Marsiglia

Obenda Perkins, un misterioso lettore del blog, ci manda questo bell’articolo su Marsiglia, pieno di passione, che pubblichiamo più che volentieri, ringraziandolo. Anche le foto sono sue.

Per i Marsigliesi “la fine del mondo” esiste e coincide con Callelongue, un minuto paese che delimita a sud l’immensa baia che ospita la città. Oltre iniziano le Calanques, l’altro mondo marsigliese, una serie di fiordi, ora parco naturale, che spaccano il massiccio montuoso che separa Marsiglia dal resto della Francia. E dall’Europa. Perché Marsiglia è, assieme a Cadice, Livorno e Napoli, una di quelle città che hanno una personalità talmente forte da stagliarsi sopra, e forse anche contro, la cultura nazionale e continentale che la ospita.

Marsiglia è in effetti un mondo a parte. Geograficamente, la sua bellissima e ampia baia è costellata di isole e isolotti, fra i quali quello che ospita il castello d’If, la prigione che ispiò Dumas per il Conte di Montecristo.  La città la occupa tutta, dai cantieri navali a nord alle spiagge cittadine a sud. A livello sociale, la città è stata sin dalla fondazione, e continua ad esserlo, un vero melting pot di genti che si mescolano così come viene loro meglio, criminali e sporcizia inclusi, a dispetto del reticolo cartesiano auspicato dall’odiatissima Parigi.

Ne consegue che la città non è fatta per i turisti e chi ha voglia di monumenti rileccati o gerani in fiore alle finestre, può benissimo andare ad annoiarsi ad Aix-en-Provence. Chi resta, invece, può imparare ad apprezzarne la bellezza ruvida, difetti compresi. Visitare Marsiglia è come visitare a sorpresa l’appartamento di un amico che non ti attendeva: trovi disordine, letti non rifatti, magari odore di cucinato. Ma hai il tempo di vedere i libri sul comodino, le pentole sui fornelli, sentire la musica nello stereo… e all’improvviso sai un po’ meglio chi hai davanti, che vita fa e come la pensa. Certo, per cogliere i dettagli ci vuole tempo, ma proverò ad orientare lo sguardo di chi si farà un giro dei luoghi notabili.

Notre Dame de la Garde. Da lassù, in alto, si domina tutta la baia e la città. Allo stesso modo dalla città, e dal mare, è sempre visibile l’enorme (e pacchiana) statua della Vergine che torreggia sul campanile. All’interno, però, alzate gli occhi e meravigliatevi dei tantissimi modellini di imbarcazioni che pendono dal soffitto, tutti ex-voto o ringraziamenti dei marinai che l’hanno scampata bella. La collezione più vasta e ricca la trovate nel Museo della Basilica. Vale la pena anche accendere una candela e pregare, perché questa è ancora un luogo di do ut des fra umano e divino, non un monumento.

Porto Vecchio. Il centro di gravità dove tutto sembra prima o poi confluire, inclusa la Canebière, la via principale del centro storico. Più interessante perdersi dietro il porto, dove c’è un bazar nordafricano autentico, odoroso di frutta, pesce e dolci, dove vi alleggeriranno del portafoglio se non siete più che vispi. Dal Porto risalite a piedi per il quartiere Panier, la parte più antica e popolare della città, ora in ristrutturazione, dove si trovano ancora le casette linde e deliziose dei pescatori campani che emigrarono (in odore di antifascismo) qui negli anni ’30. Ho avuto la fortuna di scambiare quattro parole con un’anziana signora di Gaeta.

La Corniche. Sei km di passeggiata ciclopedonale, costeggiando tutte le calette del lungomare marsigliese, fino ad arrivare appunto a Callelongue, “la fine del mondo”. Fra spiagge pubbliche (con servizio di guardaroba, parcheggio auto e doccia gratuita), chioschi, ristoranti di pesce e cabanes: cabine familiari dove si passa l’estate. Nelle sere estive le spiagge marsigliesi sono punteggiate delle luci delle tavolate di amici e familiari che cenano in allegria, all’aperto. I Marsigliesi amano la vita e lei ricambia. Il mare non è sempre balneabile, cosa che lascia piuttosto indifferenti i residenti.

Lungo la Corniche si impara altro ancora sulla città: il monumento ai francesi rientrati dall’Algeria, il centro di arruolamento della Legione Straniera (ebbene sì!), l’immancabile ruota panoramica e anche una copia del David di Michelangelo, posta su un piedistallo al centro di una rotatoria, come uno spartitraffico qualsiasi! Mai visto niente di più dissacrante, specie per chi, come me, abita a Firenze e ne ha le palle strapiene dei turisti che la devastano. Personalmente mi è garbato un sacco. Se sei km sono troppo lunghi, prendete il bus. Non vi formalizzate se spesso salgono energumeni della sicurezza con al guinzaglio grossi pitbull: servono a calmare sul nascere gli ardenti bollori dei più teppisti fra gli adolescenti.

Les Calanques. Immaginate dei costoni di roccia calcarea a picco sul mare, che danno origine a fiordi naturali con un mare e calette spettacolari. Qui si trovano le cabanes più antiche, oggi diventate casette condonate (le possiedono i maggiorenti della città); anticamente si svolgeva del sano contrabbando. D’estate le Calanques sono affollatissime, l’unico modo per godersele (se non si ha una barca) è andarci poco prima dell’alba (con la macchina si arriva all’ingresso del parco, poi si va a piedi). Non uscite però dai sentieri ben tracciati, la roccia è friabilissima e farsi male è davvero un lampo. Sarete solo voi, i pini (l’unica pianta che cresce su questa roccia aridissima), le rondini e le cicale (in estate); cielo sopra, Mediterraneo all’infinito davanti e sotto.

Dove non andare. Assolutamente da evitare i quartieri Nord, sono come era Scampia fino a qualche anno fa. Lì i conti si regolano in pieno giorno col Kalashnikov. Il quartiere è composto da blocchi di edifici popolari, altissimi, posti a nord su delle colline, all’estrema periferia. Tutti, inlcusi alcuni poliziotti, mi hanno assolutamente sconsigliato di andarci. E’ la centrale dello spaccio ed il quartiere e’ controllato militarmente dalle gang. Un estraneo lo notano subito, ti prendono a sassate: ti conviene andartene subito. Io sono anche d’accordo con gli abitanti: se un turista va in quel quartiere per provare il brivido di visitare lo zoo dei criminali è anche bene che venga preso a sassate. La citta’ ospita un crocevia di mafie, locale, corsa e italiana. La criminalita’ interessa tutti i gruppi etnici e la crisi dei cantieri navali (durissima) ha creato delle tensioni sociali enormi.

I quartieri Nord

E’ una citta’ dura: il suo carattere un po’ criminale lo trovi anche al centro. Vicino al mercato della frutta, dietro il Vecchio Porto, ho assistito in diretta ad un arresto di un pregiudicato. La polizia e’ arrivata con diverse auto, ha circondato un abitazione e catturato il tipo, trascinato ammanettato giu’ per le scale. Intorno la vita del mercato e il traffico scorrevano normalissime. Particolare notevole: le facce dei poliziotti. Piu’ brutte, dure e incarognite di quella del criminale. Non siete in Francia, né in Europa, siete a casa dei Marsigliesi.

Ma l’immagine più cara che porto dentro è una notte d’estate, una piccola piazza della città in cui si ballava il tango. Le coppie erano intente a seguire la musica e, all’improvviso, una banda di ragazzini passa in mezzo a loro sugli skates, sfiorandoli come se non ci fossero. Nessuna protesta, nessuna reazione, tutti continuarono a ballare. Solo un pezzo di vita che passa in mezzo ad altra vita, così, al naturale.

 

 

 

Il necroturismo

Cimitero mussulmano in Tunisia, nei pressi di Beja. Nell’Islam non vi è la cura delle tombe. Deperiscono insieme al ricordo di chi le occupa.

Il necroturismo è una bellissima cosa ed il Viaggiatore Critico lo pratica con grande passione e costanza. Del resto i vivi sono a volte infastiditi dai turisti e poco propensi a lasciarsi osservare, mentre i morti si lasciano avvicinare tranquillamente e non chiedono nemmeno la mancia.

Vanno distinte due grandi categorie di necroturismo: il paleonecroturismo ed il neonecroturismo. Il primo, più banalmente, si occupa delle tombe degli antichi e si confonde con l’archeologia, la storia dell’arte, la museologia. Visitare antiche necropoli, ammirare le piramidi d’Egitto, studiare le tombe monumentali delle chiese barocche sono attività ovvie ed alla portata di ogni turista. Il neonecroturismo consiste invece nel visitare e frequentare i cimiteri moderni, ancora in funzione.

Il cimitero delle personalità a Tallinn.

I cimiteri sono dei luoghi del tutto particolari, nel tessuto urbano delle moderne città. Sono una sorta di “luogo fuori dallo spazio” normale. Resistono all’omologazione selvaggia del sistema di vita globalizzato. Sono spazi chiusi, separati dal resto. Vi si entra per una porta che segna chiaramente il limite fra ciò che sta fuori ed il mondo diverso nel quale entriamo. Poi non ci sono automobili che circolano (salvo qualche raro carro funebre, che comunque, non è un mezzo di trasporto normale). Ed ancora: molto spesso ci sono piante, alberi, fiori, aiuole, del verde. E ciò rallegra l’animo e ci mette di buon umore; i cimiteri sono una specie di parco naturale urbano. Inoltre c’e’ silenzio e dopo aver attraversato il frastuono della città, ci sentiamo molto sollevati. C’è poco affollamento, d’ordinario, e quelle poche persone presenti si comportano in un modo civile e composto. I visitatori dei cimiteri sembrano tutte delle brave persone.

Le tombe a casetta degli indigeni nel sud del Chile.

Ammetterete che questo breve elenco di punti positivi pone i cimiteri ai primi posti dei luoghi, in quanto a godibilità.

