Turismo remoto in Russia

Luoghi meravigliosi. Tutte le foto sono tratte dal sito di Russia Trekking.

In realtà il turismo tocca solo una minuscola parte del mondo. Cioè, quasi tutti i turisti finiscono per visitare un limitato numero di località, affollandole e rendendo la vita impossibile agli abitanti e a loro stessi. Ed invece ci sarebbero mille altri luoghi dove passare delle belle vacanze, secondo i gusti di ognuno.

Ci sono anche dei luoghi nei quali il turismo quasi non esiste non solo perchè sono destinazioni a cui nessuno ha mai pensato, ma anche perché è troppo difficile (e quindi caro ) andarci. Ma dal momento che dei viaggi impossibili fanno molto status sociale, ecco che ci sono delle agenzie che li organizzano. La destinazione più emblematica, in questa categoria, è il Polo Nord. Ma anche l’estremo nord del Canada non scherza in quanto a difficoltà logistiche, a distanze, a estrema lontananza da tutto. Oppure le crociere patagoniche e verso l’Antartide.

Ho trovato una agenzia russa specializzata in questi viaggi dissennati, ma, devo dire, affascinanti. Si chiama Russia Trekking, non ha niente a che vedere con il trekking e propone un catalogo che mi ha lasciato sbalordito. Ho visto anche dei filmati, alla fiera di Rimini di due anni fa che mi hanno riempito di meraviglia.

Vanno in luoghi che la stragrande maggioranza delle persone non sanno nemmeno che esistono, oppure li hanno scoperti giocando a Risiko. La Kamchatka, ad esempio. O l’isola di Wrangler, che sta oltre lo stretto di Bering. Oppure una serie di parchi naturali persi nelle sconfinatezze sconosciute della Siberia.

I grandi elicotteri con cui i turisti e gli assistenti si spostano.

I viaggi che questa agenzia popone partono da Mosca. Con un volo interno si attraversa la Grande Madre Russia arrivando in Siberia o al margine estremo del continente, verso il Giappone. A quel punto si prende un grosso elicottero, noleggiato dalla spedizione, tipo Vietnam o Afganistan, e si fanno dalle due alle tre ore di volo. In certo casi il pilota si discosta dalla rotta più corta per permettere ai turisti di vedere dall’alto dei paesaggi particolarmente spettacolari: delle montagne, dei vulcani, dei laghi. Va da se che il coso di un minuto di volo d questi elicotteri è esorbitante.

Si giunge infine ad un campo base; tutti scendono, si scarica il materiale e si parte. Il gruppo dei turisti è di 6 – 8 persone che hanno a loro disposizione un interprete, un capo gita ed alcuni assistenti. Nei parchi nazionali si aggiungono anche i Guardiaparchi chiamati, chissà perché, “Rangers”. Circa una persona di “equipaggio” per ogni turista. E’ una specie di spedizione come quella di Livingstone in Africa, due secoli fa.

Il mezzo di locomozione può essere il catamarano gonfiabile, se si fa rafting; l’hovercraft se si va sui laghi; il quad se è su terreno solido; la motoslitta se si è d’inverno. Si tratta, ad ogni modo, di mezzi a motore, molto rumorosi, terribilmente “hard” ed invasivi. E ciò nonostante che l’agenzia che organizza queste faccende si chiami, in modo del tutto inopportuno, Russia Trekking. A sera il gruppo si ferma e mentre il personale prepara il campo, i turisti vanno a pescare in quelle acque fuori dal mondo dei bellissimi pesci che vengono arrostiti per cena. Quindi non solo si invade con i mezzi meccanici quella natura fuori dal mondo, ma si uccide quel che si arriva ad uccidere. (Esattamente come succede nel Nord del Canada).  Dopo una settimana si arriva a destinazione, dove si ritrova l’elicottero e si intraprende il viaggio di ritorno.

Tutti i viaggi, o quasi, si svolgono in totale autonomia, trattandosi di luoghi assolutamente disabitati. Pare impossibile, ma ci sono acora molti posti al mondo così totalmente disabitati. Nel sito e sulle brochures viene ripetuto più volte che i primi villaggi si trovano a centinaia di km di distanza. Non ci sono strade, non c’e’ niente; solo la natura come prima che l’uomo venisse a disturbare. La spedizione ha sempre con sè dei telefoni satellitari per le emergenze. Una volta chiamato, l’elicottero arriva prontamente.

I prezzi di questi viaggi si sanno solo su richiesta, ma alla Fiera di Rimini mi tirarono fuori cifre da decine di migliaia di euro a persona, a viaggio. E non potrebbe essere diversamente con una logistica così complicata. Ci si rivolge, evidentemente, ad un pubblica di altissimo livello economico. Mi chiedo perchè non facciano delle versioni “leggere” degli stessi viaggi per captare quelli che non si possono permettere l’elicottero, ma andrebbero anche a piedi. Prenderebbero meno soldi, ma forse vedrebbero più clienti.

