Lo straordinario volo 236 di Air Transat

L’eroe di questa avventura, Robert Piché. Foto da https://www.aerobuzz.fr

Questa è una fantastica storia del volo di un aereo passeggeri in cui cialtroneria e genialità si mescolano indissolubilmente. La storia ebbe luogo il 24 agosto 2001 e durò esattamente 102 minuti. Si tratta del volo 236 di Air Transat da Toronto a Lisbona, con 306 persone a bordo. Air Transat è la “compagnia di bandiera” del Quebec ed è un vanto per quel popolo in perenne polemica con gli altri canadesi anglofoni. Dopo questa vicenda il pilota è diventato un eroe nazionale e la compagnia è ancora più saldamente ancorata nei cuori dei Quebecois.
Ecco la storia.
Alcuni giorni prima, un motore di quell’aereo era stato sostituito d’urgenza per un guasto, con un motore nuovo. Purtroppo i due modelli di motore non erano esattamente uguali ed i meccanici trovarono difficoltà a montare il secondo al posto del primo. La difficoltà concerneva un tubo del carburante che non trovava un alloggiamento consono, come sul motore precedente ed andava a sfregare contro il tubo del lubrificante. Fecero presente la cosa ai responsabili che, però, ritennero di non poter mantenere l’aereo immobilizzato a terra in attesa dei pezzi di ricambio che avrebbero risolto il problema. Il motore venne quindi montato e l’aereo continuò il suo programma di voli.
Nei giorni seguenti, il tubo del carburante sfregò continuamente contro l’altro tubo, a causa delle vibrazioni del motore. Fino a che, quella famosa notte, in mezzo all’Atlantico, non si fessurò. Una fessura che si ingrandì rapidamente, minuto dopo minuto.
La prima avvisaglia del problema ci fu poco dopo le 5, quando, nella cabina di pilotaggio, scattò un allarme indicando un insolito abbassamento della temperatura dell’olio di un motore. Il carburante che fuoriusciva dal tubo rotto andava sull’impianto di circolazione del lubrificante, raffreddando l’olio. I piloti se ne accorsero, guardarono il manuale di istruzioni dell’aereo e non trovarono niente di di pertinente. Chiamarono allora il loro centro di assistenza che non seppe dare nessuna spiegazione ragionevole. Dedussero quindi che si trattasse di un guasto ai sistemi elettronici di controllo e si disinteressarono del problema.
Poco dopo un nuovo allarme. I serbatoi dell’ala dello stesso motore erano semivuoti. Quel motore sembrava consumare molto più del dovuto. Il fatto era di una gravità importante ma i piloti non si soffermarono a lungo sulla faccenda ed aprirono, semplicemente, la valvola che mette in relazione i serbatoi delle due ali. In questo modo riequilibrarono il contenuto dei due serbatoi.
Nel frattempo la fessura del tubo era diventata una tana ed il carburante usciva a fiotti.
Alle 5h45 il computer di bordo avvisò che non c’era abbastanza carburante per arrivare a Lisbona. I piloti, pur continuando a pensare che si trattasse di un ulteriore guasto del computer, cominciarono a pensare che ci potesse essere una fuga di carburante. Mandarono quindi una hostess a dare un’occhiata fuori, dai finestrini. L’hostess non vide niente, del resto era notte. Decisero comunque di cambiare la rotta e di andare verso l’aeroporto di Lajes, sull’isola di Terceira, alle Azzorre. Un aeroporto militare costruito dagli americani durante la guerra e mantenuto come importante base aerea del dispositivo della Nato. Lajes è dotato di una pista lunga ben 3 km. Dopo una ulteriore decina di minuti decidono di chiudere la valvola di interconnessione dei due serbatoi e di lasciare ogni motore con il carburante che aveva in proprio; salvo poi riaprirla poco dopo, in seguito ad una discussione con il centro di assistenza. Era ormai evidente che si trattasse una perdita, ma vi era incertezza su quale dei due motori fosse implicato.