Poi ci sono i morti. Tutti abbastanza ordinati in file e colonne come in un quadro Excel. Dichiarano apertamente il loro nome e cognome, le loro date e mostrano la foto della loro faccia. Alcuni aggiungono delle frasi gentili per farsi meglio conoscere dal visitatore. Finalmente delle persone che non hanno niente da nascondere: nessuno usa nick name, Photoshop o altera la propria età. Ci mostrano l’essenzialità della loro persona e questo è un grande insegnamento. Sono ciò che noi saremo e questo ci conforta. Se loro non si lamentano della loro condizione, noi non possiamo temerla.

A queste considerazioni generali il necroturista aggiunge le particolarità di ogni cimitero che visiterà nei vari paesi. E qui le sorprese non mancano affatto e ne vedrà di tutti colori, restandone stupito ed affascinato. Scoprirà cose che non poteva immaginare.

Cimitero di Santiago del Cile.

In Olanda i morti danno le spalle alla porta del cimitero e chi entra vedrà la parte posteriore della lapide, infissa a terra, senza scorgere nessun nome. Per vederli dovrà aggirare le lapidi. Nei cimiteri mussulmani le tombe sono messe in ordine sparso e non sono curate. Una volta deposto il morto e costruita la tomba più nessuno ci mette mano e la muratura si disfa col passare dei decenni. In Corsica a volte, nei villaggi, i morti sono messi negli oliveti, senza che ci sia un vero e proprio cimitero. I cimiteri di guerra sono straordinariamente ordinati. I morti sono irreggimentati come lo furono da vivi ed insieme al nome vi è sempre il grado; per mantenere le distanze anche da morti.
Nel cimitero di Santiago del Cile alcune tombe sono piene di colori: bandiere, nastri, fiori di plastica, bottiglie e sassi dipinti. Sono molto allegre, pagane, si capisce che il morto è contento. In Patagonia gli indigeni fanno una casetta sempre di legno e di lamiera, dipinta di azzurro. Poi, con il tempo ed il tremendo vento di quella regione, la casetta marcisce e si affloscia sulla tomba.  Nel cimitero della Recoleta di Buenos Aires si inumano i morti in cappelle molto importanti, pretenziose, arroganti nella loro architettura. Piene di boria, come molti degli abitanti di questa città. Ma le porte delle cappelle sono chiuse e non si riesce a capire chi c’e’ sepolto. Morti gelosi, nessuno deve sapere chi sono. Diametralmente opposto il cimitero “nobile” di Tallinn, disposto in un bosco senza nessuna recinzione o edificio religioso. Fra gli abeti sono sistemati le semplici lapidi ed i morti sono raggruppati per mestieri: da una parte i musicisti, dall’altra i letterati, qua gli scienziati, là i politici. Anche a Kinshasa, durante la guerra di aggressione del Rwanda, quando la miseria dominava sovrana, i morti erano sepolti in campagna, al di fuori del cimitero ufficiale. Le famiglie non avevano i soldi per pagare le tasse di inumazione e sistemavano i morti dove potevano, di notte, di nascosto. Tristezza infinita.
Anche nella cripta dei Cappuccini di Palermo dividono i morti per categoria. ma qui hanno trovato il sistema di risparmiarsi di seppellirli. Lasciavano i corpi a mummificarsi e poi li appendevano alle pareti della cripta con i vestiti e tutti. Secoli dopo sono ancora lì, a centinaia, in bella vista; solo un po’ polverosi. Ad Haiti, invece, se si visitano i cimiteri, capita di assistere a delle cerimonie di vudu con accensione di fuochi profumati, spargimento di liquore sulla tomba del morto da placare, recitazione di formule segretissime e pericolose da ascoltare. State attenti.
Bello il cimitero copto del Cairo. Le cappelle delle famiglie hanno la forma di casette, con le finestre, le scale e tutto. Ci sono molti alberi e vien voglia di andarci a vivere. Certo quei morti stanno molto meglio della grande maggioranza degli abitanti vivi di quell’infernale città.
Ancor più caratteristici sono i cimiteri cosiddetti acattolici, diffusi in tutte le città del mondo cattolico.

Le belle casette – tombe del cimitero copto del Cairo.

Possono essere separati dal cimitero normale o possono farne parte, ma in un angolo ben contrassegnato dal resto. Vi sono sepolti i protestanti, gli atei, i morti di altre religioni. Gli ebrei normalmente no, perché loro hanno un cimitero per conto proprio. Particolarmente significative le sepolture degli atei dell’800 e del primo ‘900 che portano, con scritte e simboli, la loro polemica mangiapreti fino all’ultima dimora, significando che sono rimasti coerenti alle loro idee anche in faccia alla morte.

 

Da non tralasciare mai una visita ai cimiteri di quei molti paesini che stanno scomparendo, nelle zone remote d’Italia e d’Europa, vittime della globalizzazione e della urbanizzazione. Sono cimiteri piccoli, senza guardiano, con un cancello arrugginito. Le poche tombe recenti quasi stonano fra le molte antiche e ricoperte di licheni. Questi son morti due volte, nessuno vuole abitare là dove loro lo hanno fatto. Quel che lasciarono non interessa più a nessuno.

La tomba di un Foscolo all’estremità del Danubio, sul Mar Nero.

Pagine di storia minore ritroviamo nei cimiteri. Nei cimiteri delle parrocchie del Gabon c’e’ sempre un angolo dove venivano sepolti i missionari francesi. C’e’ segnata la data di nascita, quella di arrivo in Gabon e quella della morte. La maggioranza di loro non superava i 5 anni di vita in Africa; durante i primi decenni del ‘900. Arrivati e sterminati dalla malaria. Nel cimitero di Sulina, alla foce del Danubio, riposano alcuni agenti della prima associazione degli Stati Europei, quella per il controllo della libera navigazione sul Danubio.

Vacanze al cimitero: originali ed istruttive!

I 7 peccati capitali del turista

Perchè un turista deve andare a vedere il villaggio di Babbo Natale a Rovaniemi in Finlandia? Cosa ci troveranno in un posto simile? Foto di Motopark, via Wikipedia.

I turisti si macchiano di numerosi peccati, che possono essere divisi fra capitali e veniali. Per alcuni dei primi si meriterebbero di perdere definitivamente la loro qualità di turisti e dovrebbero essere condannati a restare a casa loro a vita. Una sorta di DASPO turistico.

Vediamoli:

  1. Visitare le attrazioni palesemente fasulle. Che le trappole per turisti esistano e siano numerose è un fatto noto. In alcuni casi anche i più avveduti ci cadono. Ma ci sono alcune trappole assolutamente evidenti, visibili e smaccate. Caderci è un peccato capitale. Un buon esempio è la Finlandia d’inverno, a Rovaniemi. Città di scarso interesse, tappa per andare più a nord. Ebbene, hanno inventato l’assurdità del villaggio di Babbo Natale, un posto dove hanno fatto delle casette di legno dove ti vendono il solito pattume da turisti, ti mettono un timbro e ti fanno una fotografia con Babbo Natale. Sempre in zona vanno forte i giri sulle slitte trainate dagli husky. In realtà i lapponi hanno sempre usato le renne come trainatori di slitte ed i cani sono una introduzione recente, giusto per i turisti. Non solo. Hanno organizzato delle sedicenti fattorie dove si vanno a vedere le renne (che in realtà trovi dappertutto, anche nei parchi pubblici di Rovaniemi) e nello stesso tempo ti danno la possibilità di scavalcare il Circolo Polare Artico che si trova a passare (per l’appunto) proprio in quella fattoria. E per finire ti fanno fare un giro su una motoslitta: e l’incanto della foresta artica nel silenzio assoluto dell’inverno innevato e congelato va a farsi fottere. Quattro attrazioni turistiche, quattro bidoni assoluti (in un paese che sarebbe magnifico). E la gente corre a frotte. Peccato capitale.
  2. Fare un ricorso eccessivo alle agenzie. In certe circostanze ed occasioni è inevitabile acquistare dei pacchetti turistici o fare dei giri organizzati. Per andare in Corea del Nord non si può fare altrimenti; girare il Delta del Mekong in autonomia è difficilissimo; per fare un giro in battello nel canale di Beagle, ad Ushuaia devi rivolgerti ad una agenzia. Ma son casi isolati; per il resto il vero viaggio è fatto in autonomia. Si sceglie dove si vuole andare, quanto tempo ci si vuole stare ed in che esercizi mangiare e dormire. Voglio essere io a deciderlo; non una agenzia il cui unico interesse è la massimizzazione del proprio profitto. Mi verrà a costare di più? Forse (non certo) ma è un prezzo che sono disposto a pagare. Se non altro non sarò obbligato ad aspettare che tutti i miei compagni di bus facciano la pipì. Molti turisti si affidano alle agenzie anche per viaggi molto semplici ed in luoghi civilissimi. Risparmiano difficoltà? No, perdono il senso del viaggio. Peccato capitalissimo.
  3. Mangiare dove ti dicono le guide turistiche (non quelle gastronomiche). Questa è un’altra faccenda misteriosa. Quando siamo all’estero, in fatto di cibi, si cercano le tradizioni locali, i ristoranti frequentati dai locali, la massima autenticità possibile. Oppure, quando siamo stanchi del colore locale, dei cibi simili a quelli a cui siamo abituati. Oppure, per far presto e per spendere poco, cibi veloci, senza pretese né di qualità né di autenticità. Queste credo che siano le sole tre vie possibili. Ebbene no, ce n’e’ una quarta; che è quella di ingolfarsi tutti quanti i turisti insieme in dei luoghi che sono descritti dalle guide, pur non avendo nessun pregio, di nessun tipo. L’esercente è stato abile a farsi mettere su Lonely Planet e tutti i pecoroni vanno a vedere. Alcuni casi sono clamorosi. A Firenze, ad esempio, l’Antico Vinaio di Via dei Neri, pur facendo dei panini assolutamente banali ed anonimi (e non tradizionali) ha la coda fuori per dei mesi interi. Lo stesso per la gelateria Grom, vicino al Duomo. Vedi file sterminate di gente triste che aspetta di avere il proprio triste gelato. Stanno lì in fila, pazienti e pecoroni per pagare a caro prezzo un gelato assolutamente industriale che viene venduto come tradizionale. Invece quella catena di gelaterie ha solo una quindicina d’anni ed è ormai di proprietà della Unilever, uno dei grandi produttori mondiali di olio di palma, giusto per dire quanto può essere tradizionale il gelato che produce.
  4. Viaggiare con l’agenda. Questo è uno dei peccati più capitali che vi siano ed è diffusissimo. Vediamo turisti che programmano il loro viaggio minuto per minuto cercando incastri impossibili fra treni, musei, bus e ristoranti. Si preparano tutta la scaletta del viaggio fin da casa e poi si stressano a morte cercando di rispettarla.
    Turisti pecoroni agli Uffizi. Vi pare un viaggio, questo? Foto tratta dal rapporto IRPET sull’Overtourism a Firenze.

