra che ce la stiano facendo.

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Architetture tipiche in legno nel centro di Roseau, la capitale.

Ritrovo quel che mi era terribilmente mancato nelle Antille francesi: Guadalupa, Martinica, Saint Martin e Marie Galante. Il sapore tropicale, la musica, il casino, un pò di sporcizia e trasandatezza, la gente nelle strade, i vecchietti che canticchiano e ballonzalano sul ritmo della musica che esce dalle macchine che avanzano lentamente lungo il mercato. Eppoi, finalmente, un bar ad ogni angolo. Ed un forte sapore di discendenti di pirati, bucanieri, filibustieri e gente simile. Ah, finalmente un pò di Caraibi!!!

L’isola non ha spiagge bianche, ma solo nere e grigie e nemmeno molto belle. Ma ha una continua e densissima foresta che ammanta le ripide pendici delle montagne. Soprattutto sulla facciata atlantica, la foresta è densissima e stupefacente, in molti luoghi, intatta; troppo ripida per essere coltivata. In queste selve inaccessibili si rifugiarono molti schiavi fuggiaschi, anche delle isole vicine.

Vi è un sentiero che percorre l’isola in 14 tappe, passando nelle fitte (anche troppo) foreste e toccando degli importanti fenomeni d vulcanismo. E’ il Waitukubuli National Trail su cui si basano le speranze turistiche di Dominica, decisa a divenire meta naturalistica. Anche perchè, oltre alla natura, non c’e’ molto altro.

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Lussureggiante la vegetazione.

Ma l’aspetto interessante sono gli abitanti di quest’isola (grande solo tre volte l’isola d’Elba): ex inglese, ma ormai del tutto indipendente, con proprio governo e tutto e tutto. Un pò di agricoltura, un pò di pesca, un pò di benefici da una parvenza di paradiso fiscale, un pò di proventi dalle bandiere-ombre, un pò di cooperazione internazionale, un pò di turismo verde (poco), un pò di croceristi della giornata, tante rimesse degli emigranti in America ed in Inghilterra. Una strana Università americana che vi ha impiantato una facoltà di Medicina con un migliaio di studenti.

Con questo mix di risorse, modeste prese singolarmente, ce la fanno ed il livello di vita pare decente. Molte belle casette, certamente degli emigrati. La capitale è Roseau, un grosso villaggio con tanti bazar dove si vende di tutto; che paiono fondaci levantini. Gli acquirenti vengono dai paesi e ripartono sui bussini da 9 posti, con tutti i fagotti.  Un enorme stadio da cricket.

img_20170218_111849.jpgL’atmosfera è straordinariamente rilassata e la gente sembra soddisfatta e di discreto umore, pur conservando un certo riserbo di stampo inglese.  Pochissimi i mulatti, rarissimi i bianchi locali, nessun immigrato, salvo qualche cinese; rari gli occidentali stanziali. Si mangiano i prodotti della terra, un pò di pesce, si beve rum e ci si fanno molte canne. I rasta sono numerosi, l’influenza della Giamaica è forte. Si chiacchera ed il tempo passa. L’aria è tersa, il sole brillante, le piogge rendono lucenti le foglie della foresta. La notte si organizzano concerti, soprattutto di reggae e dei suoi discndenti.

Nella città, nei paesi, nelle case abbiamo una via di mezzo fra l’ordine e la pulizia imposti dai colonizzatori europei e la sudicia cialtroneria del Sud America: quel giusto livello di rilassatezza igienica che rende la vita comoda. Si parla un inglese tropicale sui generis. Purtroppo la vita è cara e per il turista carissima (il rapporto qualità / prezzo è perfido). Ma si va in ciabatte, i capelli e le barbe si portano lunghi, alla rasta. Il fatto di essere su un’isola-stato ci lascia abbastanza indifferenti a ciò che succede nel resto del mondo, che, visto da qui, appare assai lontano. La stampa e la TV sono casereccissimi.

Insomma, se qualcuno non ha veramente niente da fare nella vita potrebbe benissimo prendere in considerazione l’idea di venire a non farlo a Dominica. Troverà un sacco di colleghi.