Alle 6h13, a 150 miglia da Lajes il primo motore si fermò per mancanza di carburante. Erano passati 70 minuti dal primo allarme della temperatura dell’olio. L’aeroporto di Lajes fu informato, l’SOS lanciato, la compagnia, a Montreal in emergenza generale. 13 minuti dopo, a 65 miglia da Lajes si spense anche il secondo (e ultimo) motore. Tutti i sistemi elettrici a bordo si spensero, ad esclusione di alcuni, vitali, che possono funzionare con le batterie di emergenza.
In casi come questi i regolamenti impongono agli aerei in difficoltà di lasciare la quota di crociera e di abbassarsi rapidamente ad una quota molto inferiore. Ma il comandante non lo fece.
Il comandante è Robert Piché, 50enne, con un passato difficile. Pilota, poi licenziato, alcolizzato, barman e taxista, si ritrovò a pilotare per i narcotrafficanti colombiani e passò un anno e mezzo in carcere per aver portato con il suo aereo un gran carico di marijuana negli Stati Uniti. Liberato, rialcolizzato, si rimette in sesto e venne assunto da Air Transat che, evidentemente, aveva delle procedure di reclutamento assai allegre (vi dico io; questa è una storia di cialtroneria, soprattutto). Ad ogni modo un pilota che conosce la vita ed i suoi rischi.
Sono le 6h26 e Piché si ritrova con il suo aereo in mano, a motori spenti. Due possibilità; una è l’ammaraggio in pieno Atlantico, l’altra è planare per 65 miglia fino a Lajes.
Sceglie la seconda e per questo motivo non scende di quota, come vorrebbero mi regolamenti in caso di emergenza. Ha bisogno di avere tutti i suoi metri di altitudine per gestirli nel volo planato. L’aereo sfiora le 200 tonnellate di peso.
La planata dura 18 minuti. Piché non può sbagliare, non ha i motori per correggere la rotta. L’aeroporto di Lajes è vicino al mare. Se arriva molto corto finisce nell’Oceano; se arriva un po’ corto si schianta sulla scarpata dell’isola. Se arriva troppo lungo supera l’aeroporto e si schianta sulle colline dell’isola. Dalla sua ha solo la notevole lunghezza della pista.
Si rende conto che è troppo alto e quindi fa un giro completo di 360° per perdere quota; è ancora troppo alto e quindi aumenta l’inclinazione dell’aereo verso terra. Ma così facendo aumenta la velocità. Continua la discesa su un percorso ad S per continuare a perdere altezza senza troppo aumentare di velocità.
La pista la imbocca giusta; prende terra a 300 metri dal suo inizio. Ma ci arriva troppo veloce e troppo inclinato. L’aereo rimbalza per altri 500 metri e riatterra. A quel punto Piché riesce a frenare e a fermare l’aereo quando aveva ancora 700 metri di pista a sua disposizione. Piega il carrello e 4 gomme scoppiano: i danni sono minori; un principio di incendio al carrello viene rapidamente messo a tacere.
Il comandante ed il suo secondo ricevono il premio per i migliori piloti dell’anno. La planata viene considerata la maggiore impresa dell’aviazione commerciale di tutti i tempi. L’incredibile serie di errori precedenti vengono dimenticati, ma i regolamenti per questo tipo di incidenti sono modificati profondamente. Piché diventa un eroe nazionale ed andrà in pensione qualche anno dopo. Ed il Quebec, per una volta, ha qualcosa da festeggiare.

