Quando il viaggio è rivoluzione

Foto di El Territorio.

In questo caso il viaggio non è turismo e non è per lavoro. E’ un fenomeno di grande  complessità e sta diventando un fatto di rilevante importanza storica.

Mi riferisco all’incredibile marcia che migliaia di centroamercani stanno facendo in queste settimane verso gli Stati Uniti. E’ un fatto totalmente nuovo per l’era moderna, ma non per l’antichità.

Per prima cosa diciamo che è molto diverso dalle traversate del Mediterraneo degli arabi o degli africani. In quel caso il passaggio avviene alla spicciolata, ognuno per conto proprio, al massmo a piccoli gruppi. E fu così anche per i siriani che arrivavano in Grecia. Mille rivoli che si spostavano con mezzi motorizzati e confluivano solo ai posti di frontiera. Inoltre era gente che veniva da un paese in guerra.

In questo caso è una colonna di gente che cammina, aproffittando solo eventualmente dei passaggi dei camion. Non fuggono da una particolare guerra o da una miseria superiore al solito. In Centramercia la violenza è endemica ed i soprusi di una maledetta razza padrona, di poche centinaia di persone, sono sempre stati totali.

Questi hanno deciso di migrare in massa in un altro posto, come le cicogne ad autunno. Questi non sono individui che cercano di sfangarsela individualmente; questi sono un popolo. Almeno, la sua avanguardia. Questi hanno deciso di andare là dove sono i quattrini, dal momento che i quattrini da loro non vanno; Maometto e la montagna.

Questi non sono tristi, impauriti, titubanti ed impacciati come sono gli africani quando sbarcano a Pozzallo. Seguo giornalmente la vicenda sul Canal Sur, la televisione Venezolana/Bolivariana per l’America Latina. Questi sorridono; hanno i piedi in fiamme, ma scherzano e sono allegri. Sono decisi e contenti di aver preso quella decisione. Non sperano di farcela, ma vogliono provarci. Hanno in loro la forza delle imprese storiche, anche se destinate a fallire. E gli abitanti che li vedono passare lo capiscono e li aiutano, danno loro da mangiare, da bere, dove dormire. Oggi è partita un’altra colonna e siamo a quattro. E’ un movimento di massa potenzialmente molto vasto e difficilmente arrestabile, se non con le pallottole.

Questa faccenda rischia di essere lo spartiaque fra come si emigrava negli ultimi decenni e come lo si farà nei prossimi.

Gli esempi storici sono numerosi, ma molto lontani nel tempo. I Goti o i Vandali, che stanchi di fare da manovalanza ai romani (come ora i sudamericani agli americani) decidono, ad un certo momento, inaspettatamente, improvvisamente, di entrare nell’Impero Romano e di insediarsi dove meglio gli pareva. E non furono necessariamente delle penetrazioni armate; furono viaggi di popolo. Solo in alcuni casi arrivarono armati e ci furono battaglie.

Il tipo con il ciuffo manda l’esercito sulla frontiera. Lui la vede già in termini di guerra, anche se non è affatto così. E’ una marcia gioiosa che si trasformerà in scontro solo se non li faranno passare. Difficile ormai sparare sui popoli. Giulio Cesare lo fece: gli Elvezi gli chiesero di entrare nell’Impero per potersi insediare in Gallia. Lui che era lì per conquistarla, disse di no e li massacrò tutti. Ma ora diventa difficile farlo.

Un altro viaggio di massa fu la crociata popolare che precedette la prima crociata. Andavano per vedere il Santo Sepolcro; avevano i loro motivi religiosi come questi li hanno economici. In entrambi i casi andavano; andavano là dove volevano andare, tutti insieme, indifferenti alle conseguenze. Quelli furono tutti massacrati, ovviamente.

Niente a che vedere con gli ebrei che andarono in Palestina; ci arrivavano da conquistadores, come si sarebbe ben presto visto, e sostenuti dal grande capitale mondiale.

Questi sono poveri e lo rivendicano.

Del resto come pensare di fermare queste migrazioni? Prima individuali, poi di piccole masse come questa attuale, diventeranno fiumi di persone.

Come è possibile che chi muore di malaria perchè non ha due dollari per comprarsi tre pasticche che lo guarirebbero, non voglia andare a vivere in paese dove si spendono centinaia di migliaia di euro per tenere in vita un ottantenne con demenza senile? Questi sono poveri, mica scemi. Fra stare in un posto dove un maestro semianalfabeta insegna in classi di 80 bambini ed un  posto dove ci sono due laureati per venti bambini; voi vostro figlio dove lo mandereste a scuola? E’ meglio vivere dove esiste uno stato di diritto, anche se largamente imperfetto o là dove il potere di pochi è conservato a forza di abusi, soprusi, violenze, corruzione, forze di polizia asservite e bande di paramilitari incontrollate? Fate un pò voi.

Ma torniamo al viaggio. Ancora una volta il viaggio rappresenta per chi lo fa un momento di grande speranza. Il turista spera di vedere cose belle, il giovane spera di trovar notti di divertimento e di sesso; la coppia di vivere momenti romantici. Questi migranti sperano di dare una svolta alla loro vita. Il viaggio come cambiamento, come rinascita, come nuova vita. Il viaggio come una droga che ti cambia; un trip secondo il linguaggio degli psichedelici.

