L’esemplare turismo genealogico

In questo edificio, nel porto di Buenos Aires, venivano ospitati gli immigrati in attesa che trovassero lavoro e casa. Ora è il Museo dell’Immigrazione. Foto di Carlos Zito via Wikicommons.

Il turismo è come la vita: ricchissimo di sfaccettature. Vi è pure quello che si dedica ad visitare gli antenati.

Si sa, gli italiani sono un popolo di emigranti; ormai da un paio di secoli, anche se pare che se ne siano dimenticati. Ci sono più italiani all’estero che in Italia ed ogni giorni altri se ne aggiungono.  E Anche gli spostamenti interni delle genti italiche sono stati massicci, verso Roma o verso il Nord dove c’era lavoro.

D’altra parte, da una trentina d’anni, si è largamente diffuso l’interesse per la genealogia. Prima era stata una faccenda di sedicenti nobili che volevano dimostrare le loro antiche origini o reclamavano eredità in cause secolari; ora, grazie alla democratizzazione della cultura, anche i discendenti dei morti di fame ci tengono a conoscere le proprie, sia pur umili, origini. E se ne vantano, giustamente. Molto attivi i francesi, i quali, nella loro arroganza, non mancano di avere (tutti quanti) fra i loro antenati Carlo Magno. Ma anche in Italia gli archivi diocesani, storici comunali, di Stato, sono pieni di gente che fruga nel proprio, dimenticato, passato.

Il turismo non poteva non penetrare anche questo settore. Con tre tipi diversi di approccio.

La visita alle famiglie d’origine. Fa parte della tradizione dei vecchi emigrati italiani. Si tornava al paesello d’origine. Una vota l’anno, se si era emigrati in Europa, una volta ogni tanti anni se si abitava nelle Americhe, poveri loro. Si facevano conoscere i nipoti nati nel frattempo ai nonni rimasti alla vanga. Ci si vantava dei successi ottenuti, si tacevano le miserie e le umiliazioni subite. Storie di emigranti, il mito dello zio d’America. Questo tipo di turismo è ormai minoritario: le grandi ondate migratorie si sono estinte ormai da molti decenni ed i legami con le famiglie di origine sono esilissimi o meglio scomparsi. Gli emigrati recenti, invece, si giovano delle nuove tecnologie e delle compagnie low cost e tornano a casa, virtualmente o fisicamente, ogni giorno.

La ricerca genealogica. Per quanto esistano schedari on-line (il più incredibile è questo, frutto di una collaborazione inusuale fra Mormoni e Stato italiano) la ricerca dei propri antenati ha bisogno di molte ore chine su antichi manoscritti di impiegati comunali artritici o di parroci cialtroni. E’ quindi necessario spostarsi nei luoghi abitati dalla propria antica famiglia, soggiornarvi a lungo, andare ogni mattina all’archivio. Si soggiorna, si mangia, nel pomeriggio si visitano i luoghi che furono dei trisavoli o dei loro bisnonni. E’ un turismo speciale, ma è turismo.

Visita ai luoghi ancestrali. E’ il segmento più recente e maggiormente in sviluppo. Si tratta di coppie o famiglie che si recano a visitare i luoghi dove vissero i loro antenati, prima dell’emigrazione. Ormai non hanno nessun legame con i parenti rimasti, non sanno nemmeno chi siano.  A volte sanno il nome del paese di origine solo grazie a vecchi documenti o alle storie che giravano in casa. Altre volte, addirittura, la famiglia aveva perso ogni memoria e qualcuno di loro ha commissionato una ricerca genealogica che ha ritrovato i vecchi legami, spesso partendo dai registri degli sbarchi degli immigrati a Buenos Aires o a New York. E quindi la famigliola si reca in sommesso pellegrinaggio a vedere quei luoghi che un secolo e mezzo fa un loro antenato aveva abbandonato, inseguito dalla miseria, inseguendo un sogno. Succede anche che la stessa persona che ha eseguito la ricerca genealogica organizzi la visita di ritorno. Ciò avviene soprattutto per chi è emigrato in America del Nord e si ritrova spaesato in quel continente privo di storia e di memoria. Ma succede anche con i brasiliani; meno frequentemente con gli altri sudamericani, forse semplicemente per motivi di minori risorse da investire in una cosa apparentemente inutile come la ricerca dei propri antenati.

Paradossalmente il turismo genealogico si presenta come il miglior turismo possibile. Ecco perché: per prima cosa va spesso in luoghi reconditi e poco frequentati; quelli da cui venivano i poveri antenati emigranti che non lasciavano certo Venezia o Taormina. Relegati paesini del sud, strette valli friulane, pendici pascolative abruzzesi. Non c’e’ sovraffollamento, niente ingorghi di bus. Turismo disperso, al massimo.

Poi il turista genealogico è terribilmente rispettoso dei luoghi che visita (furono percorsi dai suoi avi) e delle persone che incontra (potrebbero essere suoi cugini). Si presenta con fare discreto, umile, commosso e grato. Esattamente il contrario del turista classico, cialtrone, arrogante e chiassoso.  Volge il suo intenso sguardo alle cose, ai colori, aspira l’aria con sommessa emozione. Accarezza le case in cui l’antenato visse. Si fa tutt’uno con il contesto: un pesce nell’acqua. L’emozione che provano i turisti genealogici è intensissima, ne parlano con tutti, come bambini felici.

Ed infine, il turista genealogico rimarrà per sempre attaccato al suo viaggio. Continuerà a parlarne a famigliari ed amici, conserverà un grato ricordo dei luoghi visitati. Ci tornerà ancora portando figli e nipoti. Sarà un ambasciatore nel mondo dello sperduto borgo montano.

E’ così che vorremmo i turisti e non come sono normalmente.

PS. Per approfondire, una tesi di laurea sull’argomento.

Le chiese fortificate in Romania

Una strada di un villaggio tedesco in Transilvania. Foto da un sito di approfondimento dei fatti balcanici di cui raccomanda vivamente la visita.

Nell’infinita babele dei popoli balcanici, che non smette di affascinarmi, ve n’è uno che ha lasciato delle opere architettoniche di grande interesse. Si tratta dei tedeschi della Transilvania: vi furono insediati dagli Ungheresi quando questi conquistarono quella regione nel XIII secolo. I tedeschi avevano il compito di controllare il territorio spesso preda delle scorrerie dei turchi e dei tartari, secondo i momenti storici.

Gli immigrati, da bravi tedeschi, si organizzarono perbenino e, nel tempo, costruirono circa 150 villaggi fortificati di cui 100 esistono ancora e 7 sono Patrimonio UNESCO. I villaggi erano composti da due o tre strade che confluivano in una piazza centrale. Le case erano unifamiliari, massicce, ad un piano, squadrate ed erano tutte in fila, vicine l’una all’altra lungo le strade. Il poco spazio fra una casa e l’altra era chiuso da dei robusti muri. In questo modo l’assalitore che avesse percorso la strada vi si trovava intrappolato e poteva uscirne o fuggendo da dove era venuto o proseguendo fino alla piazza centrale sotto il tiro proveniente dalla case; non gli sarebbe stato possibile uscire dalla strada e tagliare per i campi.

Nella piazza centrale c’era la chiesa, gotica ed assai massiccia anche lei.

La particolarità di questi villaggi consiste nel fatto che le chiese sono circondate da un’alta muraglia, a volte spessa molti metri e vuota all’interno. Nello spessore della muraglia trovavano spazio molte stanze dalle cui finestre i difensori bersagliavano gli assalitori. In quei vani trovavano anche ricovero i raccolti agricoli, ben al sicuro. La muraglia aveva delle porte, ben solide e difese.

Possente chiesa e possente mura. Tutto molto tedesco. Foto di Oswald Engelhardt via Wiki commons.

Quando arrivava un forte gruppo assalitore, tutta la popolazione si rifugiava nella chiesa fortificata dove trovava cibo per poter resistere a lungo. Fra la chiesa vera e propria e la muraglia c’era sufficiente spazio per ospitare gli animali.

I complessi delle chiese e delle muraglie sono molto belli, caratteristici ed unici e la loro visita è un momento importante in qualsiasi viaggio si voglia fare in Romania.

Ma la storia dei tedeschi della Transilvania non finisce così.

La fortificazione della chiesa di Prejmer, vista dalla parte interna. Foto di pubblico dominio via Wikicommons.

Mantennero per secoli la loro lingua, senza mescolarsi con i Romeni, al loro solito, ma mantenendo dei buoni rapporti con i vicini. Arrivarono ad essere, prima della II guerra mondiale, diverse centinaia di migliaia di persone. Il nazismo al potere in Germania rovinò tutto. I tedeschi romeni risposero volentieri, molto volentieri, troppo volentieri al richiamo nazionalistico della loro patria, pur essendosene allontanati da mezzo millennio. Accolsero a braccia aperte gli eserciti nazisti, al cui interno furono creati corpi da loro composti. E parteciparono alle nefandezze che quegli eserciti erano soliti compiere. Al momento della ritirata molti dei tedeschi della Transilvania seguirono l’esercito verso la Germania. Per quelli che restarono le cose non furono evidentemente rosee. Ma, passati i momenti più tesi ed arrivato Ceausescu al potere, i tedeschi della Transilvania, sia pure numericamente molto diminuiti, continuarono la loro vita di sempre. Nonostante quel che era successo durante la guerra, continuarono ad avere le scuole in tedesco, a vivere nelle loro case ea non subire discriminazioni. Un bell’esempio di tolleranza della Romania socialista.