Arcadia di terza scelta.

Ho il biglietto in tasca e sto per partire per Lisbona. Ho accorciato il viaggio, rispetto al tempo che avevo, di una decina di giorni e ciò non è un buon segnale. E son contento di andarmene e questo è un segnale ancora peggiore.

Dopo più di un mese che sono qua posso fare un bilancio, di risultato un pò modesto. Paesaggi belli, ne ho parlato molto, ma senza entusiasmi. Tutto molto bucolico, ma, alla fine, ripetitivo. Il mare è poco presente.

E’ la gente il punto dolente. Gentili, di quella gentilezza ruvida delle montagne, ma chiusi, veri isolani. Poco ciarlieri e dotati di dialetti oscuri. Poche, pochissime le persone con cui ho avuto una discussione interessante. Eppoi, tutti brutti come la fame. Di quella bruttezza triste che si avvince su se stessa in tremenda escalation. Tempo spesso infame. Mai freddo, ma vento, nebbia, pioggia quotidiani.

Insomma, una specie di Arcadia di terza scelta, con le pastorelle brutte, i fauni zoppi e zuppi di pioggia.

E per di più, ho sempre mangiato male e monotonissimo e non ho quasi mai trovato dei posti gradevoli dove sedermi a bere una o più birre. Barrucci, tutti, brutti e squallidi. Nessuna capacità di viver bene, da parte degli azzorriani. E non son per niente riuscito a far quel che volevo. Trovare un bell’appartementino vicino ad un porto simpatico e fare la vita di paese per un paio di mesi in un luogo moderatamente caldo e prossimo ad una spiaggia (di sabbia, non di ciottoli da un quintale l’uno).

In quest’ultima isola di Faial le cose sono andate ancora peggio. Poco paesaggio, ma ha il miglior porto delle Azzorre, ci sono passati e ci passano in molti, navigatori di tutti i tempi e personale dei cavi sottomarini. E la gente, come sempre nei luoghi di turismo, è financo sgradevole e maleducata. Un po’ meno brutti, forse, per l’apporto di sangue fiammingo del 1500.

Ho speso poco. Starò intorno agli 80 euro al giorno compresi tutti i numerosi aerei, carucci. Ho dormito fra i 20 e i 40 euro, in albergo e in B&B, sempre con bagno in camera, tutti impeccabili per pulizia e arredamento. Unica eccezione, guarda caso, l’italiano di Faja grande. Per mangiare alla locale meno di 10 euro; in buoni ristoranti meno di 20. Ma siamo in bassa stagione, d’estate la faccenda deve esser ben diversa.

In conclusione, mi son tolto lo sfizio delle Azzorre ed ho fatto bene; ma se vi dovessi consigliare di venirci anche voi, non lo farei. Buon viaggio.

 

Lajes di Flores, il comune più occidentale d'Europa
Lajes di Flores, il comune più occidentale d’Europa
 
I laghetti nella caldera di Corvo, fra la nebbiolina.
I laghetti nella caldera di Corvo, fra la nebbiolina.
Gigantesca Dracaena di Faial
Gigantesca Dracaena di Faial

Datemi un consiglio!!! e le migliori foto di Flores.

A me questa isola di Flores comincia a venirmi sulle palle. Ma ho ancora del tempo. Come disse Lenin dopo la fallita rivoluzione dei decembristi: Sto dielat? Che fare?, io dico : Che faccio? Tornare a Firenze? Cambiare isola (ne ho viste finora 3 su 9)? Andare alle Canarie o a Madeira? Andare a Barcellona? Rintanarmi qui per 15 giorni a baloccarmi sul web?

Mandatemi il vostro parere entro domani, giovedi a mezzanotte. Deciderò in base alla maggioranza dei pareri.

Due giorni dopo:

Non molti i voti per il referendum sul destino del mio viaggio, ed anche un po’ sadici.  Ilaria vuole che visiti tutte le isole, se fossero mille mi ci vorrebbe tutta la vita; Mara vuole che vada in un’altra landa desolata, come se a me fosse alieno il diritto di godere dell’umano consorzio e solo mi fosse destinato il vagare, come un’anima del limbo, in deserti grigi. Sergio mi incita al suicidio, il che, a esser pignoli, sarebbe un reato da penale; Mario addirittura mi vuol far lavorare, per di più manualmente, e proprio in un arcipelago dove, a detta di locali e forestieri, la pigrizia e lo scansamento di fatiche è regola generale ed attentamente applicata.