Quindi il viaggio è rivoluzione: cambia tutto. Le persone, i rapporti fra di loro, la percezione di sè e degli altri. I centroamericani non fanno più la rivoluzione contro i gringos, non dicono più yankee go home., come nei tragici anni ’70 ed ’80. In un insospettabile colpo di scena sono loro che vanno dai gringos, a cercare di prendersi delle briciole di ricchezza. E, paradossalmente, queste quattro colonne di marciatori, inermi e pacifici, fanno più paura dei guerriglieri di Daniel Ortega, del Che Guevara, di Guzman di Sendero Luminoso. Perchè non inseguono una fumosa ideologia di libertà. Cercano il benessere. E i bisogni primari muovono più persone e più convintamente delle spinte ideologiche.

Il viaggio diventa un’arma; il camminare un’affermare la propria presenza. Vedo in queste colonne una consapevolezza dei propri diritti umani che non avevo mai visto finora. Non è una marcia politica; non è una manifestazione simbolica che rivendica delle istanze. In questo caso la gente va a prendersi quel che ritiene legittimamente proprio: il diritto ad una fettina di lavoro, di benessere, di giustizia. E lo fa pacificamente, come sarebbe piaciuto a Gandhi.

Finalmente un viaggio pieno di significato. Io spero che ce la facciano.

Il vino di palma

La bottiglia appesa a raccogliere la linfa nel metodo del vino dall’alto. (Foto da http://laggiunglaonlus.org/produzione-vino-di-palma-palm-vine-secrets/)

Girando il mondo si trovano cibi e bevande inimmaginabili e, a volte, non sempre, deliziose. Una di queste è il vino di palma.

Immaginatevi in viaggio: siete su un grosso 4×4, di quelli veri, non da città. Land Rover, Toyota, Mercedes se siete particolarmente ricchi, Suzuki se siete un po’ pezzenti. Sono ore che guidate o state accanto a quello che guida. La strada è ovviamente sterrata, fatta di polvere rossa sottilissima che entra ovunque. Da ore siete sballottolati sul miliardo di buche che non siete riusciti ad evitare. Scossi e con i muscoli stanchi dal cercare di bilanciare le scosse. Fa un caldo abominevole e può pure essere che l’aria condizionata non funzioni oppure che l’avete spenta per risparmiare sul carburante. E se funziona siete anche incordati per il vento gelido che esce dai bocchettoni.  Non avete attraversato che miserevolissimi villaggi persi nella densa foresta dell’Africa centrale. I bambini scalzi ed urlanti, felicissimi, corrono dietro ed accanto alle auto e dovete stare attentissimi a non metterli sotto. Traffico quasi 0, sperate che non si guasti la macchina perché sarebbe veramente un grosso grattacapo. Non ne potete veramente più e vi chiedete per quali motivo abbiate accettato il lavoro che vi ha portato fino a quel momento.  A momenti rimpiangete di non aver fatto il concorso alle Poste.

Poi, all’improvviso, una visione celestiale: dal tetto di una capanna sbuca orizzontale, verso la strada, un ramo tagliato di palma. E’ il segnale. Inchiodate, esclamate all’unisono con i compagni di viaggio, spengete, scendete, vi stirate ed andate verso l’uomo che, immancabilmente, è seduto vicino alla capanna del ramo di palma, all’ombra.  E’ in compagnia di altri sfaccendati, vi sedete su delle panchettine basse che vi aspettano. Salutate, non c’e’ bisogno di dire altro. L’uomo scompare nella casa e ne esce immediatamente con una tanica di plastica gialla o bianca di vetusto aspetto, con una (una sola) tazza di metallo sbreccata se di ferro smaltato, ammaccata se di alluminio ed una bottiglia da un litro vuota. E si risiede. Voi chiedete, per cortesia: “E’ con l’assaggio?”. Lui annuisce, sicuro di se stesso e versa dalla stagna un dito di liquido nella tazza, porgendovela. Voi assaggiate, annuite soddisfatto. Il tipo riempie la bottiglia e ve la da. Il vostro gruppo beve con grande piacere e fare da intenditori, a turno, dalla stessa tazza. Vuotata la bottiglia la si riempie, si comincia ad offrire agli astanti (che erano lì da ore, aspettando questo momento) e partono le filosofiche considerazioni sulla qualità di quella bevanda, che nemmeno se si fosse nel cuore del Chianti Classico.

La raccolta dal basso. In questo caso ogni giorno l’incisione nel tronco deve essere ravvivata e controllata. (Foto di Eric Freyssinge da Wikimedia Commons)

Perché di vino si tratta, sia pure di palma. La bevanda alcolica di tutta l’Africa centrale. E’ bianco, dolce ed amaro allo stesso tempo, leggermente acido, frizzante in quanto sta ancora fermentando. Va bevuto a temperatura ambiente (torrida) sia perché non c’e’ l’elettricità per fare andare un frigorifero, sia perché è così che esprime il meglio. E’ abbastanza alcolico potendo avvicinarsi ai 10 gradi. Lascia la bocca meravigliosamente pulita, rinfresca anche se è caldo, soprattutto è buono. Certamente migliore del vino di yucca dell’Amazzonia. Va consumato in due o tre giorni; poi l’acido prende il sopravvento e diventa un aceto imbevibile. Per questo motivo è buona norma di cortesia permettere al potenziale cliente di assaggiare, prima di ordinare la bottiglia, che è l’unità di misura della vendita.