Una tipica chiesa fortificata. Foto dal sito del progetto UNESCO.

Al crollo d quest’ultima, i tedeschi decisero di fuggire numerosi verso la ricchezza della loro patria riunificata, lasciando i villaggi fortificati e la miseria ai romeni. Ormai non ce ne sono quasi più, e quelli rimasti sono integrati e del tutto mescolati ai romeni-romeni.

I loro villaggi che non sono protetti dall’UNESCO si trovano in una condizione di grave sofferenza. Le vecchie case sono state occupate dai romeni che, con i soldi guadagnati con l’emigrazione le stanno “modernizzando” snaturandole. Certe chiese sono in rovina. Si perde così un’eccellente opportunità di sviluppo turistico diffuso in quella regione, (troppo spesso associata al solo richiamo di Dracula), come sta avvenendo nel Delta del Danubio.

 

Quel che il turista cerca e non trova (quasi) mai

Il turista è come Tantalo, sempre teso alla ricerca di ciò che desidera pur senza poterlo mai raggiungere. O come il gatto che corre per cercare di acchiappare la propria coda. Perché il turismo sega il ramo su cui è seduto, ma poi a cadere a terra è il turista. Parlo qui, naturalmente del turista attento e curioso, non di quello che va in Crociera o a Rimini. Quelli son vacanzieri.

E’ tutto un problema di backstage, del dietro le quinte, di ciò che succede lontano dagli occhi del passante, dell’estraneo. Il turista che va a visitare un luogo lontano, una città importante, un ambiente naturale sconosciuto, si pone mille domande. Se va a in India vorrebbe sapere cosa pensano in cuor loro gli indiani quando assistono alle loro cerimonie religiose o quando si siedono sulla spiaggia, a migliaia, al tramonto, a vedere il sole che sparisce nell’Oceano. Se  va sulle Dolomiti, dopo aver osservato il panorama, si chiede come sarà quel luogo nella mezza stagione e cosa fanno quelli che vi abitano, quando non ci sono più turisti. Se gli capita di mangiare una bistecca alla fiorentina in centro a Firenze e non è del tutto stupido, si chiede se i fiorentini mangiano quel tipo di bistecca e come realmente è quella che loro vogliono mangiare.

Perché il turista che non sia un cialtrone, vorrebbe capire quel che sta vedendo, desidererebbe sapere quel che avviene quando lui non c’e’, sarebbe la sua massima aspirazione riuscire a carpire i pensieri delle persone che lui incontra nel suo viaggiare. Non si vuole fermare all’apparenza, ha curiosità antropologiche ed addirittura etnologiche; vuole penetrare nel backstage. Tanto che fioriscono espressioni come: ” Visitare una città like a local“, “Dormire presso l’abitante” come se fossimo sui parenti; o si utilizza il metodo del “couchsurfing” dormendo sui divani altrui; certo, per risparmiare, ma anche per sentirsi, fosse solo per una notte, un abitante di quella casa, un membro di quella famiglia che la mattina, di fretta, si alza per andare a lavorare. E si affittano appartamenti su Airbnb, facendo finta di essere vecchi residenti nel quartiere, passando dal fornaio e facendo una capatina al bar per una birretta. Strattagemmi per sentirsi locali e non turisti che vanno, loro!, in albergo. E vanno molto quei siti e quei gruppi su FB dove si ritrovano gli expat di una certa città, ai quali i turisti chiedono consigli su cosa vedere e dove mangiare: “Dove mangiate voi residenti, non i turisti come noi”.

E ciò avviene perché ormai il turismo è una lebbra che divora se stesso. Là dove vanno numerosi i turisti, l’atmosfera cambia, le persone diventano ciniche, sfrontate, maleducate, avide; i ristoranti adattano i loro menu ai supposti gusti dei turisti, diminuiscono la qualità ed aumentano i prezzi; spariscono le piccole attività locali che fanno il colore di una città; tutto diventa, falso, artefatto, plastificato e mercificato. Le città subiscono la gentrificazione. L’omologazione è massima. Il turismo diventa inutile; nei luoghi visitati si vedranno solo altri turisti. Sarà diventato inutile viaggiare dal momento che tutto sarà uguale ed andrai solo a vedere persone come te che cercano ciò che non c’e’ più.

Ed eccoci al mito di Tantalo; il turista che cerca il diverso troverà solo l’uguale a se stesso, mentre il diverso si ritira e gli sfugge. Il backstage, quel che c’e’ dietro, non esiste più: è tutto oscenamente spiattellato davanti agli occhi del visitatore; è tutto ad una sola dimensione. Gli stessi locali non lo sono più; sono solo dei servitori del turista, assimilati a lui, nella lingua, l’inglese, e nei costumi.

Si dirà: ma le Piramidi, la Venere di Botticelli e le terme di Budapest sono ancora là, sono valori immutabili ed incorruttibili. Ebbene no; perché se intorno alla Gioconda c’e’ una selva di bastoni da selfie, la Gioconda non è più il miglior dipinto della storia dell’umanità: è un fenomeno da baraccone.

Questa degradazione del turismo sta ormai entrando nelle coscienze: il termine turistico era positivo fino a qualche anno fa come sinonimo di bello ed usufruibile. Ora ha preso un’accezione negativa, è sinonimo di dozzinale, affollato, di bassa qualità.

Le cosiddette nuove destinazioni sono immediatamente invase e fanno la fine di tutte le altre in un baleno. Lisbona ed il Portogallo ne sono un esempio. Niente sfugge alla penetrazione capillare dell’asfalto del turismo che penetra nelle più remote grinze del mondo.

Ed il turista intelligente ormai si è accorto di questa faccenda e se ne dispiace fortemente. E comincia ad immaginare che il turismo, dopo l’incredibile boom degli ultimi decenni, sia in via di declino e forse diventerà come le sigarette: una faccenda da vecchi, anche un po’ schifosa. Ed un intero settore commerciale mondiale crollerà.

Resta solo una via al turista. Andare dove è certo che nessuno va; andarci in bassissima stagione; rifiutare ciò che è citato dalle riviste, dai siti, dalle trasmissioni per turisti. Cercare le persone e non il paesaggio o l’opera d’arte. Perché di quelle ce ne sono moltissime e quasi tutte non ancora visitate e rovinate.

 

 

I soldi durante il viaggio

Non usare mai questo tipo di cassa automatica. Foto di FredTC via Wikimedia Commons.

Una delle preoccupazioni maggiori dei turisti riguarda la disponibilità dei soldi durante un viaggio. Come procurarseli e come evitare i diversi rischi. Pur nella grande variabilità delle circostanze vediamo di dare dei consigli SEMPLICI e PRATICI, nei limiti del possibile, perchè la materia è vasta, complessa e cangiante.

Portarsi dietro la mazzetta di € o $. Errore. Si corrono evidentemente molti rischi con il contante addosso o nelle borse o nelle fasce strette in vita, sotto i vestiti, come nel Medioevo. E comunque si starà sempre in apprensione. Se poi avremo cambiato in dollari avremo perduto qualcosa nel cambio. Ormai l’Euro è una moneta di importanza mondiale e in tutti i paesi viene accettata allo stesso livello dei dollari.

Portarsi dietro una piccola somma in €. Giusto. Avere comunque una piccola disponibilità di soldi può risolvere delle situazione complicate: un guasto alla macchina in campagna, una sosta in un luogo senza banche, un poliziotto da corrompere al volo. Si terrà sempre addosso, in fondo ad una tasca, nella scucitura di un giubbotto.

Cambiare banconote presso i cambiavalute. Mai. E’ certo che perderete molto. I cartelli che annunciano il valore delle monete spesso non riportano le commissione che poi vi troverete a pagare. Oppure ci sono delle tasse, più o meno fittizie che vi vengono addebitate. In alcuni casi succede anche che vi rifilano banconote false. Da evitare come la peste i cambiavalute che si trovano nei dintorni del ritiro dei bagagli, negli aeroporti, hanno commissioni elevate.

Cambiare la moneta del paese dove andate presso la vostra banca. Non si fa più. Prima era la norma. Chi doveva andare in Inghilterra passava la settimana prima al proprio sportello, ordinava un tot di sterline e tre giorni dopo tornava a prenderle. Evidentemente c’era il rischio di portarsi la mazzetta dietro.

Ritirare moneta locale dalle banche con la carta di credito. Bene, ma caro. La propria carta di credito permette di ritirare dei contanti, in valuta locale, sia alla cassa automatica delle banche sia agli sportelli. Bisogna ricordarsi il codice e si ottengono i contanti. I problemi sono due. Il primo è che molto spesso i possessori delle carte di credito non si ricordano il codice per il prelievo dei contanti. E quando se ne rendono conto è troppo tardi: è rimasto a casa, nel cassetto del comodino. Il secondo problema è che il contante ritirato è considerato un anticipo e viene addebitato sul conto anche un ulteriore 4% di “interessi”.

