Una bellissima esperienza in Brasile

La preparazione della ayahuasca. Foto di Awkipuma, via WikiCommons

Ebbene, sì! Una delle peggiori esperienze fisiche che ci succedono, il vomito, può invece entrare a far parte di una bellissima esperienza e si può trasformare in vicenda desiderata, invece che detestata.

Tutto ciò succede soprattutto in Brasile, ma anche nel resto dei paesi amazzonici. La cosa è interessantissima e può meritare un viaggio, nonostante tutto quello di terribile che ho detto sul Brasile ed il Sudamerica qui, qui e qui.

La faccenda si basa sulla ayahuasca. Si tratta di una liana amazzonica il cui decotto insieme ad alcune altre erbe, provoca delle vivissime allucinazioni visive. Il bello è che non da assuefazione, disturbi della personalità od effetti collaterali. Salvo, appunto il vomito e, a volte, un pò di diarrea. Ma questo vomito è gradevole, è una liberazione del corpo e lo si fa volentieri; non è accompagnato da quei tremendi conati che accompagnano le indigestioni o le ubriacature selvagge.

E’ la sostanza su cui si basano tutte le culture sciamaniche del bacino amazzonico (lo stesso da cui viene la chicha de yuca). La sua importanza culturale è assolutamente fondamentale per tutti quei popoli, pesticciati dalla colonizzazione spagnola e portoghese.  Quindi il suo consumo era rigidamente normato e perfettamente conosciuto. Durante le cerimonie lo sciamano l’assumeva ed aveva delle visioni sulla base delle quali curava e guidava il suo gruppo.

Gli ingredienti del beverone. La ayahuasca è quella in alto. Si tratta di una grossa liana legnosa che si riconosce per essere attorcigliata su se stessa. Le foglie apportano il DMT, mentre la liana apporta gli inibitori dei distruttori del DMT prolungando il suo effetto.  Foto di Awkipuma via wikicommons.

In effetti le visioni sono potentissime: avvengono sia ad occhi chiusi che aperti. Il soggeto che l’assume è sempre presente a se stesso e può muoversi e parlare tranquillamente . Ma difficilmente lo farà perchè è assolutamente assorto dalla meraviglia di ciò che vede e dalla vividezza dei colori. Si è trasportati in un mondo fantastico, gradevole, meraviglioso. Non si ha paura, non ci sono nemici od angosce. Il mondo percepito è bello e amichevole. Ricordo di essere stato sovrastato da un enorme gorilla che mi stava proteggendo o di aver assistito ad una cerimonia religiosa in una pagoda giapponese in cui l’officiante era una ieratica amantide religiosa rivestita da un chimono. Bellissime visioni.

L’effetto dura una mezz’oretta, poi si vomita e si torna lucidi; ma una nuova ondata di visioni, sebben attenuate, ritorna fino ad un nuovo vomito. Così per due o tre volte. Se ne esce freschi e contenti come fringuelli.

Durante il ‘900 sorsero dei movimenti, in Brasile, che fondarono sulla ayahuasca dei movimenti religiosi sincretisti dove si mescolavano cattolicesimo, riti degli schiavi africani e pratiche sciamaniche. L’esponente fu un certo Mestre Irineu  il cui messaggio era comunque molto positivo, di pace, fratellanza, rispetto e sensibilità ecologica. L’assunzione del beverone trova, infatti, il suo miglior ambiente nel pieno della meravigliosa foresta amazzonica che diventa, alla volta, fornitrice e quadro delle visioni. E’ una sorta di abbraccio fra umanità e foresta.

Da un punto biochimico la faccenda è assai complicata: l’agente allucinogeno è il DMT che ha molto a che vedere con la serotonina e la psilocibina ed è anche normalmente prodotto dal corpo umano, durante la fase REM. Il DMT è in realtà assunto dalle altre erbe che compongono il beverone. La ayahuasca fornisce un altro composto che protegge il DMT, ne rallenta la metabolizzazione e quindi permette le visioni. A ben vedere si tratta, quindi, solo di sogni da svegli. E difatti la ayahuasca è più o meno permessa in quasi tutti i paesi. Si ritiene che il DMT prodotto naturalmente dal corpo sia alla base delle esperienze mistiche che si ritroano in tutte le religioni. Una sorta di ormone della spiritualità. Quindi i mistici sarebbero degli individui a forte produzione di DMT.

