Ecuador, subito.

Foto un pò da cartolina. Si tratta del Signor Chimborazo, 6300 metri. Foto di David Torres, via Wiki Commoins.

C’e’ un paese di cui nessuno parla mai e che nessuno visita, o quasi. E’ in mezzo a due paesi molto conosciuti e relativamente frequentati. Ma quello di cui parliamo, il cittadino italiano medio non sa nemmeno dov’e’. Eppure è probabilmente il paese che al mondo meriterebbe maggiormente di essere visitato.

Si tratta dell’Ecuador. E, giusto per l’italiano medio, sta proprio in mezzo fra Colombia e Perù.

Non ha le spiagge caraibiche come la Colombia o le rovine di Machu Picchu come in Perù; ma è un paese con un incredibile concentrato di paesaggi naturali e città storiche. E’ proprio questa la caratteristica principale dell’Ecuador, rispetto ai vicini paesi sudamericani: le piccole dimensioni e l’estrema varietà ambientale. In poche ore, nella stessa giornata, si può passare dalla foresta amazzonica, alla neve dei vulcani andini, alle spiagge del Pacifico. E’ una specie di riassunto tascabile del Sudamerica; il Bignami del mondo andino. In più, il centro storico di Quito (che sarebbe la capitale, sempre per l’italiano medio) è certamente il più bello fra quelli di tutte le capitali sudamericane. Sarebbe quindi una meta turistica eccezionale: in poche centinaia di chilometri si vedrebbero cose che altrove non si trovano in molte migliaia.  Invece quasi nessuno ci va; tutti attratti come falene dal vicino Perù, ben meno interessante, ben più ovvio e mille volte rimasticato. Questo dimostra ancora una volta come i turisti siano, molto spesso, un gregge di pecoroni inconsapevoli che vanno a farsi tosare dove i padroni del turismo decidono.

Ed infine, come sicurezza, pur trovandosi nell’infernale continente sudamericano, dove la vita vale meno di una cicca, l’Ecuador sta messo meglio di quasi tutti gli altri paesi. Anche se bisogna comunque stare molto attenti.

La magia della notte del centro storico di Quito. Foto di Avemundi via Wiki Commons.

Il giro classico dell’Ecuador prevede le due città storiche della parte andina: Quito e Cuenca. Soprattutto la prima che ha chiese, palazzi e tessuto urbano in bellissimo barocco coloniale, molto ben conservato e valorizzato. Io amavo percorrere il centro vecchio di notte, da solo, con le stradine debolmente illuminate, scendendo da San Francisco verso Santo Domingo o arrivando alla fine della via chiamata Mama Cuchara. A quell’altezza (2.800 metri slm) la notte fa freddino; l’aria è pungente e le stelle sono prepotenti. Quasi nessuno in giro, qualche vecchio indigeno (mai usare la parola indio, è dispregiativa) o degli ubriachi da scansare perché molesti. Atmosfere molto suggestive.

Immancabile la visita ai due maggiori vulcani: Cotopaxi e Chimborazo imponenti e d’altezza per noi proibitiva. Si arriva in macchina fin oltre i 4.000 metri; la mancanza d’ossigena fa arrancare il motore. Ma sono paesaggi commoventi; ci ho pianto più volte. Vastissime steppe di altitudine dolcemente modellate o rotte in profondi valloni. Il regno del silenzio, della nebbia, ma anche del vivissimo sole di altitudine, sotto un cielo grande; aria finissima, visibilità di chilometri e chilometri. Pecore ed indigeni. Si è leggeri a quell’altezza e vien fatto di camminare rapidamente; vai subito in debito di ossigeno e resti a boccheggiare per minuti, credendo di morire. Progetti di sviluppo italiani ci portarono, decenni fa, dei pini nostrali; nella terra delle radici c’erano le spore dei pineroli che gli ecuatoriani (non ecuadoregni come dicono i giornalisti ignoranti) non conoscevano e non mangiano: se ne trovano distese infinite.

Dalla zona andina si scende, verso ovest nella foresta amazzonica. Brusco salto che in due  tre ore ti porta sui fiumi che sboccheranno nel Rio delle Amazzoni e nell’Atlantico. Quando la strada arriva sul passo andino, sempre molto dolce e mai roccioso come sulle Alpi, si è soliti fermarsi e pisciare proprio sulla linea del crinale facendo ondeggiare il getto. Parte della vostra pipì andrà nel Pacifico, parte nell’Atlantico. Sono le soddisfazioni della vita.

Il fiume Pastaza va dalle Ande verso il Rio delle Amazzoni. Libero, nella foresta, senza ponti, argini, costruzioni. Un mondo ancora sano. Foto di Ondřej Žváček via Wiki Commons.

In Amazzonia (o Oriente, come dicono gli ecuatoriani) si cercano dei giri organizzati per passeggiare nella foresta o navigare con le piroghe nei fiumi. Sono tours un po’ banali, ma organizzarsi da soli diventa complicato e ci vuole molto tempo. La foresta amazzonica non è un bosco dove si possa andare a fare due passi; non c’e’ quasi niente di veramente pericoloso, ma è probabile che senza conoscere i luoghi si rischia di non vedere niente di interessante e di finire quasi subito nel fango.

Il tempo trascorre lentamente in Ecuador ed in Amazzonia ancora di più; anche se è vicina a Quito non si fa niente in uno o due giorni. Meglio prevederne quattro. Del resto è uno dei contesti eccezionali del pianeta e merita il maggior tempo possibile che potete dedicargli. E’ qui che ho fatto il viaggio più bello della mia vita.

Dall’Amazzonia si risale sulle Ande e si riprecipita dalla parte opposta, verso est e la vasta pianura costiera. Come per la parte orientale anche in questo caso sarà meraviglioso vedere come la natura passa dalla steppa d’altitudine del passo andino alla foresta pluviale pedemontana passando attraverso tutto il ventaglio dei passaggi intermedi. In due ora si assiste ad una perfetta lezione di geografia e botanica. Andando verso il mare si passerà infine alla savana arida e cespugliosa della parte centrale del paese.

Un piatto tipico andino è il cuy al forno. Si tratta del porcellino d’India, quello grosso. Fa un pò pena, ma è molto buono ed almeno non va a finire negli esperimenti clinici tipo vivisezione. Foto di Jtesla16 via Wiki Commons.

Se non siete amanti delle piantagioni di banano, di palma da olio e dei campi di riso e di soia, la pianura costiera ecuadoriana non vi darà molta soddisfazione. Ma vi permetterà di arrivare al mare con città di divertimento (e prostituzione e coca a vilissimo prezzo), belle spiagge e parchi naturali. Normalmente si comincia da Atacames a nord e si prosegue, spiaggia spiaggia fino alla Penisola di Santa Elena a sud. Si comproverà quanto siano fredde le acque del Pacifico, il cui nome è del tutto errato. Ma si saranno mangiati i vari cebiches, il piatto regionale, fatto di pesce o molluschi o crostacei cotti solo nel limone ed accompagnati di un trito di cipolle ed erbette.  La mattina, a colazione, sul tardino, con la birra, è una esperienza che ricorderete. E ricorderete anche la successiva diarrea dovuta al fatto che vi hanno rifilato prodotti mezzo marci, perché tanto siete stranieri e non ritornerete a protestare. Perché la parola “etica” in quel paese ha pochissimo corso, insieme a “rispetto” e “sincerità”.