E’, semplicemente, la linfa della palma da olio, lo stesso che è tanto vituperato dai nutrizionisti occidentali che, inconsapevoli (ma non tutti), fanno il gioco dei produttori americani di olio di colza, che, invece, come si sa, fa benissimo al corpo ed alla natura.

Ci sono due modi di produzione con risultati abbastanza diversi: il vino dal basso ed il vino dall’alto. In quello da basso la palma (selvatica, ovviamente) viene scalzata dalla terra e le radici tagliate; il fustacchione cade completo di una grossa specie di gambo che ha sottoterra. Viene inciso e dallo spacco comincia ad emettere la linfa, che viene amorevolmente raccolta in una damigiana o nell’ennesima tanica; in un paio di giorni si ottengono molti litri, secondo le dimensioni della palma, anche venti o più. Nel metodo dall’alto la palma non muore, resta in piedi e le incisioni vengono fatte nella parte più alta. La linfa sgorga e viene raccolta in bottiglie appese. La produzione è molto minore, ma l’operazione può essere ripetuta dopo un certo tempo. Il lavoro è minore, ma salire sulla palma è faticoso. Anche l’abbattimento è un lavoraccio, sotto il sole. I produttori di vino di palma sono solitamente degli uomini già anziani. Sono orgogliosi dei loro metodi e ne difendono i segreti; c’e’ un che di magia nel loro lavoro, un po’ come presso i nostri enologi. La produzione è scarsa e sporadica; le palme non vanno certo a sparire per questo.

La linfa fuoriuscita dalla palma è molto dolce e lo zucchero comincia immediatamente a fermentare, in quelle condizioni di calore terrificante e di igiene assolutamente assente (ma un panno è messo alla bocca della damigiana per non farvi cadere le mosche). Dopo poche ore la fermentazione dello zucchero è già abbastanza progredita ed il liquido comincia a fare le bollicine. Comincia quindi la fermentazione dell’alcool che viene trasformato in aceto. Il vino va bevuto rapidamente, prima che di aceto ce ne sia troppo; ma a quel momento c’e’ ancora molto zucchero presente e risulterebbe sgradevolmente dolciastro. Del resto gli africani, per un motivo che mi è incomprensibile, non amano il gusto dolce. Si aggiunge quindi alla tanica di vino dei pezzi di cortecce o di radici, amare, che compensino il gusto dolce. La scelta e la quantità usata di questi legnetti determina il gusto del vino di ogni produttore ed è l’elemento di cui si discute mentre si beve. Ecco, quindi, che quel vino è allo stesso tempo dolce, amaro, acido. Il perfetto bilanciamento di questi tre sapori è affare da maestri. Ed è anche un bilanciamento dinamico in quanto il dolce tende a diminuire, l’amaro e l’acido ad aumentare. Io, ad esempio, preferisco un leggero grado di amaro ed una maggiore presenza di acido. Ma son gusti….

Così, quella che sembra una barbara bevanda degli incivili africani è in realtà una raffinata e difficile produzione di un ricercato nettare. Tanto che se ne è occupato anche Slow Food, sia pure per il vino di palma di Panama; evidentemente non conoscono quello africano. Ma, si sa, a Slow Food sono sempre un po’ fuori luogo.

Da un po’ di tempo la faccenda si è industrializzata ed in Camerun ed in Nigeria si produce del vino regolarmente pastorizzato, imbottigliato e venduto nei supermercati. Ma non è la stessa cosa che berlo al villaggio, sotto l’albero, caldo, a chiacchera con la gente di lì.

L’ho cercato a lungo in Italia e l’ho trovato, nigeriano. Ma non è fermentato e ne son rimasto deluso.

 

Delta del Danubio

Casa tradizionale a Mila 23. (Foto di Spiridon Ion Cepleanu da Wikimedia Commons)

Un viaggio insolito in un luogo insolito. Vicino ma fuori dal mondo, toccante ed affascinante. Un altro Delta, quello del Danubio.

Gli ambienti terrestre-fluviale-marino-lacustri mi emozionano, mi mettono una calma frenesia addosso; mi trasmettono la loro natura contraddittoria, complessa, variegata, multiforme. Ne ho parlato molto riguardo al Delta del Po, d’estate e d’inverno. Ma anche di quell’incredibile mondo a sé stante che è il Delta del Tigre a Buenos Aires o lo sbalorditivo Delta del Rio delle Amazzoni a Belém.

Qui si affronta un fiume di ben maggiore importanza, lunghezza e capienza del Po. Ma siamo lontani dal Danubio un po’ artefatto dell’Austria dove traversa linde contrade portando pensionati tedeschi in crociera. O anche da quello cosmopolita e foriero di lusinghe di Budapest o di Belgrado.  Qua siamo proprio in fondo, nell’angolo povero dell’ancor povera Romania, se non, addirittura, in Ucraina. Non ci sono più le paffutelle contadinotte tedesche o le raffinatissime ragazze ungheresi. Qui la fanno da padrone i rudi ed irsuti pescatori romeni con le loro mogli avvezze al freddo, all’umidità, al lavoro. Non ci sono più dighe, chiuse, centrali, banchine ben mantenute con i cigni che si allisciano voluttuosi le bianche piume. Fine delle piste ciclabili con le fontanelle per i ciclisti assetati. Qua siamo nel duro mondo della natura non doma e renitente ad aiutare l’umanità. Natura acquatica che frena i passi e terrestre che frena le barche. Posti durissimi, fin da sempre: Augusto ci mandò in esilio il pettegolo Ovidio, perché in un posto peggiore non lo poteva mandare. Balcani profondi, terre di mille suggestioni.