Comunque, io rispetto il patto e seguo, nei miei limiti, il parere di tutti, non prevalendo una posizione maggioritaria. Per il momento ho cambiato isola e sono a Faial, nel Gruppo Centrale. Dalla finestra di camera vedo anche l’isola di Pico, con monte altissimo. Almeno così dicono le guide, perché una nube permanente mi impedisce di vedere cosa c’e’ più in su dei 200 mslm. E scorgo anche S. George, così fanno 6 le isole viste. Mi par che basti. Anche perché oggi il vento vien da nord e fa assai freddino. Isole sub-tropicali dei miei stivali.

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Ponta da Faja. Il nucleo abitato (si fa per dire) più occidentale d’Europa. Clandestinamente perché la montagna sta crollando e non ci si potrebbe dormire.
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Fajazinha, il centro.
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La pensilina della fermata del bus di Fajazinha.
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La foresta di laurisilva.
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Fine di Flores. Dove andare?
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Bagno publico nel porto di Santa Cruz. Scarico diretto.
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Cascate…
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… strabiombi di roccia….
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… e mare tumultuoso.

Cara, mare o monti quest’anno? Azzorre!!

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Son poi riuscito a partire da Corvo ed ora sono a Flores ed ho anche mangiato un pò di lattuga e frutta, allontanando lo scorbuto. Com’è quest’isola?

Prendete un pezzo di Trentino di 50 anni fa. Con tutti i suoi pascoli, le mucchine, i loro campanacci ed i tozzi montanari che vanno nei pascoli per mungerle a mano trasportando i bidoni di latta argentea. Le minuscole stradine serpeggiano fra muretti a secco collegando minuscole frazioni di poche decine di persone con la loro chiesetta, nè moderna, nè antica. MOlte case sono in avanzato stato di abbandono, due barrucci tristi. Vita parca, parchissima, anche se nessuno è povero. Boschetti qua e là, a momenti dolci declivi, a volte valli strette e scoscese a volte delle rocce strampiombanti. Tutto molto verde, vegetazione amichevole, folta, ma non aggressiva. Chiocce liberovaganti con torma di pulcini appresso.

Prendete questo pezzo di Trentino, dicevo, e mettetelo in mezzo all’Oceano vasto, sempre visibile, quasi mai raggiungibile a causa delle alte coste. Ed i venti, le creste bianche delle onde, il luccichio dell’acqua al tramonto.

Fatta questa operazione avrete Flores. Luogo strano, contraddittorio, non so decidermi se sia molto bello o proprio infame.

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Opportunità economiche

Nebbia fatale per le apine….

Ringrazio quelle persone che si sono preoccupate della mia malattia, ma ormai il problema sembra quasi superato. Oggi sono anche andato, come si diceva un tempo, di corpo, smaltendo, spero, gli ultimi resti del polpo d’annata causa del malessere. Dal momento che erano tre giorni che non ingollavo quasi niente di cibo, confesso che ci è voluto un certo sforzo per sviscerare la materia del contendere.  Fiero di questa prodezza dialettica, passo ad altro argomento.

Oggi, per festeggiare la ritrovata vita sono stato tutto il pomeriggio sul molo del porto dei pescatori di San Mateus, a prendere la nebbia, ma a torso nudo e voglioso di seguire alcuni nuotatori sguazzanti. Poi ho mangiato un congro (?) in guazzetto. Difficili e frammentarie le conversazioni con vecchi ed irsuti lupi di mare, in media, assai rincoglioniti. Difficile stabilire relazioni con questi azzorriani, provati da secoli di solitudine e miseria e poco dotati di favella. Per non parlare poi della lingua che usano.

