Il Congo

Parco della Salonga. Foto di Radio Okapi.

C’è poi una altro paese, un continente intero, dove il turismo non è ancora arrivato: un mondo enorme, affascinante, profondissimo che esiste, ma che nessun visita. E’ grande come l’Europa ed è il Congo o Repubblica Democratica del Congo o RDC o Congo – Kinshasa, ex Zaire, ex Congo belga, ex Congo – Leopoldville.

Lì dentro, su una superficie 8 volte l’Italia, c’è di tutto. 80 milioni di abitanti, un sistema fluviale secondo solo a quello amazzonico, una foresta equatoriale in gran parte intatta, flora e fauna per tutti i gusti, i resti di società tribali di straordinario spessore, le tracce della colonizzazione belga con i suoi edifici, una ricchezza mineraria sfacciata, le barbarie di una guerra infinita.

Molte parti del paese sono di difficilissimo accesso: la rete di trasporti fluviali, ferroviari e stradali che era stata messa in piedi, con grandi difficoltà, dal potere coloniale ha finito, con gli anni, per collassare. I viaggi diventano imprese: i trasporti pubblici si svolgono in condizioni che un europeo non è in grado di sopportare; affittare 4×4 comporta costi molto alti. I tempi, i costi, le difficoltà degli spostamenti sono scoraggianti. La presenza di persone in divisa da foraggiare costantemente è capillare. In certi luoghi, le milizie armate rendono molto pericoloso il passaggio.

Andare in RDC non vuol dire fare turismo; significa andare a cercare una quantità senza fine di beghe e problemi. Eppure le emozioni che questo paese può dare sono potentissime.

All’estremo est ci sono i parchi dei Virunga e del Kauzi-Biega dove vivono (se non li cacciano di frodo) i gorilla. Le guide hanno scelto alcuni gruppi, sanno quotidianamente dove si trovano e li hanno abituati alla loro presenza. Ci portano i turisti che possono osservare, a lungo, da vicino e senza nessuna protezione, le loro attività; è anche frequente che mentre si spostano per cercare i buoni germogli freschi di cui si nutrono, i gorilla passino accanto agli umani sfiorandoli, in tutta tranquillità. Le visite partono da Goma e da Bukavu che si raggiungono facilmente dall’Uganda o dal Rwanda. Il Parco dei Virunga è certamente il luogo più turistico del paese, pur ricevendo un numero molto limitato di visite.

Si può andare a Mbuji Mayi, la città dei diamanti, sorvegliatissima da stormi di uomini armati. Si possono visitare le enormi miniere dei diamanti e seguire il lungo processo che parte da migliaia di metri cubi di terra per arrivare a qualche grammo di diamanti. Attraverso un vetro si può vedere l’ultima cernita, manuale, dove i lavoratori sono seguiti individualmente dai controllori per evitare che si mettano in bocca qualche pietra. Ma i diamanti sono dovunque, anche in città e dopo un acquazzone, di notte, sotto i lampioni, i ragazzi cercano il brillio di un diamantino lavato dalla pioggia. A sera c’e’ un mercato dei diamanti dove i cercatori clandestini portano il frutto del loro lavoro e lo vendono ai commercianti: consiste in una fila di banchini con delle forti lampade. Il cercatore porta il bottino che viene attentamente osservato dal compratore; se si accordano sul prezzo, il “pacchetto”, come viene chiamato, passa di mano. I diamanti sono quasi sempre impuri, usati solo dall’industria; ma, a volte, sono da gioielleria: si fanno fortune e si disfano con le donne, gli amici, i vizi. I mendicanti non chiedono una moneta, ma 100 dollari.