Io ci andai molto anni fa, in un bellissimo viaggio in una Romania non ancora europeizzata; nel Delta fummo raggiunti dalla notizia della morte di mia suocera, e ciò vela quel ricordo. Per scrivere questo post con notizie più fresche, ho saccheggiato quest’altro articolo di un giovine blogger, che ringrazio.

Foto di Cody escadron delta da Wikimedia Commons

E’ enorme, 3.500 km quadrati, venti volte il Delta del Po; in gran parte parco naturale. Il punto di accesso più facile è la brutta città di Tulcea, in Romania, prossima all’inizio del delta. Da lì partono i tre bracci del fiume, lunghi fra i 70 e i 120 chilometri prima di arrivare al Mar Nero. A differenza del delta del Po, largamente bonificato e coltivato o del delta del Tigre, diffusamente popolato di seconde residenze, il delta del Danubio è selvaggio e relativamente intonso. Il braccio centrale, quello di Sulina, è costantemente dragato per permettere la circolazione delle navi; per il resto è tutto lasciato a se stesso, fortunatamente. Non vi sono strade in tutta quell’enorme distesa che sta fra il braccio superiore, quello di Chilia, a nord e quello di San Giorgio a sud.

Nella muffita città di Tulcea si trovano numerose possibilità per fare un giro nel Delta; ora molte di più di quando ci andai io. Vi sono dei trasporti pubblici per le poche cittadini e villaggi dell’interno del delta; battelli per i gruppi che fanno delle crocerine di qualche ora, motoscafi veloci per i turisti ricchi, barchette dei pescatori per i giri nei canali più piccoli. Molti romeni vanno a Sulima a passare le vacanze al mare: a pochi minuti a piedi vi sono delle grandi spiagge, certo meno care di quelle più rinomate di Mamaia a Costanza. Lungo certi canali sono nate attività per i turisti: baracche dove mangiare, chioschi dove noleggiare barche o kayak, postazioni per l’osservazione degli uccelli; nelle cittadine soluzioni di varie tipo per dormire, anche in case su palafitte. Tutto ciò nello spirito un po’ dimesso e povero, ma molto accogliente, tipico della Romania e di quasi tutti i Balcani. E l’economia, fino a poco tempo fa, esclusivamente basata sulla pesca fluviale o sui trasporti lungo il braccio principale del Danubio, si sta poco a poco trasformando e rinforzando con il turismo. E ciò non può che essere positivo, per evitare lo spopolamento di una zona già tradizionalmente ben poco abitata.

Foto di Ben Skála, Benfoto da Wikicommons

Ricordo di aver visto accampamenti di pescatori su certe rive, fra fiume e laghi, in mezzo al fango: vivevano in tende, pescavano con barche a remi; le mogli affumicavano il pesce. Condizioni di vita poverissime e molto dure. Spero che siano migliorate, ma l’articolo citato dice che gli accampamenti esistono ancora. Isolati, lontani gli uni dagli altri.

Naturalmente si mangia pesce di fiume accompagnata dalla solita mamaliguta cu smantana che sarebbe la polenta con la crema di latte sopra. Oppure le zuppe, che sono una delle specialità romene, ovviamente di pesce.

Ma cosa ci si va a fare in un delta? Perché in effetti, poi, a ben vedere, il paesaggio è assai monotono: tutto piattissimo, infinite rive boscose oltre alle quali poco si vede. Canaletti interni serpeggianti con le solite rive boscose ed acquitrini all’interno. Lìacqua del fiume e dei canali è ovviamente melmosa, caffellatte. Borgate povere e recenti (il fiume ogni tanto spazza tutto) buttate là su rive fangose. Quando la vista si apre appaiono vastissimi spazi nudi di tutto fuorché dell’immancabile fila di alberi, laggiù in fondo.  Certo, nel Delta del Danubio ci sono una infinità di specie di uccelli che vanno a nidificare in quelle tranquille distese e tanti pesci diversi e millanta piante diverse. E’ uno dei luoghi al mondo con la maggiore biodiversità. Ma son cose che possono attirare ornitologi o botanici. Il comune turista non saprà certamente distinguere un uccello da un altro, con la notevole eccezione del simbolo di questa regione: il pellicano.

No, ciò che ci attira nei delta non sono i paesaggi o la flora o la fauna. Quel che ci affascina è la complessità dell’ambiente. Quella irresolutezza della natura che ha giocato con tutti gli elementi senza riuscire a separarli. E’ l’incertezza dell’essere; la situazione amletica del Creato. Ecco, la Genesi ci dice che il terzo giorno Dio separò l’acqua dall’asciutto che chiamò terra. Errore. Nei Delta non fu affatto così: l’acqua e la terra si opposero fermamente alle discriminazioni divine; da un parte i maschi e dall’altra le femmine. Nel delta, acqua e terra vollero rimanere felicemente insieme, a giocare l’una con l’altro. Da questa unione sorsero infiniti esseri che non possono stare senza l’uno e senza l’altro, insieme. I più felici fra loro sono gli uccelli acquatici che stanno con le zampe nell’acqua, grufolano nel fango cercando vermetti e possono anche permettersi di sbattere le ali nell’aria.