La città principale del paese, Guayaquil, non presenta aspetti interessanti per il viaggiatore che non ami le grandi metropoli confuse e pericolosissime del Sud America.

Ci sarebbe, infine, l’unica meta turistica ecuatoriana conosciuta a livello mondiale: le incredibili Galapagos. ma questo è un altro viaggio.

Cominciate a fissare il volo per Quito. Ringrazierete il Viaggiatore Critico che ve lo ha consigliato.

Il viaggio più bello

Un viaggio di molti anni fa è stato il più pieno ed interessante che abbia mai fatto. Nessuno, successivo, è riuscito ad avvicinarglisi. Un lungo percorso in Amazzonia.

La meta l’avevo scelta buttando a caso un dito sulla carta geografica, lo facevo spesso a quei tempi. Lavoravo in Ecuador. Per le vacanze di Natale, mi feci accompagnare da un collega fino a Canelos, nella parte amazzonica del paese. La strada si fermava lì, oltre solo foresta amazzonica fino a Belem, in Brasile, sull’Atlantico.

Parlai con dei maggiorenti del villaggio, bevvi la temuta chicha con loro, spiegai le ragioni del mio viaggio; dissi, un pò barando, che ero interessato ai frutti silvestri commestibili e chiesi delle guide per cominciare a discendere il fiume. Chiamarono due uomini, montammo sulla canoa e partimmo, io e loro, sul fiume; verso Curaray.

Cominciarono così 5 o 6 giorni di totale allucinazione. Mi trovavo in un ambiente assolutamente estraneo, inimmaginato ed inimmaginabile. Ero in un mondo non mio: tutto mi era differente, sconosciuto, nuovo, difficilissimo da prendere in mano. Non molto diverso da come deve essere trovarsi sulla Luna. Spaesatissimo. Ma di potenza eccezionale.

La prima parte fu lungo il fiume Bobonaza; poi fu necessario camminare per una infinita giornata, scavalcando un cresta di colline, per arrivare al fiume Villano. Discenderne gli infiniti meandri fino alla sua confluenza con il fiume Curaray giungendo, dopo poco, all’omonimo villaggio.  Io andavo leggerissimo, solo uno zainetto con un sacco a pelo e un cambio di vestiti, un telo di plastica per la pioggia. Stivali di gomma nei quali i piedi mi bollivano, nemmeno un coltellino svizzero, solo una borraccia.

Gli episodi si accavallano nella memoria, ancora vividi dopo tanti anni, uno più straordinario dell’altro. Il primo giorno, verso mezzogiorno le due guide accostano la canoa, a remi, su una spiaggetta del fiume, vicino ad una grande roccia immersa nell’acqua. Dal loro zaino tirarono fuori della polvere da sparo, fecero una specie di petardo e lo lanciarono nell’acqua profonda, sotto la roccia, con la miccia cortissima accesa. Un secondo dopo lo scoppio del petardo, uno dei due si tuffo riemergendo con un bel pesce, tramortito, forse ucciso, dallo scoppio. Misero una pentola su un fuoco e il pesce fu bollito, insieme a della manioca trovata sul posto, in un vecchio campo abbandonato da tempo. Con una foglia di banano, il più giovane avvolse le uova del pesce e, con del vimini, chiuse un specie di pacchettino che mise a bollire con il resto del pesce e la manioca.  Il pacchettino mi fu poi offerto come segno di speciale rispetto; aperto, le uova dentro erano una delizia.  Poi ripartimmo, la sosta avrà preso meno di un’ora. Mi pareva il paese della cuccagna dove per avere il cibo bastava allungare una mano.

Per la notte arrivammo in un villaggetto dove c’era un distaccamento militare ecuadoriano con alcuni militari. Mi accolsero volentieri, rappresentavo per loro un po’ di distrazione in una vita di infinita monotonia; il sergente in capo passava il tempo a riparare le radioline degli indigeni del villaggio accanto. I militari mi offrirono la cena; uno di loro aveva invitato anche un ragazzetto, lo trattava bene, lo faceva mangiare abbondantemente; io ero commosso da tanta gentilezza dei militari sudamericani nei confronti del popolo. Poi andammo a letto, in una baracca di legno, divisa in varie stanzette. Me ne dettero una con un giaciglio su cui mi accomodai bene, con il mio sacco a pelo. Nella stanzetta accanto entrarono il militare buono ed il bambino ben nutrito. Attraverso la sottile parete di assi ascoltai come il militare inculava il bambino piangente. Non intervenni.

Il sergente si adoperò per trovarmi due nuove guide per andare verso il fiume Villano. In quella zona vivono i cosiddetti Quichua dell’Oriente, parenti stretti degli indios delle Ande, con una lingua molto simile ed una buona familiarità con gli stranieri. Più verso il confine con il Perù c’erano e ci sono altre tribù molto più restie ad avere contatti, per primi i famosi Huaorani, che pochi anni prima avevano ucciso dei missionari americani. Durante il viaggio vidi una donna Huaorani, come mi dissero. Era nella miserrima bottega di un villaggio, al lume di una lampada tenuta accesa da un gruppo elettrogeno, per quella notte di festa. Erano tutti ubriachi sfiniti e ballavano. La donna aveva con sè una scimmietta che teneva sulla testa, aggrappata ai capelli; la scimmia era un maschio e si dimenava strofinando incessantemente il suo pisellino sui capelli della donna. Ogni tanto qualcuno alzava la scimmia e mostrava a tutti, fra grandi risate da ubriachi, il pisellino ritto. Abiezioni da ubriachi nel paradiso terrestre.

Una giornata intera di cammino, sempre nella foresta. Meraviglia infinita, ma stanchezza insopportabile. I piedi doloranti negli stivali, continue salite e discese nel fango, un sentierino minimo, alberi immensi a cui girare intorno o da scavalcare, quando caduti. Le due guide impazienti che volevano arrivare al fiume prima di notte e che non capivano la stanchezza di un povere bianco che arrivava anche a buttarsi a terra, morto di fatica. A volte, d’improvviso si fermavano, prendevano in mano una certa liana (per me del tutto identica alle mille altre intorno) e dandogli un taglio netto con il machete se la portavano alla bocca: sgorgava abbondante una buonissima acqua. Io continuavo con la mia recita dell’esploratore botanico e andavo raccogliendo semi, qua e là, e con questa scusa mi riposavo un attimo. Ma trovai anche un tipo di cacao commestibile da fresco che non riuscii a prendere perché troppo in alto e che poteva essere la pianta che mi avrebbe fatto diventare famoso.