E bravo Mestre Irineu, da figlio di schiavi a Papa di una religione! Foto di Santo Daime via WikiCommons

Il centro di Irineu furono gli stati estremi del Brasile verso la Bolivia: Arce, Rondonia. Il punto di ingresso alle varie comunità è la città di Rio Branco. Creò dei centri religiosi; i suoi continuatori, sia pure fra divisioni e polemche sono ancora là, ma anche nelle grandi città. Evidentemente i movimenti prima psichedelici e poi new age della fine del’900 si gettarono sulla faccenda (anche da un punto di vista scientifico) ed i centri del Santo Daime (così chiamano la sostanza in Brasile) ebbero grande rilevanza. Esistono ancora ed è possibile passarci giorni e giorni di bevute, visioni, riflessioni mistiche (e vomito). Ma sono accetti anche quelli che vanno per semplice curiosità verso le sostanze.

Naturalmente la cosa è stata portata anche in Europa e in Italia. Vi sono dei centri a Milano e a Roma, sia pure sommersi dalle polemiche sulla natura del loro operato. La ayahuasca sarebbe soprattutto una faccenda mistica; gli organizzatori europei sembrano invece, sotto una vernice new age, particolamrente interessati all’aspetto meramente economico dell’iniziativa. D’altra parte gli sciamani amazzonici rivendicano le loro royalties tanto culturali quanto, a loro volta, economiche.

Il meglio è quindi volare nella Amazzonia brasiliana e continuare a volare con la sorpendente ayahuasca.

PS.

Per il viaggiatore interessato alla ayahuasca di Mestre Inrineu la situazione è un pò complessa. Infatti, dopo la sua morte, la chiesa si divise in due branche. La prima, da ritenersi quella autentica, ha come figura centrale la vedova di Irineu (una diciassettene che lui sposò quando aveva più di 60 anni, alla faccia del misticismo) ed è estremamente riservata e lontana dai mezzi di comunicazione. Su Internet si trova poco cercando Madrinha Peregrina (il nome della mogliettina) o CICLU (la sigla della Chiesa, quella scissionista si chiama CEFLURIS ). Pur apparendo poco, il numero dei loro seguaci e la potenza di questa chiesa è enorme. Per non contaminarsi con il mondo non hanno centri al di fuori di Rio Branco. La seconda linea (o linhagem, come dicono loro) è una sorta di chiesa scissionista, molto più aperta al mondo, ai social, all’economia, ai soldi, in poco parole. I centri del Santo Daime sparsi per il Brasile ed il mondo appartengono a questa setta.  Il percorso normale degli adepti è avvicinarsi alla ayahuasca per la via della setta scissionista e quando arrivano a Rio Branco, per il vero contatto con la Chiesa, cercano la linea di Peregrina, quella più autentica.

In ogni caso la faccenda sembra molto amichevole: niente fondamentalismi, molta libertà, ognuno fa un pò quel che vuole. Magari non fatevi riconoscere come i soliti tossici che non gliene frega niente, se non di avere le allucinazioni.

Se mi fate un fischio nei commenti vi do un pò di contatti personali.

Una strana bevanda amazzonica

Le ciotole per la chicha sono spesso bellissime.

La chicha di yuca è una bevanda ed è l’incubo dei viaggiatori che entrano profondamente nell’Amazzonia ecuadoriana. Quando si è saputo come viene preparata è difficile mandarla giù. Viene offerta ai viandanti che giungono nei villaggi della foresta e rifiutarla è un grave affronto, un segno di disprezzo nei confronti di chi la offre. Le conseguenze possono essere assai pesanti. E’ una delle strane cose che si trovano in Amazzonia, come la Ayahuasca