E noi ci beiamo di questa felice comunità naturale.

Foto di AcaroDerivative work da Wikimedia Commons

 

 

Hanno i turisti una responsabilità politica?

Pesante come le loro colonne, la situazione politica in Egitto.

Hanno i turisti una responsabilità politica?

La domanda è del tutto legittima; e non parlo degli aspetti ambientali, economici, sociali. In una parola, della sostenibilità del turismo o dei comportamenti del turista solidale, che son parole tanto di moda quanto povere di significato.

Parlo proprio della politica in senso proprio; delle scelte che hanno un valore strettamente politico. Faccio alcuni esempi.

Una amica mi propone un viaggio in Dancalia; il posto mi affascina, da sempre lo tengo d’occhio, mi piacerebbe andarci. E’ un posto scomodo, è quasi inevitabile fare il viaggio con un gruppo. Mi spiega meglio come stanno le cose e fra le varie informazioni mi dice che il gruppo sarà accompagnato da alcune guardie armate. Io sobbalzo ed annullo, indignato, ogni mio interesse al viaggio. Io dico che non è possibile che un turista giri protetto da armati. E non per la sua sicurezza; ma, piuttosto, per la sua immagine negli occhi delle persone del luogo. Il turismo è sinonimo di pace e di scambio fra persone, non si può mescolare con le armi. Se c’e’ un certo numero di locali che vogliono attaccare il turista, in quel posto non ci si va, finché non abbiano risolto i loro problemi interni. Stessa cosa in Egitto. Si visitano i templi sotto il controllo delle mitragliatrici. Non è bello.

Altro esempio, sempre in Egitto. E’ corretto andare in un paese che non dice quel che è successo a Regeni? Il governo è pesantemente implicato nel caso; non sarebbe meglio il boicottaggio? Come in Turchia, dove Erdogan sta trasformando una democrazie in una dittatura personale.

Si dirà: io vado ed incontro la gente; do risorse a piccole economie familiari come le pensioni o i semplici ristoranti. Sto accanto alla gente, non mi immischio con il potere antidemocratico. E’ accettabile questo ragionamento? A me non sembra, direi che è paraculaggine. Visitare un luogo è comunque rendergli omaggio; avvicinarsi alla loro idea del mondo; portargli un saluto amichevole. Ecco, io non ho nessuna voglia di conoscere chi vota Erdogan e fa le manifestazioni in favore della pena di morte. Preferisco astenermi dal conoscerli. E non voglio esprimere nessuna vicinanza ad un paese che, nel suo complesso, permette che succeda quel che è successo a Regeni e ad un esercito di altri ed anonimi egiziani.

Bambini soldato in Africa.

Si dirà allora che ci sono tutti gli altri: quelli che lottano contro Erdogan e contro la dittatura egiziana. E’ vero, esistono e ci piacciono. Ma allora andiamo a trovare loro e trasformiamo un viaggio meramente turistico in una espressione di solidarietà politica, andando a conoscere e sostenere quegli oppositori. Terzomondismo militante, si chiamava un tempo. Magari stiamo attentini a non metterli in pericolo con comportamenti od esternazioni che a noi costano al massimo l’espulsione, a loro la tortura.

Quindi, provo disgusto per quelli che vanno apposta, proprio ora, in Egitto od in Turchia perché i prezzi son più bassi a causa delle rispettive crisi politiche. Sciacalli, li chiamerei.

Ed ancora: andiamo in Iran dove sono legali e frequentissime le punizioni corporali? E nei paesi dove è in vigore e largamente utilizzata la pena di morte? Ma allora cosa fare per tutti quei paesi che non sono democratici, ma di cui non sappiamo quasi niente, da un punto di vista politico? Nello stato padronale della Guinea Equatoriale ci andiamo o no? Andiamo in Cameroun dove ho visto, nei Commissariati, torturare ladruncoli? E quelli che vanno in Mauritania a visitare le antiche biblioteche pur sapendo che ci sono ancora gli schiavi, in quel paese?

La mia risposta è certamente NO per l’Iran. Non voglio aver niente a che fare con quel regime; non voglio incrociare uno dei loro sbirri. Per i paesi africani sono più possibilista (ma non per la Mauritania): son luoghi dove non c’e’ mai stato altro che il potere del capo. Piano, piano alcuni, stanno cercando di avere forme di potere un po’ più decenti e civili. Bisogna dar loro fiducia ed avere pazienza.

Ma invece non ho nessuna pazienza e non metterò piede negli Stati Uniti della pena di morte ai minorenni, degli omicidi dei Neri da parte della polizia, della carcerazione arbitraria, degli sceriffi eletti dal popolo. E non sarei andato nel Cile di Pinochet o nell’Argentina di Videla. Ho dei problemi anche con l’Ungheria di Orban; continuo ad andarci ma non mi sento più a mio agio.

Spero che non mi tocchi andarmene anche dall’Italia….

 

Le sfide di Guido. Ce la farà?

La ricostruzione del teatro romano di Firenze.