I video e le foto che ho visto sono impressionanti. Luoghi e paesaggi di una bellezza straordinaria. Montagne, foreste, fiumi e laghi come i sogni non arrivano ad immaginare. Tutti posti freddi, con quelle caratteristiche atmosfere da grande nord. Fauna a volontà.

Sono viaggi simili a quello che feci in Amazzonia, in contesto climatico ed umano differente. Ma io me lo feci a piedi, non in elicottero e quad. E mi costò niente, a parte, quasi, la vita.

Che dire? Impressioni contrastanti.

Da un lato lo stupore per la bellezza e l’estrema lontananza di quei luoghi. Dall’altro il fastidio per una penetrazione così rumorosa, meccanizzata, invasiva, mortifera. Poi l’aspetto molto upper class a causa dei prezzi altissimi. Ancora, la curiosa similitudine con lo stile dei viaggi di caccia e pesca nel nord del Canada, pur molto più abitato ed organizzato.

Ed infine una speranza: sarà possibile che questi luoghi così remoti possano accogliere un turismo rispettoso della natura a prezzi democratici? Sono pessimista: ancora una volta il grande dilemma del turismo fra diritto alla conoscenza e sfruttamento perverso delle risorse….

 

 

Un paese dell’anima

Il parco di Orango. Foto dal sito del Parco.

C’e’ un paese ignoto, appartato, che nessuno conosce e dove nessuno, almeno fra gli italiani, va. A me è carissimo e vorrei portare per mano tutte le persone che conosco a visitarlo. Il paese, ma soprattutto le sue variegate genti. Quando ne parlo mi emoziono, mi commuovo e rimpiango di averci passato troppo poco tempo.

Si tratta della Guinea Bissau, sulla costa occidentale dell’Africa, subito sotto il Senegal. E’ una ex colonia portoghese e questa lingua vi è relativamente diffusa. E’ un paese molto piccolo (poco più grande della Sicilia), poco abitato (1,5 milioni di persone) molto povero (fra i 10  paesi messi peggio secondo gli indici delle Nazioni Unite). Bissau ne è la capitale ed il paese si chiama Guinea Bissau per non confonderla con la Guinea che era colonia francese e la Guinea Equatoriale che era colonia spagnola. Da non confondere nemmeno con le Guaiane francese e britannica che stanno dalla parte di là dell’Oceano, sopra il Brasile. Il clima e la vegetazione vi sono tropicali. Caldo, umido, pieno di acqua e di vegetazione dappertutto.

La Guinea Bissau, apparentemente, non offre molto al turista. Davanti alla capitale c’e un folto gruppo di isole, anche abbastanza grandi, le Bijagòs, che sono conosciute per essere pescosissime, come fanno in Quebec, ma molto più alla buona. Alcuni imprenditori europei, soprattutto francesi, vi hanno aperto dei modesti resort in cui offrono dei pacchetti di pesca. Altri vi vanno a far del mare. Si tratta soprattutto dei non numerosi expat che abitano Bissau e delle loro famiglie. Diverse di queste isole hanno delle vecchie piste di atterraggio, dei tempi della colonia portoghese. Su queste piste arrivano attualmente dei piccoli aerei pieni di coca in provenienza dalla Colombia. Dalla Guinea la coca poi prosegue verso l’Europa per terra o per mare. Non sembra che la popolazione locale sia particolarmente scompensata dal traffico, come invece accade dalla parte opposta dell’Atlantico.

Ancora vivissime le tradizioni culturali dei popoli della Guinea. Foto di Odile RAPEAU Via Wiki Commons.

Arrivai a Bissau per lavoro, andammo ad un Ministero; aveva piovuto e non riuscimmo ad entrare dal portone principale per essere completamente allagato; passammo da un porticina sul dietro. Accanto c’e’ la vecchia fortezza portoghese, in mattoni. Le pareti, ovviamente verticali, erano completamente coperte da vivaci erbe, del tutto spontanee, come se si fosse trattato di una foresta verticale della moderna architettura europea. Cenavo in uno dei due o tre ristorantini nel vecchio e malandato centro coloniale, per strada, in compagnia dell’ambasciatore cubano, uno dei pochi presenti. Andavo in giro per il paese cercando di trovare rimedi per una profondissima crisi commerciale che colpiva la principale fonte di reddito di molti villaggi: gli anacardi. Produzione di buona qualità comprata soprattutto dagli indiani.