Quando vado in giro, cerco sempre delle opportunità economiche, nella speranza di scorgere una vena d’oro che nessuno aveva mai notato prima (mai successo), in modo da raggiungere facilmente fama e successo. E’ una mia speranza innocua; concedetemela. Non per spirito imprenditoriale, ma per desiderio di dare spinte economiche e sociali alle locali popolazioni. Qualche idea a volte mi viene, ma poi non ne faccio di nulla, sia per pigrizia sia perché ritengo che mettere in pratica un’idea è il miglior sistema per rovinarla. Qua ho trovato due interessanti possibilità che offro volentieri a chi se ne volesse occupare.

La prima, deliziosa, è la reseda lutea o gualda degli ebrei. E’ un erbetta che pare assai diffusa allo stato naturale in quest’isola di Terceira.  Ha la caratteristica di avere in tutte le sue parti un pigmento giallo che, opportunamente estratto con l’urina, è un eccellente e potente e resistente colorante tessile. Era così chiamata perchè da questa pianta gli ebrei estraevano il colorante con cui tingere il cappello che erano tenuti a portare (in tempi revoluti) per far notare la loro fede. Si da il caso che un organismo di finalità (per me) incerte e di futuro certo incertissimo, connubio fra CNR e Regione Toscana, il Lamma, se ne sia occupato in tempi recenti in Toscana, per vedere se potesse essere utilizzato da quella moda biologica abbastanza in crescita. Questa pianta si trova; più comodamente; anche nella zona di Scanno.

La seconda idea mi par più marchingegnosa. Sulle parti alte di quest’isola si trovano distese 19di erica. Dall’erica le api ottengono un eccellente miele. Sono andato a trovare la locale cooperativa di agricoltori ed apicoltori Fructer, ad Angra do Heroismo,  ed ho indagato per quale motivo fanno solo miele millefiori e non quello d’erica. Ho portato alla luce due motivi: il primo è che la trentina di apicoltori tercerensi lo fanno come secondo lavoro. Il più attivo fra di loro è un poliziotto che ha circa trenta arnie, gli altri meno. Un apicoltore, per mangiare del proprio lavoro, ne deve avere almeno trecento. Quindi nessuno di loro ha voglia di sbattersi troppo. Raccolgono quel che trovano nell’arnia, lo mettono nei barattoli, lo chiamano “millefiori” pêr non sbagliare e festa finita. Il secondo motivo è più preoccupante. Como ho abondantemente notato anch’io, in altitudine, dove c’e’ l’erica, c’e’ anche un grande umidità. Che le api temono molto perchè impedisce loro di sbattere convenientemente le alucce. Bisognerebbe quindi mettere le arnie su un camion e portarle su quando fa bello e riportarle giù la sera: apicoltura pendolare. La cosa mi é sembrata molto complicata ed ho abbandonato l’idea.

 

Riflessioni convalescenziali

131Dopo il malessere degli ultimi giorni, oggi sto meglio, ma continuo a camminare come un ubriaco, dondolando, un pò doddo. E visto che son tre giorni che non mangio, comincio anche ad esser deboluccio assai. Faccio quindi riflessioni lente, forse stranite.

Allora, quest’isola di Terceira è abbastanza grande ed ha una strada perimetrale di 90 km che ho percorso, a pezzi, più di una volta, con il bus. Corre a poca distanza dal mare. Questa è un’isola senza mare perchè la costa è ovunque altissima e il mare irraggiungibile. Ci saranno in tutto trecento metri di spiaggia di sabbia. Eppoi alcune, piccolissime, di ciottoloni. Il resto sono irte, frastagliate, nere rocce vulcaniche sbattute dalle onde oceaniche.

Tuttissima la gente (65.000) abita lungo la strada perimetrale che è diventata praticamente un solo paese lungo 90 km. Tutto l’interno sono pascoli verdi divisi in quadratini o boschi lussureggianti. I forti contributi dell’UE si rivolgono all’allevamento da latte e quindi di agricoltura c’e’ poco, non basta nemmen lontanamente agli abitanti. Del resto c’e’ sempre un gran ventaccio che è un nemico invincibile per i contadini, meno per i pastori.

