Turismo remoto in Russia

Luoghi meravigliosi. Tutte le foto sono tratte dal sito di Russia Trekking.

In realtà il turismo tocca solo una minuscola parte del mondo. Cioè, i turisti vanno tutti in un limitato numero di località, affollandole e rendendo la vita impossibile agli abitanti e a loro stessi. Ci sarebbero mille altri luoghi dove passare delle belle vacanze, per i gusti di ognuno.

Poi ci sono dei luoghi nei quali il turismo quasi non esiste perché è troppo difficile (e quindi caro ) andarci. Ma dal momento che dei viaggi impossibili fanno molto status sociale, ecco che ci sono delle agenzie che li organizzano. La destinazione più emblematica, in questa categoria, è il Polo Nord. Ma anche l’estremo nord del Canada non scherza in quanto a difficoltà logistiche, a distanze, a estrema lontananza da tutto.

Ho trovato una agenzia russa specializzata in questi viaggi dissennati. Si chiama Russia Trekking, non ha niente a che vedere con il trekking e propone un catalogo che mi ha lasciato sbalordito. Ho visto anche dei filmati, alla fiera di Rimini di due anni fa che mi hanno riempito di meraviglia.

Vanno in luoghi che la stragrande maggioranza delle persone non sanno nemmeno che esistono, oppure li hanno scoperti giocando a Risiko. La Kamchatka, ad esempio. O l’isola di Wrangler, che sta oltre lo stretto di Bering. Oppure una serie di parchi naturali persi nelle sconfinatezze sconosciute della Siberia.

I grandi elicotteri con cui i turisti e gli assistenti si spostano.

I viaggi che questa agenzia popone partono da Mosca. Con un volo interno si attraversa la Grande Madre Russia arrivando in Siberia o al margine estremo, verso il Giappone. A quel punto si prende un grosso elicottero noleggiato dalla spedizione e si fanno dalle due alle tre ore di volo. Ci si discosta dalla rotta più corta per vedere dall’alto delle montagne, dei vulcani, dei paesaggi particolarmente interessanti. Si giunge infine ad un campo base; tutti scendono, si scarica il materiale e si parte. Il gruppo dei turisti è di 6 – 8 persone che hanno a loro disposizione un interprete, un capo gita ed alcuni assistenti. Nei parchi nazionali si aggiungono anche i Guardiaparchi chiamati, chissà perché, “Rangers”. Circa una persona di “equipaggio” per ogni turista.

Il mezzo di locomozione può essere il catamarano gonfiabile, se si fa rafting; l’hovercraft se si va sui laghi; il quad se è su terreno solido; la motoslitta se si è d’inverno. Si tratta, ad ogni modo, di mezzi a motore, molto rumorosi, terribilmente “hard” ed invasivi. A sera ci si ferma e mentre il personale prepara il campo, i turisti vanno a pescare in quelle acque fuori dal mondo dei bellissimi pesci da arrostire sul fuoco. Dopo una settimana si arriva a destinazione, dove si ritrova l’elicottero e si intraprende il viaggio di ritorno.

Tutti i viaggi, o quasi, si svolgono in totale autonomia, trattandosi di luoghi assolutamente disabitati. Si ripete più volte che i primi villaggi si trovano a centinaia di km di distanza. Non ci sono strade, non c’e’ niente; solo la natura come prima che l’uomo venisse a disturbare. La spedizione ha un paio o tre telefoni satellitari per le emergenze.

I prezzi di questi viaggi si sanno solo su richiesta, ma alla Fiera di Rimini mi tirarono fuori cifre da decine di migliaia di euro. E non potrebbe essere diversamente con una logistica così complicata.

I video e le foto che ho visto sono impressionanti. Luoghi e paesaggi di una bellezza straordinaria. Montagne, foreste, fiumi e laghi come i sogni non arrivano ad immaginare. Tutti posti freddi, con quelle caratteristiche atmosfere da grande nord. Fauna a volontà.

Sono viaggi simili a quello che feci in Amazzonia, in contesto climatico ed umano differente. Ma io me lo feci a piedi, non in elicottero e quad.

Che dire? Impressioni contrastanti.

Da un lato lo stupore per la bellezza e l’estrema lontananza di quei luoghi. Dall’altro il fastidio per una penetrazione così rumorosa, meccanizzata, invasiva. Ed ancora l’aspetto molto upper class a causa dei prezzi altissimi. Ancora, la curiosa similitudine con lo stile dei viaggi di caccia e pesca nel nord del Canada, pur molto più abitato ed organizzato.