E girando per i villaggi, chiaccherando con questo e quello, mi resi conto del grande valore di queste paese e ne rimasi affascinato. Molti sono i gruppi etnici, in apparente armonia fra di loro. La maggior parte della gente nei villaggi seguono ancora le loro usanze religioso tradizionali; cristianesimo ed islam sono minoritari. Il matriarcato è molto diffuso e c’erano zone in cui il cristianesimo si fuse stranamente con l’animismo tanto che i preti erano delle donne. Pur esistendo la moneta, il famigerato FCFA con cui la Francia strozza quei paesi, la forma più normale di scambio fra le persone e fra i villaggi è il baratto. Solo gli anacardi vengono venduti contro moneta, che serve a comprare in città il riso tailandese, i vestiti, il sapone.

Non ho mai conosciuto un paese così ricco di “capitale sociale” che è l’esatto contrario del “capitale economico”. Si tratta, infatti, di quella reti fitta e ramificata di contatti umani e sociali che permette alle persone ed alle famiglie di mantenere una stabilità e di far fronte alle difficoltà. Si aiutano un casino fra di loro, in poche parole.

Il Presidente della Repubblica, in tornata elettorale, con il cappellino simbolo della sua etnia. Foto di Nammarci, Wiki Commons

Ogni etnia ha le sue abitudini e se le conserva care, mentre i membri delle altre la prende in giro per certe stranezze. I miei lunghi viaggi in macchina erano rallegrati da questi racconti ironici e gai sulle abitudini etnologiche di questi e di quelli. Una di queste etnie è facilmente riconoscibile perché tutti gli uomini vanno in giro con un pesante cappello di maglia con il pompon di colore rosso acceso. Il filato è certamente sintetico ed il cappello è sicuramente importato, ma per un qualche motivo è diventato il simbolo della loro etnia. Lo usano assolutamente tutti e sempre, anche sotto il sole africano; uno degli ultimi Presidenti della Repubblica era di quell’etnia ed alle cerimonie ufficiali dello Stato lo vedevi con il suo cappello rosso con il pompon. Un’altra etnia è invece molto permissiva con i giovani. Permettono loro di ubriacarsi, di dire parolacce, di essere maleducati, di insidiare le donne sposate, anche di rubacchiare. Lasciano correre. Ma poi si sposano e devono diventare perfetti cittadini. Questa è saggezza! In una altra etnia le ragazze hanno dei figli abbastanza presto, sono ancora giovani, vogliono divertirsi, ballare, girare, devono studiare, lavorare. Non si possono occupare dei bambini. Li affidano alla nonna che li alleverà. Loro alleveranno, anni dopo, i loro nipoti. Maternità differita di una generazione. Non son cose meravigliose?

Bello il centro coloniale di Bissau, anche se ridotto in condizioni pietose. Foto di jbdodane, Wiki Commons.

Insomma una infinità di storie e di abitudini curiose riempiono questo paese. La gente è gentile e ben disposta, si sta volentieri a parlare con loro. Conobbi un prete italiano che fu mandato in Guinea come missionario; proprio nelle isole Bijagòs. Lì ripensò a tutta la faccenda, trovò moglie e figli e si spretò. Lo raccontava come la migliore decisione della sua esistenza, trasportato dal fiume impetuoso della vita africana. Non mi sembrò un posto pericoloso, anche se la politica e l’esercito sono a volte turbolenti; bene informarsi della situazione del momento, prima di andare. Ma degli italiani di una ONG che avevo conosciuto, furono rapinati in casa e purtroppo malamente riempiti di botte, mentre ero lì. D’altra parte, tornando verso la capitale, facemmo un frontale, su una strada mezza distrutta ed arrivò la polizia con rotella metrica e blocco da disegno e fece un perfetto rilievo! Non credevo ai miei occhi.

Per un turista scendere in profondità in Guinea è difficile, un po’ come in Gabon. Ci vuole tempo, pazienza ed il portoghese. Ed anche soldi perché le poche strutture in cui un europeo possa andare sentendosi a suo agio sono care. Alcune piccole agenzie organizzano dei giri nei numerosi parchi naturali del paese, certamente molto belli; ma ho trovato questa che fa un interessante giro culturale / antropologico che mi sento fortemente di consigliare. I prezzi non sono nemmeno eccessivi.

Andate in Guinea Bissau, è il più bel consiglio che posso dare.

Delta del Danubio

Casa tradizionale a Mila 23. (Foto di Spiridon Ion Cepleanu da Wikimedia Commons)

Un viaggio insolito in un luogo insolito. Vicino ma fuori dal mondo, toccante ed affascinante. Un altro Delta, quello del Danubio.

Gli ambienti terrestre-fluviale-marino-lacustri mi emozionano, mi mettono una calma frenesia addosso; mi trasmettono la loro natura contraddittoria, complessa, variegata, multiforme. Ne ho parlato molto riguardo al Delta del Po, d’estate e d’inverno. Ma anche di quell’incredibile mondo a sé stante che è il Delta del Tigre a Buenos Aires o lo sbalorditivo Delta del Rio delle Amazzoni a Belém.