​L’isola di Marie Galante sfiora la perfezione

img_20170210_150638.jpgNumerose spiagge d’una bellezza commovente,  che non si riesce ad esprimere come si deve.  Quell’acqua cristallina,  contenta e sbarazzina. Quei riflessi ondivaghi dal colore celestiale.   Quella sabbia bianca che dispiace togliersi dai piedi.  Quelle palme che ombreggiano la spiaggia come fossero state piantate dall’Ufficio del Turismo. Quelle onde oceaniche che si infrangono lontano,  sulla barriera corallina,  ed arrivano a riva scodinzolando.

img_20170211_115203.jpgPiccolina (due terzi dell’Elba)  e rotondetta, l’isola di Marie Galante e’ francese e sta fra la Guadalupa e la Dominica,  nelle Antille,  ai Caraibi.

Ma non solo le spiagge.

L’interno e’ un altipiano vallonato agricolo e bucolico.  Vi si coltiva quasi esclusivamente la canna da zucchero,  soprattutto per farne del rum,  reputatissimo in Francia.  Le distillerie Bielle e Bellevue sono visitabili e si possono fare degli assaggi. I prezzi di certe bottiglie sono largamente superiori a quanto ci si potrebbe attendere. Ma ciò fa parte un pò della retorica tutta francese delle meravigliose isole delle Antille con il suo rum e le sue ragazze dalla pelle ambrata. Una delle quali arrivò perfino ad esser moglie di Napoleone: Josephine de Beauharnais che fu anche regina d’Italia, giusto per dire. Nata alla Martinica.

Prima schiavi,  poi lavoratori,  ora spesso piccoli proprietari,  la popolazione di Marie Galante vive in belle case sparse in campagna ed e’ attaccatissima alla img_20170209_162639.jpgtradizione.  Si vogliono ancora utilizzare i carri trainati dai buoi, si alleva del bestiame in modo antichissimo, si rifiuta il catasto affidando la prova della proprietà alla memoria collettiva, si rifiutano con grande fermezza i tentativi di speculazione immobiliaria-turistica (che hanno distrutto Saint Martin). Mi dicono che i locali non vendono terre o case ai forestieri. Al massimo affittano per brevi periodi. Solo dopo molto tempo acconsentono a vendere a delle famiglie che hanno dimostrato, anno dopo anno, di comportarsi come si deve: ormai quegli stranieri sono diventati di casa ed è concesso loro comprare. Questo è un atteggiamento assolutamnte anticommerciale ed diseconomico, ma che ha permesso all’isola di restare un luogo di pace e non un bordello a cielo aperto. Grande rispetto per questi abitanti.

Oltre la canna da zucchero, pochissime altre attività;  un po’ di turismo,  discreto e poco visibile: molte case in affitto, pochissimi alberghi e di piccole dimensioni.

Tre borghi, sbiaditi dal sole e tramortiti da perenne siesta. Scalcinati come tanti borghi marinai nel Mediterraneo degli anni ’60.

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Le casette in campagna sono spesso colorate e graziose. In molti casi attendono i proprietari, emigrati in Francia e che vi ritorneranno ormai in pensione.

Quindi pochi abitanti, delinquenza quasi inesistente, traffico simbolico,  una grandissima calma, rapporti facili con le persone.  Una deliziosa situazione di serenità, pace,  familiarità’. Pare di aver vissuto da sempre su queste plaghe felici e di non volersene andar mai. Peccato qualche lieve accenno di razzismo contro i bianchi, come alla Guadaloupe.

Questa isola merita,  da sola e di gran lunga,  un viaggio ai Caraibi.

Esiste un lato negativo (oltre al fatto che la sera non c’e’ niente da fare).  Come in tutte  le altre isole francesi manca completamente il sapore tropicale,  la musica,  la voglia di vivere,  la gente in strada,  la calda confusione delle notti, tipiche di questa parte di mondo.

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Resti di un molino a vento per macinare la canna da zucchero.