Ritirare moneta locale dal bancomat con la propria tessera. Perfetto, anche se ci sono alcuni ma ed il problema delle commissioni.

Il primo ma: bisogna andare SOLO alle banche. Bisogna evitare quelle casse automatiche con sopra scritto ATM, Euronet o cose simili. Non sono casse delle banche ed applicano tassi di cambio e commissioni mooolto sfavorevoli per il cliente.

Il secondo ma: Alcune casse automatiche tendono un tranello. Chiedono se vuoi cambiare al tasso del momento o a un tasso fisso che è indicato. Conviene SEMPRE cambiare al tasso del momento perchè in questo modo vige il tasso di quel momento fra le banche e non quello che mettono loro a loro vantaggio. Con questa scelta il tasso di cambio ti viene applicato dalla tua banca e non dalla proprietaria dello cassa automatica.

Il terzo ma:  Bisogna prelevare tutto quello che ti permettono di prelevare. Dal momento che ci sono delle commissioni fisse, indipendenti dall’importo, più volte prelievi, più volte paghi la commissione.

Il quarto ma: Alcune banche impediscono alle proprie tessere di prelevare all’estero, per motivi di sicurezza. Quindi il cliente, prima di partire si deve accertare se può prelevare all’estero e, in caso che non lo sia, farsi sbloccare la propria tessera.

Le commissioni? Naturalmente, usando il proprio bancomat come se si fosse a casa, ti vengono applicate delle commissioni. Ce ne sono di diverso tipo e di diverso nome. Sono cmq accettabili, non dovrebbero superare il 2% tutte insieme. Prima di partire sarebbe bene chiedere alla propria banca queli sono le condizioni dell’uso del bancomat e magari vedere se si può contrattare un miglioramento. Il vantaggio di questa forma di ritiro contanti è che il tasso di cambio è il migliore possibile, essendo fra le banche. Ed inoltre non hai bisogno di girare con le mazzette in tasca. Ed infine tu stai usando un mezzo di pagamento emesso dalla tua banca ed in caso di problemi devono rispondere di quel che succede ai tuoi soldi.

I primi soldi, appena arrivati. Bancomat in aerporto alla cassa automatica di una banca. E’ un momento un pò delicato. Si è appena scesi dall’aereo, si deve cercare un mezzo di trasporto per andare in città, non si conosce niente. Soprattutto abbiamo bisogno di soldi locali per evitare di dover usare degli euro, con tutti i rischi che il tassista ci speculi sopra o che la biglietteria dei bus non li accetti. Nel salone degli arrivi, subito dopo l’uscita dalla zona riservata ai soli viaggiatori, vi sarà certamente una cassa automatica. Usarla senza inconvenienti, con il proprio bancomat, stando attenti che sia di una Banca e non di una azienda di servizi (Euronet o altri) e seguendo i “ma” del punto precedente.

Bisogna pagare con il bancomat, con la carta di credito o in contanti?. Le spese correnti in contanti. Nei paesi del Nord è normale pagare con il bancomat anche il caffè; in molti altri il POS (la macchinetta che legge il bancomat) non ce l’ha nessuno. Può anche succedere che ad ogni operazione venga aggiunta una piccola commissione. Per evitare problemi, io mi comporto così. Le spese grosse come alberghi o biglietti le pago con la carta di credito nella quale le commissioni sono normalmente minori od addirittura assenti e cmq più standardizzate. Per tutte le altre spese uso i contanti. Il bancomat lo uso quasi solo per ritirare contanti dalla cassa automatica.

E’ sempre così? Purtroppo no: ciò è valido sostanzialmente nei paesi SEPA che è un accordo bancario che riunisce praticamente tutti i paesi europei, che abbiano l’euro o no. Altrove può essere differente.

Fuori dall’Europa? I problemi aumentano molto. Portarsi i liquidi in giro può essere ancora più pericoloso. Le commissioni aumentano. Il bancomat spesso non funziona. Quindi:

Cercare banche internazionali. Ai Caraibi una volta la “Banca dei mari del sud” mi prese il 25% su un prelievo. Dietro l’angolo scoprii solo dopo c’era la Scotian bank che me ne prese il 2%.

Stare attenti ai simboli. Sulla tessera del bancomat c’e’ un simbolo (Cirrus, Maestro, Mastercard, ecc). Vedere bene che sulla cassa automatica ci sia l’adesivo con lo stesso simbolo. Se non c’e’, meglio non infilare la tessera nella fessura, per evitare improbabili ma non impossibili inconvenienti.

Il problema della lunghezza del codice. I nostri codici sono a 5 cifre. Certe casse automatiche ne richiedono solo 4. Mettete le vostre prime 4 cifre, sperando bene.

A volte dentro funziona e fuori no. Succede anche che la cassa automatica non riconosca la vostra tessera, ma che il cassiere umano, all’interno della banca possa farvi l’operazione. Vale la pena provarci.

Usare maggiormente la carta di credito. La carta di credito è molto più potente del bancomat, fuori dall’Europa. Va usata per pagare, ma anche per ritirare liquidi dalle casse automatiche o dagli sportelli delle banche. Ciò costerà il famoso 4%, ma a volte non c’e’ rimedio.

Quante carte? Dove tenerle? E i codici? Io viaggio con la carta di credito e due bancomat su due conti diversi. In questo modo sono meno esposto a furti, a danneggiamenti delle tessere o all’eventuale disseccamento di un conto. Le tre carte sono conservate in tre tasche/borse diverse. I codici li so a memoria, li ho scritti in una agendina che porto con me come se fossero dei numeri di telefono e stanno in un messaggio mail che ho inviato a me stesso e che posso recuperare da un qualsiasi computer del mondo.   Paranoie? No, troppe volte mi son trovato a chieder l’elemosina per esser rimasto senza accesso ai soldi che pur avevo su un conto da qualche parte del mondo. Da quando faccio così non mi è più successo.

Buon viaggio.

Il viaggio più bello

Un viaggio di molti anni fa è stato il più pieno ed interessante che abbia mai fatto. Nessuno, successivo, è riuscito ad avvicinarglisi. Un lungo percorso in Amazzonia.

La meta l’avevo scelta buttando a caso un dito sulla carta geografica, lo facevo spesso a quei tempi. Lavoravo in Ecuador. Per le vacanze di Natale, mi feci accompagnare da un collega fino a Canelos, nella parte amazzonica del paese. La strada si fermava lì, oltre solo foresta amazzonica fino a Belem, in Brasile, sull’Atlantico.

Parlai con dei maggiorenti del villaggio, bevvi la temuta chicha con loro, spiegai le ragioni del mio viaggio; dissi, un pò barando, che ero interessato ai frutti silvestri commestibili e chiesi delle guide per cominciare a discendere il fiume. Chiamarono due uomini, montammo sulla canoa e partimmo, io e loro, sul fiume; verso Curaray.

Cominciarono così 5 o 6 giorni di totale allucinazione. Mi trovavo in un ambiente assolutamente estraneo, inimmaginato ed inimmaginabile. Ero in un mondo non mio: tutto mi era differente, sconosciuto, nuovo, difficilissimo da prendere in mano. Non molto diverso da come deve essere trovarsi sulla Luna. Spaesatissimo. Ma di potenza eccezionale.

La prima parte fu lungo il fiume Bobonaza; poi fu necessario camminare per una infinita giornata, scavalcando un cresta di colline, per arrivare al fiume Villano. Discenderne gli infiniti meandri fino alla sua confluenza con il fiume Curaray giungendo, dopo poco, all’omonimo villaggio.  Io andavo leggerissimo, solo uno zainetto con un sacco a pelo e un cambio di vestiti, un telo di plastica per la pioggia. Stivali di gomma nei quali i piedi mi bollivano, nemmeno un coltellino svizzero, solo una borraccia.

Gli episodi si accavallano nella memoria, ancora vividi dopo tanti anni, uno più straordinario dell’altro. Il primo giorno, verso mezzogiorno le due guide accostano la canoa, a remi, su una spiaggetta del fiume, vicino ad una grande roccia immersa nell’acqua. Dal loro zaino tirarono fuori della polvere da sparo, fecero una specie di petardo e lo lanciarono nell’acqua profonda, sotto la roccia, con la miccia cortissima accesa. Un secondo dopo lo scoppio del petardo, uno dei due si tuffo riemergendo con un bel pesce, tramortito, forse ucciso, dallo scoppio. Misero una pentola su un fuoco e il pesce fu bollito, insieme a della manioca trovata sul posto, in un vecchio campo abbandonato da tempo. Con una foglia di banano, il più giovane avvolse le uova del pesce e, con del vimini, chiuse un specie di pacchettino che mise a bollire con il resto del pesce e la manioca.  Il pacchettino mi fu poi offerto come segno di speciale rispetto; aperto, le uova dentro erano una delizia.  Poi ripartimmo, la sosta avrà preso meno di un’ora. Mi pareva il paese della cuccagna dove per avere il cibo bastava allungare una mano.