Luoghi assolutamente spopolati. Qualche villaggio indigeno lungo i fiumi, a molte ore di canoa a remi l’uno dall’altro. Nei più importanti una pista di atterraggio, in erba, costruite e mantenute dai missionari, soprattutto protestanti. Certamente avamposti delle compagnie petrolifere americane: l’Amazzonia è ricchissima di petrolio. Alcuni di loro, anni prima avevano fondato quella che fu poi conosciuta come Instituto Linguistico de Verano i cui medici si dedicavano a sterilizzare, con vari pretesti e senza informarle, le donne indigene. Il fine era quello di eliminare gli indios e poter aver più facile accesso alle ricchezze forestali, agricole e minerarie della zona.

Solo foresta: alberi straordinari, cattredrali vegetali, l’infinita gamma di verdi. In quella zona l’Amazzonia non è ancora la piatta pianura che si troverà più a valle. Ci sono le ultime montagne e colline della Cordillera delle Ande: le vette vulcaniche e innevate hanno i loro piedi immersi nella foresta amazzonica. I fiumi erodono le colline e certe anse stanno sotto erte pareti di roccia e terra su cui si mantengono alberi giganteschi; sembrano imprendibili bastioni vegetali sotto i quali scivolava lenta la nostra canoina, sempre e solo a remi.

All’inizio della sua discesa il fiume Villano era ancora di portata modesta e molti banchi di sabbia e ciottoli affioravano, nelle anse. A volte bisognava scendere dalla canoa per superare dei tratti di acqua troppo bassa. In altri punti si formavano delle pozze profonde con dei gorghi. Mi avevano spiegato che se vi si cade dentro non bisogna cercare di nuotare verso l’alto, la superficie. Bisogna invece stare tranquilli e lasciarsi portare dal gorgo fino a toccare con i piedi il fondo e, a quel momento, darsi una forte spinta per uscire dal vortice. Ero assai preoccupato. Soffrivo molto per il sole che batteva sugli stivali di gomma e non me li potevo togliere perché c’e’ra da scendere psesso a spingere la canoa.

Agli indigeni si stavano aggiungendo, in quegli anni, delle famiglie di coloni ecuatoriani: poverissimi, si inoltravano nella foresta per trovare un pò di terra libera. Disboscavano qualche parcella di quella enorme foresta e ci coltivavano qualcosa per la sopravvivenza della famiglia. Ma i prodotti agricoli sono troppo pesanti perché potessero portarli al mercato, a giorni di cammino o di piroga. Allevavano allora qualche mucca per portare, un paio di volta all’anno, dei vitelli alla città del Puyo, giusto per avere qualche soldo per i vestiti, le medicine, le pile della radiolina che li fornisse di un po’ di musica. Non avevano i mezzi e la forza per recintare i pascoli e quindi le mucche erano legate con una corda ad un picchetto infisso in terra. Quando avevano mangiato tutta l’erba a cui potevano arrivare, un ragazzo spostava il picchetto e ciò più volte al giorno. Il cammino verso la città era estremamente penoso, a tratti molto erto, fangoso, scivoloso, durava giorni e giorni. Poteva succedere che i vitelli scivolassero in un burrone, finissero nel fiume, affogassero, si danneggiassero le zampe: e tutta la speranza del guadagno svaniva. Vita di una durezza incredibile. Le differenze fra  i coloni e gli indigeni erano abissali. I primi soffrivano, le baracche erano fatte malamante, povertà e sporcizia ovunque, bambini in cattivo stato. Presso gli indigeni tutto pareva più curato, meno disperato, in migliore stato: segni di una vita più tranquilla. Semplicemente, gli indigeni stavano nel loro ambiente e i coloni non erano che degli immigrati recenti, disperati.

Le guide che mi accompagnavano lungo il Villano erano giovani e credo che fossero cugini. Sapevano un pò di spagnolo, ma fra di loro parlavano in quichua; e lo facevano incessantemente, non stavano un attimo zitti. Intuivo che parlavano degli alberi, degli animali, degli uccelli, del fiume. Degli infiniti elementi di quel mondo che ci circondava; dove per me era solo meraviglia, loro ci trovavano mille aspetti di cui discutere, con passione, apparentemente. Si indicavano cose, continuamente, uno seduto a prua, l’altro a poppa; io nel mezzo. Remavano lentamente, lasciando fare molto alla corrente. Mille versi di uccelli si mescolavano allo sciaquettio delle pagaie; le zone di pieno sole erano inframmezzate da tratti in ombra, sotto gli enormi alberi. Il riflesso dell’acqua e il suo mormorio sulle pietre, nelle anse in cui il fiume si allargava e si faceva meno profondo. Loro chiacchieravano, io a volte mi appisolavo, seduto sul fondo della canoa. In tutta la discesa credo che incrociammo una sola altra canoa, che risaliva la corrente.

Ero affascinato dalla tranquilla disinvoltura con la quale tutte le mie guide si muovevano in quell’ambiente: veloci, precisi, sicuri, certi di quello che andava fatto. Dei pesci nel mare, mentre io ero perennemente impacciato, preoccupato, timoroso. Sconvolto, in una parola; loro, invece, coinvolti in quel loro mondo. Giovani beati in mezzo alla loro natura.

L’animale in questione era proprio così, anche nell’atteggiamento e nella attenzione con cui ci guardava. (Foto di By USFWS – U.S. Fish and Wildlife Service Digital Library System, Public Domain, via WikiCommons)

Avevano un vecchio fucile, arrugginito.  A una svolta del fiume, si zittiscono: su una spiaggetta c’e’ un bellissimo esemplare di giaguaro o di puma, qualcosa del genere, loro lo indicavano come el tigre. Grosso, decisamente da far paura. Nel silenzio quello davanti mi da la pagaia, mi fa segno di remare lentamente, prende il fucile e la mira. Quello dietro sussurra indicazioni. La canoa si avvicina all’animale che ci guarda con molta intensità. Io sono combattutissimo: vorrei salvare l’animale, mi basterebbe battere la pagaia con forza e fare rumore; ma non vorrei che i due, dopo, mi scannino al posto del felino. Ma temo anche che l’animale salti sulla canoa; mi pare improbabile, ma penso che potrebbe essere una madre che ha dei cuccioli proprio lì dietro e che li vuole proteggere. Cerco di pensare a cosa fare, ma che ne sapevo, di tutta quella faccenda? Nell’incertezza non faccio niente. Il cacciatore spara, il fucile fa cilecca, il rumore del cane che si abbatte sulla cartuccia è sufficiente a far scappare l’animale. Io sono contento, i due ridono e si prendono per il culo da soli, io mi aggiungo alle battute. La tensione si scioglie in risate.