Qui si affronta un fiume di ben maggiore importanza, lunghezza e capienza del Po. Siamo lontani dal Danubio un po’ artefatto dell’Austria, paese nel quale attraversa linde contrade portando pensionati tedeschi in crociera. O anche da quello cosmopolita e foriero di lusinghe di Budapest o di Belgrado.  Qua siamo proprio in fondo al suo percorso, nell’angolo povero dell’ancor povera Romania, se non, addirittura, in Ucraina. Non ci sono più le paffutelle contadinotte tedesche o le raffinatissime ragazze ungheresi. Qui la fanno da padrone i rudi ed irsuti pescatori romeni con le loro mogli avvezze al freddo, all’umidità, al lavoro. Non ci sono più dighe, chiuse, centrali, banchine ben mantenute con i cigni che si allisciano voluttuosi le bianche piume. Fine delle piste ciclabili con le fontanelle per i ciclisti assetati. Qua siamo nel duro mondo della natura non doma e renitente ad aiutare l’umanità. Natura acquatica che frena i passi e terrestre che frena le barche. Posti durissimi, fin da sempre: Augusto ci mandò in esilio il pettegolo Ovidio, perché in un posto peggiore non lo poteva mandare. Balcani profondi, terre di mille suggestioni, ma anche di grande durezza.

Io ci andai molto anni fa, in un bellissimo viaggio in una Romania non ancora europeizzata; nel Delta fummo raggiunti dalla notizia della morte di mia suocera, e ciò vela quel ricordo. Per scrivere questo post con notizie più fresche, ho saccheggiato quest’altro articolo di un giovine blogger, che ringrazio. E tanto mi è piaciuto scrivere questo post che, pochi mesi dopo ci son dovuto tornare.

Foto di Cody escadron delta da Wikimedia Commons

E’ enorme, 3.500 km quadrati, venti volte il Delta del Po; in gran parte parco naturale. Il punto di accesso più facile è la brutta città di Tulcea, in Romania, prossima all’inizio del delta. Da lì partono i tre bracci del fiume, lunghi fra i 70 e i 120 km, che arrivano fino al Mar Nero. A differenza del delta del Po, largamente bonificato e coltivato o del delta del Tigre, diffusamente popolato di seconde residenze, il delta del Danubio è selvaggio e relativamente intonso. Il braccio centrale, quello di Sulina, è costantemente dragato per permettere la circolazione delle navi; per il resto è tutto lasciato a se stesso, fortunatamente. Non vi sono strade in tutta quell’enorme distesa che sta fra il braccio superiore, quello di Chilia, a nord e quello di San Giorgio a sud. Distese infinite di acqua, terra e fango senza strade. E siamo in Europa, un miracolo.

Nella muffita città di Tulcea si offrono al turista numerose possibilità per fare un giro nel Delta; ora molte di più di quando ci andai io. Vi sono dei trasporti pubblici per le poche cittadini e villaggi dell’interno del delta; battelli per i gruppi che fanno delle crocerine di qualche ora, motoscafi veloci per i turisti ricchi, barchette dei pescatori per i giri nei canali più piccoli. L’atmosfera è molto rilassata ed i prezzi sono modesti. Il turista si troverà a suo agio ed in assoluta sicurezza.

Molti romeni vanno a Sulima a passare le vacanze al mare: a pochi minuti a piedi dal villaggio vi sono delle grandi spiagge, meno belle ma certamente meno care di quelle più rinomate di Mamaia, vicino a Costanza.

Lungo certi canali del Delta sono nate attività per i turisti: baracche dove mangiare, chioschi dove noleggiare barche o kayak, postazioni per l’osservazione degli uccelli; nelle cittadine troveranno soluzioni di vario tipo per dormire, anche in case su palafitte. Ci sono anche dei musei sulla vita del Delta e dei punti di informazione.

Tutto ciò nello spirito un po’ dimesso e povero, ma molto accogliente, tipico della Romania e di quasi tutti i Balcani. L’economia del Delta, fino a poco tempo fa, esclusivamente basata sulla pesca fluviale o sui trasporti lungo il braccio principale del Danubio, si sta poco a poco trasformando e rinforzando con il turismo. E ciò non può che essere positivo, per evitare lo spopolamento di una zona già tradizionalmente ben poco abitata.

Foto di Ben Skála, Benfoto da Wikicommons

Nel mio primo viaggio, ricordo di aver visto accampamenti di pescatori su certe rive, fra fiume e laghi, in mezzo al fango: vivevano in tende, pescavano con barche a remi; le mogli affumicavano il pesce. Condizioni di vita poverissime e molto dure. Spero che siano migliorate, ma l’articolo citato dice che gli accampamenti esistono ancora. Isolati, lontani gli uni dagli altri. Il mio secondo, recentissimo, viaggio, l’ho fatto in pieno inverno ed il clima era troppo duro per poter fare degli accampamenti di pesca.