Per la notte arrivammo in un villaggetto dove c’era un distaccamento militare ecuadoriano con alcuni militari. Mi accolsero volentieri, rappresentavo per loro un po’ di distrazione in una vita di infinita monotonia; il sergente in capo passava il tempo a riparare le radioline degli indigeni del villaggio accanto. I militari mi offrirono la cena; uno di loro aveva invitato anche un ragazzetto, lo trattava bene, lo faceva mangiare abbondantemente; io ero commosso da tanta gentilezza dei militari sudamericani nei confronti del popolo. Poi andammo a letto, in una baracca di legno, divisa in varie stanzette. Me ne dettero una con un giaciglio su cui mi accomodai bene, con il mio sacco a pelo. Nella stanzetta accanto entrarono il militare buono ed il bambino ben nutrito. Attraverso la sottile parete di assi ascoltai come il militare inculava il bambino piangente. Non intervenni.

Il sergente si adoperò per trovarmi due nuove guide per andare verso il fiume Villano. In quella zona vivono i cosiddetti Quichua dell’Oriente, parenti stretti degli indios delle Ande, con una lingua molto simile ed una buona familiarità con gli stranieri. Più verso il confine con il Perù c’erano e ci sono altre tribù molto più restie ad avere contatti, per primi i famosi Huaorani, che pochi anni prima avevano ucciso dei missionari americani. Durante il viaggio vidi una donna Huaorani, come mi dissero. Era nella miserrima bottega di un villaggio, al lume di una lampada tenuta accesa da un gruppo elettrogeno, per quella notte di festa. Erano tutti ubriachi sfiniti e ballavano. La donna aveva con sè una scimmietta che teneva sulla testa, aggrappata ai capelli; la scimmia era un maschio e si dimenava strofinando incessantemente il suo pisellino sui capelli della donna. Ogni tanto qualcuno alzava la scimmia e mostrava a tutti, fra grandi risate da ubriachi, il pisellino ritto. Abiezioni da ubriachi nel paradiso terrestre.

Una giornata intera di cammino, sempre nella foresta. Meraviglia infinita, ma stanchezza insopportabile. I piedi doloranti negli stivali, continue salite e discese nel fango, un sentierino minimo, alberi immensi a cui girare intorno o da scavalcare, quando caduti. Le due guide impazienti che volevano arrivare al fiume prima di notte e che non capivano la stanchezza di un povere bianco che arrivava anche a buttarsi a terra, morto di fatica. A volte, d’improvviso si fermavano, prendevano in mano una certa liana (per me del tutto identica alle mille altre intorno) e dandogli un taglio netto con il machete se la portavano alla bocca: sgorgava abbondante una buonissima acqua. Io continuavo con la mia recita dell’esploratore botanico e andavo raccogliendo semi, qua e là, e con questa scusa mi riposavo un attimo. Ma trovai anche un tipo di cacao commestibile da fresco che non riuscii a prendere perché troppo in alto e che poteva essere la pianta che mi avrebbe fatto diventare famoso.

Luoghi assolutamente spopolati. Qualche villaggio indigeno lungo i fiumi, a molte ore di canoa a remi l’uno dall’altro. Nei più importanti una pista di atterraggio, in erba, costruite e mantenute dai missionari, soprattutto protestanti. Certamente avamposti delle compagnie petrolifere americane: l’Amazzonia è ricchissima di petrolio. Alcuni di loro, anni prima avevano fondato quella che fu poi conosciuta come Instituto Linguistico de Verano i cui medici si dedicavano a sterilizzare, con vari pretesti e senza informarle, le donne indigene. Il fine era quello di eliminare gli indios e poter aver più facile accesso alle ricchezze forestali, agricole e minerarie della zona.

Solo foresta: alberi straordinari, cattredrali vegetali, l’infinita gamma di verdi. In quella zona l’Amazzonia non è ancora la piatta pianura che si troverà più a valle. Ci sono le ultime montagne e colline della Cordillera delle Ande: le vette vulcaniche e innevate hanno i loro piedi immersi nella foresta amazzonica. I fiumi erodono le colline e certe anse stanno sotto erte pareti di roccia e terra su cui si mantengono alberi giganteschi; sembrano imprendibili bastioni vegetali sotto i quali scivolava lenta la nostra canoina, sempre e solo a remi.

All’inizio della sua discesa il fiume Villano era ancora di portata modesta e molti banchi di sabbia e ciottoli affioravano, nelle anse. A volte bisognava scendere dalla canoa per superare dei tratti di acqua troppo bassa. In altri punti si formavano delle pozze profonde con dei gorghi. Mi avevano spiegato che se vi si cade dentro non bisogna cercare di nuotare verso l’alto, la superficie. Bisogna invece stare tranquilli e lasciarsi portare dal gorgo fino a toccare con i piedi il fondo e, a quel momento, darsi una forte spinta per uscire dal vortice. Ero assai preoccupato. Soffrivo molto per il sole che batteva sugli stivali di gomma e non me li potevo togliere perché c’e’ra da scendere psesso a spingere la canoa.

Agli indigeni si stavano aggiungendo, in quegli anni, delle famiglie di coloni ecuatoriani: poverissimi, si inoltravano nella foresta per trovare un pò di terra libera. Disboscavano qualche parcella di quella enorme foresta e ci coltivavano qualcosa per la sopravvivenza della famiglia. Ma i prodotti agricoli sono troppo pesanti perché potessero portarli al mercato, a giorni di cammino o di piroga. Allevavano allora qualche mucca per portare, un paio di volta all’anno, dei vitelli alla città del Puyo, giusto per avere qualche soldo per i vestiti, le medicine, le pile della radiolina che li fornisse di un po’ di musica. Non avevano i mezzi e la forza per recintare i pascoli e quindi le mucche erano legate con una corda ad un picchetto infisso in terra. Quando avevano mangiato tutta l’erba a cui potevano arrivare, un ragazzo spostava il picchetto e ciò più volte al giorno. Il cammino verso la città era estremamente penoso, a tratti molto erto, fangoso, scivoloso, durava giorni e giorni. Poteva succedere che i vitelli scivolassero in un burrone, finissero nel fiume, affogassero, si danneggiassero le zampe: e tutta la speranza del guadagno svaniva. Vita di una durezza incredibile. Le differenze fra  i coloni e gli indigeni erano abissali. I primi soffrivano, le baracche erano fatte malamante, povertà e sporcizia ovunque, bambini in cattivo stato. Presso gli indigeni tutto pareva più curato, meno disperato, in migliore stato: segni di una vita più tranquilla. Semplicemente, gli indigeni stavano nel loro ambiente e i coloni non erano che degli immigrati recenti, disperati.

Le guide che mi accompagnavano lungo il Villano erano giovani e credo che fossero cugini. Sapevano un pò di spagnolo, ma fra di loro parlavano in quichua; e lo facevano incessantemente, non stavano un attimo zitti. Intuivo che parlavano degli alberi, degli animali, degli uccelli, del fiume. Degli infiniti elementi di quel mondo che ci circondava; dove per me era solo meraviglia, loro ci trovavano mille aspetti di cui discutere, con passione, apparentemente. Si indicavano cose, continuamente, uno seduto a prua, l’altro a poppa; io nel mezzo. Remavano lentamente, lasciando fare molto alla corrente. Mille versi di uccelli si mescolavano allo sciaquettio delle pagaie; le zone di pieno sole erano inframmezzate da tratti in ombra, sotto gli enormi alberi. Il riflesso dell’acqua e il suo mormorio sulle pietre, nelle anse in cui il fiume si allargava e si faceva meno profondo. Loro chiacchieravano, io a volte mi appisolavo, seduto sul fondo della canoa. In tutta la discesa credo che incrociammo una sola altra canoa, che risaliva la corrente.

Ero affascinato dalla tranquilla disinvoltura con la quale tutte le mie guide si muovevano in quell’ambiente: veloci, precisi, sicuri, certi di quello che andava fatto. Dei pesci nel mare, mentre io ero perennemente impacciato, preoccupato, timoroso. Sconvolto, in una parola; loro, invece, coinvolti in quel loro mondo. Giovani beati in mezzo alla loro natura.

L’animale in questione era proprio così, anche nell’atteggiamento e nella attenzione con cui ci guardava. (Foto di By USFWS – U.S. Fish and Wildlife Service Digital Library System, Public Domain, via WikiCommons)

Avevano un vecchio fucile, arrugginito.  A una svolta del fiume, si zittiscono: su una spiaggetta c’e’ un bellissimo esemplare di giaguaro o di puma, qualcosa del genere, loro lo indicavano come el tigre. Grosso, decisamente da far paura. Nel silenzio quello davanti mi da la pagaia, mi fa segno di remare lentamente, prende il fucile e la mira. Quello dietro sussurra indicazioni. La canoa si avvicina all’animale che ci guarda con molta intensità. Io sono combattutissimo: vorrei salvare l’animale, mi basterebbe battere la pagaia con forza e fare rumore; ma non vorrei che i due, dopo, mi scannino al posto del felino. Ma temo anche che l’animale salti sulla canoa; mi pare improbabile, ma penso che potrebbe essere una madre che ha dei cuccioli proprio lì dietro e che li vuole proteggere. Cerco di pensare a cosa fare, ma che ne sapevo, di tutta quella faccenda? Nell’incertezza non faccio niente. Il cacciatore spara, il fucile fa cilecca, il rumore del cane che si abbatte sulla cartuccia è sufficiente a far scappare l’animale. Io sono contento, i due ridono e si prendono per il culo da soli, io mi aggiungo alle battute. La tensione si scioglie in risate.