Oppure si va nei quartieri di Kinshasa, dove sorgono, con il vento delle mode, concentrazioni di bar che sotto tendoni di fortuna, offrono gli spiedini di capra, la manioca bollita con il fortissimo peperoncino, le patate fritte e birra senza fine. Sotto un uragano di musica congolese, fatta dai grandi artisti nazionali che scatenano entusiasmi e polemiche ardenti. Per poi andare in qualche cortile scatasciato dove si mette in scena un delizioso teatro povero quasi sempre in lingala, ma a volte anche in francese, che descrive fra il drammatico e l’ironico la durissima vita di questa città da 11 milioni di abitanti. Perché bisogna sapere che il popolo congolese in generale e quello di Kinshasa in particolare è dotato di un finissimo spirito critico, arguto ed ironico. Maestri nell’uso della parola, i congolesi riescono a scherzare con ammirevole eleganza sulle infinite disgrazie che hanno percorso e percorrono questo paese. Decisi e sicuri, polemici e raffinati, sfrontati ed intelligenti è un piacere starli a sentire (chi pensa che siano dei rozzi abitanti della jungla si sbaglia completamente). Lavorarci insieme è un incubo.

Trasporto lungo il fiume Ubangi, affluente del Congo. Questo è bestiame, vivo, che va verso Kinshasa per essere macellato. Qui siamo a Zongo e mancano ancora moltissimi giorni di viaggio. Il bestiame è senza acqua, cibo, riparo dal sole ed è stipato. Molti capi moriranno.

Poi c’e’ il parco della Salonga, nel mezzo del paese. E’ il più grande dell’Africa, da solo è più del Piemonte e della Liguria messi insieme. E’ il cuore umido dell’Africa fatto di fiumi e foreste. Là dove Conrad ambientò il suo “Cuore di tenebre”. Andarci è un’impresa e chi organizza i viaggi chiede cifre molto importanti; è una spedizione quasi come ai tempi del Dott. Livingstone. Ma le emozioni che dà la foresta equatoriale, a mio parere, non ha uguali al mondo. In quel parco si trovano i bonobo, la varietà più intelligente di scimpanzé. Passano il loro tempo, direi in egual misura, a mangiar frutta ed a trombare. Questi nostri fratelli si possono trovare anche vicino a Kinshasa, in un parco-rifugio: sono deliziosi e dispettosissimi.

Piccolo bonobo nel rifugio di Kinshasa. Foto del Rifugio di Kinshasa.

Se si ha pazienza infinita si può prendere una nave da Kinshasa e risalire il fiume Congo. Le condizioni sono più che spartane ed il viaggio non finisce mai, dura giorni e giorni, settimane. Si può arrivare fino a Kisangani, a 1.700 km di distanza dalla capitale, dove delle cateratte interrompono la navigazione. Spesso a navigare sono grossi rimorchiatori che trainano/spingono chiatte o pontoni mobili, carichi di merce industriale, sui quali i passeggeri allestiscono un accampamento. Lungo il viaggio fervono i commerci. Le chiatte accostano ai porti e sbarcano la merce in lunghe e confuse operazioni. Durante il ritorno, le canoe accostano alle chiatte in movimento e vendono prodotti agricoli non troppo deperibili che delle grasse commercianti acquistano per poi rivendere a Kinshasa: è un confuso mondo di traffici e trattative senza esclusione di sotterfugi. Tutti ingannano tutti, chi può ruba, i più valorosi fanno razzie. E’ il cuore profondo dell’Africa, del Congo. E’ la vita in azione.

Un paese pasoliniano

Nelle periferie delle città, nei paesi tunisini ritrovo volti ed atmosfere dei sottoproletari pasoliniani; dei suoi ragazzi di borgata.
C’erano stati i poveri ma belli della primssima commedia all’italiana; i successivi personaggi pasoliniani erano sì poveri, ma anche brutti, viziosi, tamarri, sfrontati, obliqui, dall’animo a volte oscuro. Come quello che, forse, lo uccise.

Ritrovo con emozione e grande empatia quei volti, quei corpi spigolosi e non armonici in Tunisia, in quelle torme di giovani che affollano ogni angolo; là dove in Italia non troveremmo che vecchi lamentosi. Qua invece la vita pulsa con dolorosa forza.

Mi trovo bene in questi posti; dopo tutto il male che ho detto di Marocco ed Egitto, la Tunisia mi riconcilia con il popolo arabo. Vi si respira un’aria leggera, pulsante, vitale pur nell’evidente e diffusa miseria e nel sudicio disordine che regna sovrano.