    Magari in paesi dove il tempo è un optional. Vogliono riempire ogni minuto del loro tempo di viaggio e corrono fra un tempio ed un museo calcolando i minuti ed arrabbiandosi se non riescono a mantenere il programma. Come se fossero alla catena di montaggio di una fabbrica. Schiavi del tempo durante l’anno ed anche durante le vacanze. Un’angoscia infinita; una sciocchezza colossale. Il viaggio è sensazione; non esiste la produttività turistica. Non devi vedere tutto, meglio vedere poco e capire di più chiaccherando con la gente o vedendola passare dal tavolino di un bar. I soldi spesi per il viaggio non devono essere ammortizzati al massimo dividendoli per le attrazioni turistiche visitate. Viaggiare così è veramente da stupidi.

  5. Risparmiare durante il viaggio. I viaggi a volte sono cari e le persone spesso hanno pochi soldi. Quindi molti turisti viaggiano in economia; e questo è comprensibile e lodevole: ci piace viaggiare e pur di farlo si sta attentini alle spese. Ma poi ci sono quelli che avrebbero anche una certa disponibilità, ma che, durante il viaggio e per motivi incomprensibili, si trasformano in avari dalle adunche mani. Gli esce l’accattone che hanno in loro. Pagano magari mille euro di biglietto aereo, ma poi stanno a mercanteggiare i 50 centesimi sul taxi; dormono in immonde catapecchie per risparmiare due euro e mangiano per strada assicurandosi una bella diarrea. Fanno i conti in continuazione e son fieri di spendere in un giorno di viaggio quanto spendono in Italia per un aperitivo. Queste persone viaggiano soprattutto nei paesi poveri ed il loro piacere consiste nel cercar di pagare il meno possibile quanto già costerebbe pochissimo. Nella contrattazione diventano più feroci dei locali e vedendoli li diresti dei morti di fame. Cosa che, in realtà, sono, nel loro meschino animo.
  6. Viaggi troppo corti. Molti turisti non riescono ad equilibrare il tempo che hanno a disposizione con la destinazione che vogliono visitare. Ovverosia vogliono andare in un posto senza avere il tempo sufficiente per farlo. Inoltre sottovalutano costantemente sia il tempo dello spostamento iniziale, sia la stanchezza e lo scompenso dovuti al cambiamento del fuso. Ecco quindi che vogliono andare una settimana in Brasile, quattro giorni a Zanzibar, un fine settimana a New York. I viaggi lampo si possono fare in Europa dove i viaggi durano poco e non ci sono cambiamenti importanti di fuso. Inoltre costa poco andare e ci si può sempre tornare quando si voglia. Quindi un fine settimana a Parigi o a Praga vanno benissimo per avere un boccata di aria nuova. Si vede quel che si può (senza incorrere nel peccato capitale n. 4), si fa una bella cena in un buon ristorante, si beve qualcosa al bar tipico e si torna a casa contenti. Se invece viaggi in aereo per 10 ore, arrivi in una mattina che per te è sera, ti ritrovi distrutto e vai a letto; in tutto ciò hai già perduto un giorno e mezzo. Sei rincoglionito e ti prende l’ansia da prestazione turistica. Il tempo di riprenderti e devi ripartire. E’ una sciocchezza. Inoltre hai speso un sacco di soldi che avresti potuto investire in modo molto più soddisfacente in un posto più vicino. Lontano ci andrai quando avrai tempo. Semplice, no?
  7. Troppe destinazioni in un solo viaggio. Complice le loro scarse conoscenze geografiche, molti turisti decidono di moltiplicare i luoghi da visitare durante lo stesso viaggio. L’esempio tipico è l’Argentina: arrivano a Buenos Aires, poi vanno a Bariloche, Dio sa a cosa fare, in seguito una puntatina al Perito Moreno e la stoccata finale ad Ushuaia. Piccola sosta alla Penisola di Valdez per vedere le balene ed un grande volo all’estremo nord delle cascate dell’Iguaçu. Ritorno a Buenos Aires e partenza. Tutto ciò in 15 giorni, forse scarsi. Solo di voli nazionali sono almeno 6. Considerando che per un volo va via quasi tutta la giornata fra andare all’aeroporto, aspettare, volare, arrivare all’albergo, si capisce che è da idioti fare un viaggio simile. Altro esempio è quello delle isole greche. Un sacco di gente saltabecca fra un’isola e l’altra arrabattandosi fra traghetti e bus per attraversare le isole. Un viaggio da incubo.

Abbiamo rispetto del viaggio: è una cosa sacra, evitiamo gli errori più gravi!

Invito nella ruspante Romania

Il temibile formaggio Branza de burduf all’interno del suo contenitore di corteccia di abete. Foto di Oliver Speks via Wiki Commons.

Il fascino dei Balcani non abbandona il vostro Viaggiatore Critico che vi invita di tutto cuore a visitare la Romania. Dove non troverete grandi cose, ma starete benissimo. Vi sconsiglia di andare a vedere quelle poche e poco interessanti cose legate al Conte Vlad, Dracula. Paccottiglia per turisti ignoranti che vogliono continuare ad esserlo. E non indicherà nemmeno i vieti ristoranti di Bucarest, trappoloni per turisti di bocca buona, che pure tanto successo riscuotono: Caru cu bere e Hanul lui Manuc. Carichi di storia, è vero, ma ormai prostituiti ai gruppi con guida e bandierina. O le terme di Bucarest, moderne, enormi, tecnologiche e del tutto innaturali.  Ed anche la vita notturna del vecchio quartiere centrale di Lipscani, a meno che non siate ragazzotti nordeuropei alcolizzati. O le spiagge tristanzuole di Mamaia, sul Mar Nero.

No, niente di tutto ciò.

Le corde che la Romania sa toccare meglio sono quelle bucoliche, calme, paesane e contadine, un po’ melanconiche ed un po’ cialtrone, ma con grande simpatia.

E vi presento dei quadretti di ciò che mi è rimasto nel cuore.

Sui Carpazi, fra le montagne una vecchia contadina che vendeva, sul bordo della strada, il famoso formaggio Branza de burduf, conservato nella corteccia di pino di cui assume il fortissimo aroma di resina. Quasi immangiabile, ma assolutamente vero. Da accompagnare poi con la mamaliguta cu smantana che sarebbe la polenta con una generosa cucchiaiata di panna acida. Nemmeno questa buona, ma dopo ti senti in grado di montare un puledro a pelo ed andare a combattere contro i turchi.

Foto di Radu Ana Maria via Wikicommons.

E in quelle infinite pianure si trovano (si trovavano) dei pozzi pubblici accanto ai quali si erge un alto palo che ha incernierata una lunga asta orizzontale che fa da bilanciere per calare un secchio nel pozzo. Due lunghi legni scheletrici in croce, visibilissimi da lontano, presso i quali far sostare ed abbeverare il bestiame, i cavalli durante i viaggi.

E parlando di viaggi e di gente del viaggio, si andrà allora a visitare i paesi dei Rom. I più poveri di tutti (come in Slovacchia), con le case sempre senza intonaco, trascurati, fra carcasse d’auto ed immondizia. Ma che testimoniano la straordinaria vitalità di un popolo che da almeno 6 secoli sviaggia in Europa resistendo ai massacri, al razzismo e al disprezzo di tutti. Chapeau. Ed il disprezzo dei romeni verso i Rom è altissimo; parli con un romeno di questo e di quello ma lui cercherà sempre di ficcare nel discorso delle ignominie contro i Rom. E di questo sono molto dispiaciuto. Forse fanno così con gli stranieri, per lasciare ben chiaro che i popoli sono due, del tutto diversi e che nessuno deve associare Romeni e Rom, malgrado l’imbarazzante assonanza dei nomi.

Ma anche battere le campagne per cercare i vecchi villaggi tedeschi, così diversi dagli altri, con le loro chiese fortificate. Tedeschi che hanno abitato lì per secoli e che avevano accolto a braccia aperte l’invasione dei nazisti. Nonostante ciò, il socialismo aveva permesso loro di continuare a vivere nei luoghi tradizionali e di conservare scuola e lingua tedesca. Ma questo popolo, da buoni tedeschi ingrati, appena caduto Ceausescu si è spostato in massa nella Grande Germania, da cui, per altro, erano partiti alcuni secoli prima. Ora quei villaggi sono semiabbandonati e le chiese chiuse ed in declino. Ma vanno comunque visitate, perché sono eccezionali esempi di architettura spontanea.

Villaggi completamente differenti da quelli della zona verso il Mar Nero, dove le case sono separate l’una dall’altra, con delle staccionate che ne proteggono il giardino e l’orto. Hanno un sapore che le avvicinano a quelle ucraine, addirittura russe. nelle stradine, fra una casa e l’altra s’aggirano simpaticamente dei maiali liberi come l’aria.