Naturalmente si mangia pesce di fiume accompagnato dalla solita mamaliguta cu smantana che sarebbe la polenta con la crema di latte sopra. Oppure le zuppe, che sono una delle specialità romene, ovviamente di pesce.

Ma cosa ci si va a fare in un delta? Perché in effetti, poi, a ben vedere, il paesaggio è assai monotono: tutto piattissimo, infinite rive boscose oltre alle quali poco si vede. Canaletti interni serpeggianti con le solite rive boscose ed acquitrini subito oltre la riva. L’acqua del fiume e dei canali è ovviamente melmosa, caffellatte. Borgate povere e recenti (il fiume ogni tanto spazza tutto) buttate là su rive fangose. Quando la vista si apre appaiono vastissimi spazi nudi di tutto fuorché dell’immancabile fila di alberi, laggiù in fondo.

Certo, nel Delta del Danubio vivono una infinità di specie di uccelli che vanno a nidificare in quelle tranquille distese e tanti pesci diversi e millanta piante diverse. E’ uno dei luoghi al mondo con la maggiore biodiversità. Ma son cose che possono attirare ornitologi o botanici. Il comune turista non saprà certamente distinguere un uccello da un altro, con la notevole eccezione del simbolo di questa regione: il pellicano. Flora e fauna non possono essere il motivo che attrae il turista comune nel Delta.

No, ciò che ci attira nei delta non sono i paesaggi o la flora o la fauna. Quel che ci affascina è la complessità dell’ambiente. Quella irresolutezza della natura che ha giocato con tutti gli elementi senza riuscire a separarli. E’ l’incertezza dell’essere; la situazione amletica del Creato. Ecco, la Genesi ci dice che il terzo giorno Dio separò l’acqua dall’asciutto che chiamò terra. Errore. Nei Delta non fu affatto così: l’acqua e la terra si opposero fermamente ai capricci divini: da un parte i maschi e dall’altra le femmine. Nel delta, acqua e terra vollero rimanere felicemente insieme, a giocare l’una con l’altro. Da questa unione sorsero infiniti esseri che non possono stare senza l’uno e senza l’altro. I più felici fra loro sono gli uccelli acquatici che stanno con le zampe nell’acqua, grufolano nel fango cercando vermetti e possono anche permettersi di sbattere le ali nell’aria.

E noi ci beiamo di questa felice comunità naturale.

Foto di AcaroDerivative work da Wikimedia Commons

 

 

A caccia e pesca nel grande Nord

Caribù. (Foto di Jon Nickles, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=49865)

Si trovano, a volte, dei tipi di turismo che non avremmo mai immaginato. Questo è uno di quelli, nel nostro amato Quebec.

In altri post abbiamo parlato della nascita di questa colonia francese, ora regione canadese francofona e dei suoi famosi cacciatori di pelli che vagavano in quelle umide e fredde foreste boreali. Erano avventurieri europei finiti in quel mondo selvaggio e senza leggi; erano indiani che si erano avvicinati ai bianchi e ne accompagnavano le gesta; erano meticci che conoscevano come cacciare da indiani e come vendere le pelli da europei. Noi abbiamo visto mille film su questo tema, ma per i canadesi quell’epopea è ancora molto presente. Il tema della caccia, della vita selvaggia nelle sterminate e disabitate foreste del nord è ancora fondamentale nella cultura canadese. È uno dei loro miti fondatori, non avendone molti altri.

Del resto questa parte del paese è enorme, disabitata, inospitale, inaccessibile, se si eccettuano le grandi installazioni minerarie o idroelettriche, spesso raggiungibili solo in aereo. E’ un quadro che a noi europei risulta quasi incredibile e del tutto estraneo. E’ difficile per noi pensare a sterminate aree, grandi più volte l’Italia intera, quasi completamente vuote di persone, case, strade, attività. Un’infinita natura; per noi è una vertigine; per il pianeta un enorme polmone.

In questo quadro si sono stabilite delle pourvoiries. Ovverosia dei luoghi dove ci si rifornisce di ciò di cui si ha bisogno, secondo il senso stretto del termine francese; ovverosia delle basi dalle quali si parte per andare a caccia o a pesca, secondo l’attuale senso turistico del termine. Non sono alberghi, non sono agriturismi, non sono campeggi. Sono la versione moderna delle basi che i vecchi trappeurs usavano nelle loro stagioni di caccia agli animali da pelliccia. Non esiste niente di simile in Italia; al limite può ricordare (molto da lontano) l’edificio centrale di una riserva di caccia.