Molte le ragazze senza velo, a gruppetti sedute al bar, truccate e carine. Coppiette che si tengono per mano. Ma anche signore con il velo che ti rivolgono la parola con sicurezza e determinazione. Ovunque gentilezza, garbo, calma e rispetto. Mai un cenno di insofferenza e razzismo nei confronti dello straniero infedele e, potenzialmente, crociato.

Ma le coppiette le vedi nei quartieri ricchi o sull’avenue Bourguiba, a Tunisi. Nei paesi la separazione fra i sessi domina ancora incontrastata. Ancora una volta solo i ricchi sono liberi, i poveri sono religiosi e segregati per genere.

Ed allora i giovani maschi conducono una vita separata dalle giovani femmine. Sempre fra di loro, senza aver sentore dell’altra metà del mondo, che immagino diventi per loro, mitico, irreale, inconoscibile.

Ed è palese che devono finire ad arrangiarsi fra loro. Vedi quindi quelle coppiette omosessuali, quei gesti inequivocabili, gli sguardi obliqui, gli atteggiamenti di alcuni fra di loro.

E non è per caso che la Tunisia sia una meta del turismo omosessuale maschile, specie per i signori maturi. Come ben ci spiega il perfetto Aldo Busi, credo nel suo “Venditore ecc, ecc”. E di questi signori solitari, compassati, eleganti nei loro maglioncini rossi o pastello se ne vedono circolare diversi.

Sono capitato in una sala biliardi, in una cittadina. Erano tutti molto giovani, giocavano male. Gente povera, pescatori, lavoratori. Facce magre a volte patibolari, grandi nasi, Eisenstein ne sarebbe stato affascinato; non a caso utilizzava per i suoi film volti presi dal popolo, esattamente come faceva Pasolini. Fisici, robusti, ma tormentati; non certo atletici e sereni. L’ideale greco della bellezza è lontano. Mani grosse, da lavoratori. Fra di loro le Regine: ragazzi flessuosi, ben pettinati, eleganti e sprezzanti. Fanno passerella, si fanno desiderare. I prescelti gongolano, gli altri sguardano in tralice, lascivi e gelosi.

Poi tutti loro si sposeranno, avranno famiglia. Mi chiedo cosa resterà dei loro amori giovanili. Uomini maturi e panzuti si ritroveranno in certi locali fumosi a bere birra. Di cosa parleranno? Si conserveranno i sentimenti? Vorrei credere di si, perché in quei bar, a quei tavolini pare scorrere una intimità che non pare fatta solo di amicizia, ma anche di carne. Osservo dei giovani che lavorano insieme, come muratori o nelle botteghine del cibo di strada: paiono avere una consuetudine, fra di loro, non solo da colleghi.

E son colto da vertigine. È questa, intrinsecamente, una società omosessuale che poi si muta in etero solo per meri fini riproduttivi? Questi giovani si amano per bisogno (le donne sono assenti!) o per intimo desiderio?

Da quando questa idea mi è germogliata in testa ho cominciato ad osservare le donne: quelle velate, povere, tradizionali, non occidentalizzate, quelle che si spostano a coppie. E mi par di cogliere nei loro gesti una intimità non comune. Tutto torna?

Sono affascinato da queste correnti sotterranee. Vi pulsa una vita e vedo vibrare emozioni che nell’esangue Italia sono ormai sconosciute.

L’isola dove non si può andare.

Ecco l’isoletta di North Sentinel. Foto della NASA, Jesse Allen, via Wiki Commons.

A me questi tipi stanno simpaticissimi. Un po’ brutali, ma ben determinati; e soprattutto decisissimi a conservare la propria pace.

Si parla dei Sentinelesi, gli abitanti dell’isola di North Sentinel, nell’arcipelago delle Andamane, Oceano Indiano, formalmente appartenente all’India, ma, di fatto, lo Stato più indipendente del mondo. E’ un’isolina di appena 59 km quadrati, equivalente a poco più di Ischia. Minuscola, quindi. E nemmeno troppo isolata, trovandosi ad una quarantina di km dalla capitale delle Andamane, Port Blair.