Per l’ultimo dell’anno ci fermammo su una spiaggia, nel pomeriggio, abbastanza presto. Mi lasciarono lì e ripartirono per andare a caccia, per la cena. Io dissi che avrei fatto il bagno e scherzando chiesi se per caso non ci fossero i piranha in quel punto. Voleva essere una battuta, ma il più vecchio rispose che potevo stare tranquillo perché i piranha restavano al centro del fiume e non venivano verso riva. Non credo che arrivai a bagnarmi le ginocchia.

Ad un certo punto mi allontanai di qualche passo verso valle, scavai una buchetta nella sabbia e mi accoccolai per fare il bisognone. Mi resi conto che ero perfettamente solo, sulla spiaggia di un remoto fiume amazzonico, circondato dalla foresta più vigorosa del pianeta, sul far della sera e che stavo cacando. Una vertigine.

Che dette presto luogo alla preoccupazione perché i due non tornavano. Che avrei fatto se mi avevano abbandonato? La possibilità che una canoa passasse di lì nei giorni seguenti era remota. Ma poi arrivarono, quasi a buio, tristi. Avevano preso solo una modestissima scimmietta delle dimensioni di un gattino. L’arrostirono e me la dettero quasi tutta a me. Per bere avevano portato un fagotto di fibre di manioca masticata e fermentata (la famosa chicha, già citata, sempre quella); gettandone una manciatina in una mezza zucca (che ci serviva da bicchiere) di acqua del fiume e mescolando con la mano, si toglieva all’acqua il sapore di fango e il poco di alcol presente nella manioca fermentata, la purificava.   Dopo l’inesistente cena, io mi distesi dentro il sacco a pelo, su un margine del telo di plastica, pronto a coprirmi con l’altro margine se avesse piovuto (lo faceva tutti i giorni, dall’umidità pareva di stare in un acquario, ma le temperature mai torride). Loro erano meglio organizzati e dormivano sotto una specie di zanzariera. Ci diamo la buonanotte e noto che uno di loro si sistema il fucile a portata di mano. Immagino che abbiano deciso di spararmi durante la notte e chiedo spiegazioni: “In caso venga el tigre“.  Fu una notte lunga ed insonne.

E finalmente arrivammo al villaggio di Curaray, qualche decina di persone, tutti indigeni salvo due famiglie di coloni. La mia situazione mi apparve subito assai difficile. Ero stanco ed indebolito. Gia alla partenza stavo poco bene, inseguito dalle diarree tropicali; poi durante il viaggio, fra disagi, poco mangiare e stanchezza mi ero ridotto in pietoso stato. Non potevo, dunque, rifare il cammino inverso, molto più lento, perché controcorrente. Pagai le guide chiaccherine e decisi di prendere uno degli aeroplanini che arrivavano al villaggio portando persone e merci, che altra via non c’era, se non quella che avevo fatto io.

Questi indios mi parvero subito poco accoglienti, non so perché; certo mi avevano accumunato a quelli che andavano a rubare risorse: terra, petrolio, legname.  Mi rivolsi ad uno dei due coloni chiedendo se potevo dormire nella sua casa, grande e su palafitte. Un po’ scontroso, anche lui, mi disse di mettermi sulla veranda. Così feci, almeno stavo sotto un tetto. Tutti a letto appena arrivato buio (ovviamente nessuna elettricità), accesi una candela aspettando di prender sonno. Mi accorsi con terrore che da ogni fessura dello sgangherato pavimento di assi stava uscendo uno scarafaggio, di quelli tropicali, grande, solo il corpo, come un dattero. Erano un milione, mi avevano circondato, e vedevo vibrare due milioni di antenne, tenute a bada solo dalla luce della candela che si stava rapidamente consumando. Ho il terrore degli scarafaggi, deve essere una faccenda patologica. Passai dei minuti disperati. Mi misi a sedere su uno sgabello appoggiandomi alla balaustra della veranda e mi accorsi che gli scarafaggi stavano camminando sui pali orizzontali della balaustra. Ero disperato, preso dall’angoscia. Con l’ultima mezza candela uscii dalla tettoia e mi misi all’aperto sul fondo di una canoa arrovesciata. Ma cominciò a piovigginare e faceva freddo. Il cielo mi salvò: mi venne in mente di andare a dormire in chiesa, su un banco. Lì non c’era niente da mangiare, e quindi gli scarafaggi non la frequentavano e lì passai le restanti notti. Tanto il prete non c’era.

Ma c’era una specie di incaricato che possedeva una potente radio ricetrasmittente grazie alla quale parlava con la missione al Puyo e che poteva avere delle informazioni sull’arrivo dell’aereo. Ma o non le sapeva o non me le voleva dire, odioso.  Il problema maggiore era il cibo. Nessuno mi voleva dare da mangiare, nemmeno pagando. Era una muraglia; chi con una scusa, chi con un’altra nessuno mi voleva dare niente. E’ la tipica forma di resistenza passiva che gli indios hanno sempre adottato contro i bianchi invasori, fin dai tempi di Colombo. Bella spiegazione, ma io avevo sempre più fame. Solo una vecchietta mi dava una manciatina di noccioline, la mattina.

Io cominciavo a non poterne più e a voler tornare a casa. Del resto la meraviglia della foresta e dei fiumi era finita e l’atmosfera del villaggio mi era assai pesante. Unica distrazione, un dottore mandato là dai missionari che mi fece provare la Ayahuasca come ho già raccontato. Ma non mi dava da mangiare nemmeno lui; diceva che il cio che si era portato dietro stava finendo, anche lui era in attesa spasmodica dell’aereo. Cominciava a vaneggiare: mi parlava della sua speranza che sorgesse un vulcano davanti a casa sua, giusto per veder succedere qalcosa nella monotonia dei suoi giorni al Curaray.  Io, già  non mangiavo niente, poi ebbi anche a vomitare tutta una notte per via della Ayahuasca.

La faccenda era complicata dal fatto che la pista era sulla riva opposta del fiume, rispetto al villaggio. Quindi o restavo al villaggio a cercare di mendicare un pò di cibo o andavo sulla pista ad aspettare un aereo che non si sapeva se dovesse arrivare o no. Era certo che uno sarebbe arrivato il 6 gennaio per riportare il maestro della scuolina e portar via il dottore, ma un’altro aereo poteva venire prima, vai a sapere.