Ed infine una speranza: sarà possibile che questi luoghi così remoti possano accogliere un turismo rispettoso della natura a prezzi democratici? Sono pessimista: ancora una volta il grande dilemma del turismo fra diritto alla conoscenza e sfruttamento perverso delle risorse….

 

 

Un paese dell’anima

Il parco di Orango. Foto dal sito del Parco.

C’e’ un paese ignoto, appartato, che nessuno conosce e dove nessuno, almeno fra gli italiani, va. A me è carissimo e vorrei portare per mano tutte le persone che conosco a visitarlo. Il paese, ma soprattutto le sue variegate genti. Quando ne parlo mi emoziono, mi commuovo e rimpiango di averci passato troppo poco tempo.

Si tratta della Guinea Bissau, sulla costa occidentale dell’Africa, subito sotto il Senegal. E’ una ex colonia portoghese e questa lingua vi è relativamente diffusa. E’ un paese molto piccolo (poco più grande della Sicilia), poco abitato (1,5 milioni di persone) molto povero (fra i 10  paesi messi peggio secondo gli indici delle Nazioni Unite). Bissau ne è la capitale ed il paese si chiama Guinea Bissau per non confonderla con la Guinea che era colonia francese e la Guinea Equatoriale che era colonia spagnola. Da non confondere nemmeno con le Guaiane francese e britannica che stanno dalla parte di là dell’Oceano, sopra il Brasile. Il clima e la vegetazione vi sono tropicali. Caldo, umido, pieno di acqua e di vegetazione dappertutto.

La Guinea Bissau, apparentemente, non offre molto al turista. Davanti alla capitale c’e un folto gruppo di isole, anche abbastanza grandi, le Bijagòs, che sono conosciute per essere pescosissime, come fanno in Quebec, ma molto più alla buona. Alcuni imprenditori europei, soprattutto francesi, vi hanno aperto dei modesti resort in cui offrono dei pacchetti di pesca. Altri vi vanno a far del mare. Si tratta soprattutto dei non numerosi expat che abitano Bissau e delle loro famiglie. Diverse di queste isole hanno delle vecchie piste di atterraggio, dei tempi della colonia portoghese. Su queste piste arrivano attualmente dei piccoli aerei pieni di coca in provenienza dalla Colombia. Dalla Guinea la coca poi prosegue verso l’Europa per terra o per mare. Non sembra che la popolazione locale sia particolarmente scompensata dal traffico, come invece accade dalla parte opposta dell’Atlantico.

Ancora vivissime le tradizioni culturali dei popoli della Guinea. Foto di Odile RAPEAU Via Wiki Commons.

Arrivai a Bissau per lavoro, andammo ad un Ministero; aveva piovuto e non riuscimmo ad entrare dal portone principale per essere completamente allagato; passammo da un porticina sul dietro. Accanto c’e’ la vecchia fortezza portoghese, in mattoni. Le pareti, ovviamente verticali, erano completamente coperte da vivaci erbe, del tutto spontanee, come se si fosse trattato di una foresta verticale della moderna architettura europea. Cenavo in uno dei due o tre ristorantini nel vecchio e malandato centro coloniale, per strada, in compagnia dell’ambasciatore cubano, uno dei pochi presenti. Andavo in giro per il paese cercando di trovare rimedi per una profondissima crisi commerciale che colpiva la principale fonte di reddito di molti villaggi: gli anacardi. Produzione di buona qualità comprata soprattutto dagli indiani.

E girando per i villaggi, chiaccherando con questo e quello, mi resi conto del grande valore di queste paese e ne rimasi affascinato. Molti sono i gruppi etnici, in apparente armonia fra di loro. La maggior parte della gente nei villaggi seguono ancora le loro usanze religioso tradizionali; cristianesimo ed islam sono minoritari. Il matriarcato è molto diffuso e c’erano zone in cui il cristianesimo si fuse stranamente con l’animismo tanto che i preti erano delle donne. Pur esistendo la moneta, il famigerato FCFA con cui la Francia strozza quei paesi, la forma più normale di scambio fra le persone e fra i villaggi è il baratto. Solo gli anacardi vengono venduti contro moneta, che serve a comprare in città il riso tailandese, i vestiti, il sapone.