Segnalo un tentativo innovatore e coraggioso di modificare l’impecorimento delle masse turistiche incolonnate verso le più viete ovvietà turistiche. Un’agenzia cerca di mettere in luce aspetti turistici meno conosciuti, ma molto interessanti. E ciò con un sistema di prenotazione particolare. Ce la farà a crearsi uno spazio?

I love Guido è un’agenzia on-line di visite guidate. Chi è interessato sceglie il giro proposto ed aspetta. Quando si raggiunge il numero di 5 partecipanti il tour è confermato. Quante più persone partecipano (con un limite) tanto più il costo per persona diminuisce. Il costo attuale è chiaramente indicato sul sito. Il vantaggio per il turista è evidente. Il sistema è anche furbo perché il partecipante già iscritto avrà tutto l’interesse a trovare altri turisti; diventa, quindi, il miglior “promotore” del gruppo. Lo svantaggio, molto grave, è che probabilmente non si saprà fino agli ultimi giorni se il tour si farà o no. Il turista rischia di perdere una parte del poco tempo che ha, mancando l’opportunità di vedere ciò che aveva destato la sua curiosità.

Ma l’aspetto più interessante dell’offerta di Guido è aver messo l’accento su temi meno frequentati dal turismo di massa. Ad esempio si cercano i poco visibili resti romani di Firenze, ma fondamentali per il successivo sviluppo medievale e rinascimentale della città. A Parigi si visita il cimitero del Pere Lachaise, a Milano ci si occupa dell’epoca spagnola e della peste del Manzoni. Nel Lazio si visita passeggiando i siti sannitici di Faragola e si contribuisce alla ricostruzione di un museo locale distrutto da un incendio. Lo schema ricorda quello proposto da Migrantour.

La peste di Milano!!

Tutto ciò rappresenta il sogno di molti che si sono occupati di divulgazione di beni culturali e che sono sempre stati soggiogati, affogati e dispersi dalla prepotenza degli attrattori turistici principali: il Rinascimento a Firenze, l’antichità a Roma, il Duomo di Milano, il Louvre e Versailles a Parigi. Per gli altri aspetti non c’è posto. Guido cerca di spingere gli outsider, pur dovendo, per evidente motivi economici, mantenere nel catalogo anche gli “inevitabili”.

I tour si concludono con un riposino in un bar con scambio di impressioni e consumazione a carico del partecipante. Si parla anche di pubblicazione sui social dell’esperienza appena trascorsa. Questo punto rinforza il carattere di condivisione, sharing, della proposta di Guido.

Si tratterebbe, quindi, di una declinazione moderna e più sostenibile dell’offerta turistica, nel solco dell’economia circolare. Il turista dovrebbe avere un’esperienza più vasta, i luoghi sarebbero meno affollati, le guide sarebbero maggiormente a loro agio, beni culturali minori sarebbero maggiormente valorizzati ed i biglietti di ingresso favorirebbero la loro conservazione.

Tutto bello, quindi. Ma bisogna vedere se i turisti pecoroni accetteranno queste proposte. Certo il gruppo che fa Venezia, Firenze, Roma in 5 giorni non lo potrà fare. Ma si spera che questi gruppi spariscano, come successe agli Unni di Attila. Lo potrà invece fare il turista ragionevole che preferirà una sola città girandosela comodamente.

Vedremo. Nel frattempo Guido dovrà migliorare gli aspetti digitali, ancora un po’ claudicanti e vegliare che le guide incarnino gli aspetti innovativi della proposta senza cadere nella routine della solita visita da sbrigare con rapidità.

 

 

Strani turismi

Caribù. (Foto di Jon Nickles, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=49865)

Si trovano, a volte, dei tipi di turismo che non avremmo mai immaginato. Questo è uno di quelli, nel nostro amato Quebec.

In altri post abbiamo parlato della nascita di questa colonia francese, ora regione canadese francofona, e dei suoi famosi cacciatori di pelli che vagavano in quelle umide foreste boreali, un po’ europei, un po’ indiani, un po’ di sangue misto. Abbiamo visto mille film su questo tema e nella cultura canadese il richiamo delle foreste del nord è ancora molto presente.  Del resto questa parte del paese è sterminata, disabitata, inospitale, inaccessibile, se si eccettuano le grandi installazioni minerarie o idroelettriche, spesso raggiungibili solo in aereo. E’ un quadro che a noi europei risulta quasi incredibile e del tutto estraneo. E’ difficile per noi pensare a sterminate aree, grandi più volte l’Italia intera quasi completamente vuote di persone, case, strade, attività. Un’infinita natura; per noi è una vertigine; per il pianeta un enorme polmone di cui ci si dimentica spesso.

In questo quadro si sono stabilite delle pourvoiries. Ovverosia dei luoghi dove ci si rifornisce di ciò di cui si ha bisogno, secondo il senso stretto del termine; ovverosia delle basi dalle quali si parte per andare a caccia o a pesca, secondo l’attuale senso turistico del termine.  Non sono alberghi, non sono agriturismi, non sono campeggi. Sono la versione moderna delle basi che i vecchi trappeurs usavano nelle loro stagioni di caccia agli animali da pelliccia. Non esiste niente di simile in Italia; al limite può ricordare (molto da lontano) l’edificio centrale di una riserva di caccia.

Solo nel Quebec ce ne sono 600 di queste pourvoiries, tanto è diffuso questo tipo di turismo. La loro associazione ha un bellissimo portale, zeppo di informazioni. Ma lasciamo stare quelle alle quali ci si può arrivare, banalmente, in auto. Andiamo a vedere quelle del nord, raggiungibili spesso solo in aereo, proprio o noleggiato, o fornito dalla stessa pourvoirie.