Ogni mattina uscivo dalla chiesa dove dormivo, passavo dalla vecchietta per avere la mia manciatina di noccioline e andavo sulla riva del fiume dove chiedevo a qualcuno di portarmi dall’altra parte. Passavo tutta la giornata sotto la tettoia di una baracca e la sera tornavo indietro. Per quattro giorni: un incubo. L’aspetto positivo fu che nella mia stessa condizione c’era un ragazzo che, dopo aver passato le vacanze di natale a casa, tornava al Puyo, al Liceo. Entrambi tutta la giornata ad aspettare. Ma lui aveva due grosse ceste di vimini piene di carne di cacciagione affumicata che portava con se in città, certamente per venderla e pagarsi le sue spese. La notte lasciava le ceste dentro la baracca, accanto alla pista. A fine pomeriggio, quando era evidente che l’aereo non sarebbe più arrivato il ragazzo tornava a casa. Io mi trattenevo ancora un poco e rubavo qualche pezzo di carne, fra l’affumicato, il bruciacchiato, il crudo ed il marcio che sgranocchiavo sul posto, a morsi. Il fatto è che la cesta era coperta e chiusa da delle foglie di banano legate al bordo. Per togliere la carne, dovevo spostare le foglie e pescare con due dita i pezzi di carne. Dopo un pò di operazioni così, il ragazzo si accorse delle foglie manomesse, portò una catena ed un lucchetto e chiuse la porta della baracca con la mia unica fonte di cibo dentro.

Finalmente, il 6 gennaio, come previsto, l’aereo arrivò. Era di sei posti; se non me ne avessero dato uno, ero pronto ad uccidere. Quando l’aereo cominciò a rullare mi si riempirono gli occhi di lacrime.

Dopo un viaggio così, tutti gli altri sono noia.

Una bellissima esperienza in Brasile

La preparazione della ayahuasca. Foto di Awkipuma, via WikiCommons

Ebbene, sì! Una delle peggiori esperienze fisiche che ci succedono, il vomito, può invece entrare a far parte di una bellissima esperienza e si può trasformare in vicenda desiderata, invece che detestata.

Tutto ciò succede soprattutto in Brasile, ma anche nel resto dei paesi amazzonici. La cosa è interessantissima e può meritare un viaggio, nonostante tutto quello di terribile che ho detto sul Brasile ed il Sudamerica qui, qui e qui.

La faccenda si basa sulla ayahuasca. Si tratta di una liana amazzonica il cui decotto insieme ad alcune altre erbe, provoca delle vivissime allucinazioni visive. Il bello è che non da assuefazione, disturbi della personalità od effetti collaterali. Salvo, appunto il vomito e, a volte, un pò di diarrea. Ma questo vomito è gradevole, è una liberazione del corpo e lo si fa volentieri; non è accompagnato da quei tremendi conati che accompagnano le indigestioni o le ubriacature selvagge.

E’ la sostanza su cui si basano tutte le culture sciamaniche del bacino amazzonico (lo stesso da cui viene la chicha de yuca). La sua importanza culturale è assolutamente fondamentale per tutti quei popoli, pesticciati dalla colonizzazione spagnola e portoghese.  Quindi il suo consumo era rigidamente normato e perfettamente conosciuto. Durante le cerimonie lo sciamano l’assumeva ed aveva delle visioni sulla base delle quali curava e guidava il suo gruppo.

Gli ingredienti del beverone. La ayahuasca è quella in alto. Si tratta di una grossa liana legnosa che si riconosce per essere attorcigliata su se stessa. Le foglie apportano il DMT, mentre la liana apporta gli inibitori dei distruttori del DMT prolungando il suo effetto.  Foto di Awkipuma via wikicommons.

In effetti le visioni sono potentissime: avvengono sia ad occhi chiusi che aperti. Il soggeto che l’assume è sempre presente a se stesso e può muoversi e parlare tranquillamente . Ma difficilmente lo farà perchè è assolutamente assorto dalla meraviglia di ciò che vede e dalla vividezza dei colori. Si è trasportati in un mondo fantastico, gradevole, meraviglioso. Non si ha paura, non ci sono nemici od angosce. Il mondo percepito è bello e amichevole. Ricordo di essere stato sovrastato da un enorme gorilla che mi stava proteggendo o di aver assistito ad una cerimonia religiosa in una pagoda giapponese in cui l’officiante era una ieratica amantide religiosa rivestita da un chimono. Bellissime visioni.

L’effetto dura una mezz’oretta, poi si vomita e si torna lucidi; ma una nuova ondata di visioni, sebben attenuate, ritorna fino ad un nuovo vomito. Così per due o tre volte. Se ne esce freschi e contenti come fringuelli.

Durante il ‘900 sorsero dei movimenti, in Brasile, che fondarono sulla ayahuasca dei movimenti religiosi sincretisti dove si mescolavano cattolicesimo, riti degli schiavi africani e pratiche sciamaniche. L’esponente fu un certo Mestre Irineu  il cui messaggio era comunque molto positivo, di pace, fratellanza, rispetto e sensibilità ecologica. L’assunzione del beverone trova, infatti, il suo miglior ambiente nel pieno della meravigliosa foresta amazzonica che diventa, alla volta, fornitrice e quadro delle visioni. E’ una sorta di abbraccio fra umanità e foresta.

Da un punto biochimico la faccenda è assai complicata: l’agente allucinogeno è il DMT che ha molto a che vedere con la serotonina e la psilocibina ed è anche normalmente prodotto dal corpo umano, durante la fase REM. Il DMT è in realtà assunto dalle altre erbe che compongono il beverone. La ayahuasca fornisce un altro composto che protegge il DMT, ne rallenta la metabolizzazione e quindi permette le visioni. A ben vedere si tratta, quindi, solo di sogni da svegli. E difatti la ayahuasca è più o meno permessa in quasi tutti i paesi. Si ritiene che il DMT prodotto naturalmente dal corpo sia alla base delle esperienze mistiche che si ritroano in tutte le religioni. Una sorta di ormone della spiritualità. Quindi i mistici sarebbero degli individui a forte produzione di DMT.

E bravo Mestre Irineu, da figlio di schiavi a Papa di una religione! Foto di Santo Daime via WikiCommons

Il centro di Irineu furono gli stati estremi del Brasile verso la Bolivia: Arce, Rondonia. Il punto di ingresso alle varie comunità è la città di Rio Branco. Creò dei centri religiosi; i suoi continuatori, sia pure fra divisioni e polemche sono ancora là, ma anche nelle grandi città. Evidentemente i movimenti prima psichedelici e poi new age della fine del’900 si gettarono sulla faccenda (anche da un punto di vista scientifico) ed i centri del Santo Daime (così chiamano la sostanza in Brasile) ebbero grande rilevanza. Esistono ancora ed è possibile passarci giorni e giorni di bevute, visioni, riflessioni mistiche (e vomito). Ma sono accetti anche quelli che vanno per semplice curiosità verso le sostanze.

Naturalmente la cosa è stata portata anche in Europa e in Italia. Vi sono dei centri a Milano e a Roma, sia pure sommersi dalle polemiche sulla natura del loro operato. La ayahuasca sarebbe soprattutto una faccenda mistica; gli organizzatori europei sembrano invece, sotto una vernice new age, particolamrente interessati all’aspetto meramente economico dell’iniziativa. D’altra parte gli sciamani amazzonici rivendicano le loro royalties tanto culturali quanto, a loro volta, economiche.