Non ho mai conosciuto un paese così ricco di “capitale sociale” che è l’esatto contrario del “capitale economico”. Si tratta, infatti, di quella reti fitta e ramificata di contatti umani e sociali che permette alle persone ed alle famiglie di mantenere una stabilità e di far fronte alle difficoltà. Si aiutano un casino fra di loro, in poche parole.

Il Presidente della Repubblica, in tornata elettorale, con il cappellino simbolo della sua etnia. Foto di Nammarci, Wiki Commons

Ogni etnia ha le sue abitudini e se le conserva care, mentre i membri delle altre la prende in giro per certe stranezze. I miei lunghi viaggi in macchina erano rallegrati da questi racconti ironici e gai sulle abitudini etnologiche di questi e di quelli. Una di queste etnie è facilmente riconoscibile perché tutti gli uomini vanno in giro con un pesante cappello di maglia con il pompon di colore rosso acceso. Il filato è certamente sintetico ed il cappello è sicuramente importato, ma per un qualche motivo è diventato il simbolo della loro etnia. Lo usano assolutamente tutti e sempre, anche sotto il sole africano; uno degli ultimi Presidenti della Repubblica era di quell’etnia ed alle cerimonie ufficiali dello Stato lo vedevi con il suo cappello rosso con il pompon. Un’altra etnia è invece molto permissiva con i giovani. Permettono loro di ubriacarsi, di dire parolacce, di essere maleducati, di insidiare le donne sposate, anche di rubacchiare. Lasciano correre. Ma poi si sposano e devono diventare perfetti cittadini. Questa è saggezza! In una altra etnia le ragazze hanno dei figli abbastanza presto, sono ancora giovani, vogliono divertirsi, ballare, girare, devono studiare, lavorare. Non si possono occupare dei bambini. Li affidano alla nonna che li alleverà. Loro alleveranno, anni dopo, i loro nipoti. Maternità differita di una generazione. Non son cose meravigliose?

Bello il centro coloniale di Bissau, anche se ridotto in condizioni pietose. Foto di jbdodane, Wiki Commons.

Insomma una infinità di storie e di abitudini curiose riempiono questo paese. La gente è gentile e ben disposta, si sta volentieri a parlare con loro. Conobbi un prete italiano che fu mandato in Guinea come missionario; proprio nelle isole Bijagòs. Lì ripensò a tutta la faccenda, trovò moglie e figli e si spretò. Lo raccontava come la migliore decisione della sua esistenza, trasportato dal fiume impetuoso della vita africana. Non mi sembrò un posto pericoloso, anche se la politica e l’esercito sono a volte turbolenti; bene informarsi della situazione del momento, prima di andare. Ma degli italiani di una ONG che avevo conosciuto, furono rapinati in casa e purtroppo malamente riempiti di botte, mentre ero lì. D’altra parte, tornando verso la capitale, facemmo un frontale, su una strada mezza distrutta ed arrivò la polizia con rotella metrica e blocco da disegno e fece un perfetto rilievo! Non credevo ai miei occhi.

Per un turista scendere in profondità in Guinea è difficile, un po’ come in Gabon. Ci vuole tempo, pazienza ed il portoghese. Ed anche soldi perché le poche strutture in cui un europeo possa andare sentendosi a suo agio sono care. Alcune piccole agenzie organizzano dei giri nei numerosi parchi naturali del paese, certamente molto belli; ma ho trovato questa che fa un interessante giro culturale / antropologico che mi sento fortemente di consigliare. I prezzi non sono nemmeno eccessivi.

Andate in Guinea Bissau, è il più bel consiglio che posso dare.

A caccia e pesca nel grande Nord

Caribù. (Foto di Jon Nickles, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=49865)

Si trovano, a volte, dei tipi di turismo che non avremmo mai immaginato. Questo è uno di quelli, nel nostro amato Quebec.

In altri post abbiamo parlato della nascita di questa colonia francese, ora regione canadese francofona e dei suoi famosi cacciatori di pelli che vagavano in quelle umide e fredde foreste boreali. Erano avventurieri europei finiti in quel mondo selvaggio e senza leggi; erano indiani che si erano avvicinati ai bianchi e ne accompagnavano le gesta; erano meticci che conoscevano come cacciare da indiani e come vendere le pelli da europei. Noi abbiamo visto mille film su questo tema, ma per i canadesi quell’epopea è ancora molto presente. Il tema della caccia, della vita selvaggia nelle sterminate e disabitate foreste del nord è ancora fondamentale nella cultura canadese. È uno dei loro miti fondatori, non avendone molti altri.