Il benessere, il welfare, l’emigrazione facile, gli infiniti aiuti agli individui,  alle famiglie,  alle attività agricole;  la pressione,  tipicamente francese e fortissima, contro ogni espressione culturale che non sia quella nazionale elaborata nei salotti parigini; tutto ciò ha fatto di questo popolo un insieme di piccoli e benestanti francesi.

Meglio cosi’ per loro,  certamente, ma insipido per il turista.

Son poi venuto a sapere che, purtroppo, quest’isola presenta una difficoltà inattesa: i sargassi. A certe epoche dell’anno grandissime quantità di queste alghe arrivano a riva, sul lato di Capesterre, dalla parte dell’Oceano, e vi si fermano. Finiscono per marcire ed un insopportabile odore di zolfo si spande nell’aria. Gli stessi abitanti sono costretti a lasciare le loro case e a trasferirsi da parenti all’interno dell’isola. Il Comune cerca di portare via le alghe, ma le quantità sono talmente grandi che il lavoro è lungo, difficile ed eccessivamente costoso. Quel poco di turismo che c’e’ langue e gli esercizi devono chiudere. Poi la situazione si risolve, ma nel frattempo son passati dei mesi. Una polemica senza fine contrappone gli abitanti della zona all’Amministrazione statale che non è abbastanza rapida nell’agire. Ma si sa che i francesi trattano questi luoghi come colonie, come posti da ex-schiavi.

Il sogno dei Caraibi si infrange a Saint Martin 

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Bella spiaggia, ma milioni di metri cubi di strutture turistiche subito dietro.

Le spiagge di Saint Martin sono bellissime. Sabbie chiare, mare smeraldo, palme ed alberi frondosi,  a volte aperte sul procelloso Oceano Atkantico,  a volte riparate sul lato del mare dei Caraibi. Sono numerose e non avremmo voluto distaccarcene.

E bene avremmo fatto a non lasciarle, perche’ alle loro spalle c’è un vero inferno. Una sola,  totale, squallida periferia da grande citta’ con magazzini,  depositi, casupole dei poveri immigrati,  strade polverose.  Oppure porti turistici, Casinò, discoteche, saloni da feste, locali da adulti, centri commerciali, ristoranti. La Las Vegas dei Caraibi. Ovunqe un traffico angosciante.
Qua e la’ i complessi, chiusi con alti muri,  delle lussuose ville o dei condomini con vista sulle Marine affollate da grosse barche.

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Una delle poche attrazioni di Philipsburg: il palazzo di giustuzia con un ananas sopra. By Asksxm – Own work, da Wikicommons.

A partire dagli anni 60 una politica di progressiva liquefazione delle regole ha dopato l’economia: porto franco, detassazione,  deregulation.  Si installarono le attività tipiche del riciclaggio: casinò ed edilizia turistica soprattutto dalla parte olandese, la prima a liberalizzare. Sulla tradizione, peraltro, delle colonie olandesi dei Caraibi, nate nel ‘600 come basi commerciali. Ora come allora vi si fa mercimonio spietato di tutto, in uno sfrenato orgasmo liberistico.

In anni passati il boss locale era un certo Rosario Spadaro del clan dei Santapaola di Catania, giusto per dire.  Lo stesso Nitto Santapaola frequentava l’isola. Del resto la Colombia è vicina e sono molte le isole caraibiche profondamente implicate nel passaggio della coca verso Stati Uniti ed Europa.

In questo contesto sono state costruite migliaia di ville e di appartamenti in condomini di alto livello, creando lavoro nell’edilizia e nella successiva miriade di servizi che la clientela richiede. Lo stesso succede per l’indotto marittimo, con i porti turistici, le cosiddette  Marine, e le loro infinite barche, alcune molto importanti.

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L’assalto alle colline. By giggel, da wikicommons.

Si sono riversate, quindi, su Saint Martin decine di migliaia di lavoratori delle vicine isole caraibiche che hanno dovuto trovare alloggio. Questi immigrati eseguono spesso lavori di bassa manovalanza, di servizio domestico, di semplice manutenzione delle ville, dei giardini, delle barche. Gli stipendi sono bassi e le condizioni abitative di questa gente sono modestissime. I lavoratori sono molti ed i loro quartieri simil-bidonville hanno riempito l’isola. In una tale disgregazione sociale la malavita prospera. Luoghi di riciclaggio, poteri anche corrotti (un governatore olandese fini’ in carcere in una inchiesta per mafia), disinteresse per il bene pubblico, che cade letteralmente in rovina. Andando a zonzo ho attraversato, senza volere, senza sapere, il quartiere dei dominicani, nella parte francese. Avevo notato che la gente mi guardava strano, dopo ho saputo che è uno dei luoghi da cui tenersi attentamente lontani.