Il meglio è quindi volare nella Amazzonia brasiliana e continuare a volare con la sorpendente ayahuasca.

PS.

Per il viaggiatore interessato alla ayahuasca di Mestre Inrineu la situazione è un pò complessa. Infatti, dopo la sua morte, la chiesa si divise in due branche. La prima, da ritenersi quella autentica, ha come figura centrale la vedova di Irineu (una diciassettene che lui sposò quando aveva più di 60 anni, alla faccia del misticismo) ed è estremamente riservata e lontana dai mezzi di comunicazione. Su Internet si trova poco cercando Madrinha Peregrina (il nome della mogliettina) o CICLU (la sigla della Chiesa, quella scissionista si chiama CEFLURIS ). Pur apparendo poco, il numero dei loro seguaci e la potenza di questa chiesa è enorme. Per non contaminarsi con il mondo non hanno centri al di fuori di Rio Branco. La seconda linea (o linhagem, come dicono loro) è una sorta di chiesa scissionista, molto più aperta al mondo, ai social, all’economia, ai soldi, in poco parole. I centri del Santo Daime sparsi per il Brasile ed il mondo appartengono a questa setta.  Il percorso normale degli adepti è avvicinarsi alla ayahuasca per la via della setta scissionista e quando arrivano a Rio Branco, per il vero contatto con la Chiesa, cercano la linea di Peregrina, quella più autentica.

In ogni caso la faccenda sembra molto amichevole: niente fondamentalismi, molta libertà, ognuno fa un pò quel che vuole. Magari non fatevi riconoscere come i soliti tossici che non gliene frega niente, se non di avere le allucinazioni.

Se mi fate un fischio nei commenti vi do un pò di contatti personali.

Una strana bevanda amazzonica

Le ciotole per la chicha sono spesso bellissime.

La chicha di yuca è una bevanda ed è l’incubo dei viaggiatori che entrano profondamente nell’Amazzonia ecuadoriana. Quando si è saputo come viene preparata è difficile mandarla giù. Viene offerta ai viandanti che giungono nei villaggi della foresta e rifiutarla è un grave affronto, un segno di disprezzo nei confronti di chi la offre. Le conseguenze possono essere assai pesanti. E’ una delle strane cose che si trovano in Amazzonia, come la Ayahuasca

Del resto il viaggiatore è stanco e assetato dopo aver marciato a lungo nella foresta o aver remato sui fiumi. Arrivare in un villaggio, sedersi all’ombra di una tettoia di paglia, presentarsi e conversare con chi accoglie è un gran ristoro. La conversazione avviene con gli uomini; si chiede al viaggiatore da dove viene, dove va e, soprattutto cosa va cercando, con quella diffidenza tipica di chi è stato pesticciato dagli straneiri da circa 500 anni. Dopo poco che vi siete seduti arriva una donna anziana che distribuisce a ciascuno una ciotola di ceramica (ve ne sono di molto belle, decorate, finissime) o ricavata da una zucca. Passa poi con un grosso recipiente di ceramica e versa nelle ciotole un liquido giallastro in cui navigano numerose fibre.  Gli astanti bevono soddisfatti rimovuendo dal labbro superiore le fibre che vi restano incollate. Quando la ciotola è vuota la vecchia la riempie di nuovo. Se, troppo presi dalla conservazione, si resta con la ciotola mezza piena, le fibre tendono ad andare a fondo e ciò non è gradevole. Quindi la vecchia accorre, infila le dita nella ciotola e gira il liquido riportando le fibre a galleggiare.

Ma questo smucinio di mano sporca non è niente rispetto alla preparazione della bevanda. La yuca (o manioca) è una grossa e carnosa radice largamente utilizzata in tutto il mondo tropicale. In Amazzonia, soprattutto ecuadoriana e colombiana, si usa anche per fare questa bevanda. Le radici vengono sbucciate e bollite, diventando abbastanza morbide. Le donne anziane del villaggio, ormai inadatte al lavoro nei campi o alla pesca nel fiume, le masticano pazientemente con quei pochi denti rimasti loro e le sputano in un grosso orcio. Si aggiunge dell’acqua e si mette vicino al fuoco. La poltiglia, arricchita dalla nutrita flora microbica del cavo orale, apportata dalle signore, si riscalda leggermente e fermenta come qualsiasi liquido ricco di carboidrati. Dopo qualche gorno la chicha (pronuncia ciccia) è pronta e può essere consumata. E’ leggermente alcolica, deve arrivare ai 6 – 8 gradi, ad occhio, un pò frizzante e di gusto gradevole, molto dissetante. Se si aspetta ancora del tempo si ha il vinillo, più alcolico ma che diventa spesso acido.

Il fatto che le signore siano probabilmente tubercolotiche (le condizioni di vita nella foresta sono molto dure) attraversa la mente del bevitore guastando un pò il piacere della bevuta. Del resto non serve a niente affrettarsi a svuotare la ciotola per assolvere i doveri sociali e togliersi il pensiero. Una seconda ciotola sarà immediatamente servita e poi una terza, visto che la prima e la seconda è stata così gradita.

Alla salute!!

Brasile, vale la pena?

IMG_20160108_124413Alla fine del terzo, lungo viaggio, un’idea sul Brasile comincio a farmela. Partito con l’idea che i Brasiliani fossero antipatici ed arroganti ed il Brasile un bel paese; ritorno con la convinzione esattamente contraria: che i Brasiliani sono deliziosi e il Brasile un gigante inutile.

Sono rimasto incantato dai Brasiliani: calmi, gentili, carini, rispettosi, tranquilli, riservati e disponibili. Un amore di gente. Come dicevo per le donne, sembrano sempre a loro agio e moderatamente soddisfatti di se. Non sono arroganti, pretenziosi, non se la tirano, non sono aggressivi. Se ti urtano, si scusano, se li urti ti sorridono. E’ un piacere averci a che fare. Anche coloro che mi hanno rapinato, lo hanno fatto con una certa affabilità. Mai un ubriaco, un mendicante aggressivo, una rissa in strada.

Ed è forse questa grande tolleranza ed accettazione di sè e degli altri che ha provocato l’emersione di numeri sconosciuti altrove di omossessuali patenti. Gli abitanti di San Paolo sono invece un pò più freddini; ma lo si capisce, viste le dimensioni e la complessità di quella città.

Certo, resta il fatto che il buon gusto, in Brasile, è praticamente sconosciuto, in tutti i campi: abbigliamento, comportamenti, arredamenti, cucina. Ed ancor peggio, manca completamente il saper vivere. Rari i luoghi accoglienti, impossibile trovare un pò di stile, un pò di professionalità nel ricevere le persone. Gentili ed affabili, sì, come in famiglia; ma mai con quel minimo di ricercatezza che è poi il sale dell’accoglienza turistica. Insomma, è come andare sempre in giro in ciabatte: comodo, ma a volte si ha voglia di un mocassino non scalcagnato. Informali al massimo, anche quando un minimo di forma diventa l’antidoto alla sbracatezza, che qui impera sovrana. Come passeggiare a torso nudo nella via principale di San Paolo.