Solo nel Quebec ce ne sono 600 di pourvoiries, tanto è diffuso questo tipo di turismo. La loro associazione ha un bellissimo portale, zeppo di informazioni. Ma lasciamo stare quelle alle quali ci si può arrivare, banalmente, in auto. Andiamo a vedere quelle del nord, raggiungibili spesso solo in aereo, proprio, noleggiato o fornito dalla stessa pourvoirie.

Ma cosa ci si va a fare in una pourvoirie? A ritrovare un contatto intimo con la natura, a gioire della sua immensità, a perdersi negli sconfinati spazi, a vivere avventure selvagge? Anche, ma temo che questo sia l’aspetto meno importante di questo tipo di turismo. In realtà ci si va per uccidere. Mammiferi come l’orso, il caribù, i cervi, i bisonti. Uccelli di tutti i tipi. Pesci, spesso enormi. Non sono vacanze da famiglia, di coppia. Si formano gruppi di rudi persone (di entrambi i sessi, sia chiaro; ricordiamoci di Sarah Palin) che vanno a passare un certo numero di giorni in quei luoghi e lì ammazzano tutto quello che è consentito loro. Frequenti i gruppi di colleghi. Le bevande alcoliche non sono comprese nel prezzo, vanno portate da Montreal a cura dei partecipanti; ma possono essere acquistate senza tasse all’aereoporto: non oso pensare…..

La sistemazione è spesso spartana, in case prefabbricate di legno o anche di lamiera ondulata, in camerate, senza spazi di intimità, come viene spesso precisato. Ma può essere anche in tenda, su delle barche, nelle roulottes, in rifugi; al limite, anche, in albergo. Se volete vi danno da mangiare, spesso il frutto stesso della vostra caccia o pesca.

La pourvoirie fornisce anche molti altri servizi, come ben si conviene ad un buon campo base: noleggio di barche, vendita di carburante, noleggio di tutto il materiale necessario. Un mattatoio è a vostra disposizione per preparare la carne da portar via in borse termiche. Del personale specializzato può essere richiesto come guide, macellai, marinai, cercatori delle piste degli animali. Certuni vi offrono la caccia con l’arco o con la balestra; altri la caccia con le trappole o con la carabina ad un solo colpo, per simulare le antiche condizione di caccia. Insomma, tutto quel che ci vuole per farvi sfogare senza limiti.

Ecco alcuni esempi delle pourvoiries perse nell’estremo nord. In questa della Riviere Delay ci si arriva da Montreal con un aereo fino alla loro base del lago Canapiscau. Da lì un idrovolante porta i turisti alla pourvoirie. 1.200 km da Montreal. Si è ospitati in chalet di tre stanze e i pasti vengono preparati dal personale. L’elettricità proviene da un generatore, fino alla 10 la sera. Nella sala comune c’e’ anche un collegamento satellitare Internet. I turisti possono pescare salmoni, trote ed altri pesci tipici del luogo. E si possono cacciare i caribù. Normalmente vi si sta 4 giorni, il costo è di circa 1.000 euro al giorno, assolutamente tutto compreso.

Invece la pourvoirie Mirage è raggiungibile per strada, a 1.600 km da Montreal. L’istallazione è più confortevole della precedente, vi è anche la sauna. Vi si caccia il caribù, l’alce, l’orso nero. Si possono noleggiare aerei, idrovolanti, elicotteri, barche, motoslitte (basta che siano mezzi meccanici e rumorosi). Hanno anche degli chalets in luoghi ancor più isolati e selvaggi, a qualche centinaio di km dalla base; raggiungibili con l’idrovolante. Prezzi ragionevoli: 2.000 euro per una settimana.

Luoghi meravigliosi. Foto tratta dal sito web della pourvoirie del fiume Payne.

Ed infine il campo più lontano, a 1.800 km da Montreal, sul fiume Payne; ormai in territorio Inuit, eschimese. Vi si arriva con un volo di linea fino a Kuujjuaq, hub per gli insediamenti Inuit; poi si continua con un aereo privato per i diversi campi base. Si dorme in baracche, si pescano pesci dalle dimensioni eccezionali; si cacciano vari uccelli e l’orso nero. Sembra che parte del personale sia Inuit. I costi vanno sempre sul migliaio di euro al giorno, più i permessi di caccia e pesca. Ma se l’aereo non può partire per il maltempo non vi prendono niente, per il giorno in più.

Se Dio vuole, dal febbraio 2018 il Governo ha proibito la caccia al caribù, a tempo indeterminato. Non so come stia quella all’orso o all’alce. Mi chiedo comunque chi controlli, su quelle distanze, ciò che una banda di abbrutiti armati riesca a fare.