Ma cosa ci si va a fare in una pourvoirie? A ritrovare un contatto intimo con la natura, a gioire della sua immensità, a perdersi negli sconfinati spazi, a vivere avventure selvagge? Anche, ma temo che questo sia l’aspetto meno importante di questo tipo di turismo. In realtà ci si va per uccidere. Mammiferi come l’orso, il caribù, i cervi, i bisonti. Uccelli di tutti i tipi. Pesci, spesso enormi. Non sono vacanze da famiglia, di coppia. Si formano gruppi di rudi persone (di entrambi i sessi, sia chiaro; ricordiamoci di Sarah Palin) che vanno a passare un certo numero di giorni in quei luoghi e lì ammazzano tutto quello che è consentito loro. Frequenti i gruppi di colleghi. Le bevande alcoliche non sono comprese nel prezzo, vanno portate da Montreal a cura dei partecipanti; ma possono essere acquistate senza tasse all’aereoporto: non oso pensare…..

La sistemazione è spesso spartana, in case prefabbricate di legno o anche di lamiera ondulata, in camerate, senza spazi di intimità, come viene spesso precisato. Ma può essere anche in tenda, su delle barche, nelle roulottes, in rifugi; al limite, anche, in albergo. Se volete vi danno da mangiare, spesso il frutto stesso della vostra caccia o pesca; ma anche molti altri servizi: noleggio di barche, vendita di carburante, noleggio di tutto il materiale necessario. Un mattatoio è a vostra disposizione per preparare la carne da portar via in borse termiche. Del personale specializzato può essere richiesto come guide, macellai, marinai, cercatori delle piste degli animali. Certuni vi offrono la caccia con l’arco o con la balestra; altri la caccia con le trappole o con la carabina ad un solo colpo, per simulare le antiche condizione di caccia. Insomma, tutto quel che ci vuole per farvi sfogare senza limiti.

Ma torniate alle pourvoiries perse nell’estremo nord. In questa della Riviere Delay ci si arriva da Montreal con un aereo fino alla loro base del lago Canapiscau. Da lì un idrovolante porta i turisti alla pourvoirie. 1.200 km da Montreal. Si è ospitati in chalet di tre stanze e i pasti vengono preparati dal personale. L’elettricità proviene da un generatore, fino alla 10 la sera. Nella sala comune c’e’ anche un collegamento satellitare Internet. I turisti possono pescare salmoni, trote ed altri pesci tipici del luogo. E si possono cacciare i caribù. Normalmente vi si sta 4 giorni, il costo è di circa 1.000 euro al giorno, assolutamente tutto compreso.

Lo chalet che Mirage offre per la caccia. Si trova a 418 chilometri a nord della pourvoirie principale e si raggiunge in idrovolante. Accoglie 6 persone ed è aperto in estate ed in autunno. E’ dotato di una piccola imbarcazione.

Invece la pourvoirie Mirage è raggiungibile per strada, a 1.600 km da Montreal. L’istallazione è più confortevole della precedente, vi è anche la sauna. Vi si caccia il caribù, l’alce, l’orso nero. Si possono noleggiare aerei, idrovolanti, elicotteri, barche, motoslitte (basta che siano mezzi meccanici e rumorosi). Hanno anche degli chalets in luoghi ancor più isolati e selvaggi, a qualche centinaio di km dalla base; raggiungibili con l’idrovolante. Prezzi ragionevoli: 2.000 euro per una settimana.

Luoghi meravigliosi. Foto tratta dal sito web della pourvoirie del fiume Payne.

Ed infine il campo più lontano, a 1.800 km da Montreal, sul fiume Payne; ormai in territorio Inuit, eschimese. Vi si arriva con un volo di linea fino a Kuujjuaq, hub per gli insediamenti Inuit; poi si continua con un aereo privato per i diversi campi base. Si dorme in baracche, si pescano pesci dalle dimensioni eccezionali; si cacciano vari uccelli e l’orso nero. Sembra che parte del personale sia Inuit. I costi vanno sempre sul migliaio di euro al giorno, più i permessi di caccia e pesca. Ma se l’aereo non può partire per il maltempo non vi prendono niente, per il giorno in più.

Se Dio vuole, dal febbraio 2018 il Governo  ha proibito la caccia al caribù, a tempo indeterminato. Non so come stia quella all’orso o all’alce. Mi chiedo comunque chi controlli, su quelle distanze, ciò che una banda di abbrutiti armati riesca a fare.

Insomma un turismo terribilmente invasivo, rumoroso, dannoso e caro in un ambiente assolutamente naturale. Potrebbe essere un paradiso ecologico, ma con la loro mentalità della frontiera da conquistare e della natura da sottomettere riescono a pesticciare tutto quel che trovano. Va già bene che non diano la caccia agli eschimesi.

L’orto delle meraviglie

Quando la biodiversità non è una chiacchera per attirare finanziamenti, ma un fatto.

In una Firenze ormai prostituta ed inutile, ho trovato un posticino la cui visita vi consiglio, poveri turisti che avete creduto a quel che vi hanno raccontato su questa città. Ma la consiglio anche ai locali.