Così come si vedono degli enormi greggi di oche con il loro pastorello che le conduce al pascolo. Povere loro, povero lui, si stringe il cuore al destino di entrambi.

Oppure frequentare le stazioni provinciali del treno o degli autobus, in compagnia dei molti che vanno con i mezzi pubblici perché la macchina non se la possono permettere. Stazioni uscite da alcuni decenni fa, molto modeste, spartane, non necessariamente tirate a lucido (proprio no); gente semplice, un po’ triste, molti giovani. Ma che non rinuncia a muoversi, che spera e persegue con forza un futuro più ricco, con la macchina, ormai fuori dalla lotta quotidiana con il portafoglio. Fra i molti giovani e vecchi, spuntano anche grossi uomini con la barba di una settimana, dalle mani potenti e dalla risata pronta che vi aiuteranno volentieri se non capite qualcosa.

Che pace! Foto di Vmano91 via WikiCommons

E’ facile incontrare romeni che hanno lavorato in Italia e che parlano bene l’italiano. Saranno loro stessi a riconoscervi come italiani ed a parlarvi nella vostra lingua. Ho spesso avuto attimi di imbarazzo: l’insopportabile e crescente razzismo degli italiani può aver fatto danni in queste persone che avrebbero potuto aver voglia di vendicarsi, comprensibilmente, su di me. Non è mai successo, ma, a volte, ho sentito molta amarezza in loro. Fortunatamente riscattata da altri episodi di buona accoglienza e di comprensione umana. Si tratta di emigrati ormai ritornati a casa, con soddisfazione per il risultato raggiunto ed è interessante discutere con loro dell’esperienza vissuta. E tutti hanno dimostrato di apprezzare il fatto che volessi visitare i loro luoghi e che ponessi molte domande sugli aspetti locali, avendo infine trovato qualcuno con cui era facile intendersi. Gli aspetti umani di un viaggio.

C’è tanto spazio in Romania. E’ grande quasi come l’Italia, ma gli abitanti sono meno di un terzo (e molti di questi se ne sono andati). Zone poco abitate, molto naturali. Parchi, riserve. L’incredibile Delta del Danubio, percorribile solo in barca in un misto emozionante di fiume, mare, terra e piante, ma anche storia. I Carpazi con i bellissimi boschi; le valli fresche e verdi della Transilvania; i grandi spazi agricoli del Maramures, e chissà quanti altri posti che non conosco. Si sta larghi, a proprio agio, in Romania. E per aumentare ancor di più questa sensazione di libertà, si può arrivare fino in fondo, verso la Bulgaria, a Vama Veche dove c’e’ una grande spiaggia, tradizionalmente naturista.

Poi si va nei bar a bere qualcosa. E qua ci ritroviamo in pieno nel mondo balcanico – ottomano. Bar dove ci si siede e si passa molto tempo a chiacchierare. Soprattutto gli uomini, ancor di più in campagna. Un po’ come in Grecia, dove però i bar sono molto più belli. Un po’ come in Turchia o nei paesi arabi, ma qui con l’aggiunta dell’alcool. Atmosfere dense di fumo delle sigarette, del maschio odore dei lavoratori all’aria aperta. D’inverno si sta caldi in questi bar e non se ne vorrebbe uscire mai. Il turista è ignorato, ma se vuole attaccar discorso sarà ascoltato con interesse.

Un bellissimo viaggio e si spende pure poco.

Dove andare a vivere?

Patagonia

La globalizzazione ha vinto, siamo ormai tutti cittadini del mondo e potenzialmente liberi di andare a vivere dove vogliamo; ormai ci siamo spogliati delle ristrettezze dei patri confini!

Verissimo, ma dove andiamo? Chi è nato nei paesi poveri non ha dubbi! Va nei paesi ricchi. Ma chi è nato nei paesi ricchi, che fa? Il Viaggiatore Critico è una vita che si sta facendo questa domanda e non è ancora riuscito a darsi una risposta. E sta perdendo la speranza di trovarne mai una.

Vediamo i luoghi che ha preferito. La città più bella e più piacevole che abbia mai visto ha un dolce nome: Rio de Janeiro. Paesaggi stupendi, mare meraviglioso, vita frenetica, gente simpatica, un grande paese, molte cose da fare, prezzi abbordabili, non manca niente (buona cucina a parte). Il brasiliano si impara facilmente. Ma gli inconvenienti sono importanti. Il primo è l’insicurezza; tutto il continente, tutto il paese ha un livello di microcriminalità altissimo e soprattutto scellerata. Non si limitano al borseggio, vanno giù duro di rapina e, se reagisci, di omicidio. Non succede tutti i giorni, ovviamente, ma lo straniero è una preda preferenziale e finisce per vivere con il timore costante. Ha paura a passeggiare la notte, si guarda sempre intorno, evita posti che ritiene pericolosi, magari a torto. Insomma, vive malamente e non si gode la vita che si è scelto.

Altro luogo bellissimo: Cadice. Posizione eccezionale, clima buono, città quasi integralmente pedonale e molto affascinante, folclore, prezzi ben inferiori a quelli italiani, gastronomia succulenta, vini eccellenti. Lo spagnolo ce lo abbiamo in tasca, basta aggiungere una s finale alle parole italiane, come ben sappiamo. Il Viaggiatore Critico ben conscio di quanto appena detto ci ha abitato alcuni mesi. Poi gli sono scoppiate le palle dalla noia e se ne è dovuto andare. Popolazione locale affabile ma di scarsa profondità filosofica.

Alla ricerca di gente carina si è spostato a Santiago del Cile, dove gli abitanti sono di una gentilezza e cortesia rimarchevoli. Clima decente, prezzi decenti, capitale e quindi molte cose da fare. Lingua sempre lo spagnolo. Ma ci sono due inconvenienti importanti: per prima cosa si è in fondo al mondo e lo si sente: pare di essere finiti nell’ultima stiva della nave Terra e ci si sente un po’ isolati. Oltre a lì c’e’ solo la Patagonia, per dire…. E poi c’e’ ovunque un senso di abbandono che scoraggia e deprime. E probabilmente i due inconvenienti sono strettamente legati.

Ad esclusione del Cile e di Cuba (dove però, non si può andare a vivere) e parzialmente dell’Argentina (che ha i suoi forti inconvenienti antropologici), tutto il continente sudamericano va scartato dalla lista dei luoghi dove trovare una vita migliore che in Italia. A causa dello stesso problema del Brasile. L’insicurezza. E così ci siamo giocati un continente intero.

Bulgaria

I pensionati italiani hanno a loro disposizione un criterio importante per scegliere la loro nuova residenza: la defiscalizzazione. Chi prende la residenza all’estero non paga le tasse in Italia ed alcuni paesi non tassano i pensionati stranieri che vi si trasferiscono. Le due cose sommate fanno sì che i pensionati italiani, che vi abitano almeno 181 giorni l’anno, si mettono in tasca la pensione lorda e non netta. Una benedizione per un popolo (quello italiano) che ha fatto dell’evasione fiscale il suo massimo valore. Ed in questo caso è anche legale. Questi paesi sono la Tunisia, la Bulgaria, il Portogallo, il Cile, che io sappia. Ci vanno in molti, ma sono ormai troppo anziani ed acciaccati per godersela.

C’e’ poi la possibilità di trovare dei luoghi remoti, dei villaggi persi nella natura, delle pieghe della geografia dove installarsi e dimenticarsi di se e del mondo. Un sorte di Lete d’oggi. Molti di questi luoghi sono stati trovati dal Viaggiatore critico: Corvo, Pellestrina, Grand’Riviere, Kassos, il Sikkim, la penisola di Paria. Ma li ha abbandonati, per un motivo o per un altro, ma soprattutto per la noia che ti pervade in poco tempo. Che te ne fai di un paradiso terrestre di pochi km quadrati? La calma e la serenità, quanto a lungo puoi sopportarle prima di cominciare ad ululare alla luna?

Bisogna quindi cercare un luogo dove essere attivi, produttivi, intraprendenti; per guadagnare dei soldi e della visibilità sociale? Questo può andar bene per alcuni, ma non per tutti. Per i giovani affamati di quelle cose o per vecchi che continuano a non capire. Si andrà allora in Canada, in Quebec; dove le possibilità sembrano vaste, aperte, allettanti. Aspettano voi, andate. Ma poi ci si ritrova in un contesto sociale di gente gradevole e simpatica, ma straordinariamente semplice e di poche dimensioni. Un europeo non si stressa; vince facile (nel paese dei ciechi l’orbo è re….), ma son posti che gli vanno stretti; oppure è lui ad essere troppo largo di testa per entrarci. E non si parli poi degli Stati Uniti imperiali, arroganti e paranoici.

Resta quindi l’Europa, casa nostra. Il nord continentale ci ha sempre attratto. Come non desiderare la Finlandia? Come non buttare un pensiero agli stati baltici? C’e’ chi agogna l’olimpica serenità della Danimarca, la vitalità di Londra, l’efficienza olandese. Ma poi uno ci pensa meglio e si scoraggia, se non è spinto dall’urgente bisogno di trovare un lavoro che l’Italia infame gli nega. Le lingue locali sono ostiche ed un emigrato finisce per condannarsi all’esclusivo uso dell’inglese, almeno per anni ed anni. Il calore è assente dal clima come dalle genti, e ciò son due pesi grevi. Certo, donne bellissime e questo può essere un valido motivo per scegliere quei paesi. Ma son posti cari, molto. Quindi o si guadagna bene o ci si condanna ad una vita misera, inferiore a quella dei locali. Gli stessi stormi di italiani che lavano i piatti a Londra dividono casucce e stanzette, non se la passano mica bene. E per chi vive senza aver bisogno di lavorare, il nord Europa è, spesso, insopportabilmente caro. Poi bisogna andare a vedere le difficoltà di ogni paese: francesi, tedeschi ed olandesi stanno ben al disotto della soglia della simpatia. I norvegesi ti guardano dall’alto in basso. I baltici sembrerebbero più simpatici, ma sono accoglienti? Mai sentito dire… E così ci siamo giocati anche questa parte di mondo.