Saint Martin è soprattutto frequentata per i piaceri notturni: vi sono molti Casinò, molti bar per la sera, un’infinità di locali per adulti. Il denaro scorre facilmente.

Si ha quindi un’isola in cui sono intimamente mescolate le zone di lusso con le loro muraglie, quartieri-ghetto e zone del divertimento notturno verso le quali sciamano, a sera, le prostitute, sugli stessi bussini sui quali tornano dal lavoro le loro sorelle maggiori che hanno fatto i servizi negli alberghi o nelle ville.

Tutte queste cose e vicende avvengono in pochissimi chilometri quadrati; il giro dell’isola si fa in meno di una giornata di cammino.

La viabilità è scarsa ed in pessimo stato. Su quei pochi chilometri di strade si riversano le macchinone dei ricchi residenti, il traporto pubblico dei lavoratori, i mezzi di servizio, le auto noleggiate dai turisti di passaggio. E’ praticamente un solo ingorgo continuo che interessa l’isola da un capo all’altro. Un’ora per fare i 10 chilometri che separano le due capitali è la norma.

La situazione è ulteriormente peggiorata dal fatto che ogni anno arrivano sull’isola un milione di turisti di breve durata ed un altro mezzo milione che sbarca dalle navi da crociera per poche ore. L’affollamento della parte olandese, più glamour, è totale.

I turisti si riversano, immancabilmente, sulla famosissima spiaggetta di Maho sorvolata a pochi metri di quota dagli aerei in atterraggio nell’aeroporto della parte olandese. Si divertono un mondo a farsi passare i Boeing 747 a pochi metri dalla capoccia.

Finora sono state occupate le parti basse dell’isola; ma le lottizzazioni turistiche e gli slums operai stanno attaccando le colline, brulle e ripide. Si sta andando verso le favelas come sulle colline di Rio.

Insomma un’isola completamente invivibile, lontanissima dal mitico mondo caraibico, che si limita alle sue spiagge. Molto diversa dalle altre isole francesi delle Antille come Guadalupa e Martinica ed abissalmente lontana da Santo Domingo o Dominica. Un caso unico. Nel 2017 un fortissimo uragano ha colpito l’isola, aggiungendo distruzione alla distruzione.

​La vitale accozzaglia di St. Martin

Cosa fa tutta questa gente sulla spiaggia di Maho a Saint Martin?

Saint Martin, ai Caraibi, un’isola piccola (meno di un terzo dell’isola d’Elba),  che ospita,  in grande confusione, una impressionante quantità di cose, persone e fatti. L’isola è divisa fra due nazioni diverse, che hanno ordinamenti statali differenti, ognuna con la propria capitale; tre monete comunemente correnti; cinque lingue d’uso pubblico normale;  due aeroporti internazionali; una infinita’ di popoli diversi; 70.000 abitanti;  il tasso record francese di rapine. Non mancano traffici finanziari, narcotraffico, riciclaggio mafioso, prostituzione in grande scala.

Nell’isola vi e’ una parte francese ed una olandese; la prima e’ Francia,  esattamente come Place de la Bastille,  con capitale Marigot; la seconda e’ uno stato in qualche modo associato all’Olanda, con capitale Philipsburg. La frontiera non è visibile, ma sulle carte c’e’; in qualche angolo si possono vedere degli antichi cippi di confine, sopravvissuti alla speculazione edilizia che ha sconvolto l’isola.

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Aspettano l’aereo!!! Non è un montaggio. Di Timo Breidenstein, via Wiki Commons.

L’euro e’ largamente utilizzato, ma meno del dollaro; circola anche  il Fiorino dei Caraibi, moneta ufficiale della parte olandese. I prezzi sono espressi nelle tre monete, soprattutto nella parte olandese dell’isola.