E’ a una ventina di chilometri dal centro, oltre Grassina, a Castel Ruggero. E non parlo dell’omonimo lago frequentato prima dagli alternativi ed ora dai gay; tutti nudi, comunque. Poche centinaia di metri oltre il lago vi è un’antica villa-fortilizio al cui fianco troverete un delizioso orto-giardino. E’ una riedizione dell’orto del signore rinascimentale che si dilettava nel far coltivare piante rare e sorprendenti con cui stupire amici e ingelosire gli avversari politici. Fra le corti italiane e poi europee era tutto un fiorire di scambi, furti, spionaggi allo scopo di avere le piante ed i frutti  più strani possibili. Smanie di ricchi annoiati.

In questo caso il signore non rinascimentale, ma attuale, è Nicolò D’Afflitto la cui famiglia possiede la villa-fortilizio da un secolo, insieme a vigneti ed oliveti da cui trae olio e vino. E’ uno dei più importanti enologi italiani, al servizio di marchi importanti. Pur avendo molto altro da fare lui e la moglie Pascale sono stati colti da divorante e totalitaria passione per l’orto. In 20 anni hanno trasformato un ettaro di terraccia, accanto casa, in un delizioso giardino delle meraviglie. Il pezzo forte è la collezione di pomodori, ormai arrivata alla stupefacente cifra di 500 varietà diverse, piantate tutti gli anni; in misura di una pianta per varietà. Ci si aggira fra i filari trovando infinita gamma di forme, dimensioni, colori. E son tutti pomodori. I visitatori assaggiano direttamente dalla pianta, scegliendo il loro preferito.

Vi è poi una importante collezione di peonie, molte patate, una bella varietà di amaranti con le bizzarre forme delle loro infiorescenze ed anche cucurbitacee varie. I peperoncini sono in numero di 50, con tutta la gamma della piccantezza. Non mancano alberi di fichi, di mele, di giuggiole e svariati pergolati di uve sotto i quali una vasca e dei sedili invogliano alla conversazione, come in un giardino non solo rinascimentale, ma anche arabo. Lavanda, fiori, erbe aromatiche, tutto mescolato. Per tradizione familiare nessun estraneo lavora nell’orto, salvo che per certe operazioni particolarmente pesanti. E’ in primis Pascale che se ne occupa a tempo pieno, con il marito ed i figli, quando possono. Gli è presa così, non vanno nemmeno in ferie per non lasciar solo l’orto.

Pochi dei molti pomodori.

Ma perché lo fanno? Appunto, passione, perché aspetti economici non ce ne son quasi. E’ solo da poco che vendono qualche cesta di frutti vari, oppure cedono a ristoratori vicini dei prodotti. Fanno anche conserve: marmellate, paste di peperoncini e l’ovvia pomarola, nella quale vi sono anche altre verdure, oltre al pomodoro. Ma le conserve non sono vendute. Le consumano in famiglia, le regalano. Ricevono visite di gruppi di appassionati, fanno una festa del pomodoro, accolgono scolaresche con le quali fanno dei laboratori sui semi o sulle piantine, che regalano. Fino a pochissimo tempo fa, il giardino non era nemmeno recintato; si poteva entrare, avvertire e mangiare.  A volte ti danno anche un sacchetto (di carta) in modo che tu possa portar vie le cose con facilità. Hanno messo un cancello a causa di furti di alcune varietà rare e pregiate di peonie.

Insomma, una faccenda da non credere. Evidentemente la famiglia ha entrate dalle altre attività e il mantenimento dell’orto è solo una grande passione: che va condivisa e non “privatizzata”. Qua il loro sito.

Ma c’e’ di più ed è questo il motivo che giustifica questo post, a dir la verità un po’ troppo zuccheroso, finora. La mia stima per l’orto e per chi lo fa nasce dalla filosofia con cui è gestito. Chi è arrivato fin qua a leggere si sarà immaginato un lindo giardino perfetto nelle linee e nella manutenzione. Pulcro, asettico, lezioso, stucchevole, come se fossimo in Trentino.  Invece non è affatto così. L’orto è certamente ben gestito, ma è anche “lavori in corso”; si bada all’essenziale, che è la produzione e non l’aspetto.  Niente è perfetto, tutto è funzionale. L’occhio non vede la serenità (fittizia) rinascimentale; vede l’imperfezione dell’umano lavoro. Ci sarebbe molto da tagliare, da potare, da sbarbare, da ripiantare, da mettere in ordine. Ma questo verrà fatto domani, la settimana prossima, forse mai. Perché l’agricoltura è scelta delle priorità, risparmio di risorse, rispetto dei cicli, disprezzo della forma ed attenzione ai risultati concreti. Non siamo nel giardino di un archistar, siamo nel campo con il contadino. Ci sono anche le galline, da qualche parte e, si sa, le galline cacano. Ovunque ed in continuazione.

Ed è tutto ciò che riscatta quest’orto: non capriccio di ricchi, ma vita vera e pomodori da mangiare schizzandosi la camicia. E la conferma l’ho avuto alla fine della mia visita. Avevo visto un’assenza quasi totale di erbacce. troppo totale per non sollevare la mia curiosità. Ho chiesto; ebbene si. Si usa la chimica, anche se poca ed oculata. Che non è il diavolo; è ciò che ci vuole quando vogliamo fare frutta e non chiacchere da ecologisti di FB.

Bravi.