Ho percorso non poco di interno a piedi, quasi sempre in mezzo alla nebbia; molto poetico ma non ho visto una sega nulla ed ero sempre bagnato. Ho perfino rinunciato ad andare a vedere il famoso bosco della “Mata de Serreta” perchè, dopo essermi perso tre volte per cattive indicazioni scritte ed orali, c’era un tal vento che ne ho avuto paura. A me il vento m’ agita molto. In più c’era una tale nebbia che a momenti non mi vedevo i piedi. E dice che è quasi sempre così.

Mare irraggiungibile

Questa città di Angra è vivace ed attiva. Nessun segno della povertà che mi aspettavo e per la quale le Azzorre sono tristemente famose, terra di grande emigrazione. Per un appartamento ci vogliono non meno di 130.000 euro, che non è poco se si pensa che siamo a 1.573 km da Lisbona.

Ho infastidito a lungo un buon numero di Terceiriensi fino a capire il motivo di tanto insospettabile benessere. Alla fine sono riuscito a rimettere insieme questi fattori: un tremendo terremoto nel 1980 ha attirato grandi aiuti per la ricostruzione totale e molto ben fatta; forti aiuti europei e statali, meritati, vista l’Ultraperificità (termine ufficiale europeo) di queste contrade, soprattutto all’allevamento; una gran presenza di ex-emigrati in America e Canada che portano a casa dei bei soldini di pensione; un pò di turismo di vecchiotti nord-europei che magari si comprano anche una casetta; ritorno estivo degli emigrati sul continente che spendono qualcosa e comunque mantengono le loro case con relativo indotto; un pò di pesca. Tutti questi fattori fanno si che l’economia giri e che i prezzi degli immobili siano superiori al loro valore apparente. Nel senso che io, qui, una casa, nemmeno regalata.  casa, nemmeno regalata. 

Per vivere i prezzi sono eccellenti per un italiano: carne e pesce al bel mercatino son quasi regalati. Per un pranzo in stile locale è difficile spendere 10 euro.

Ec’e’ anche un minimo di vita culturale (minimo). Un bel centro culturale ricavato in una vecchia e benissimo rifatta arena dei tori dove ho visto una ciofega di film americano dal titolo Desert Flower (tema importante, l’infibulazione, ma svolgimento penoso).

E visto che quest’isola di Terceira ha soddisfatto ogni mia ragionevole curiosità, è ora che me ne vada, appena ruscirò a fare 100 metri senza barcollare ed a reggere una valigia. Direzione l’Ilha das Flores, un pò più in là.

Due giornatucce a Terceira

Il torello ed il giovane. (foto di José Luís Ávila Silveira/Pedro Noronha e Costa da Wikimedia Commons)

Ho passato due giorni a dormire, più morto che vivo. Non riuscivo a stare in piedi, in equilibrio, senza sorreggermi alla parete. Cominciavo già a pensare ad un ictus al cervelletto che avesse fatto andare a pallino il senso dell’equilibrio. Poi ho telefonato al medico e il malanno è stato derubricato alla più semplice intossicazione alimentare. Probabilmente dovuta ad un intingolo di polpo, apparentemente buono, ma che lasciava notare, ad osservazione approfondita, una notevole antichità. Così imparo a mangiare nei ristoranti per turisti fuori dall’epoca dei turisti. Nelle bettole dei locali bisogna mangiare! Ma lì, il mio amato polpo non ce l’hanno.

Peccato perchè ho perso stamattina, domenica, una camminata organizzata dal locale gruppo trekking “Os Montanheiros” con barbecue finale alla quale mi avevano molto amabilmente invitato.

Non avendo quindi fatto nulla in questi due giorni, se non russare, e dal momento che ora sto un pò meglio, vi ammanisco dei video (da Youtube) sulla passione che anima le estati di quest’isola Terceira, anche autonominata “Capitale atlantica del toreo”.