Del resto il viaggiatore è stanco e assetato dopo aver marciato a lungo nella foresta o aver remato sui fiumi. Arrivare in un villaggio, sedersi all’ombra di una tettoia di paglia, presentarsi e conversare con chi accoglie è un gran ristoro. La conversazione avviene con gli uomini; si chiede al viaggiatore da dove viene, dove va e, soprattutto cosa va cercando, con quella diffidenza tipica di chi è stato pesticciato dagli straneiri da circa 500 anni. Dopo poco che vi siete seduti arriva una donna anziana che distribuisce a ciascuno una ciotola di ceramica (ve ne sono di molto belle, decorate, finissime) o ricavata da una zucca. Passa poi con un grosso recipiente di ceramica e versa nelle ciotole un liquido giallastro in cui navigano numerose fibre.  Gli astanti bevono soddisfatti rimovuendo dal labbro superiore le fibre che vi restano incollate. Quando la ciotola è vuota la vecchia la riempie di nuovo. Se, troppo presi dalla conservazione, si resta con la ciotola mezza piena, le fibre tendono ad andare a fondo e ciò non è gradevole. Quindi la vecchia accorre, infila le dita nella ciotola e gira il liquido riportando le fibre a galleggiare.

Ma questo smucinio di mano sporca non è niente rispetto alla preparazione della bevanda. La yuca (o manioca) è una grossa e carnosa radice largamente utilizzata in tutto il mondo tropicale. In Amazzonia, soprattutto ecuadoriana e colombiana, si usa anche per fare questa bevanda. Le radici vengono sbucciate e bollite, diventando abbastanza morbide. Le donne anziane del villaggio, ormai inadatte al lavoro nei campi o alla pesca nel fiume, le masticano pazientemente con quei pochi denti rimasti loro e le sputano in un grosso orcio. Si aggiunge dell’acqua e si mette vicino al fuoco. La poltiglia, arricchita dalla nutrita flora microbica del cavo orale, apportata dalle signore, si riscalda leggermente e fermenta come qualsiasi liquido ricco di carboidrati. Dopo qualche gorno la chicha (pronuncia ciccia) è pronta e può essere consumata. E’ leggermente alcolica, deve arrivare ai 6 – 8 gradi, ad occhio, un pò frizzante e di gusto gradevole, molto dissetante. Se si aspetta ancora del tempo si ha il vinillo, più alcolico ma che diventa spesso acido.

Il fatto che le signore siano probabilmente tubercolotiche (le condizioni di vita nella foresta sono molto dure) attraversa la mente del bevitore guastando un pò il piacere della bevuta. Del resto non serve a niente affrettarsi a svuotare la ciotola per assolvere i doveri sociali e togliersi il pensiero. Una seconda ciotola sarà immediatamente servita e poi una terza, visto che la prima e la seconda è stata così gradita.

Alla salute!!

Brasile, vale la pena?

IMG_20160108_124413Alla fine del terzo, lungo viaggio, un’idea sul Brasile comincio a farmela. Partito con l’idea che i Brasiliani fossero antipatici ed arroganti ed il Brasile un bel paese; ritorno con la convinzione che i Brasiliani sono deliziosi e il Brasile un gigante inutile.

Sono rimasto incantato dai Brasiliani: calmi, gentili, carini, rispettosi, tranquilli, riservati e disponibili. Un amore di gente. Come dicevo per le donne, sembrano sempre a loro agio e moderatamente soddisfatti di se. Non sono arroganti, pretenziosi, non se la tirano, non sono aggressivi. Se ti urtano, si scusano, se li urti ti sorridono. E’ un piacere averci a che fare. Anche coloro che mi hanno rapinato, lo hanno fatto con una certa affabilità. Mai un ubriaco, un mendicante aggressivo, una rissa in strada.

Ed è forse questa grande tolleranza ed accettazione di sè e degli altri che ha provocato l’emersione di numeri sconosciuti altrove di omossessuali patenti. Un pò più freddini e rigidi a San Paolo.