La lingua più comune e’ un inglese locale, che viene parlato come prima lingua anche nella parte francese (giusto per far dispetto ai loro colonizzatori). Il francese e’ conosciuto da molti,  ma scarsamente praticato; si parla, naturalmente,  il creolo delle Antille francesi (come alla Guadalupa e alla Martinica),  ma ho udito anche il papiamento che e’ una strana lingua che si è formata nelle colonie caraibiche dell’Olanda (Aruba, Curaçao, ecc) e che ha una fortissima influenza del portoghese! A causa dei molti dominicani,  lo spagnolo e’ molto diffuso.

I bambimi vanno a scuola da una parte o dall’altra, secondo dinamiche variabili: in certi momenti storici si sono preferite le scuole francesi, in altri, quelle olandesi. Dipende dai programmi, dalla vicinanza a casa della scuola, dalla bontà dei professori, anche, semplicemnte dalla moda del momento.

La Francia,  cosi’ dispettosamente puntigliosa al momento di difendere la propria cultura e i diritti territoriali, anche quando si tratta di vecchie colonie,  a Saint Martin sembra essersi arresa. Ha alzato le braccia e lascia fare, rinunciando all’ordine costituito. I poliziotti della parte francese parlano inglese fra di loro. Anche alla Posta gli impiegati francesi, dopo anni di resistenza, si son dovuti piegare ed ora discorrono in inglese con gli utenti.

Ognuna delle due parti in cui è divisa l’isola ha il suo aeroporto internazionale. Le piste sno così vicine che gli aerei si disturberebbero mutuamente se non ci fosse una regia unica ( situata dalla parte olandese) per coordinarli. L’aeroporto della parte olandese è molto più grande; è un vero e proprio aeroporto internazionale; la sua caratteristica è di essere attaccato ad una spiaggia sulla quale passano gli aerei in atterraggio, a pochi metri di altezza (vedi le due foto). L’aeroporto della parte francese è, invece, assai miseruccio.

Una sfrenata corsa alla deregulation, lo stato di porto franco, le facilitazioni da paradiso fiscale. Questi sono tutti motivi che hanno dopato l’economia e a richiamato folle di immigrati dalle altre isole caraibiche, ben più povere. La popolazione dell’isola si e’ decuplicata in pochi decenni: son venuti a cercar fortuna dominicani caciaroni,  haitiani sfiniti dalle difficoltà del loro paese, giamaicani sfrontati,  cinesi commercianti, caraibici anglofoni vari, gli immancabili indiani, europei in cerca della estate infinita.

In tale marasma il narcotraffico e la minuta delinquenza imperversano. Le rapine sono frequentissime. I delinquenti passano il confine e son salvi. In effetti il livello di collaborazione fra le due polizie è molto basso, non si sa perchè. Non ci sarebbe da meravigliarsi che il livello di corruzione sia molto alto. La parte francese detiene il record nazionale di rapine per numero di abitanti.

In questa isola, assolutamente senza anima e fervente di attività, la gente convive apparentemente senza tensioni e nella mutua indifferenza, cercando, ognuno, di lottare nella vita,  come si conviene in un luogo che fu di pirati,  bucanieri e filibustieri.  La storia si ripete. Ma a ben guardare le cose sono assai tristi.

 

Attrazione fatale fra dominicani ed italiani.

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La prima strada della prima città della prima colonia spagnola in Sud America. A Santo Domingo. Qua incominciò il casino.

Ci devono essere motivi profondi che spiegano l’attrazione che quest’isola di Santo Domingo esercita sugli italiani, oltre a quanto già detto nel post sugli italiani a Santo Domingo . Non bastano le donne belle e facili,  la mancanza di un trattato di estradizione,  il clima buono, l’aria dei Caraibi, certe spiagge.

Vi e’ certamente altro.  A Santo Domingo vi e’ una quasi totale mancanza di regole. Ognuno fa quel che vuole.  Le leggi sembrano essere poche,  semplici,  facilmente aggirabili e la corruzione risolve quasi tutto.