Insomma un turismo terribilmente invasivo, rumoroso, dannoso e caro in un ambiente assolutamente naturale. Potrebbe essere un paradiso ecologico, ma con la loro mentalità della frontiera da conquistare e della natura da sottomettere, quegli abbrutiti riescono a distruggere tutto quel che trovano. Va già bene che non diano la caccia agli eschimesi.

Si tratta di un turismo deleterio, dove ci si sente potenti ad uccidere dei poveri animali o dei poveri pesci. Si arriva, si fa molto rumore, si consumano fiumi di benzina, si uccide, ci si imbratta di sangue, si beve come fogne, si spendono molti soldi. Poi si torna in città. Disgustoso.

A nord del Nord

Poi, in Quebec, verso il nord, finiscono le strade. Radisson è l’unico villaggio (meno di 300 abitanti) non-indigeno al di sopra del 53° parallelo (eppure siamo alla stessa latitudine di Edimburgo, stranezze del clima mondiale!). Ad ovest ci sono le riserve del popolo Cri. A nord comincia la regione del Kativik, grande come una volta e mezzo l’Italia ed abitata da 13.000 persone, quasi tutti Inuit, divisi in 14 villaggi.  Tutta quella immensa distesa di territorio è fatta da tundra, roccia, laghi; assolutamente disabitato. Infatti gli alberi, sia pure i magri abeti del nord, non vi crescono per il troppo freddo. Il limite degli alberi coincide con il confine meridionale della regione del Kativik. I 14 villaggi Inuit sono tutti sul mare, ancora più a nord, dove il Quebec finisce. Oppure sulle non maggiormente ospitali rive della Baia di Hudson. Tutto l’interno del Quebec, a nord di Radisson è quindi perfettamente disabitato (ad esclusione delle effimere miniere); gli indiani e gli Inuit abitano sul mare, dove vi sono importanti risorse di pesca. Oltre i loro villaggi non c’e’ più niente, fino a che il mondo finisce, al Polo Nord. In alcuni dei villaggi Inuit è possibile fare soggiorni di caccia o pesca.

Non ci sono stato ma avrei un grande desiderio di farlo e il loro sito web turistico mi incoraggia. Ho un amico Inuit su FB che posta foto incredibili alcune delle quali riproduco in questo post. Seguo su FB l’agenzia di stampa CBC Nunavut .

Niore Iqalukjuak- Tutte le meravigliose foto sono sue.

Ma poi vedo i costi dei voli per andare nei villaggi del nord da Montreal o Qubec City con la compagnia Inuit Air o First Air e mi scoraggio.

Poi c’e’ l’altro Quebec

Laghi ed alberi, alberi e laghi. (Di Fralambert da Wikicommons)

Si arriva nel Quebec, in Canada, si visitano Montrel e Quebec City. A quel punto del viaggio, se abbiamo tempo e soldi, bisogna andare a Nord. Impossibile non andarci. Il Nord chiama, il richiamo della foresta, diventiamo tutti Zanna Bianca. Erano i luoghi dove i cacciatori bianchi andavano a cercare le pelli, nella nebbia perenne ed in compagnia dei meticci indiani. Trappeurs erano chiamati, perchè usavano le trappole e non i fucili, le cui pallottole avrebbero rovinato le pelli. E son posti molto, molto strani per noi. Anche la gente è stranina. E’ un altro mondo nel quale ci si sente stranieri per davvero. Altre regole, altri comportamenti, altre attese.

I Quebecois restano gentili, ma vanno presi con calma. Anche i primi coloni francesi non si devono essere sentiti molto a loro agio in quei posti, almeno all’inizio; ed ancor gli duole, sembrerebbe; molte generazioni non sono bastate ad assuefare degli europei a queste contrade. Solo gli Indiani, i Primi Abitanti, se la ridono allegramente. Loro si sentono in casa propria, gli altri restano degli intrusi.

Se osserviamo la carta vedremo che Montreal e Quebec City sono all’estremo sud del Quebec, poi c’e’ tutto il resto. Paese sterminato e vuoto di gente e di senso, verrebbe da dire. Non son posti dove si andava e si va a vivere, solo gli indiani ci sanno stare. I bianchi ci sono andati e ci vanno perche’ c’e’ qualcosa da portar via: le pelli prima, poi il merluzzo sull’infinito estuario del fiume San Lorenzo; recentemente il legname, l’oro, il rame, i diamanti. Ora, infne, si è aperta la corsa all’acqua , da costringere in grandi laghi artificiali che sconvolgono tutto ma che producono la preziosa energia elettrica da fornire a New York.

Nelle regioni relativamente a sud, come i dintorni del Lago di Saint Jean vi è ancora agricoltura ed una certa quantità di popolazione sia pure ombrosa, difficile, ritirata e caratterizzata dal più ostico dei dialetti quebecois. Oltre vi sono solo alberi, sempre più stentati via via che si va a nord.