Certo, resta il fatto che il buon gusto è praticamente sconosciuto, in tutti i campi. Ed ancor peggio, manca completamente il saper vivere. Rari i luoghi accoglienti, impossibile trovare un pò di stile, un pò di professionalità nel ricevere le persone. Gentili ed affabili, sì, come in famiglia; ma mai con quel minimo di ricercatezza che è poi il sale dell’accoglienza. Insomma, è come andare sempre in giro in ciabatte: comodo, ma a volte si ha voglia di un mocassino elegante. Informali al massimo, anche quando un minimo di forma diventa l’antidoto alla sbracatezza.

E’ tutto un pò dozzinale, a partire dal cibo. Sembra che in tutti i campi si cerchi la quantità, la massa, l’omologazione. Sembra che i brasiliani trovino la loro sicurezza e tranquillità nella massa, nella folla; rifuggono l’individualità, la differenziazione. Esattamente come fanno sulle loro spiagge. Certo, le condizioni di nascita di questo paese sono straordinariamente difficili: diversissime origine degli immigrati; il razzismo nei confronti dei neri africani e degli indigeni; livelli di violenza difficilmente immaginabili; le difficoltà di prendere in mano un territorio enorme e dalla natura ostile; tutto ciò deve aver creato questo amalgama culturale ancora informe e che non avuto il tempo ed il modo di distillare abitudini condivise di buona qualità della vita. Ma questo è un problema di tutta l’America.

E, purtroppo, non son riuscito a trovare, con la generalità dei Brasiliani con cui ho parlato, dei grandi argomenti di conversazione. Gradevoli, ma un pò piatti, ecco. Del resto, son dei grandi lettori della Bibbia e nelle librerie c’e’ da mettersi a piangere sulla scarsa consistenza numerica di opere di sociologia o storia brasiliane.

Il paese è invece un pò una delusione. Rio de Janeiro credo sia la città più bella del mondo, Salvador è interessante anche se molto incasinata a tutti i livelli. Per il resto non c’e’ molto. Probabilmente molta natura nei parchi naturali tipo il Pantanal, ma di difficile accesso e molto cari. Resta la meraviglia dell’Amazzonia e della sua porta Belem; ma è un mondo difficile da percorrere. Poi ci sono le grandi spiaggione, ma senza un intorno accogliente.

Ecco, è proprio questo il punto che cercavo e non ho trovato. Un luogo accogliente, non pericoloso, bello per natura ed interessante per umanità, dove poter posare le stanche ossa per un momento. Soprattutto accogliente. Ci devono essere, sicuramente, ma io non l’ho trovato. Mi ci sono avvicinato a Joao Pessoa; ma abbassando di molto le mie aspettative.

Perchè in effetti il problema della sicurezza è una gran croce. Ci sono luoghi, piccoli, sicurissimi come il Vecchio Goias, ma ci sono anche luoghi dove ti dicono di non attraversare una piazza, ma di farne il giro perchè nel mezzo ti rapinano. Alla lunga non ne puoi più. Forse il problema dela sicurezza nella realtà non è così grave come viene dipinto. Le destre politiche hanno sempre speculato su questo tema. Ma comunque, il turista, tranquillo non vive.

Può essere molto interessante la vita notturna, nelle grandi città. Locali assai intensi; ma resta il problema della sicurezza all’uscita o per andare da un locale all’altro.

I prezzi sono inferiori all’Italia, impresa non molto difficile; ma non di tantissimo. I trasporti sono facili e comodi. Tutto funziona abbastanza bene, con un po’ di approssimazione e scarsa professionalita’, ma questa e’ compensata dal buon carattere delle persone con cui hai a fare. Dall’Italia non poco turismo sessuale, a Rio, Salvador, Fortaleza.

Conclusione? Non so, davvero, bisogna che ci ritorni….

Brasile, foto.

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Brasilia
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Praia do Coqueirinho, Joao Pessoa

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Brasilia
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Brasilia, la Cattedrale
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Navigazione notturna sul Rio delle Amazzoni.
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Belem
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Da Belem verso l’Amazzonia
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Infinite le sette e fantasiosi i nomi.
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Alcantara
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Alcantara
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Alcantara
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Sao Luis, il porto a marea bassa.
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Palma de Tocantins, architettura di Niemeyer.
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Sao Paulo, il Beco de Batman, stradina affrscata.