Del resto questa parte del paese è enorme, disabitata, inospitale, inaccessibile, se si eccettuano le grandi installazioni minerarie o idroelettriche, spesso raggiungibili solo in aereo. E’ un quadro che a noi europei risulta quasi incredibile e del tutto estraneo. E’ difficile per noi pensare a sterminate aree, grandi più volte l’Italia intera, quasi completamente vuote di persone, case, strade, attività. Un’infinita natura; per noi è una vertigine; per il pianeta un enorme polmone.

In questo quadro si sono stabilite delle pourvoiries. Ovverosia dei luoghi dove ci si rifornisce di ciò di cui si ha bisogno, secondo il senso stretto del termine francese; ovverosia delle basi dalle quali si parte per andare a caccia o a pesca, secondo l’attuale senso turistico del termine. Non sono alberghi, non sono agriturismi, non sono campeggi. Sono la versione moderna delle basi che i vecchi trappeurs usavano nelle loro stagioni di caccia agli animali da pelliccia. Non esiste niente di simile in Italia; al limite può ricordare (molto da lontano) l’edificio centrale di una riserva di caccia.

Solo nel Quebec ce ne sono 600 di pourvoiries, tanto è diffuso questo tipo di turismo. La loro associazione ha un bellissimo portale, zeppo di informazioni. Ma lasciamo stare quelle alle quali ci si può arrivare, banalmente, in auto. Andiamo a vedere quelle del nord, raggiungibili spesso solo in aereo, proprio, noleggiato o fornito dalla stessa pourvoirie.

Ma cosa ci si va a fare in una pourvoirie? A ritrovare un contatto intimo con la natura, a gioire della sua immensità, a perdersi negli sconfinati spazi, a vivere avventure selvagge? Anche, ma temo che questo sia l’aspetto meno importante di questo tipo di turismo. In realtà ci si va per uccidere. Mammiferi come l’orso, il caribù, i cervi, i bisonti. Uccelli di tutti i tipi. Pesci, spesso enormi. Non sono vacanze da famiglia, di coppia. Si formano gruppi di rudi persone (di entrambi i sessi, sia chiaro; ricordiamoci di Sarah Palin) che vanno a passare un certo numero di giorni in quei luoghi e lì ammazzano tutto quello che è consentito loro. Frequenti i gruppi di colleghi. Le bevande alcoliche non sono comprese nel prezzo, vanno portate da Montreal a cura dei partecipanti; ma possono essere acquistate senza tasse all’aereoporto: non oso pensare…..

La sistemazione è spesso spartana, in case prefabbricate di legno o anche di lamiera ondulata, in camerate, senza spazi di intimità, come viene spesso precisato. Ma può essere anche in tenda, su delle barche, nelle roulottes, in rifugi; al limite, anche, in albergo. Se volete vi danno da mangiare, spesso il frutto stesso della vostra caccia o pesca.

La pourvoirie fornisce anche molti altri servizi, come ben si conviene ad un buon campo base: noleggio di barche, vendita di carburante, noleggio di tutto il materiale necessario. Un mattatoio è a vostra disposizione per preparare la carne da portar via in borse termiche. Del personale specializzato può essere richiesto come guide, macellai, marinai, cercatori delle piste degli animali. Certuni vi offrono la caccia con l’arco o con la balestra; altri la caccia con le trappole o con la carabina ad un solo colpo, per simulare le antiche condizione di caccia. Insomma, tutto quel che ci vuole per farvi sfogare senza limiti.

Ecco alcuni esempi delle pourvoiries perse nell’estremo nord. In questa della Riviere Delay ci si arriva da Montreal con un aereo fino alla loro base del lago Canapiscau. Da lì un idrovolante porta i turisti alla pourvoirie. 1.200 km da Montreal. Si è ospitati in chalet di tre stanze e i pasti vengono preparati dal personale. L’elettricità proviene da un generatore, fino alla 10 la sera. Nella sala comune c’e’ anche un collegamento satellitare Internet. I turisti possono pescare salmoni, trote ed altri pesci tipici del luogo. E si possono cacciare i caribù. Normalmente vi si sta 4 giorni, il costo è di circa 1.000 euro al giorno, assolutamente tutto compreso.