E’ tutto un pò dozzinale, a partire dal cibo. Sembra che in tutti i campi si cerchi la quantità, l’omogenietà, l’omologazione. Sembra che i brasiliani trovino la loro sicurezza e tranquillità nella massa, nella folla; rifuggono l’individualità, la differenziazione, l’originalità. E non sto certo parlando di un vieto snobismo borghese. Sto parlando della difesa delle proprie specificità personali, della individualità di ciascuno. Del proprio essere.

Esattamente come fanno sulle loro spiagge.

Certo, le condizioni di nascita di questo paese sono straordinariamente difficili: diversissime origine degli immigrati; il razzismo nei confronti dei neri africani e degli indigeni; livelli di violenza difficilmente immaginabili; le difficoltà di prendere in mano un territorio enorme e dalla natura ostile; tutto ciò deve aver creato questo amalgama culturale ancora informe e che non ha avuto il tempo ed il modo di distillare abitudini condivise di buona qualità della vita. Ma questo è un problema di tutta l’America. Basti guardare al più “facile” Cile.

E, purtroppo, non son riuscito a trovare, con la generalità dei Brasiliani con cui ho parlato, dei grandi argomenti di conversazione. Gradevoli, ma un pò piatti, ecco. Del resto, son dei grandi lettori della Bibbia e nelle librerie c’e’ da mettersi a piangere sulla scarsa consistenza numerica di opere di sociologia o storia brasiliane. Insomma, persone gentili ma che non brillano per profondità di discorsi, originalità di argomenti, arguzia di discussione. In altre parole, dopo un pò ti annoi a morte.

Il paese è invece un pò una delusione. Rio de Janeiro credo sia la città più bella del mondo, Salvador è interessante anche se molto incasinata a tutti i livelli. Per il resto non c’e’ molto. Probabilmente molta natura nei parchi naturali tipo il Pantanal, ma di difficile accesso e molto cari. Resta la meraviglia dell’Amazzonia e della sua porta Belem; ma è un mondo difficile da percorrere. Poi ci sono le grandi spiaggione, ma senza un intorno accogliente.

Ecco, è proprio questo ciò che cercavo e non ho trovato. Un luogo accogliente, non pericoloso, bello per natura ed interessante per umanità, dove poter posare le stanche ossa per un momento. Soprattutto accogliente. Ci devono essere, sicuramente, ma io non l’ho trovato. Mi ci sono avvicinato a Joao Pessoa; ma abbassando di molto le mie aspettative. C’e’ ovunque un gran movimento, delle grandi distanze, un turbinio di persone un pò spaesate. Non trovi una nicchia tranquilla, una località densa di senso. E’ tutto un pò all’improvvisata, di sconosciuto passato, di precario presente, di incerto avvenire.

Ed in effetti la sicurezza personale è una gran croce. Ci sono villaggi piccoli e sicurissimi come il Vecchio Goias, ma ci sono anche luoghi dove ti dicono di non attraversare una piazza, ma di farne il giro perchè nel mezzo, fra le aiole, ti rapinano. Stai attento, ti premunisci, ti informi e segui i consigli, ma alla lunga non ne puoi più e te ne vai. Può anche essere che il problema dela sicurezza non sia, nella realtà, così grave come viene dipinto. E’ possibile che le destre politiche, nel loro gioco della paura, speculino sul tema della sicurezza e lo ingigantiscano. Ma comunque, il turista, tranquillo non vive.

Può essere molto interessante la vita notturna, nelle grandi città. Locali assai intensi; ma arrivare al locale e poi uscirne per andare in un altro o a letto solleva la solita questione della sicurezza. Uno finisce per non vivere.

I prezzi sono inferiori all’Italia, impresa non molto difficile; ma non di tantissimo. I trasporti sono facili e comodi. Tutto funziona abbastanza bene, con un po’ di approssimazione e scarsa professionalita’, ma questa e’ compensata dal buon carattere delle persone con cui hai a fare. Dall’Italia non poco turismo sessuale, a Rio, Salvador, Fortaleza.

Conclusione? Non so, davvero, bisogna che ci ritorni per sutdiare ulteriormente. Ma non è che ne abbia molta voglia.

Brasile, foto.

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Brasilia, grandi spazi, architettura datata, ma suggestiva.
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Praia do Coqueirinho, Joao Pessoa, una fra le spiagge più belle del viaggio. Facilmente accessibile, non troppo frequentata, non deserta e pericolosa. Come la seguente, bellissima, ma veramente troppo isolata ed assolata. Ci ho rischiato un’insolazione.

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Brasilia
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Brasilia, la Cattedrale
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Navigazione notturna sul Rio delle Amazzoni. Fascino inesauribile.
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Belem. Antico Club del remo ora è un enorme locale per pranzi diurni, birre pomeridiane, osservazioni del tramonto dalla terrazza che da sul fiume, scatenamento totale notturno.
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Da Belem verso l’Amazzonia. Città modernissima a cui succede la più grnade foresta del mondo, in pochi chilometri.
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Infinite le sette e fantasiosi i nomi. Le sette evangeliche hanno avuto un ruolo importante nell’ascesa al potere dei fascisti di Bolsonaro.
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Alcantara, e’ dolce morire cn i colori pastello. Sono le pompe funebri.
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Alcantara, resti portoghesi al tropico: antichi fasti, decadenza, calore.
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Alcantara
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Sao Luis, il porto a marea bassa: un mare di fango.
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Palma de Tocantins, architettura di Niemeyer, deliziosa.
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Sao Paulo, il Beco de Batman, stradina affrescata, famosissima.

Foto dall’Amazzonia.

Qua il testo.

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Sulla naviclella fra Belem e Macapà, attraversando tutto il delta del Rio delle Amazzoni.
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La partenza da Belem.
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Chiatte sul Rio delle Amazzoni, verso Manaus.
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Nel Delta, lungo i bracci di fiume sui quali passano le navi, sorgono abitazioni e villaggi che commerciano con queste.
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Le ceste de açai passano dalle barchette dei commercianti alla nave. I commercianti le hanno comprate lungo i meandri del fiume ai raccoglitori. Vengono da piante spontanee, se ne fa un succo denso apprezzatissimo dai brasiliani che lo consumano soprattutto con il pesce fritto.. A me ha lasciato abbastanza indifferente.

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Sull’amaca ci si avvolge in un lenzuolo e si sparisce….

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A Macapà un negozio di medicina naturale e magica.

Ahiiii, l’emozione del Rio delle Amazzoni!