Per l’ultimo dell’anno ci fermammo su una spiaggia, nel pomeriggio, abbastanza presto. Mi lasciarono lì e ripartirono per andare a caccia, per la cena. Io dissi che avrei fatto il bagno e scherzando chiesi se per caso non ci fossero i piranha in quel punto. Voleva essere una battuta, ma il più vecchio rispose che potevo stare tranquillo perché i piranha restavano al centro del fiume e non venivano verso riva. Non credo che arrivai a bagnarmi le ginocchia.

Ad un certo punto mi allontanai di qualche passo verso valle, scavai una buchetta nella sabbia e mi accoccolai per fare il bisognone. Mi resi conto che ero perfettamente solo, sulla spiaggia di un remoto fiume amazzonico, circondato dalla foresta più vigorosa del pianeta, sul far della sera e che stavo cacando. Una vertigine.

Che dette presto luogo alla preoccupazione perché i due non tornavano. Che avrei fatto se mi avevano abbandonato? La possibilità che una canoa passasse di lì nei giorni seguenti era remota. Ma poi arrivarono, quasi a buio, tristi. Avevano preso solo una modestissima scimmietta delle dimensioni di un gattino. L’arrostirono e me la dettero quasi tutta a me. Per bere avevano portato un fagotto di fibre di manioca masticata e fermentata (la famosa chicha, già citata, sempre quella); gettandone una manciatina in una mezza zucca (che ci serviva da bicchiere) di acqua del fiume e mescolando con la mano, si toglieva all’acqua il sapore di fango e il poco di alcol presente nella manioca fermentata, la purificava.   Dopo l’inesistente cena, io mi distesi dentro il sacco a pelo, su un margine del telo di plastica, pronto a coprirmi con l’altro margine se avesse piovuto (lo faceva tutti i giorni, dall’umidità pareva di stare in un acquario, ma le temperature mai torride). Loro erano meglio organizzati e dormivano sotto una specie di zanzariera. Ci diamo la buonanotte e noto che uno di loro si sistema il fucile a portata di mano. Immagino che abbiano deciso di spararmi durante la notte e chiedo spiegazioni: “In caso venga el tigre“.  Fu una notte lunga ed insonne.

E finalmente arrivammo al villaggio di Curaray, qualche decina di persone, tutti indigeni salvo due famiglie di coloni. La mia situazione mi apparve subito assai difficile. Ero stanco ed indebolito. Gia alla partenza stavo poco bene, inseguito dalle diarree tropicali; poi durante il viaggio, fra disagi, poco mangiare e stanchezza mi ero ridotto in pietoso stato. Non potevo, dunque, rifare il cammino inverso, molto più lento, perché controcorrente. Pagai le guide chiaccherine e decisi di prendere uno degli aeroplanini che arrivavano al villaggio portando persone e merci, che altra via non c’era, se non quella che avevo fatto io.

Questi indios mi parvero subito poco accoglienti, non so perché; certo mi avevano accumunato a quelli che andavano a rubare risorse: terra, petrolio, legname.  Mi rivolsi ad uno dei due coloni chiedendo se potevo dormire nella sua casa, grande e su palafitte. Un po’ scontroso, anche lui, mi disse di mettermi sulla veranda. Così feci, almeno stavo sotto un tetto. Tutti a letto appena arrivato buio (ovviamente nessuna elettricità), accesi una candela aspettando di prender sonno. Mi accorsi con terrore che da ogni fessura dello sgangherato pavimento di assi stava uscendo uno scarafaggio, di quelli tropicali, grande, solo il corpo, come un dattero. Erano un milione, mi avevano circondato, e vedevo vibrare due milioni di antenne, tenute a bada solo dalla luce della candela che si stava rapidamente consumando. Ho il terrore degli scarafaggi, deve essere una faccenda patologica. Passai dei minuti disperati. Mi misi a sedere su uno sgabello appoggiandomi alla balaustra della veranda e mi accorsi che gli scarafaggi stavano camminando sui pali orizzontali della balaustra. Ero disperato, preso dall’angoscia. Con l’ultima mezza candela uscii dalla tettoia e mi misi all’aperto sul fondo di una canoa arrovesciata. Ma cominciò a piovigginare e faceva freddo. Il cielo mi salvò: mi venne in mente di andare a dormire in chiesa, su un banco. Lì non c’era niente da mangiare, e quindi gli scarafaggi non la frequentavano e lì passai le restanti notti. Tanto il prete non c’era.

Ma c’era una specie di incaricato che possedeva una potente radio ricetrasmittente grazie alla quale parlava con la missione al Puyo e che poteva avere delle informazioni sull’arrivo dell’aereo. Ma o non le sapeva o non me le voleva dire, odioso.  Il problema maggiore era il cibo. Nessuno mi voleva dare da mangiare, nemmeno pagando. Era una muraglia; chi con una scusa, chi con un’altra nessuno mi voleva dare niente. E’ la tipica forma di resistenza passiva che gli indios hanno sempre adottato contro i bianchi invasori, fin dai tempi di Colombo. Bella spiegazione, ma io avevo sempre più fame. Solo una vecchietta mi dava una manciatina di noccioline, la mattina.

Io cominciavo a non poterne più e a voler tornare a casa. Del resto la meraviglia della foresta e dei fiumi era finita e l’atmosfera del villaggio mi era assai pesante. Unica distrazione, un dottore mandato là dai missionari che mi fece provare la Ayahuasca come ho già raccontato. Ma non mi dava da mangiare nemmeno lui; diceva che il cio che si era portato dietro stava finendo, anche lui era in attesa spasmodica dell’aereo. Cominciava a vaneggiare: mi parlava della sua speranza che sorgesse un vulcano davanti a casa sua, giusto per veder succedere qalcosa nella monotonia dei suoi giorni al Curaray.  Io, già  non mangiavo niente, poi ebbi anche a vomitare tutta una notte per via della Ayahuasca.

La faccenda era complicata dal fatto che la pista era sulla riva opposta del fiume, rispetto al villaggio. Quindi o restavo al villaggio a cercare di mendicare un pò di cibo o andavo sulla pista ad aspettare un aereo che non si sapeva se dovesse arrivare o no. Era certo che uno sarebbe arrivato il 6 gennaio per riportare il maestro della scuolina e portar via il dottore, ma un’altro aereo poteva venire prima, vai a sapere.

Ogni mattina uscivo dalla chiesa dove dormivo, passavo dalla vecchietta per avere la mia manciatina di noccioline e andavo sulla riva del fiume dove chiedevo a qualcuno di portarmi dall’altra parte. Passavo tutta la giornata sotto la tettoia di una baracca e la sera tornavo indietro. Per quattro giorni: un incubo. L’aspetto positivo fu che nella mia stessa condizione c’era un ragazzo che, dopo aver passato le vacanze di natale a casa, tornava al Puyo, al Liceo. Entrambi tutta la giornata ad aspettare. Ma lui aveva due grosse ceste di vimini piene di carne di cacciagione affumicata che portava con se in città, certamente per venderla e pagarsi le sue spese. La notte lasciava le ceste dentro la baracca, accanto alla pista. A fine pomeriggio, quando era evidente che l’aereo non sarebbe più arrivato il ragazzo tornava a casa. Io mi trattenevo ancora un poco e rubavo qualche pezzo di carne, fra l’affumicato, il bruciacchiato, il crudo ed il marcio che sgranocchiavo sul posto, a morsi. Il fatto è che la cesta era coperta e chiusa da delle foglie di banano legate al bordo. Per togliere la carne, dovevo spostare le foglie e pescare con due dita i pezzi di carne. Dopo un pò di operazioni così, il ragazzo si accorse delle foglie manomesse, portò una catena ed un lucchetto e chiuse la porta della baracca con la mia unica fonte di cibo dentro.

Finalmente, il 6 gennaio, come previsto, l’aereo arrivò. Era di sei posti; se non me ne avessero dato uno, ero pronto ad uccidere. Quando l’aereo cominciò a rullare mi si riempirono gli occhi di lacrime.

Dopo un viaggio così, tutti gli altri sono noia.

La maledizione di alcuni paesi

Il lago Kivu, fra Rwanda e Congo offre bellissimi paesaggi in un clima mite. Foto di Martijn Munneke via Wikicommons.

Spesso il turista non se ne cura e ci va lo stesso. ma alcuni paesi sono sovrastati e distrutti da una maledizione che distrugge chi ci vive. Il turista magari nemmeno se ne accorge, ma se ne è informato riesce a capire meglio ciò che sta vedendo e può evitare di essere il solito superficiale, che non si rende conto di niente.