Foto dall’Amazzonia.

Qua il testo.

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Sulla naviclella fra Belem e Macapà, attraversando tutto il delta del Rio delle Amazzoni.
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La partenza da Belem.
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Chiatte sul Rio delle Amazzoni, verso Manaus.
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Nel Delta, lungo i bracci di fiume sui quali passano le navi, sorgono abitazioni e villaggi che commerciano con queste.
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Le ceste de açai passano dalle barchette dei commercianti alla nave. I commercianti le hanno comprate lungo i meandri del fiume ai raccoglitori. Vengono da piante spontanee, se ne fa un succo denso apprezzatissimo dai brasiliani che lo consumano soprattutto con il pesce fritto.. A me ha lasciato abbastanza indifferente.

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Sull’amaca ci si avvolge in un lenzuolo e si sparisce….

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A Macapà un negozio di medicina naturale e magica.

Ahiiii, l’emozione del Rio delle Amazzoni!

24 ore di nave fra la riva sud del delta del Rio delle Amazzoni, Belem, e la riva nord, Macapà. E si è subito nel romanzo. Dedalo di canali, a volte così larghi che non si vede nè l’una, nè l’altra riva; a volte così stretti che si possono osservare le faccende domestiche nelle palafitte che punteggiano la densa ed ininterrotta foresta. (Altre foto qua)

IMG_20151229_111138E’ la vita del fiume, come nei romanzi. I ponti della nave sono 3, completamente aperti. Il primo, in basso è per le merci, quasi vuoto alla partenza. I due superiori hanno delle barre saldate al soffitto alle quali, ordinatamente, in tre file, i passaggeri appendono le loro amache coloratissime e vi si stendono, come se non avessero fatto altro in vita loro. Sulla nave c’e’ il completo ventaglio razziale brasiliano, ma tutti si comportano come hanno fatto da millenni gli indigeni amazzonici: la cultura dell’amaca si è imposta. E pare di vedere le vecchie foto di Folco Quilici, da queste parti, decenni fa.

IMG_20151229_163140A metà pomeriggio la nave rallenta e viene abbordata da numerose barche e barchette in legno che cominciano a scaricare furiosamente corbelli riempiti di frutticini neri, duri, simili al ginepro o ai mirtilli. E’ l’açaì, frutto silvestre reputatissimo. Il ponte inferiore viene riempito. IMG_20151229_165953Donne su canoine ne approfttano per venire a vendere ai passaggeri manghi, gamberetti secchi, altri frutti mai visti. Compro anch’io 4 manghi, ognuno a 10 centesimi di euro, ma due sono quasi marci.

Un marinaio getta nell’acqua dei sacchetti di plastica ben chiusi, IMG_20151229_162037subito recuperati da una donna con bambina su minuscola canoa; interrogo il marinaio, assomiglia alla donna; gli ha portato qualche regalo.

La foresta, solo la foresta, ovunque la foresta, con il suo mistero di cosa ci sarà dietro. Eppure dietro c’e’ solo ancora foresta, ma il fascino è irresistibile.

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Il lancio della cesta di açai.

Le rive sono a volte disabitate, a volte disseminate di case isolate, a volte si sono formati dei minuscoli paesini, rettilinei, lungo la riva. Si indovina che, dietro, ci si coltiva la manioca da cui si prepara la farofa che ogni brasiliano mangia ogni giorno. Si pesca. Le case non danno affatto la sensazione di miseria che si trova invece nell’alta Amazzonia: sono spesso ben curate e dipinte, con pratino e fiori. Una è addirittura a due piani e bianca, con un terrazzo tutt’intorno; mi dicono che è di un commerciante. Via vai di canoe; i giovani ce l’hanno piccola, ma con un motorino fastidiosissimo e vanno come se fossero moto d’acqua.

IMG_20151229_120735Un passeggero scende in corsa recuperato da un vicino che voga furiosamente per raggiungere la nave. Il popolo rivierasco sembra in grande misura di discendenza indigena, ma con forte intromissione degli schiavi africani. Si deve trattare dei Cabanos che dettero vita alla rivolta chiamata cabanagem di cui vorrei sapere di più. Gli scaricatori delle ceste di açai sono robustissimi e continuano per mezz’ore il loro lancio delle ceste sul ponte inferiore della nave, dove sono prese al volo e sistemate in grandi pile.