I dominicani sono di carattere facile e ampliamente flessibile e non soffrono della terribile malattia,  cosi diffusa in America Latina,  del nazionalismo. Non hanno nessun complesso di inferiorità nei confronti degli stranieri, come invece succede spesso nel continente. Quindi lo straniero non è fonte nè di ammirazione, nè di disprezzo. Non gli viene dato molto peso; contano i suoi soldi, non lui stesso.

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Si guarda il cricket alla televisione, nella bottega bar del paese, il sabato sera. Come in Italia il calcio negli anni ’60.

Lo straniero a Santo Domingo  si sente doppiamente libero. Fa quel che vuole e non si sente diverso in quanto straniero.

Gli italiani poi,  così insofferenti delle regole ed amanti dei sotterfugi fantasiosi per ingannare lo Stato, trovano qua un paradiso.  Respirano a pieni polmoni e trafficano felici. Non tutti gli italiani,  ovviamemte,  ma quella vasta fetta di arruffoni, arraffoni, faccendieri,  filibustieri,  evasori,  individualisti,  paraculi,  sbruffoni che son venuti in abbondanza.  Aprono e chiudono attività, assumono e licenziano con lo schioccar delle dita,  evadono l’evasibile,  corrompono e mentono.  Il mondo e’ loro,  fategli largo.

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Vecchietto dominicano. Normalmente sono incazzosi e dalla lingua lunga.

Un esempio perfetto della mancanza di regole della Repubblica Dominicana è quello del regime dei visti. Non ce n’e’ bisogno per entrare e per starci 30 giorni.  Se ci stai di piu (anche anni ed anni) basta pagare una modesta cifra all’uscita.  In questo modo non sarai  mai un clandestino. E, da poco,  puoi ottenere il visto,  pagando quella cifra, anche se hai il passaporto scaduto,  cosa che avviene a molti latitanti.  Più comodo di cosi…. (Da metà 2018 questa cuccagna sembra un pò finita, ma i nostri prodi italiani sono già alla ricerca dell’inganno per continuare come prima)

Ma vi e’ ancora dell’altro.  I Dominicani,  almeno quelli che entrano in contatto con  i turisti,  sono assai proclivi alla bugia ed alla truffetta.  Nei negozi i prezzi sono stabiliti secondo il tipo del cliente. Se straniero paga moooolto di più.  Perfino nei supermercati i prezzi affissi sono per i turisti.  Gli acquirenti locali hanno un bello sconto.  In generale vi raccontano sempre un sacco di balle,  quasi piu’ per il piacere di raccontarle che per l’eventuale vantaggio che ne possono trarre. Vi fermano per la strada e si improvvisano ciceroni in luoghi sprovvisti di ogni interesse. Non vi vendono la Fontana di Trevi perchè non sta lì.

Son capaci di chiedere prezzi spropositati per i trasporti o le escursioni.  Negli alberghi vi dicono un prezzo eppoi lo alzano al momento di pagare,  oppure vi fatturano un paio di notti in piu’.  Chiedete un pesce lesso e ve lo portano fritto, cercando di convincervi che e’ lesso. Al conto del ristorante viene spesse aggiunto il 10% di servizio e il 18% di tasse. Tutto insieme fa il 30% in più di quanto scritto sul menu. Come se quelle tasse le pagassero!!

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Architetture caraibiche. Un pò frufru, ma rallegrano l’animo.

Inoltre hanno la lingua lunga,  scherzano molto, si prendono in giro fra di loro, rispondono in rima alle battute.

Sono, insomma, bugiardi,  furbastri, salaci, sfrontati. Non vi sembra il ritratto anche degli italiani? Due popoli cosi’ simili finiscono sicuramente per affratellarsi e convivere facilmente!!

Ed in effetti va a finire che a parte le frequenti incazzature dovute alle truffette più che quotidiane, a Santo Domingo si finisce per starci bene e a proprio agio, circondati da un’atmosfera molto rilassata e quasi familiare. Ci si diverte con i dominicani, si ascoltano le mille storie degli italiani. E le giornate scorrono fluide nel torpore tiepido dei Tropici.