Credo che il paese più infelice del mondo sia il Rwanda. Luogo poco turistico, eppure ricco di bei paesaggi e di molte interessanti tradizioni. La maledizione di quel paese è data dall’impossibile coesistenza di due etnie delle quali una, molto minoritaria, vuole conservare il potere assoluto sull’altra, maggioritaria e mantenuta in uno stato di insopportabile asservimento. Il paese ha una lunga storia di massacri, di vendette, di atrocità inimmaginabili, di giustizia sommaria ed infame. L’odio scorre sotterraneo, come un fiume carsico dai mille rivoli. Le due etnie vivono mescolate e gli individui sono costretti a coabitare negli stessi spazi, nascondendo l’odio reciproco, il disprezzo dei dominanti, l’infinito rancore dei dominati. Hanno fatto dell’ipocrisia e del mascheramento dei propri sentimenti, un pilastro della società. Si dice che il modello dell’uomo rwandese sia colui che passa una nottata intera a bere vino di banana, seduto accanto all’uomo che uccise suo padre, senza che nessuno noti il suo turbamento. Terrificante.

Perché in Rwanda il razzismo non si manifesta con insulti o scenate. Pare non esistere, fino a che non sfocia nel massacro. Ma chi muore sa che qualcuno della sua etnia, un giorno o l’altro, lo vendicherà. L’infinto ciclo del sopruso, della violenza, della vendetta.

Il Rwanda è veramente l’ultimo paese in cui vorrei andare a passare una vacanza. L’odio che vi regna, pur invisibile, è una lebbra che vi si appiccica addosso. La sua storia è atroce, i suoi governi sono bestemmie contro l’umanità, l’infelicità delle persone è massima; prigionieri della maledizione che copre quel paese da secoli e che non pare finire mai.

Tutt’altro contesto e continente, ma situazione simile in Colombia. La violenza è una costante di tutto il continente sudamericano con le lodevoli eccezioni di Cuba ed il Cile, ma in Colombia sono veramente scatenati. L’immagine che se ne ha in Italia è del tutto parziale e tendenziosa: allegria, balli, donne vestite con vivaci colori, spontaneità e voglia di vivere. Ma quella era la pubblicità di un caffè colombiano, non la vera Colombia.

E’ un paese che ha un sottofondo di violenza infinita, inarrestabile e continua dall’indipendenza  (volendo dimenticare quel che facevano gli spagnoli ai tempi della colonia) del 1819. I colombiani si sono sempre divisi in due fazioni che hanno cambiato mille volte nome, motivi, ideologia e configurazione, ma il cui fine ultimo è stato quello di scannarsi senza pietà.

Lavoravo con questo popolo. Erano contadini, ma avevano smesso di produrre per vendere, perchè i paramilitari rubavano tutto quel che raccoglievano. Si erano ridotti alla più misera delle austosussistenze. Foto di Brandon981123 via Wikicommons.

Alla base ci sono gli stessi motivi che portano alla violenza in Rwanda: la dominazione di pochi contro molti. Direte che ciò esiste ovunque; vero! ma in questi due paesi tale dominazione è senza ritegno, misura, umanità. Non si vuole solo comandare, sfruttare, arricchirsi. Si vuole farlo sfacciatamente, umiliando e sottomettendo. L’uso arbitrario e sadico del potere. Dracula come presidente della Repubblica. Si dirà anche che sono molti i paesi in preda alle guerre. Vero anche questo! Ma in pochi paesi come in questi due, le persone che fanno parte dei gruppi avversari vivono intimamente mescolati; sono così legate da mille vincoli di vicinanza, storia, cultura. Sono parenti, molte volte.

Mi fanno un po’ pena, francamente, i turisti italiani che vanno in Colombia e tornano contenti, parlando della gentilezza delle persone. Non hanno visto, non sanno, non vogliono sapere che Bogotà è un posto dove ci sono bande che uccidono i lavavetri agli incroci chiamandoli “usa e getta”. Ho conosciuto colombiani sfollati interni che hanno cambiato di regione per 13 volte, cercando un angolo di pace fra tante violenze. Ho un amico di Bogotà scappato a Parigi dopo che un giorno, nel traffico, tornando a casa, il guidatore della macchina accanto alla sua fu ucciso a revolverate. Ho stretto molte mani rese terribilmente callose dall’esercizio della raccolta delle foglie di coca. Ho visto le baracche degli sfollati accatastate lungo chilometri di scarpata della ferrovia mentre, a lato, immense e verdeggianti distese accoglievano rare mucche al pascolo; indimenticabile esempio della crudeltà umana dei latifondisti e dell’indifferenza sociale dei colombiani. Gli stessi che, chiamati alle urne per un referendum che avrebbe messo fine alla guerra civile che dura da 40 anni ininterrottamente, hanno votato contro la pace e per la guerra. In mezzo a tutto ciò i narcotrafficanti se la passano una meraviglia.

I colombiani sono tristi, intrisi di violenza bi-secolare; capaci, molti, delle peggiori nefandezze. I latifondisti hanno i loro eserciti di mercenari ed eleggono il presidente della Repubblica, Uribe, ad esempio. Tutti i giorni sindacalisti ed attivisti sociali vengono uccisi nelle periferie e nelle campagne. L’intellighenzia progressista, colta, urbana discetta sul futuro, il bicchiere di whisky in mano. E’ questo, soprattutto, ciò che mi ha sconvolto di quel paese nel quale lavorai troppi mesi, controvoglia: l’indifferenza umana e sociale, la mancnza di implicazione pesonale nel dramma storico in cui vivono immersi. Onore a quelli che rifiutarono l’indifferenza e presero le armi, sapendo che fine avrebbero fatto.

E’ un posto umanamente orrendo la Colombia, non bisogna andarci. Ci sono belle cose da vedere, Cartagena, belle spiagge tropicali. Ma è tutto insanguinato.

Insospettabili frammenti di storia

La sede della “Commissione Europea del Danubio” a Sulina.

Girando per il mondo si trovano storie insospettabili. Questa riguarda un fiume e la prima Commissione Europea. Siamo nel 1856 e c’entra anche Cavour.

Si tratta della cittadina di Sulina, all’estrema estremità del Danubio, proprio alla foce del suo braccio centrale. Ci son finito perché volevo vedere come era il Delta d’inverno. L’ho trovato freddissimo e impraticabile, ma, come al solito, affascinante. A Sulina ci si arriva con una navicella da Tulcea, con tre o quattro ore di navigazione fra delle rive piuttosto insignificanti, almeno d’inverno. D’estate deve esser tutt’altra cosa. Non esiste strada, impossibile arrivarci per via terrestre.

A Sulina ho trovato, inaspettatissima, la seguente storia.

A seguito della guerra di Crimea, nel 1856 fu stabilito un trattato di Parigi che smilitarizzava ed internazionalizzava il Mar Nero, mentre il Danubio passava sotto il controllo dei Principati di Moldavia e Valacchia, i quali, solo nel 1918, alla fine della I guerra mondiale, si riunificheranno nella Romania attuale. Gli infiniti vai e vieni della storia dei Balcani.

I firmatari del trattato decisero di creare una “Commissione Europea del Danubio” che tutelasse la libertà di navigazione. Fra i belligeranti c’era anche il Regno di Sardegna che Cavour aveva voluto inserire in questo grande gioco in modo da arruffianarsi con i francesi e cercando la loro benevolenza riguardo al progetto di riunificazione dell’Italia sotto la corona dei suoi padroni Savoia.

Fu la prima volta che venne istituito un organismo che si chiamasse “Commissione Europea”. Con il garbo che contraddistingueva quei fondatori e che ancora oggi li caratterizza, Germania in testa, i membri del patto non pensarono nemmeno ad invitare il Principato di Moldavia sul cui territorio si trovava il Delta.

Le vecchie case di legno di Sulina.

La sede della Commissione fu posta a Sulina. Ogni paese membro vi inviò un delegato. Un bell’edificio fu costruito per ospitare la sede della Commissione, così come numerose palazzine residenziali per le abitazioni dei delegati e delle loro famiglie. Questi edifici sono ancora tutti lì.

Il porto di Sulina, che altro non è che il lungofiume, divenne importante. Le merci arrivavano con le chiatte che scendevano il Danubio e venivano imbarcate sulle navi che andavano ovunque nel mondo, attraverso il Mar Nero e i Dardanelli. O viceversa.

Fra delegati, agenti marittimi, uffici degli armatori, attività dei cantieri e del porto, Sulina diventò una città piena di fermento. Si costrui’ anche un faro che ormai non serve più a niente, dal momento che il Danubio è avanzato di tre o quattro chilometri.

Le nazionalità presenti, in virtù del Trattato o dei semplici interessi commerciali e marittimi, erano numerose: inglesi, francesi, italiani, tedeschi, greci, maltesi, armeni, turchi. Non mancavano gli ebrei. Ogni religione aveva la sua chiesa, ma il cimitero era uno solo, diviso in zone, secondo nazionalità e religione. Molte tombe sono ancora lì, piene di licheni ed erbacce, in un delizioso quadro decadente. Vi son sepolti anche dei familiari di Ugo Foscolo. Molti italiani della Dalmazia. Sepolti ai confini dell’Europa e mai tornati a casa.

La Commissione andò avanti fino al 1939, la II guerra spazzò via tutto. Alla fine della guerra, Sulina diventò l’armatissima frontiera fluvio-marittima della Romania e molte palazzine di stile sovietico furono costruite per ospitare militari e funzionari.

Con l’arrivo del capitalismo incomincia la rapida e profonda decadenza di Sulina, ridotta ormai ad una sorta di città fantasma. Le merci vanno ormai verso il porto di Costanza, grazie ad un canale artificiale e sono poche e piccole, le navi che passano la notte a Sulina aspettando di risalire il fiume verso Tulcea, il giorno dopo, partendo all’alba.