La festa, sentitissima, consiste in cio’: in certe  domeniche, vengono lasciati scorribandare, nelle vie dei paesi, dei torelli, trattenuti solo da una lunghissima e robusta corda, mantenuta da sei o sette nerboruti ed esperti pastori. La corda viene lasciata lasca ed il torello sentendosi libero e fiero si lancia contro i giovani che gli si fanno sotto, in modo provocatorio, un po’ come fanno a Pamplona (ma quelli sono tori veri, tre volte piu grandi e pesanti come locomotive!!).

Quando il torello arriva ad estendere al massimo la corda, questa viene violentemente tirata e l’animale torna vicino ai pastori per cominciare un nuovo galoppo. Le punte delle corna del torello sono opportumente coperte in modo che non facciano troppi danni ai frequenti incornati, cmq ricevere addosso duecento chili di toro può fare molto male. Il gioco consiste nello sfidare, nello sbeffeggiare il toro e scappare prima di essere raggiunti. I pastori sono i maestri del gioco e la loro capacità sta nel massimizzare lo spettacolo, evitando, al contempo dei danni troppo gravi agli astanti.

La popolazione virile gioisce nello sfidare il selvatico animale e prende spesso delle gran botte.  Non temano gli animalistianimalisti. A fine giornata i torelli tornano nei loro pascoli, un pò contusi anche loro, ma certamente soddisfatti di aver passato una domenica diversa.

watch?v=v2lJ-S71-rw&p=2BEAD456AC535589&index=37&feature=BF

http://www.youtube.com/watch?v=F3QlWGYZSQA&list=QL&feature=BF

http://www.youtube.com/watch?v=dogKXKEXP1U&feature=related

Solo foto. Isola Terceira.

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    1. Siepe di gigli sul bordo di una strada di campagna, a

Terceira

    1. . E’ stupefacente vedere come dei poveri

 contadini

    isolani si siano presi tradizionalmente cura di questi dettagli .
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Oppure siepi di ortensie. Queste piante sosono particolarmente diffuse nell’isola di Flores.
Fiori d'ottobre
Fiori d’ottobre, anche in autunno, nonostante il primo freddo, la nebbia ed il vento, la tenace flora azzorriana si manifesta vitale.

 

Le felci arboree
Le felci arboree, antico residuo di flora tropicale.

 

Le divisioni dei pascoli, nella perenne nebbia.
Le divisioni dei pascoli, nella perenne nebbia. Sempre a Terceira.

 

Anche il contatore dell’acqua ha diritto alla sua piantina, del tutto spontanea, nata in questa specie di serra.
Pave bicolore a Praia da Vitoria. È un esempio della famosa “calzada portuguesa” il tipico modo di pavimentare le strade ed i marciapiedi. Stile che fu poi ripreso anche in Brasile, sul celebre lungomare di Copacabana a Rio.

 

Immancabili, come in tutto il Portogallo, i grandi pannelli di mattonelle dipinte di azzurro, os azulejos, di antica tradizione olandese.

 

Piante….