L’ultimo straniero che ha voluto sbarcare a North Sentinel era un invasato missionario evangelico, convinto di dover diffondere la parola del suo Dio. I Sentinelesi lo hanno ucciso a colpi di freccia direttamente sulla spiaggia su cui era sbarcato, da solo. Non è stato possibile recuperare il corpo. E ciò è successo nel novembre del 2018. Qualche anno prima la stessa sorte era toccata a due pescatori la cui barchetta era andata alla deriva sulla costa dell’isola, mentre dormivano. Non si sono più svegliati. Gli elicotteri che provano a sorvolare l’isola vengono bersagliati dalle frecce.

E’ dal 1850 che questa storia va avanti, da quando gli inglesi sono arrivati in queste isole. Gli altri popoli nativi delle isole Andamane come i Jarawa o gli Onge sono stati decimati dalle malattie, dalla deforestazione, dai fucili di Sua Maestà. Eppure anche loro avevano cercato di resistere, per quanto hanno potuto; e di evitare contatti con gli stranieri. Sono ormai ridotti a poche centinaia, protetti dalle leggi indiane ma braccati dal turismo senza scrupoli.

Invece i Sentinelesi, almeno fino a qui, ce l’hanno fatta. Non ha avuto successo nessuno dei molti tentativi fatti fin dalla fine del 1800 per stabilire dei contatti con loro. A volte hanno permesso che delle barche si avvicinassero alla spiaggia ed hanno accettato delle noci di cocco in dono; ma non c’e’ mai stato un vero scambio, un inizio di discorso. Del resto pare abbiano una lingua diversa da quella degli altri gruppi vicini, già ricordati; in alcuni tentativi di approccio erano stati portati delle persone di questi gruppi, ma non hanno riconosciuto nessuna delle parole che gridavano, dalla spiaggia, i Sentinelesi. Anche quando hanno accettano le noci di cocco (che non nascono sull’isola) hanno fatto capire di non desiderare affatto ulteriori contatti tirando rapidamente fuori archi e lancie. Oppure sparendo nella foresta. Una volta si misero tutti quanti a mimare una scopata di gruppo, come a dire che avevano altro da fare che ricevere visite.  Questo episodio e certi atteggiamenti delle donne, mostrati dai filmati, potrebbe far pensare al fatto che ci si trovi in presenza di una qualche forma di matriarcato.

In questo fotogramma del filmato si vede chiaramente come una donna interviene per allontanare l’uomo dal contatto con la barca che offriva noci di cocco. L’uomo è incuriosito, la donna molto preoccupata e lo porta in “salvo” con determinazione. L’uomo la lascia fare senza reagire. E’ una scena da matriarcato.

Altri regali lasciati sulla spiaggia sono stati rifiutati come giocattoli o maiali vivi: uccisi e subito sepolti nella sabbia. Hanno invece accettato delle pentole.  Gli inglesi provarono anche a sbarcare e ad inoltrarsi nell’isola. Ma trovarono solo villaggi abbandonati in fretta: gli abitanti si erano nascosti nella fittissima foresta. In altre occasioni il tentativo di avvicinarsi alla spiaggia si è interrotto immediatamente a suon di frecce, di giavellotti e di inequivocabili gestualità aggressive (dal minuto 11).

Non si sa quante persone abitino sull’isola; le stime parlano di un numero fra 50 e 500, ma sono numeri inventati. Le riprese dagli elicotteri non mostrano campi o zone disboscate. Devono quindi vivere solo di caccia e di raccolta; come ai tempi del Paleolitico.  Dall’alto si sono visti tre villaggetti diversi con delle grandi capanne comuni. Costruiscono anche dei semplici ripari vicino alla spiaggia. Di loro abbiamo pochi filmati girati nelle rare occasioni in cui hanno accettato che una barca si avvicinasse alla spiaggia. Vi appaiono forti, in eccellente salute, nudi ma con degli ornamenti. Sembrano stare benissimo. Hanno fattezze fisiche simili a quelle degli africani, come gli altri popoli nativi delle Andamane. Sembra che siano arrivati in queste isole da quel continente decine di migliaia di anni fa (ciò mi sembra tutto da verificare).  Non si sa da quando North Sentinel sia abitata; non si sa da quando i Sentinelesi si sono distaccati dagli Jarawa – Onge (ma il fatto che non si capiscano lascerebbe supporre che siano passate molte generazioni); non si sa se vi siano stati (e quando? e quanti?) scambi di sangue con altre popolazioni. Non si sa quale sia il livello di consanguineità.