Pellestrina

Molti vanno in Asia. Ma pochi ci restano. In Giappone ed in Cina non ti ci fanno stare, in India nessuno ci resiste, mai sentito di stranieri felici in Corea. Certi si accomodano in Thailandia con successo esistenziale. Ma ho sempre avuto l’impressione che restino pesci molto fuor d’acqua. Corpi estranei accettati, ma mai integrati. Deve essere una vita comoda: economica, pacifica, gentile, liscia. Ma il senso di estraneità sarebbe troppo forte per me.

Più facile l’integrazione in Africa, ma le difficoltà quotidiane della vita ed i costi, per voler conservare un livello di vita all’europea, farebbero perder la pazienza a San Francesco. Andrebbe visto meglio il Sud Africa e specialmente Città del Capo; ma anche lì il problema della sicurezza e delle tensioni etnico – sociali non devono essere acqua fresca.

Resta il Mediterraneo, che è ancor più casa nostra dell’Europa. Come non voler vivere nella nostra patria culturale che è la Grecia? E la Tunisia, così vicina, così simile, così diversa?

Che il segreto stia nel cambiare ma non troppo? Andare a trovare delle diversità gestibili, senza perdersi in quelle che ti travolgono e che finiscono per alienarti? Sfuggire dall’Italia ormai insopportabilmente malata, ma senza gettarsi nell’estremo esotico che ti affascina per un momento e ti sfibra a lungo andare. E quelli, invece, che si son persi in America sud/nord od in Asia e che non son mai tornati? Si saranno spiaggiati come balene moribonde in lidi alieni o si saranno fatti il loro nidino di serenità? Incapaci di tornare pur volendolo o felicemente integrati? Io penso la prima; un po’ come l’ergastolano che ha paura di uscire. Non è un bel risultato.

Ed in preda a questi dubbi il Viaggiatore critico si aggira per il mondo, cercando la sua cuccia.

 

 

 

Il turismo della miseria

E’ ormai un classico. La guida che porta la turista occidentale in una bidonville a fotografare i bambini poveri, che sono così carini… Foto di Hannah Reyes Morales – tratto da “Il controverso fenomeno dello slum tourism”, National Geographic, 9.5.2018

Vogliamo parlare di quelli che vanno a visitare la miseria?

Fra le tante distorsioni del turismo ve ne è una particolarmente grave, complessa, preoccupante, densa di significati. Sono i turisti che vanno a visitare luoghi particolarmente poveri, dove vive una umanità in piena miseria. I visitatori delle bidonville, delle favelas, degli immondezzai dove rovistano battaglioni di capatori. E’ il cosiddetto slums tourism.

La cosa è antica; la visita delle sofferenze altrui è sempre stato molto interessante. Lo stesso Dante non si privò di un bel giro fra i disgraziati dell’inferno. I nobilastri europei, che scendevano in Italia per il loro Grand Tour formativo, amavano osservare la plebe italiana ed i loro poveri tuguri comparandoli stupefatti con le magnifiche rovine dei loro antenati dell’Impero Romano. E al tempo del positivismo si andava nei quartieri operai di Londra per concepire (e forse realizzare) azioni filantropiche.

Nel turismo moderno, alcuni cominciarono, già diversi anni fa, ad andare a visitare le favelas di Rio di Janeiro. Provando i brividi della miseria, delle bande di delinquenti, delle squadroni della morte, dei narcotrafficanti grondanti sangue e dollari. Tanto che alla fine certe favelas sono diventati simil-lusso e vi si possono affittare appartamenti su Airbnb. Vi venivano accompagnati i turisti in occasione delle Olimpiadi di Rio.

Nel frattempo prendeva piedi la piaga del turismo solidale, nel quale i turisti sono portati a vedere orfanotrofi, scuole di periferie, ospedali di amputati; nel quadro di progetti ai quali contribuiscono con pochi spiccioli.  E in questo contesto, la visita di Korogocho, il quartiere che vive sulla discarica di Nairobi è diventato un must, andando a far visita al padre Alex Zanotelli che vi viveva e lavorava (fino a quando ha deciso di tornare in Italia, abbandonando i poveri alla loro miseria).

Ormai ci sono agenzie specializzate nella visita degli slums indiani (anche con corsi di cucina), alberghi di lusso in Sud Africa che hanno ricostruito angoli di bidonville posticcia, ma fedele. E secondo l’UNICEF, nei luoghi turistici della Cambogia nascono falsi orfanotrofi con falsi orfani per estorcere qualche dollaro ai turisti che li visitano. E a Napoli si trovano su Airbnb i “bassi” dove pernottare facendo finta di essere in una commedia di Eduardo in un delirio kitsch di luoghi comuni partenopei e di voyeurismo pauperistico. Un palestinese affitta su Airbnb una camera nel campo profughi di Betlemme e porta i turisti a parlare con una povera vecchia i cui due nipoti sono stati uccisi dagli israeliani. Per non parlare poi dei giri a Chernobyl.

In questo quadro disgustoso proliferano gli articoli dei giornali, le dotte dissertazioni etico – sociali, gli studi antropologici.

La posizione predominante è ovvia: gli sporchi occidentali si “divertono” (proprio così) a vedere i poveri per qualche ora e poi a tornarsene nel loro agio, felici di non esserlo. Gli sporchi occidentali di sinistra aggiungono ipocrisia trasformando queste visite in viaggi di studio della condizione umana di cui prendere maggiormente coscienza e consapevolezza. Gli sporchi occidentali di destra confermano le loro idee sulla supremazia della razza bianca e sul fatto che uno è povero soprattutto perché è stronzo. Gli sporchi occidentali cristiani raggiungono il massimo dell’ipocrisia, versando una lacrimuccia, donando una miseria e pregando insieme ai poveri che tanto il Regno dei Cieli sarà loro.

In ogni caso questo turismo viene descritto come deteriore, abusivo, tragico. Ci si spinge a definirlo “crimine contro l’umanità”.  Paradossalmente, invece, gli abitanti degli slums visitati non ci trovano niente in contrario ed, in larghissima maggioranza, sono contenti di ricevere dei turisti, come se i loro quartieri fossero divenuti i centri delle città.

Gli organizzatori del turismo della miseria usano facili e superficiali argomenti: che la conoscenza mutua fra poveri e turisti è comunque un fatto positivo; che qualcosa i turisti lasciano sempre; che i luoghi dei poveri hanno finalmente la possibilità di mostrare i lati positivi che pure non mancano loro perdendo così, o almeno riducendo, la loro aura di maledizione (solidarietà fra persone, attività ricreative, allegria dei bambini); che sono esperienze che resteranno impresse nei turisti per sempre, avvicinandoli emozionalmente alle sofferenze della vita. Argomenti di un cinismo aberrante.

L’UNICEF si occupa dei falsi orfanotrofi in Asia nei quali i bambini vengono tenuti, pur avendo almeno un genitore, per ricevere soldi dai turisti.

Ma, indipendentemente da tutte queste considerazioni dei fautori e degli avversari del turismo della miseria, se i turisti son contenti ed i poveri pure, perché non lasciarli fare smettendo di emettere moralismi di bassa lega o giustificazioni pelose? Se la gente si mescola consenziente perché preoccuparsi? Se i poveri non vogliono i turisti non hanno che prenderli a sassate e quelli smetteranno subito. Se i turisti sono dei biechi individui che godono delle sofferenze altrui, a noi che ce ne cale? Gli vogliamo forse redimere come missionari della Compagnia del Buon Turismo? Se i tour operators della miseria  son degli sciacalli, sono in eccellente e vastissima compagnia.

Il punto, secondo il Viaggiatore Critico è tutt’altro, ed è per questo che bisogna osservare con attenzione il turismo della miseria.

Eccolo: questo tipo di viaggi si colloca pienamente nel campo del turismo “esperienziale” che sta sostituendo quello delle “visite”.  Non si va più a vedere, ma si cerca di vivere. Del resto Airbnb sta puntando molto di più sulle esperienze che sugli affitti e quel settore gli sta crescendo in mano  molto più rapidamente di quello delle notti.

Quindi si mangia, si cucina, si fanno corsi, si preparano candele, si torniscono vasi, si potano le vigne, si ferrano i cavalli, si tessono sciarpe, si fanno tour etilici, si provano sostanze, si cammina, cavalca, pedala, veleggia e così via. Mi pare chiaro che il vecchio turismo non funziona più. I centri storici sono ormai diventati luoghi sterili  ripieni degli stessi negozi ovunque nel mondo. I musei hanno scassato la minchia ed escluso i forzati della cultura, gli altri ne fanno anche volentieri a meno. Il turista si sta annoiando, bisogna trovargli altri passatempi; è necessario rinnovare l’offerta. Il turismo sta morendo, dobbiamo trapiantargli nuovi organi perché continui a far girare l’economia.

I turisti vogliono vedere come vive la gente per davvero? Vogliono viaggiare secondo la formula magica del like a local? Ed ecco che gli forniamo i giri nella miseria. I poveri hanno alcune eccellenti caratteristiche agli occhi del turista: sono soggetti fotografici molto interessanti; si capisce bene come vivono perché lo fanno per strada; si lasciano osservare volentieri in quanto hanno dovuto mettere da parte l’orgoglio da molto tempo; si corrompono con poco e con poco li fai sorridere; in generale, sono docili; sono tanti ed in molti luoghi, così che è facile organizzare dei tours, anche esclusivi.