Gli alberi hanno rappresentato una grande ricchezza per il Canada, ma ormai si è affievolita: molti territori sono diventati parchi e riserve indiane; altri sono irraggiungibili anche dai formidabili mezzi dei forestali; in molti altri lembi di foreste, la ricrescita degli alberi è così lenta, a causa del clima, che ci si può tornare ad abbattere  solo dopo molte decine di anni. Ancora più al nord gli alberi sono così magri e stenti che non vale la pena di portarli alla segheria. Sembrava una risorsa infinita ed invece mostra la corda. E ciò toglie linfa a tutta la regione che vede contrate le proprie risorse ai soli luoghi minerari o idroelettrici.

La strada principale di Cibougamau (By Clifden da Wikicommons)

Quindi i luoghi abitati dai bianchi sono lontanissimi gli uni dagli altri e sono più campi basi che vere e proprie comunità. Vi ho conosciuto persone e mestieri variegati ed inusuali: una signora, che mi ha fatto battere il cuore, alternava il lavoro di saldatrice nelle profonde miniere di metalli a quello di medico ayurvedico (ho lasciato perdere; con un saldatore, no). Nel tempo libero si aggirava in bicicletta intorno ai numerosissimi laghi ovunque presenti. Un altro era ruspista in un cantiere per la costruzione di una diga: passava 10 giorni consecutivi sul cantiere, con turni di 12 ore. In assoluta solitudine, chiuso nella sua ruspa, spostava montagne di terra ascoltando musica classica. Scorgeva lupi ed orsi, che lo osservavano sbigottiti. Dormiva nel campo e finiti i 10 giorni veniva al villaggio, distante 100 km a peccare di carne, come diceva con tenera ingenuità. Un altro ancora, faceva il pilota di idrovolanti in partenza da un lago vicino al paese e portava i turisti verso remotissimi lodge di caccia e pesca. Un week end vi costa migliaia di dollari, ma assicura stermini di animali, talmente sono abbondanti.

I villaggi/paesi/cittadine dei bianchi si trovano in perenne alternanza demografica; aumentano e diminuiscono a seconda del crearsi o scomparire delle fonti di lavoro: miniere, lavori pubblici, sfruttamento di risorse naturali. Quando ci son passato io andava forte la raccolta di mirtilli selvatici e si pubblicavano annunci di lavoro in tal senso. Era richiesta una ottima capacità di orientamento e esperienza nell’affrontare gli animali selvatici.  I lavori alternativi!

Eppure queste comunità perse fra fiumi e foreste cercano di restare in vita e credono alla possibilità di farlo: organizzano (durante la breve e zanzarosissima estate) delle feste, toccanti nella loro semplicità: birra, musica, fuochi d’artificio, camice a scacchi. Ci si sente veramente nel lontano ovest fra i moderni cow boys, anche se siamo a nord ed a est. Il più colto dei festival (non ci vuole molto) è a Natashquan dove organizzano nel nulla di quel villaggio un famoso festival del racconto. Naturalmente sempre molto presenti i temi della francofonia, segno identitario fortissimo, anche se un pò incongruo e frustro. la lingua della Ville Lumiere, traaportata in questi brumosi boschi è, di fatto, incongrua.

Paesaggi del nord del Quebec. Così per miliardi di chilometri.. Foto di peupleloup da Wikicommons

Mi spostavo con i bus ed arrivai fino a Mingan sul San Lorenzo e a Chibougamau, verso la Baia di Hudson. Oltre i bus non vanno ed avrei dovuto affittare un 4×4. Non me la sentii di affrontare strade sterrate, anche se in buono stato, in cui gli unici segni di vita sono stazioni di benzina ogni 200 o 300 km. La cittadina di Chibougamau è fatta da una strada con delle sorte di edifici intorno, più zona industriale che residenziale, negozi di ferramenta evoluta, di pezzi di ricambio per le macchine forestali e bordelli. La versione moderna dei paesi che si vedevano nei film western. Mi ci si sentito molto disorientato.

Il villaggio di Natashquan. Fondato dagli antichi pescatori immigrati dalle Isole de la Madelaine è ormai ridotto a meno di 300 persone, mentre la vicina ed omonima riserva indiana ne conta più di mille. (Foto di Andrè Bussiere).

Ma anche questo non è che l’inizio, siamo ancora molto a sud. Oltre c’e’ il nord del Nord. C’è ancora tutto un mondo, dove i bianchi spariscono e restano solo gli Indiani ed i cantieri minerari persi nella natura. Alcune miniere sono così lontane da tutto, ma così redditizie (diamanti)  che vi si arriva solo per aereo.

Un mondo di infinito interesse e di infinite distanze, una frontiera per il turismo.