In un paio di occasioni delle piccole navi si sono incagliate nella barriera corallina che circonda l’isola. In una occasione l’equipaggio rimasto a bordo si è preoccupato moltissimo perché vedeva i Sentinelesi fare preparativi per abbordare la nave. Sono stati salvati prima che potessero arrivare. Ma la nave è rimasta lì a lungo, abbandonata, in attesa di essere rimorchiata. Durante questo periodo i Sentinelesi devono esser saliti a bordo dove hanno recuperato dei pezzi di metallo, da cui hanno fabbricato delle punte di freccia come hanno potuto constatare, a loro spese, i visitatori successivi.

In altre parole, i Sentinelesi sono del tutto consapevoli che esistono altri uomini, dotati di mezzi sorprendenti e che portano a volte doni. Solo che non gliene frega assolutamente niente.

Alla fine l’India, su pressioni di Survival, ha deciso di proibire ogni avvicinamento all’isola; e fa dei pattugliamenti per dissuadere chi volesse provarci. Delle loro barche scrutano la spiaggia, di tanto in tanto, per vedere se la popolazione continua ad essere in vita ed in buona salute. Da un punto di vista strettamente formale, dal momento che nessun rappresentante ufficiale dell’India ha mai messo piede sull’isola per rivendicarne l’appartenenza, North Sentinel è uno stato indipendente. Un pugno di selvaggi sono riusciti a sconfiggere il colonialismo, l’Ordine Mondiale, il capitalismo ed anche il turismo. Con le frecce e le lance.

Ma la genialità dei Sentinelesi risiede soprattutto in un altro aspetto. Sono riusciti nello straordinario miracolo ecologico di continuare a vivere solo di caccia e di raccolta in uno spazio ridottissimo. Ciò vuol dire che cacciano senza sterminare la fauna; raccolgono senza impoverire la flora; vivono nella foresta senza abbatterla; si riproducono senza cadere nel sovraffollamento o nei danni della consanguineità (almeno in apparenza). Tutto ciò è assolutamente miracoloso e dovrebbe esser fonte, per noi, di infinito rispetto.

Il paese che non dovrebbe esistere

Vi è un paese curioso, molto bello, inaspettato, pieno di storie strane. E’ Scanno, in Abruzzo.

Non dovrebbe esistere: si trova in una posizione impossibile. La valle dei fiumi Sagittario e Tasso è relativamente ampia nella parte superiore, dove sta Scanno, ma si restringe, verso lo sbocco inferiore nella Valle Peligna, in una lunga e strettissima gola fra erte e grigie pareti di roccia. Tali Gole del Sagittario rendono difficilissimo l’accesso alla parte superiore della valle. Fino all’inizio del 1900 non c’era proprio la strada e si arrivava a Scanno solo grazie ad una mulattiera che serpeggiava sul fondo delle Gole disputandosi con il fiume il pochissimo spazio disponibile fra le rocce.

Ma perchè fu quindi costruito questo paese, che ha resti anche romani? Perchè sulle alture ci sono vastissimi pascoli nei quali hanno brucato ed ingrassato infinite greggi di pecore. Greggi che passavano l’inverno in Puglia e l’estate sui monti di Scanno: il vecchio sistema della transumanza. Con questa importantissima fonte di reddito si costituirono in paese delle belle fortune di alcune famiglie che arricchirono il borgo di importanti palazzi, chiese, muraglie. La pietra è il bel calcare bianco locale. Il paese vecchio è su una specie di promontorio, molto mosso, in forte salita. L’effetto è delizioso: strade e stradine, scalinate, belle case e palazzi, slarghi e strettoie. Il colpo d’occhio è meraviglioso. Impossibile accedere al centro vecchio in auto o moto.