La macchina economica avanza implacabile e cieca: per il turismo è l’ora delle esperienze; del toccare con mano la miseria. Domani vedremo cosa si potrà inventare. Probabilmente lo sviluppo del turismo di guerra (i primi esempi si stanno vedendo) o l’accoglienza presso gli ultimi popoli tradizionali ancora esistenti (con il loro definitivo annullamento).

Per il momento i poveri (che turisti non possono essere) sembrano i migliori sostenitori del turismo. I paradossi.

PS. A scanso di critiche, il tono generale di questo articolo è amaramente ironico.

 

 

 

Finlandia d’inverno

Non vedemmo le aurore boreali. Del resto, come fare a restare all’aperto ad aspettare che comparissero? Questa è nel villaggio della stazione di benzina, alla frontiera. Foto di Bo-Göran Lillandt via Wikicommons

Un viaggio invernale in Finlandia, di molti anni fa, mi produce ancora ondate di ricordi molto intensi. Uno dei viaggi più emozionanti di sempre. E’ un’esperienza che va fatta, ma in autonomia, non con quei tristi giri organizzati che finiscono per portarti sulle moto slitte trasformando il profondo mondo nordico in una squallida giostra. Fu un viaggio molto difficile; avemmo forti momenti di preoccupazione e spendemmo una fortuna. Ma ne valse la pena; i ricordi che ancora conservo ne sono la prova.

Questo blog è esente dalle noiose e stucchevoli descrizioni dei viaggi. Ma questo articolo fa eccezione, perché il senso di estraniamento provato va descritto passo passo, per cercare di renderlo al lettore.

Arrivammo ad Helsinki per Natale e decidemmo di partire per il nord il giorno successivo, con il treno, partendo la sera. Arrivammo la mattina dopo a Rovaniemi, già dopo le nove. Ma il buio era totale. Ci incamminammo verso il centro storditi per la notte in treno e per il mattino che era ancora notte e la neve per terra, scricchiolante sotto le scarpe, congelatissima. Arrivammo in un albergo con una bella sala delle colazioni tutta illuminata con tanta gente che mangiava aringhe con il burro salato e il pane nero. Ne mangiai anch’io e fra un sottaceto ed un bicchiere di latte venne fuori un po’ di chiarore che chiamano giorno. Ma erano le 10 passate.

A mezzogiorno era decisamente giorno e facemmo una passeggiata in un parco urbano in compagnia delle renne. Evitammo la trappola per turisti del villaggio di Babbo Natale e proseguimmo in bus per Inari, molto più a nord. Ci fermammo lì per vedere un museo dei Lapponi molto carino. Deludente invece una passeggiata nella foresta di abeti nella quale sorge il museo. Pensavo di trovare piante colossali ed invece erano alberelli. Solo in seguito ad un viaggio in Canada capii che siamo già troppo a nord per avere delle condizioni climatiche in grado di far sviluppare dei grandi alberi. A Ineri camminammo sul lago ghiacciato, reggeva le motoslitte, ma era comunque terrificante, scricchiolava tutto, come nei film. Le donne, in paese, uscivano con delle specie di carrello del supermercato-slitta. In questo modo si sorreggono per non scivolare sul ghiaccio e, sul piano della slitta, portano la spesa od il bambino nel seggiolino.

Presi da spirito esploratore decidemmo di continuare verso il nord. Da quel momento i ricordi si fanno confusi; la luce sparì ed avevamo solo un’oretta di leggero chiarore intorno a mezzogiorno. Perdendo l’alternanza di giorno e di notte si perde la misura del trascorrere dei giorni. Fu una lunghissima notte; qualsiasi cosa facessimo era notte. Il giorno dopo non esisteva, era la notte dopo. Il corpo si ribella: vuole la luce come vuole il cibo quando ha fame. L’ostilità dell’ambiente ci era evidente.

Alla tappa seguente, continuando a voler andare verso nord ed ormai decisi ad arrivare al Mare di Barents, chiedemmo spiegazioni sugli orari dei bus e su dove dormire. Il personale dell’ufficio della compagnia dei bus ci guardò un po’ strano ed avemmo la netta impressione che si preoccuppassero per noi. Fecero un consulto fra loro e chiamarono l’autista del bus che ci avrebbe portato. Capimmo che il problema era il seguente. Ancora a nord c’era la frontiera con la Norvegia, la Finlandia non arriva al mare. Ma il bus non arriva alla frontiera ed in quella zona non c’erano alberghi. Quindi l’autista ci avrebbe lasciato ad una stazione di benzina dove avremmo chiamato (il roaming non esisteva ancora) un taxi norvegese che ci avrebbe fatto attraversare la frontiera fino alla prima stazione dei bus della loro parte. Ci dissero di stare attenti e di fare come ci avevano detto di fare; dicendolo ci guardavano le scarpe, praticamente da città, e i cappottini da inverno mediterraneo che avevamo.

Foto estiva delle cassette della posta “da lancio” delle campagne finlandesi.

E cominciò il viaggio; il bus era quasi del tutto vuoto. Naturalmente era buio e non vedemmo assolutamente niente di come era fatto il mondo. Il bus si fermava a tutte le rare case esistenti, un po’ ritirate dalla strada principale. Davanti ad ogni casa c’era sempre una grande cassetta postale a cui mancava la parete anteriore. L’autista aveva accanto a se la borsa del postino con le lettere ed i giornali da recapitare. All’indirizzo giusto apriva la porta del bus e senza scendere lanciava la posta (opportunamente appesantita in qualche modo) centrando con maestria la cassetta. Poi ripartiva fino alla prossima casa. Uno stillicidio di fermate. Alla luce dei fari si intravedevano, a volte, delle renne dallo sguardo un po’ ebete.

Arrivammo finalmente alla stazione di benzina. Non doveva esser troppo tardi (comunque era buio), ma non passava nessuno, freddo intenso, neve ghiacciata, intorno non si vedevano case. Per non trascinare i bagagli sul ghiaccio volli restare sul bordo della strada mentre mia moglie andava nell’ufficio per vedere di telefonare al taxi norvegese. Poche volte mi son sentito così incongruo, fuori posto ed imbecille come in quell’occasione. Per quale motivo mi dovevo io trovare su una strada dell’estremo nord della Finlandia, in piena notte, a fine anno, con la valigia ai piedi e l’incertezza totale sulle prossime ore? Che cosa stavo facendo? Mi sentivo proprio strano.

Le cose poi girarono bene, arrivò il taxi che con costi sanguinosi ci portò alla successiva stazione dei bus dove ne prendemmo uno fino a Vadso. Tutto facile: mentre il nord della Finlandia è disabitato, quella parte della Svezia è ricca di attività, avendo davanti alla costa le piattaforme petrolifere.

Andammo a visitare, un po’ fuori dalla città, nella neve, il pilone dal quale partì Nobile con il suo dirigibile nel 1928 per il viaggio che si concluse tragicamente con l’episodio della Tenda Rossa. Scarsamente illuminato da qualche lampione, non vedemmo quasi nulla, tutto deserto intorno, la neve non toccata da piede umano. Ma fu gradevole camminare in paese popolato da molti nigeriani occupati nelle piattaforme petrolifere

Il viaggio pareva ormai tranquillo quando capimmo che l’albergo dove eravamo avrebbe chiuso il 30 dicembre. Ed insieme a lui, tutti gli altri della città e dei dintorni. E non potevamo andarcene perché anche i trasporti erano in ferie. Fummo colti da profonda disperazione. Io proposi chiaramente di andare dalla Polizia e di chiedere una cella dove passare le notti del 30 e del 31. Non potevamo dormire sulle panchine ad alcuni gradi sottozero. Poi trovammo, fortunatamente, una donnina che ci affitto una molto semplice stanza. E a quel punto ci sorse la bellissima idea della crociera dell’ultimo anno, narrata qui.

Viaggio strano: tutto quel perenne buio che diveniva, notte dopo notte, angosciante e patologico. La neve ghiacciatissima che cantava cristallina sotto i piedi e gli pneumatici. Quella gente che viveva come se niente fosse. La chiara percezione dell’impossibilità di vivere fuori dai luoghi riscaldati; come se oltre le porte ci fosse una belva di freddo che ti osservava pronta a portarti via al primo inconveniente. La natura ostile.

Viaggio meraviglioso, sensazioni nuovissime.

Le terme di Rapolano Terme

La prima piscina esterna delle Terme della Querciolaia. La più bella. Foto dal sito delle Terme.

Fa sempre molto piacere andare, d’inverno, a mettersi nell’acquiccina calduccina delle piscine delle Terme di Rapolano, a circa 25 km da Siena, verso Arezzo. Una delle innumerevoli terme della Toscana meridionale.

Vediamo come fare per rendere piacevole al massimo l’esperienza.

Che tipo di terme? A Rapolano troverete le terme per il pubblico generale, un po’ come a Budapest. Non c’e’ spazio né per nudismi come a Bad Gastein, per atmosfere tecnologiche come a Bucarest, per vezzi modaioli come all’Asmana. A Rapolano trova il loro spazio gente molto tranquilla e che si accontenta dell’acqua calda, senza altri ingredienti.

Quali terme? In effetti gli stabilimenti termali di Rapolano sono due, a tre km di distanza l’uno dall’altro. Le Terme dell’Antica Querciolaia e le Terme di San Giovanni. Le acque fanno parte dello stesso sistema idrotermale, ma sono leggermente differenti. Le prime hanno una minore quantità di carbonato di calcio disciolto, un leggero odore di zolfo in più e una temperatura leggermente inferiore. Quest’ultimo è un notevole difetto in quanto, d’inverno, nelle piscine all’aperto si può avvertire una leggera sensazione di mancanza di temperatura per raggiungere il benessere perfetto. Si può restare in acqua tutto il tempo che si vuole, ma si è perennemente in cerca del refolo di acqua più caldo del resto della piscina. Tutto ciò sembra dovuto al fatto che la portata iniziale del getto d’acqua delle Terme della Querciolaia era modesto. Si perforò più in profondità e si riuscì a trovare molto più acqua, ma, ahimè, ad una temperatura leggermente inferiore. Ovviamente, al di fuori dell’inverno, la differenza di temperatura fra le due terme è del tutto ininfluente.