La spiaggia di Sulina in versione invernale.

Il turismo da qualche speranza, alcuni volenterosi organizzano bei giri nel Delta, con dei motoscafi. A due chilometri dalla città vi è una grande spiaggia che, d’estate, si riempie di turisti romani, per lo più famiglie. L’acqua è bassa e poco mossa, ma è anche assai melmosa e poco salata, così vicina alla foce del fiume. Nel paese ci sono numerose pensioncine ed affittacamere, un paio di alberghi.

Ma il grosso dei turisti internazionali che vogliono visitare il Delta fanno base a Tulcea da dove partono i tour su imbarcazioni più importanti. Anche le crociere sul Danubio si arrestano a Tulcea.

Una delle tombe degli italiani di Sulina, in questo caso della famiglia Foscolo, di Zante, come Ugo.

E Sulina con la sua storia, i suoi edifici e chiese, il suo commovente  cimitero, il suo essere il punto più orientale dell’Unione Europea, sta scomparendo. Un posto da visitare, un luogo della storia e dell’anima.

Le terme di Bucarest

Bucarest non offre molto al turista, specialmente d’inverno, al freddo e al gelo. Ma vi sono le terme dove passare una giornata. Si trovano ad una trentina di km dal centro della citta; ci si arriva facilmente e a comodo prezzo con un taxi (meglio Uber, piu trasparente, mentre i taxi normali sono soliti taglieggiare e truffare l’ignaro turista) o con una navetta gratuita che parte ed arriva ogni due ore da Piazza Romana (vale la pena provarla, l’autista brucia i rossi come se fosse un`ambulanza, gli orari sono sul sito delle terme).

Gli orari dele terme sono lunghissimi e si può entrare la mattina ed uscirne a notte fonda.

L’enorme edificio delle terme, tutto in vetri, è concepito come una serra piena di grandi palme ed altri alberi tropicali. Fra queste sono sistemate le piscine ed i lettini. Vi sono tre fasce di prezzi e servizi. La prima da accesso ad un solo edificio, adatto alla prole. Ci sono molti scivoli e tre piscine, una per i ragazzi, una per gli adulti ed una esterna, ma riscaldata. L’insieme non è molto bello, le palme sono piccole, le luci basse, l’atmosfera vi e un po’ sciatta.

Pagando un po’ di più si ha accesso all’edificio principale con la grande piscina, in parte interna ed in parte esterna, ma, ovviamente, riscaldata. Un bar ha il bancone nella piscina stessa e si puo bere restando ammollo. In questa parte delle terme, le palme sono piu belle, le vetrate sull’esterno più ampie, l’atmosfera più ricca. Vi sono anche piscinette con acque salate, al litio e cose così. Si può entrare nella piscina, prendere qualcosa da bere, passare una porta semisommersa ed andare a bersela nella parte esterna, di notte, mentre nevica, restando nell’acqua calduccina fino al mento. Non è male.

Vi e infine un terzo livello di prezzi che permette l’accesso ad una terza e soprastante area (oltre, ovviamente, alle prime due) con le saune ed aree di relax molto tranquille. Nelle tre aree vi sono anche i bagni turchi, di vapore.

Tre ristoranti, uno per livello di prezzo, completano la faccenda. Si possono affittare costumi, ciabatte, asciugami, accappatoi. Il prezzo di entrata varia fra i 10 ed i 25 euro a seconda del livello scelto, della durata della permanenza, del giorno prescelto (il fine settimana è più caro). I prezzi delle consumazioni sono assai ragionevoli. E ti danno una fascetta tecnologica da mettere al polso su cui farti addebitare le consumazioni e pagare poi tutto insieme all’uscita, in totale trasparenza.

Durante l’estate vi sono grandi spazi all’aperto con il prato, gli ombrelloni e la piscina a temperatura ambiente. Ho visto che nuovi padiglioni sono in costruzione.

Tutto meraviglioso, quindi? Beh, no, purtroppo. Ed i purtroppo sono numerosi. Per prima cosa: l’acqua, i bagni turchi, le saune non sono molto caldi. Mancano diversi gradi per stare veramente al caldo. Si sta bene, ma non ci si lessa come si vorrebbe fare quando si va alle terme. Poi le piscine sono basse e bisogna sempre stare in ginocchio, per restare immersi. Ed i giochi d’acqua, soprattutto all esterno (jacuzzi, getti per i massaggi, correnti d’acqua) sono pochi e modesti.

Poi il personale è di una maleducazione proverbiale. Se ti siedi sul legno delle panche delle saune e non sull’asciugamano ti trattano come un delinquente. Se sei incerto sul da farsi, alla cassa, ti incitano come se tu fossi una pecora in un gregge.

Ma il problema maggiore è che questo complesso non sa bene cosa vuole essere. E’ progettato e gestito senza una idea precisa di cosa siano le terme. Da una parte vorrebbero essere una specie di aqualand, ma i giochi d’acqua e le cascate e gli scivoli sono troppo modesti per aspirare ad esserlo.

Ma non sono nemmeno delle terme tipo relax, benessere, wellness: l’acqua non èabbastanza calda, vi circola troppa gente,la musica ambientale è a volte frastornante, da discoteca. Le saune non sono assolutamente all’altezza degli standard che si trovano ormai ovunque: sono troppo grandi e le persone entrano ed escono continuamente lasciando entrare l’aria dall’esterno; in alcune ho notato che le porte non chiudono bene e lasciano passare tremendi spifferi. In quasi tutte le sane (con una sola eccezione) la temperatura è bassa e non hanno il catino con il romaiuolo per gettare l’acqua sulle pietre. In una delle saune è montato uno schermo gigante dove vengono proiettati i documentari naturalistici della BBC. Una sauna-cinema non si era mai vista. Altre saune hanno ambientazioni arabe o alpine, ma è solo scena, la temperatura è bassa. Si esce dalle saune perchè ci è venuto a noia restarci, non per aver raggiunto il limite di sopportazione del caldo, come deve essere.

Il costume è obbligatorio ovunque. Niente a che vedere, insomma, con le terme-benessere di tipo alpino-tedesco.

Ed infine si è voluto dare a tutto l’ambiente una atmosfera tecnologica con schermi, effetti luminosi, musica ambientale; tutto ciò è l’esatto contrario delle saune di tipo finlandese.

Il pubblico finisce per essere un misto fra turisti, expat, locali benestanti assidui o locali tamarri occasionali impedendo totalmente il sapore popolare che hanno le terme ungheresi. Ci ho visto sto anche un sacco di gente strana che assomigliavano molto a militari israeliani o a mafiosi caucasici. Donne in tchador ed altre evidentemente prezzolate. L’osservazione del pubblico può essere interessante e istruttiva.

La terme di Bucarest finiscono quindi per essere un grosso e dispendioso tentativo riuscito male in tutti i sensi, per un verso o per l’altro. Ci si puo passare una giornata, ma si finira per restarne un po delusi.

La fine di un amore

Ho dedicato molti post al Portogallo. Ho parlato del fascino impalpabile di quel paese. Mi sono commosso descrivendo l’atmosfera che strega chi ci va. Ma ora ho capito; era infatuazione e non amore. Tutta colpa della pisserità.

Per anni ho cercato di capire quale fosse l’essenza del Portogallo, perché mi attirasse tanto. Ed anche quali fossero le sue peculiarità, quel suo essere così diverso dal resto di Europa. Tutta diversa, ma mai così diversa come il Portogallo.

Ho girato, ho letto, ho parlato, ho riflettuto, ho chiesto, ho guardato ed ho visto. Alla fine ho capito.

Parto da questa foto. E’ un bar, prossimo al centro di Porto. E’ un tipico bar portoghese, di buon livello. Ce ne sono molti così. La sua caratteristica è di essere vecchio; non antico, vecchio. Ha quell’aria da anni sessanta, con i neon, le sedie tipo formica o imbottite di similpelle, gli spazi vasti ed un po’ disadorni. Secondo le abitudini di quell’epoca è molto funzionale, asettico, ma anche poco accogliente. E’ completamente fuori tempo, il suo anacronismo è la sua forza attuale. Lo straniero vi entra come si va ad un museo del design; ci si prende un caffè come se si stesse aspettando che arrivi il nonno. Siamo anche un po’ intimoriti da quest’aria trapassata. Ed i camerieri, vetusti, brutti, incattiviti dalla stanchezza ribadiscono l’effetto “viaggio nel tempo”. I locali ci vanno perché sono abituati a farlo. Per molti di loro quel bar è sempre esistito, è sempre stato così, è rassicurante.

Si potrebbe pensare che il proprietario di quel bar è un gran furbastro che gioca sul vintage per adescare turisti beoti. Non è così. Il Portogallo è stracolmo di questi esercizi commerciali che vengono direttamente da 5 decenni fa, quando il paese era ancora un Impero coloniale. Il primo nato nella storia dell’umanità, l’ultimo a scomparire.

Ma non è solo l’estetica di quel bar ad essere attardata; è anche il modo di fare in generale; l’essenza di un paese.