Invece la pourvoirie Mirage è raggiungibile per strada, a 1.600 km da Montreal. L’istallazione è più confortevole della precedente, vi è anche la sauna. Vi si caccia il caribù, l’alce, l’orso nero. Si possono noleggiare aerei, idrovolanti, elicotteri, barche, motoslitte (basta che siano mezzi meccanici e rumorosi). Hanno anche degli chalets in luoghi ancor più isolati e selvaggi, a qualche centinaio di km dalla base; raggiungibili con l’idrovolante. Prezzi ragionevoli: 2.000 euro per una settimana.

Luoghi meravigliosi. Foto tratta dal sito web della pourvoirie del fiume Payne.

Ed infine il campo più lontano, a 1.800 km da Montreal, sul fiume Payne; ormai in territorio Inuit, eschimese. Vi si arriva con un volo di linea fino a Kuujjuaq, hub per gli insediamenti Inuit; poi si continua con un aereo privato per i diversi campi base. Si dorme in baracche, si pescano pesci dalle dimensioni eccezionali; si cacciano vari uccelli e l’orso nero. Sembra che parte del personale sia Inuit. I costi vanno sempre sul migliaio di euro al giorno, più i permessi di caccia e pesca. Ma se l’aereo non può partire per il maltempo non vi prendono niente, per il giorno in più.

Se Dio vuole, dal febbraio 2018 il Governo ha proibito la caccia al caribù, a tempo indeterminato. Non so come stia quella all’orso o all’alce. Mi chiedo comunque chi controlli, su quelle distanze, ciò che una banda di abbrutiti armati riesca a fare.

Insomma un turismo terribilmente invasivo, rumoroso, dannoso e caro in un ambiente assolutamente naturale. Potrebbe essere un paradiso ecologico, ma con la loro mentalità della frontiera da conquistare e della natura da sottomettere, quegli abbrutiti riescono a distruggere tutto quel che trovano. Va già bene che non diano la caccia agli eschimesi.

Si tratta di un turismo deleterio, dove ci si sente potenti ad uccidere dei poveri animali o dei poveri pesci. Si arriva, si fa molto rumore, si consumano fiumi di benzina, si uccide, ci si imbratta di sangue, si beve come fogne, si spendono molti soldi. Poi si torna in città. Disgustoso.

A nord del Nord

Poi, in Quebec, verso il nord, finiscono le strade. Radisson è l’unico villaggio (meno di 300 abitanti) non-indigeno al di sopra del 53° parallelo (eppure siamo alla stessa latitudine di Edimburgo, stranezze del clima mondiale!). Ad ovest ci sono le riserve del popolo Cri. A nord comincia la regione del Kativik, grande come una volta e mezzo l’Italia ed abitata da 13.000 persone, quasi tutti Inuit, divisi in 14 villaggi.  Tutta quella immensa distesa di territorio è fatta da tundra, roccia, laghi; assolutamente disabitato. Infatti gli alberi, sia pure i magri abeti del nord, non vi crescono per il troppo freddo. Il limite degli alberi coincide con il confine meridionale della regione del Kativik. I 14 villaggi Inuit sono tutti sul mare, ancora più a nord, dove il Quebec finisce. Oppure sulle non maggiormente ospitali rive della Baia di Hudson. Tutto l’interno del Quebec, a nord di Radisson è quindi perfettamente disabitato (ad esclusione delle effimere miniere); gli indiani e gli Inuit abitano sul mare, dove vi sono importanti risorse di pesca. Oltre i loro villaggi non c’e’ più niente, fino a che il mondo finisce, al Polo Nord. In alcuni dei villaggi Inuit è possibile fare soggiorni di caccia o pesca.

Non ci sono stato ma avrei un grande desiderio di farlo e il loro sito web turistico mi incoraggia. Ho un amico Inuit su FB che posta foto incredibili alcune delle quali riproduco in questo post. Seguo su FB l’agenzia di stampa CBC Nunavut .

Niore Iqalukjuak- Tutte le meravigliose foto sono sue.

Ma poi vedo i costi dei voli per andare nei villaggi del nord da Montreal o Qubec City con la compagnia Inuit Air o First Air e mi scoraggio.