I locali delle Terme di San Giovanni sono certamente migliori di quelli della Querciolaia. Più spaziosi, meglio curati, più nuovi, molti spazi relax con belle poltrone. In poche parole la Querciolaia è popolare e San Giovanni è borghese.  La gestione della Querciolaia è mista Comune/privati; l’ingresso in settimana è a 13 euro, a San Giovanni 15. La differenza del prezzo è minore della differenza dei locali. San Giovanni è privata (ma come possono essere private delle acque termali?). Accanto alle terme si ha un albergo di buon livello; e nelle terme c’e’ una parte che è riservata ai clienti dell’albergo e alla quale i clienti esterni non possono accedere. Ciò è abbastanza sgradevole.

Entrambe le terme hanno delle piscine interne. San Giovanni una sola, ottagonale con sedili immersi ed un bocca d’acqua che forma una cascata. Dalla vasca interna si accede a quelle esterne. La Querciolaia ha due vasche interne abbastanza piccole, purtroppo senza sedili nell’acqua. Un  corridoio porta ad un vano dove si lasciano gli accappatoi, si entra in acqua e si può accedere direttamente alla parte esterna.

Le piscine esterne. Sono più grandi quelle di San Giovanni, ma la prima, quella più calda è maggiormente gradevole alla Querciolaia. Entrambe hanno sedili in acqua. Oltre ci sono ancora delle piscine, ma l’acqua scende rapidamente di temperatura e sono utilizzabili solo in estate. Prati e giardini tutt’intorno, più vasti, ancora una volta, a San Giovanni. Pochi i giochi d’acqua, bella cascata nella prima piscina esterna della Querciolaia.

La vasca ottagonale interna delle Terme di San Giovanni. Il pezzo forte di queste terme. Foto dal sito delle terme di San Giovanni.

Le due terme hanno bar con ristorante, di modesto livello quello della Querciolaia, con bella vista a San Giovanni. Naturalmente sono disponibili i soliti servizi aggiuntivi di massaggi ecc, ecc.

Gravissima pecca di San Giovanni è la persistente ed inguaribile maleducazione del personale. Passano gli anni e l’ignoranza di costoro resta intatta. Veramente fastidiosa, mentre alla Querciolaia si respira aria di simpatica famiglia.

Quando andare? Da escludere, a parere del Viaggiatore Critico, tutto il periodo delle vacanze scolastiche. Le mammine di tutto il mondo vi portano la prole. Non si capisce che senso abbia andare alle terme d’estate, quando una qualsiasi piscina andrebbe ugualmente bene.

Da evitare anche il sabato e la domenica, in ogni stagione, per l’affollamento.

Da evitare anche il venerdì perché cominciano ad arrivare i pendolari del fine settimana. Inoltre in quel giorno le terme restano aperte fino all’una e vi va una fauna dai pensieri lascivi.

Restano quindi i primi 4 giorni della settimana. Meglio se piove, fa freddo, tira vento, nevica ed i lupi son discesi a valle. E’ il momento perfetto. Non c’e’ quasi nessuno ed è delizioso stare nelle piscine all’aperto, in mezzo alla nebbia, al gelo, ma nell’acqua calda. Vanno evitate anche i giorni delle feste patronali dei paesi vicini perché pare che sia abitudine diffusa di andare a festeggiare tutti alle terme.

Chi va alle terme? Vi sono due popoli distinti che si mescolano negli effluvi sulfurei. Uno è quello locale, dei dintorni, di Siena. Popolo rurale, bottegaio, paesano, a volte un po’ arricchito. Sono zone di buona disponibilità economica e di vecchia tradizione di saper vivere (Boccaccio era di queste parti) e quindi un biglietto per le terme sono in molti a poterselo permettere e a volerselo concedere. Popolo contento di star nell’acqua, le donne chiaccherano con le donne, gli uomini silenziosi con la bocca a filo dell’acqua che sguardano le eventuali figliole presenti.

Poi c’e l’altro popolo; quello forestiero. Si incrociano qua pattuglie provenienti da Roma con quelle di origine padano – milanese. In entrambi i casi sono coppie, o gruppetti di amici in pensione, che hanno deciso di visitare la Toscana, o che, addirittura, vi hanno messo su casa. Sono benestanti, professionisti, soddisfattissimi di se stessi e di esser così cool da stare nella piscina delle terme. Immancabilmente fanno la lista di tutte le terme toscane che hanno visitato facendone una classifica. Poi parlano di alberghi, B&B, borghi, ristoranti. Se la tirano tantissimo  e sembrano la guida della Lonely Planet; altrettanto inutili. Perché, in realtà non hanno capito assolutamente niente. Sono caduti nella trappola della via toscana del turismo: enogastronomia, accoglienza diffusa, borghi, campagna e cultura. In realtà non si rendono conto che la loro presenza ha completamente snaturato una regione agricola facendola diventare insopportabilmente stucchevole e leziosa. Che quel che loro credono di cercare (ed anche di trovare) è esattamente ciò che stanno distruggendo con la loro presenza.  Questo secondo tipo di popolo sborroncello ovviamente frequenta San Giovanni e disdegna la Querciolaia.

Quindi? Quindi vale molto la pena andare a Rapolano. Per il pubblico frequentante e per il personale consiglio la Querciolaia. Per i locali e per la temperatura dell’acqua San Giovanni. Per le piscine se la giocano alla pari. Il meglio è alternare le due.

Buon bagno.

Nuovi turismi in Africa dell’Ovest

Una casa del nord del Togo, la takyenta. Foto da http://www.fondationteiga.org

Vastissimi spazi pieni di cose interessanti da vedere e da fare esistono al mondo. Non è necessario ammassarsi tutti nei pochi luoghi dove tutti i turisti pecoroni vanno felici a farsi spennare.

In Africa dell’ovest, per esempio ci sono molti luoghi interessanti. Un bel viaggetto in quei paesi è del tutto da raccomandare. Della Guinea Bissau abbiamo già parlato ampiamente.

Poi c’è il Togo, paese che si visita facilmente perché è stretto, lungo e percorso da una sola strada importante che va dalla capitale sul mare fino alla frontiera con il Burkina Faso. La faccenda del Togo che più mi è piaciuta è una zona a nord, oltre la città di Kara; si chiama Kotammakou ed è abitata da una etnia chiamata Batammariba; regione agreste e bucolica. Ma l’aspetto interessante di questo simpatico popolo è la fabbricazione delle loro case tradizionali, ancora oggi comunemente abitate. Sono delle specie di nuraghi, solo che in paglia e fango. Costruiscono delle torrette raggruppate che poi uniscono con un muro tutto intorno. Si ritrovano ad avere, quindi, una specie di fortezza turrita. Le porte sono minuscole e per entrarci bisogna praticamente inginocchiarsi. La gente di questo popolo è abbastanza minuta, per un europeo corpulento è un esercizio ginnico. Dalla stessa porta entrano le persone e le capre. Queste ultime restano al pianterreno e vanno negli spazi fra una torretta e l’altra, ben protette, per la notte, dal muro circolare esterno. Con una scaletta si sale ad una sorta di primo piano: ogni torretta ha una stanza dove si dorme, si abita, si conservano i grani alimentari. Una ulteriore scaletta porta alla terrazza superiore dove si pongono a seccare i soliti grani o si costruisce un ulteriore, piccolo granaio. Le dimensioni di tutto ciò sono molto ridotte, una specie di fortezza per lillipuziani. Ogni famiglia ha la sua e la adorna con dei tetti di paglia, con delle decorazioni, con un cippo fallico fuori dalla porta. E’ un mirabile esempio di architettura tradizionale di grande efficienza, anche se un po’ scomoda. La gente ti fa visitare le case volentieri, in cambio di un piccolo regalo. E’ un popolo assai tradizionale, molto povero, sembrano molto gentili e miti. Nel passato devono aver passato tempi difficili se avevano organizzato una tale difesa. Da queste case si difesero anche dai tedeschi che fecero del Togo una delle loro poche ed effimere colonie, all’inizio del ‘900. La zona è patrimonio mondiale dell’UNESCO. Le case si chiamano “Takienta” o “Tata” se volete cercarle su Google.

Per il resto non c’è molto da vedere nel paese, se si eccettua la vita ed il casino ed i mercati di Lomè, la capitale. In città ci sarebbero anche delle belle spiagge, ma se ne sconsiglia la visita per due motivi ben differenti. Il primo è perché si sarà molto probabilmente rapinati; il secondo è un motivo meno facilmente intuibile: le spiagge urbane sono utilizzate come gabinetti pubblici, al riparo delle numerose barche da pesca tirate in secco.

Altro paese di ben maggiore interesse: la Guinea. La capitale, Conakry, è uno dei luoghi più sgradevoli del mondo, e ciò per molti motivi diversi e non vale assolutamente la pena di fermarsi. Bisogna andare direttamente nella regione del Fouta Djallon. E’ in altitudine: ci fa fresco e piove molto. La natura geologica della zona fa sì che i frequenti ed abbondanti fiumi abbiano scavato profonde vallate verdi di vegetazione e fresche d’acqua. Bei panorami, grande varietà di paesaggi (il che è una rarità in Africa), possibilità di fare il bagno nei torrenti, belle e lunghe camminate da fare in un clima non torrido. La regione ha avuto un’importante sviluppo turistico fin dai tempi dei francesi. I coloni andavano a riposarsi dalle loro nefandezze o a curarsi nella città di Dalaba. Vi sono diverse agenzie locali di trekking che permetteranno al turista di passare diversi giorni in modo molto gradevole.  Certi panorami sulle profonde valli meritano il viaggio. Si visiteranno anche dei villaggi dove la gente vi accoglierà con la tipica ospitalità africana. La nostra guida volle fare il malizioso e ci portò a vedere, nonostante che fossi con mia moglie, l’angolo del fiume dove facevano il bagno serale le donne del villaggio (gli uomini lo facevano in un altro angolo). Meravigliose Giunoni nere che giocavano nude nell’acqua. Spettacoli che valgono la pena di esser visti.