IMG_20151229_120653Sul retro della nave, a sera, si cena con dei semplici piatti preparati in una cucinetta. Molti passeggeri consumano nelle amache quel che si son portati da casa. Un baretto dispensa anche birra e musica, accanto i bagni, le docce. Un grande termos di caffè e un dispensatore di acqua gelata, entrambi gratuiti; bella cosa. E’ tutto benissimo organizzato, pulito, decente, amichevole (si viaggia bene in Brasile). Unico fastidio, la banda di ragazzetti vociferanti che si è formata e che non si ferma un attimo.

Finale della notte agitata: una donna partorisce una bambina, senza inconvenienti, ma con molte urla.

Poi si arriva e si è tristi di essere arrivati. Questa traversata è certamente stata il momento più intenso dell’intero viaggio, di mesi, in Brasile.

(Altre foto qua)

Affascinante, Belem.

Finalmente un posto con l’anima, in Brasile. Una città mitica, una porta fra due mondi. Belem è l’entrata al Rio delle Amazzoni e al suo immenso bacino. Immenso di spazio, di genti, di flora e fauna, di risorse e soprattutto di resistenza alla penetrazione.

IMG_20151229_100537Da qui si passa per entrare in quel mondo; qua arrivano le persone e gli strani prodotti di quel mondo. La città si muove intorno al chilometro e mezzo di banchina del porto. Al suo inizio vi è un mercato tripartito: del pesce, della carne, di tutto il resto, compreso il cibo preparato. I prmi due sono di ferro, allo stile della torre Eiffel, bellissimi; il terzo è sotto moderni tendoni.

Sono mercati affascinanti dove si trovano pesci, frutti, verdure, spezie che sembrano venuti da un altro pianeta. Tutta roba sconosciuta anche a chi di tropico se ne intende. Nella gente predominano i caratteri degli indios dell’Amazzonia, ma c’e’ anche molto dell’africano ed un pò dell’europeo.

La presenza dell’Amazzonia è fortissima a Belem. Si sente che là dietro vi è la pressione del cuore verde del pianeta, di un mondo che è ancora difficilmente pecorribile, dove sono necessarie conoscenze, capacità, abilità che normalmente non si hanno. Un pò come a Venezia, ma ingigantito a dismisura.

E quindi Belem ha un’anima, ha la funzione di raccordo fra questi due mondi inconciliabili, una sorta di Piazzale Roma a Venezia; magari anche brutto, confuso, ma indispensabile. Non è quindi una delle tante città brasiliane, nate giusto per riempire un vuoto. Questa ha una sua necessità ineliminabile.   E lo starci è altamente emozionante, esattamente come quando si arriva a Piazzale Roma e si sa che si sta per entrare in quell’altro mondo che è Venezia.

E Belem è anche portatrice di quell’enorme cultura che è stata elaborata dall’umanità in Amazzonia e che la penetrazione occidentale non è riuscita a distruggere completamente. Da i brividi pensare che risalnedo questo fiume e d i suoi affluenti e gli affluenti degli affluenti si potrebbe arrivare a zone dove vivono gruppi umani che non conoscono l’esistenza del mondo. E dal momento che la cultura è anche cibo, a Belem si riesce finalmente a mangiare bene, a differenza che nel resto del Brasile. Una vasta ed affollatissima zona del mercato è occupata da chioschi di cibo preparato. E vi si mangano anche i piatti amazzonici che seppelliscono per qualità e fantasia i poveri piatti classici brasiliani.

Diffcile staccarsi da quel mercato, chiamato Ver-o-peso. Zero turisti internazionali.

Questo post è con una sola foto (fatta all’interno della stazione fluviale) perchè a Belem è altamente sconsigliabile andare in giro con beni asportabili. Ed infatti sono stato rapinato dei pochi soldi che avevo in tasca. Gentilmente, pero’.