Dopo essermi soffermato su questo punto, mi è venuta in mente la seguente domanda: ” Ma a me (e a tutti gli altri numerosissimi italiani attratti dal Portogallo) questa apparenza vintage piace perché è bella o perché siamo nostalgici di un tempo passato?” La risposta non può che essere una: è la nostalgia che prevale, non può certo essere la bellezza, che è assai rara.

Una chiesa a Porto.

Quindi noi associamo il Portogallo ad una nostra nostalgia dei tempi passati; ciò appare straordinario se si pensa che quel paese asserisce di essere la patria della saudade, che sarebbe una delle molte forme diverse della nostalgia. Quindi al solo osservare quel bar di Porto (e tutti i suoi numerosissimi simili) noi avremmo colto l’essenza del Portogallo che si riverbera nel nostro animo provocando lo stesso sentimento, sia pure momentaneo, che pervade perennemente l’animo dei portoghesi. Siamo stati accalappiati dalla portoghesità!! Noi nostalgici ci ritroviamo bene in un paese che fa della nostalgia la propria filosofia di vita. Che vive, come dice Tabucchi, nel disio dantesco ricordando il passato ed aspettando il futuro.

E con questo ci avviciniamo al punto centrale della faccenda.

Vivere nella nostalgia e nella malinconica attesa di un futuro che lo richiami non è sano. Non possiamo far finta che il presente non esista o che sia solo un fastidio. Io sono un convinto assertore del hinc et nunc. Qui ed ora, solo e sempre. La nostalgia, la suadade, può essere il gioco di un momento, lo sfizio dell’annoiato; non può essere la condizione esistenziale del popolo portoghese e di chi si è avvicinato a quel paese.

Quando invece questo malsano stato d’animo prende il sopravvento, i danni sono enormi. Ed ecco che il portoghese diventa pissero e la portoghesità diventa pisserità.

Parola poco usata ma che disegna efficacemente colui che è perbenino in tutte le sue manifestazioni; che non si spreca in niente; che è tutto un po’ compunto e da poca relazione agli altri; che vuole apparire decente, ma che è semplicemente modesto e non perché sia povero, ma perché è limitato nei gusti, nell’animo, nell’intelletto. Gli oggetti pisseri non sono né belli né brutti, ma vorrebbero essere belli senza arrivare ad esserlo; sono però molto decenti e non faranno sfigurare. Ma daranno tristezza, perché vorrebbero esser di più, ma non sono riusciti ad esserlo. Né carne, né pesce; mai allegri, mai arrabbiati, sempre in una via di mezzo; un po’ presuntuosi della loro virtù e della loro storia, che però non hanno. Un abito pissero te lo puoi mettere, ma nessuno si accorgerà né di lui, né di te che lo indossi. Con una persona pissera non ci farai mai grandi discorsi, né grandi leticate; ha poco da dire, e quel poco lo dice in modo poco interessante. Ma non perché sia stupido; è semplicemente trattenuto, poco generoso nei sentimenti, restio ad esprimersi con chiarezza e espansività. Una persona anonima, bruttina, che non attira gli sguardi, che passa inosservata, che non ha alti e bassi.  Un pissero, in poche parole.

Un’aula dell’Università di Evora.

Ed ecco che, improvvisamente, i portoghesi, generalizzando, mi sono sembrati pisseri e pissero il loro paese. Tutto molto bellino, con le belle casine dai colori pastellino e le mattonelline dipinte ovunque. Ma mai (o quasi) un acuto verso il sublime o verso l’orrido; sempre tutto perbenino. Tutti un po’ bruttini (un po’ meno le nuove generazioni) ma che ci tengono a comportarsi decentemente con i loro prolissi ed infiniti giri di parole per non dire : Tu o Lei o Voi. Una lingua ricercatissima e leziosa che spende mille parole dove cento sono sufficienti, per evitare di dire con chiarezza quel che si ha sul cuore. L’enorme difficoltà ad avere rapporti diretti, franchi, forti, decisi con i portoghesi. Permalosi, mai spontanei, sempre un po’ impacciati; più formali che gentili. Sempre molto prevedibili.

Ma anche la loro grande suscettibilità; mai varcare quegli stretti confini che dividono le persone se non si vuole avere reazioni stizzose. Ma anche in questo caso, stizzose, non forti. Sempre contenute, mai veramente spontanee; rari i moti dell’anima. Reazioni pissere, appunto.

E’ per questo che si rifanno ad un passato mitizzato, che ci vogliono ancora vivere dentro, come in quel bar di Porto. La nostalgia di un passato imperiale, il desiderio di tornare ad essere grandi; disio, macerazione dell’anima.

E tutto ad un tratto il Portogallo mi è sembrato un paese pissero, sostanzialmente triste ed inutile. Non bello, ma lezioso. Non interessante, ma presuntuosetto.

Ed il mio amore è svanito. Ho capito che non era vero sentimento, ma mero desiderio di capire un luogo. Non ne parlerò più.

 

 

 

 

 

 

 

Il Mostro di Firenze, la foresta equatoriale ed il Viaggiatore Critico

Paracadutisti della Legione Straniera in Gabon. Foto di davric da Wikimedia Commons

Come stanno insieme questi tre disparati argomenti: Il Mostro di Firenze, la foresta equatoriale ed il Viaggiatore Critico? Molto bene.

Il Viaggiatore Critico vi ha già parlato dello strano mondo che ebbe a trovare in Gabon: il cannibalismo, il matriarcato, il vino di palma. Tutti temi che fanno la gioia del viaggiatore attento e curioso. Ma nell’oscurità della foresta equatoriale (ricordate Cuore di tenebre? Qui l’e.book gratuito) vi è di più. Così come di più vi è nei palazzi parigini. E i due luoghi sono strettamente legati.

I paesi dell’Africa Occidentale furono colonia francese e in larghissima misura lo sono ancora. Ciò che avviene nelle stanze del potere delle capitali di quei paesi è in realtà deciso all’Eliseo. Poi basta una telefonata. Molte delle nefandezze africane sono largamente di responsabilità francese. Ciò è particolarmente vero per quanto riguarda il Gabon che è paese produttore di petrolio, estratto in larghissima misura dall’ELF francese.

Una delle forme con le quali Parigi controlla il Gabon è riempire il suo esercito con numerosi istruttori militari francesi. Ma anche piazzando delle basi del proprio esercito nei dintorni della capitale. In modo da poter rendere molto chiaro che, al primo inconveniente, i loro carri armati possono arrivare al Palazzo presidenziale in 20 minuti.

Un’altra forma consiste nell’inviare la Legione Straniera ad addestrarsi in Gabon. Così i legionari imparano il paese ed i Gabonesi vedono chi dovranno affrontare se verrà loro in mente di alzare la testa. E quindi succede di vedere i legionari che compiono finte azioni di guerra, di guerriglia e di contro guerriglia in mezzo alle capanne dei villaggi, con le donne che fanno da mangiare ed i bambini che fanno casino. Oppure si aggirano nella foresta; la densissima foresta equatoriale. E ciò succede ancora oggi.

Sono molte le cose oscure che avvengono in quelle foreste; vi si tengono le notturne cerimonie magiche e religiose. Vi si compiono rituali ed offerte agli dei. L’anima oscura dell’Africa vi aleggia. Ho già raccontato di come certe società magiche segrete esercitano il cannibalismo rituale mangiando parti significative di corpi di ragazzi e ragazze uccisi allo scopo: il cuore ed il fegato per il coraggio, la lingua per l’eloquenza, i genitali per la potenza sessuale. E’ un mondo misterioso, difficile da avvicinare per un europeo (vedi le notti della nera Haiti). In tanto mistero, calore, ancestralità non può non avere un posto importante anche la sessualità, a sua volta esaltata nelle società matriarcali.

Ci troviamo quindi in un mondo molto, ma molto complesso dove magia, sesso e violenza si incontrano. Il pensiero magico, a-razionale la fa da assoluto padrone. In questo mondo si aggirano i militari francesi ed i legionari.

Lavoravo in una azienda agricola, in Gabon; una mattina, in uno dei campi fu trovata una ragazza assassinata. Alcune famiglie vivevano in certe capanne sul terreno dell’azienda o nelle sue vicinanze.  Una delle donne che viveva in queste capanne andò dalla polizia accusando il proprio marito dell’omicidio. La polizia torturò il tipo. Una delle torture consisteva nell’obbligarlo a mangiare dei “salsicciotti” di manioca (piatto nazionale) che la moglie aveva intinto nella propria vagina. Questo giusto per dire come ciò che avviene in quelle foreste possa essere lontano dalla nostra comprensione.

Siamo quindi in un contesto dove è relativamente frequente uccidere delle giovani donne per asportarle parti del corpo fra le quali il pube. Esattamente come faceva il Mostro di Firenze. Ma proprio esattamente. Tutti avranno sentito parlare dei suoi 14 o 16 delitti e del suo modus operandi.   Ed in quel contesto africano si aggirano dei legionari francesi, che non son certo delle educande intrise di profondi valori morali.

E guarda caso che nella vicenda giudiziaria del Mostro di Firenze sono entrate ed uscite a più riprese delle persone che avevano avuto a che fare con la Legione Straniera. Una stranissima confluenza di storie.