La vegetazione di quest’isola di Terceira, alle Azzorre, mi sconvolge, la meraviglia, mi assale. Non si lascia afferrarre, non vuole rientrare negli schemi botanici e geografici. Non mi vuole far capire dove sia capitato: se nel mondo tropicale o in Europa, è una mescola continua. Ho visto molti bananeti, in uno di questi c’era un castagno! Poco più in là un agrumeto e poi un frutteto di mele ed ancora una piantagione di ananas. Tutto insieme!  Ci sono densissimi boschi di grandi conifere, strane, mai viste. Accanto boschi di vari tipi di alloro (questo tipo di foresta si chiama Laurisilva, presente anche a Madeira), fittissime le chiome, spettrali i nudi ed esili tronchi contorti nel buio sottobosco. Moltissime le specie endemiche, che si ritrovano solo qui. Pitosfori giganteschi sotto ai quali vegetano rigogliosissime foglie carnose da foresta tropicale. Eucalipti enormi dall’intensissimo odore. Ho visto le felci arboree. (Il carbone che abbiamo consumato fino a poco tempo è fatto soprattutto dal legno di queste piante; io le credevo additìrittura estinte da qualche decina di milioni d’anni, fino a quando non me ne trovai una davanti, in un distributore di benzina, in Ecuador).  Le strade di campagna hanno bordure di gigli rosa, ora in fioritura, o siepi di ortensie alte tre metri; certamente piantate, sono diventate spontanee e vanno avanti da sole, senza cure. I coloni portoghesi fecero lo stesso intorno alle loro piantagioni di cacao a Sao Tomè. Molti campi di patata dolce, come in Africa.  Tutto verdissimo, tutto l’anno, piove sempre. Cammino tutto il giorno su strade prive di traffico; a volte, sulle alture,  mi immergo in banchi di nebbia fredda; attraverso boschi di eucalipto, inebriato dal liro odore. Altre volte, in certi luoghi esposti, vengo travolto dal vento. Avanzo a fatica, impaurito da tanta furia, fino a che rinuncio e torno indietro. Queste isole sono famose per ospitare degli uccellini americani. I poveri vengono rapiti, nelle loro zone d’origine, dalle tempeste e portati fino a qua dai venti. Per uno che si salva mettendo piede alle Azzorre, mille affogheranno nell’infinito oceano.

Là dove passo, ovunque pascoli, divisi in precisi quadratini da muretti a secco, perfettamente tenuti, di pietra lavica, nera, ma ricoperta da licheni svariatissimi. E nei quadratini tante mucchine pezzate bianche e nere. E tutto molto bucolico e pacifico, ma tanta bellezza non riesce ad allontanare un immanente senso di solitudine, di isolamento, di lontananza dalla società umana. E ciò finisce per pesare.

Azzorre!

La casina portogheseSono arrivato alla Azzorre, ad Angra do Heroismo, la capitale dell’isola Terceira. Ho ritrovato subito con emozione le casine tradizionali portoghesi. Le ho già trovate molte volte, sempre uguali, in Brasile, a Capo Verde, in Angola, ovunque i portoghesi abbiano messo piede da padroni. Sono semplici scatole, con la porta, le finestre regolarmente disposte, a volte delle piccolissime terrazzine in corrispondenza alle porte finestre del secondo piano, ma nessun altra diversione, nessun gioco di volumi, di rientranze e di sporgenze, di abbaini e tettoiette. I muri sono lisci e bianchissimi, le finestre e la porta hanno delle semplici cornici in colori pastello o scuri, ogni casa il proprio colore, diverso dalla casa accanto; in basso una balza, dello stesso colore. Altre invece hanno i muri color giallino od azzurrino, addirittura rosso mattone ed allora le cornici delle finestre e della porta sono bianche. Le finestre hanno i vetri divisi in sei od otto riquadri e sono sempre bianche. Non hanno persiane, ma scuri interni e quando questi sono aperti, allora le tende sono chiuse, bianche, con dei ricami. Non si sa mai se c’e’ qualcuno in casa. Le porte sono scure, marrone, verde, blu. Se non fosse per le dimensioni poche sono le differenze fra le case dei contadini in campagna e quelle dei signori in città, al massimo questi hanno le cornici delle finestre con qualche elemento di adorno in più. Sono case tutte uguali, ma ognuna è diversa nei colori. Sono chiare, oneste, solide, danno affidamento ed offrono amicizia con i loro colorini. Chi torna a casa la trova certamente ad attenderlo, fedele, senza inutili fantasie.  Espongono la loro facciata al sole e alla pioggia dell’oceano senza giochi d’ombra o timidezze. Sembrano antiche anche quando non lo sono; sembra che siano lì da sempre.  Non lasciano capire il carattere del proprietario, è questi che si deve adattare alla casa. Amo con tenerezza queste case e mi piacerebbe che una di loro mi possedesse.