24 ore di nave fra la riva sud del delta del Rio delle Amazzoni, Belem, e la riva nord, Macapà. E si è subito nel romanzo. Dedalo di canali, a volte così larghi che non si vede nè l’una, nè l’altra riva; a volte così stretti che si possono osservare le faccende domestiche nelle palafitte che punteggiano la densa ed ininterrotta foresta. (Altre foto qua)

IMG_20151229_111138E’ la vita del fiume, come nei romanzi. I ponti della nave sono 3, completamente aperti. Il primo, in basso è per le merci, quasi vuoto alla partenza. I due superiori hanno delle barre saldate al soffitto alle quali, ordinatamente, in tre file, i passaggeri appendono le loro amache coloratissime e vi si stendono, come se non avessero fatto altro in vita loro. Sulla nave c’e’ il completo ventaglio razziale brasiliano, ma tutti si comportano come hanno fatto da millenni gli indigeni amazzonici: la cultura dell’amaca si è imposta. E pare di vedere le vecchie foto di Folco Quilici, da queste parti, decenni fa.

IMG_20151229_163140A metà pomeriggio la nave rallenta e viene abbordata da numerose barche e barchette in legno che cominciano a scaricare furiosamente corbelli riempiti di frutticini neri, duri, simili al ginepro o ai mirtilli. E’ l’açaì, frutto silvestre reputatissimo. Il ponte inferiore viene riempito. IMG_20151229_165953Donne su canoine ne approfttano per venire a vendere ai passaggeri manghi, gamberetti secchi, altri frutti mai visti. Compro anch’io 4 manghi, ognuno a 10 centesimi di euro, ma due sono quasi marci.

Un marinaio getta nell’acqua dei sacchetti di plastica ben chiusi, IMG_20151229_162037subito recuperati da una donna con bambina su minuscola canoa; interrogo il marinaio, assomiglia alla donna; gli ha portato qualche regalo.

La foresta, solo la foresta, ovunque la foresta, con il suo mistero di cosa ci sarà dietro. Eppure dietro c’e’ solo ancora foresta, ma il fascino è irresistibile.

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Il lancio della cesta di açai.

Le rive sono a volte disabitate, a volte disseminate di case isolate, a volte si sono formati dei minuscoli paesini, rettilinei, lungo la riva. Si indovina che, dietro, ci si coltiva la manioca da cui si prepara la farofa che ogni brasiliano mangia ogni giorno. Si pesca. Le case non danno affatto la sensazione di miseria che si trova invece nell’alta Amazzonia: sono spesso ben curate e dipinte, con pratino e fiori. Una è addirittura a due piani e bianca, con un terrazzo tutt’intorno; mi dicono che è di un commerciante. Via vai di canoe; i giovani ce l’hanno piccola, ma con un motorino fastidiosissimo e vanno come se fossero moto d’acqua.

IMG_20151229_120735Un passeggero scende in corsa recuperato da un vicino che voga furiosamente per raggiungere la nave. Il popolo rivierasco sembra in grande misura di discendenza indigena, ma con forte intromissione degli schiavi africani. Si deve trattare dei Cabanos che dettero vita alla rivolta chiamata cabanagem di cui vorrei sapere di più. Gli scaricatori delle ceste di açai sono robustissimi e continuano per mezz’ore il loro lancio delle ceste sul ponte inferiore della nave, dove sono prese al volo e sistemate in grandi pile.

IMG_20151229_120653Sul retro della nave, a sera, si cena con dei semplici piatti preparati in una cucinetta. Molti passeggeri consumano nelle amache quel che si son portati da casa. Un baretto dispensa anche birra e musica, accanto i bagni, le docce. Un grande termos di caffè e un dispensatore di acqua gelata, entrambi gratuiti; bella cosa. E’ tutto benissimo organizzato, pulito, decente, amichevole (si viaggia bene in Brasile). Unico fastidio, la banda di ragazzetti vociferanti che si è formata e che non si ferma un attimo.

Finale della notte agitata: una donna partorisce una bambina, senza inconvenienti, ma con molte urla.

Poi si arriva e si è tristi di essere arrivati. Questa traversata è certamente stata il momento più intenso dell’intero viaggio, di mesi, in Brasile.

(Altre foto qua)

Affascinante, Belem.

Finalmente un posto con l’anima, in Brasile. Una città mitica, una porta fra due mondi. Belem è l’entrata al Rio delle Amazzoni e al suo immenso bacino. Immenso di spazio, di genti, di flora e fauna, di risorse e soprattutto di resistenza alla penetrazione.

IMG_20151229_100537Da qui si passa per entrare in quel mondo; qua arrivano le persone e gli strani prodotti di quel mondo. La città si muove intorno al chilometro e mezzo di banchina del porto. Al suo inizio vi è un mercato tripartito: del pesce, della carne, di tutto il resto, compreso il cibo preparato. I prmi due sono di ferro, allo stile della torre Eiffel, bellissimi; il terzo è sotto moderni tendoni.

Sono mercati affascinanti dove si trovano pesci, frutti, verdure, spezie che sembrano venuti da un altro pianeta. Tutta roba sconosciuta anche a chi di tropico se ne intende. Nella gente predominano i caratteri degli indios dell’Amazzonia, ma c’e’ anche molto dell’africano ed un pò dell’europeo.

La presenza dell’Amazzonia è fortissima a Belem. Si sente che là dietro vi è la pressione del cuore verde del pianeta, di un mondo che è ancora difficilmente pecorribile, dove sono necessarie conoscenze, capacità, abilità che normalmente non si hanno. Un pò come a Venezia, ma ingigantito a dismisura.

E quindi Belem ha un’anima, ha la funzione di raccordo fra questi due mondi inconciliabili, una sorta di Piazzale Roma a Venezia; magari anche brutto, confuso, ma indispensabile. Non è quindi una delle tante città brasiliane, nate giusto per riempire un vuoto. Questa ha una sua necessità ineliminabile.   E lo starci è altamente emozionante, esattamente come quando si arriva a Piazzale Roma e si sa che si sta per entrare in quell’altro mondo che è Venezia.

E Belem è anche portatrice di quell’enorme cultura che è stata elaborata dall’umanità in Amazzonia e che la penetrazione occidentale non è riuscita a distruggere completamente. Da i brividi pensare che risalnedo questo fiume e d i suoi affluenti e gli affluenti degli affluenti si potrebbe arrivare a zone dove vivono gruppi umani che non conoscono l’esistenza del mondo. E dal momento che la cultura è anche cibo, a Belem si riesce finalmente a mangiare bene, a differenza che nel resto del Brasile. Una vasta ed affollatissima zona del mercato è occupata da chioschi di cibo preparato. E vi si mangano anche i piatti amazzonici che seppelliscono per qualità e fantasia i poveri piatti classici brasiliani.

Diffcile staccarsi da quel mercato, chiamato Ver-o-peso. Zero turisti internazionali.

Questo post è con una sola foto (fatta all’interno della stazione fluviale) perchè a Belem è altamente sconsigliabile andare in giro con beni asportabili. Ed infatti sono stato rapinato dei pochi soldi che avevo in tasca. Gentilmente, pero’.