A Dalaba si può visitare la villa dove l’antico presidente Sekou Touré ospitò per anni Miriam Makeba, la cantante sudafricana, ed il suo marito Carmichael, leader delle Pantere Nere americane. Sono pezzi di storia dei movimenti contro l’apartheid ed il razzismo. In Guinea ci si sposta con i taxi brousse che sono normali auto dove si sta in 4 dietro e in tre davanti (compreso l’autista). Costano poco ma sono terribilmente scomodi e partono solo quando sono pieni. La sera può esser difficile trovarli. Molto folcloristico, ma si perde un sacco di tempo. L’alternativa è noleggiarne uno tutto per voi comprando i sei posti; in questo caso ci sarà sicuramente da litigare perché l’autista vorrà vendere ad altri i posti che voi avete già comprato e finirete comunque per viaggiare come sardine in scatola.

Altro paese, subito accanto, dove però non sono mai stato: la Sierra Leone. Dopo una serie infinita di catastrofi politiche, guerre civili ed Ebola, questo paese sembra che offra delle meravigliose spiagge nei dintorni della capitale e degli angoli stupendi nelle prossime Banana Island. Se si è in Guinea, una scappatina può meritare di esser fatta.

Bei paesaggi del Fouta Djallon. Foto di Maarten van der Bent via WikiCommons

Ma, soprattutto, in questi paesi si assisterà all’inesauribile ed incomprensibile torrente di vita che anima gli africani e le loro città. Posti che sembrano molto difficili ospitano una umanità che vuole vivere nonostante tutto le difficoltà che incontra. Si vivrà per strada, mangiando gli spiedini di capra o la viande coupé coupé, arrostita sui carboni in un fusto di latta e servita su un pezzo di carta di sacco di cemento, bevendo una birra, seduti sul marciapiedi su una sedia sbilenca. E la gente vi sorriderà perché capiranno che uno straniero sta apprezzando il loro modo di vita. Ed il turista capirà che ha visto una cosa bella, nuova, interessante; molte volte più importante che un museo od un centro commerciale in Europa.

Ma i turisti sono dei pecoroni e continuano ad andare agli Uffizi.

 

 

L’iboga, la sostanza degli antenati

L’arbusto dell’iboga.

Quello allucinogeno è uno dei molti turismi possibili. Ne abbiamo parlato a proposito dell’ayahuasca in Brasile e delle canne in India. E’ un turismo come un altro, esperienziale diremmo. In Gabon si può andare per provare l’iboga, una sostanza allucinogena. L’alcaloide responsabile degli effetti psicotropi è stato denominato, con pochissima fantasia, ibogaina. Si estrae da un cespuglio – alberello dai caratteristici frutti gialli a forma di uovo appuntito. La pianta è originaria dell’Africa Centrale: Gabon, Cameroun, Congo. L’alcaloide è contenuto nella corteccia delle radici. Che io sappia le altre parti della pianta non sono utilizzate.

Intorno all’iboga ruota tutto il mondo spirituale di gran parte dei popoli del Gabon. E’ probabile che siano stati i Pigmei a scoprirne gli effetti. Le conoscenze botaniche di questo popolo sono stupefacenti; si può dire che fanno parte della foresta, che ne sono figli e fratelli. Nei millenni hanno imparato ogni dettaglio delle piante, compreso ciò che produce la masticazione delle radici di questa pianta. Ciò vuol dire che hanno masticato le radici di ogni pianta (ed anche tutte le altre parti) scoprendone gli insospettabili effetti.

Come ogni sostanza psicotropa naturale anche l’iboga è stato arruolato nel mondo spirituale diventando un mezzo per entrare in contatto con gli spiriti. L’uso di questa radice è passato dai Pigmei agli altri popoli che arrivavano in quella foresta oggi gabonese ed, infine, anche ai Fang che sono diventati dominanti nel paese. In quel coacervo di culture si è venuta formando una religione animista e sincretista chiamata Bwiti nelle cui cerimonie l’iboga ha un ruolo centrale. Lo si usa per iniziare le persone che vogliono entrare nella religione (non tutti lo fanno) e poi lo si usa durante le cerimonie collettive ed ancora viene usato dagli sciamani per i riti durante i quali si curano i corpi e gli animi di chi richiede le cure. Lo si chiama “legno sacro” e solo gli adepti possono raccoglierlo, trattarlo, conservarlo, assumerlo. Non ne sarebbe permessa la vendita alle persone estranee al rito che nemmeno avrebbero il diritto di raccoglierlo. Pper questo motivo nessun adepto indicherà ad un estraneo quale sia la pianta dell’iboga e dove la si può trovare.  Inutile di chiedere un pezzettino, giusto per provare. Non è concepibile un uso ludico della sostanza; non si deve consumare al di fuori delle occasioni religiose, magiche, curative, vaticinatorie. L’iboga è, per i gabonesi, una cosa molto seria, tanto che è stata dichiarata “tesoro nazionale” dal Governo del Gabon. Almeno in teoria.

Alla cerimonia di iniziazione, che dura diversi giorni, si somministrano elevatissime quantità di iboga all’iniziando, il quale è recluso in una capanna e sottoposto ad un severo regime alimentare. Fra gli effetti dell’iboga vi è l’insensibilizzazione della pelle. L’iniziatore, allora, punzecchierà l’iniziando con uno spillo e continuerà a somministrare iboga fino a quando questo smetterà di sentire dolore. Invece, durante le cerimonie del Bwiti gli officianti danzano e suonano tutta la notte, fino a quando il cielo divenga ben chiaro. Di tanto in tanto si allontanano dalla scena e si sa che sono andati a masticare un po’ di “lagno sacro” che darà loro la forza di continuare a danzare e a picchiare come dannati sui tamburi.

Gli effetti dell’ibogaina sono molteplici e dipendono molto dalle quantità assunte. A livello fisico si ha: nausea, vomito, difficoltà di dormire, rallentamento della frequenza cardiaca, insensibilità cutanea, incapacità di muoversi. A livello mentale sono molto interessanti: si hanno esperienze oniriche legate al vissuto personale. Nella fase di massima azione della sostanza questi “sogni” sono slegati dalla realtà cognitiva. In una fase successiva si integrano alle vicende cognitive del soggetto. Aumenta fortemente la capacità introspettiva e l’analisi della propria identità. La durata di tali effetti non va oltre le 24 ore, ma la capacità di profonda autoanalisi del soggetto dura anche per mesi. Si hanno allucinazioni solo con l’assunzione di forti dosi.

Cerimonia notturna del Bwiti nei pressi di Lambarené. Anni ’90. I danzatori assumevano costantemente piccole quantià di iboga per poter reggere alla fatica di una danza che dura oltre 10 ore praticamente ininterrotte.

Un ulteriore, importantissimo, effetto dell’iboga sarebbe la rapidissima azione disintossicante da eroina e cocaina. Molte fonti riportano che con una o due assunzioni di iboga viene completamente eliminata la dipendenza da quelle sostanze. La cosa sembra miracolosa e, come per caso, la legislazione italiana ha definito illegale il possesso e l’uso dell’iboga nel 2016. Tale utilizzazione dell’iboga potrebbe essere eccezionalmente utile. Dispiace vedere che apparentemente nessuno si occupi di questo aspetto.

Si riportano casi di decessi per l’uso dell’iboga, probabilmente a causa degli effetti sul rallentamento del cuore e per la diminuzione della pressione.

Detto tutto questo, torniamo al nostro turismo allucinogeno. Può un turista andare in Gabon e provare l’iboga? Certamente. Ci sono due vie, una difficile, che io intraprenderei ed una facile. Fate voi.

Quella difficile consiste nell’andare in una cittadina dell’interno (io consiglierei Lambarené, perché ci ho abitato) ma anche Mouila o Fougamou potrebbero andar bene. Ci si installa e si comincia a parlare con la gente, con calma, gentilezza e garbo. In francese. E si comincia a porre, alla lontana, delle domande. Ci saremo forniti di una moto e con quella si andrà in giro nei villaggi, bevendo il vino di palma, Dopo molti giorni o qualche settimana si potrà chiedere dell’iboga. E’ escluso che vi propongano di farvi iniziare; ci vogliono anni per arrivare a quel punto. E’ anche escluso che vi offrano apertamente di darvi dell’iboga: è proibito darlo ai non iniziati. Ma siamo in Africa ed i bisogni sono molti. Prima o poi qualcuno che ve lo rifila sottobanco si trova. E’ molto probabile che vi diano una patacca; bisognerà stare attenti e non pagare se non dopo l’uso (al quale il venditore deve essere presente). Ma questi sono accorgimenti che ogni utilizzatore di sostanze conosce a menadito. Quindi lo potete provare; stando attenti, in presenza di una persona fidata e sobria e, possibilmente, vicino ad un medico.

La seconda via è banale. Andate a trovare Tatayo, a qualche km da Libreville (la capitale del Gabon). E’ un francese che si è fatto iniziare secoli fa e che ha montato una ONG che ha uno spazio dove ospita voi e gente come voi che si fa iniziare. Il soggiorno di una decina di giorni costa qualche migliaio di euro (tutto compreso, s’intende). Un paio di clienti gli sono morti, ma gli altri son contenti. E’ una vera iniziazione? No, certo. Manca completamente il contesto. Il Bwiti è una religione e le religioni non si improvvisano durante un viaggio (checché ne dicano quelli che vanno in India). Ma potrete dire di essere stati iniziati e, comunque, proverete l’iboga.

Non è una cattiva idea.