E’ tutto così caratteristico che il paese è diventato, fin da metà ‘900, un terreno prediletto per i fotografi. Moltissimi dei grandi maestri vi sono passati e vi hanno scattato foto divenute celeberrime. Sulle loro tracce appassionati di fotografia attuali continuano a percorrere le stradine del borgo cercando ispirazione e inquadrature; chi organizza corsi di fotografia si onora di portare i propri allievi in questo luogo.

Questa faccenda della transumanza delle greggi faceva sì che quasi tutti gli uomini passassero l’inverno lontano da casa, lasciando il paese in mano ad una sorta di matriarcato di fatto. Le donne furono quindi obbligate a gestire i figli ed i beni in autonomia, sviluppando un forte carattere. Forse per questo motivo Scanno è l’ultimo paese in Italia nel quale il costume tradizionale venga ancora usato, quotidianamente, dalle donne più anziane. Il costume della festa è particolamrente ricco ed elaborato. Alcune volte all’anno viene organizzata una rievocazione durante la quale molte donne sfilano con i vecchi costumi pazientemente mantenuti, riparati, indossati. Immancabili, quindi, le foto a queste donne, fra le viuzze di pietra del borgo. Scorci antichi.

La ricchezza del paese la si vede anche dalla presenza di una importante tradizione orafa che ha prodotto alcuni gioielli tradizionali. Ci sono ancora alcune oreficerie artigianali, sul corso principale. E pare incredibile che un paese così isolato ed inaccessibile possa esser stato tanto ricco.

Ma le eccezionalità di Scanno non finiscono qui: poco sotto il paese c’e’ un bel lago nel quale si può anche fare il bagno. Dalla parte opposta c’e’ il Passo Godi, a 1600 metri, circondato da montagne che oltrepassano i 2.000. Insomma, montagne vere.

E’ relativamente vicino a Roma e nei periodi di gran caldo frotte di anziani romani si rifugiano fra queste montagne a prendere il fresco. Ed ancora: è la prima vera montagna per chi viene dalla Puglia; li vedi allora questi turisti, abituati alle strade diritte, avventurarsi esitanti ed impauriti sulla strada stretta e tortuosa che sale al paese. Oppure vengono d’inverno, a vedere la neve, su cui è anche possibile sciare.

Fin dagli anni ’60 Scanno ebbe un notevolissimo sviluppo turistico basato soprattutto su romani e pugliesi. E’ nata intorno al borgo vecchio, fortunatamente rimasto intatto, una corona di orribili costruzione residenziali ed alberghiere nello stile di quegli anni; certamente uno dei peggiori nella storia dell’umanità. Edifici nati male ed invecchiati peggio; un pò disabitati, un pò cadenti. Triste edilizia delle seconde case nell’epoca del boom.

E qui incomincia l’inarrestabile parabola discendente di Scanno.  La risorsa pecore e’ ormai ridotta ad un paio di aziende residuali. Il turismo stanziale langue; gli alberghi di un tempo sono ormai ridotti a misere pensioni dove si trascinano i tradizionali habituès, sempre più anziani e sempre meno numerosi, un anno dopo l’altro. Nessuna capacità di rinnovarsi, di creare attività. L’impianto sciistico è perennemente in fallimento; le possibilità di camminare d’estate sono poche, non essendo mai stati segnati i sentieri in modo accettabile; la cucina è modesta, poco curata e meno invitante; gli abitanti sono gentili come un cazzotto nello stomaco; un deposito di pezzi polverosi, aperto solo a chiamata, gioca il ruolo di museo locale; le produzioni locali di salumi e formaggi sono venduti a prezzi esosi per una qualità banale. Gli Scannesi si rifanno spesso ai loro antenati Sanniti e vanno fieri delle Forche Caudine. Trattano i visitatori un pò nello stesso modo.

Scanno è l’esempio vivente (morente, sarebbe meglio dire) del cambio di tipo di turismo: il tempo della vacanza residenziale lunga un mese è finito. Ora si vogliono numerose vacanzine di breve durata, ma di ricchi e variati contenuti. Non si vuole più respirare l’aria buona, si cercano esperienze appaganti. E queste esperienze vanno costruite, organizzate, gestite con professionalità. E quest’ultimo attributo sembra crudelmente mancare agli Scannesi.

Insomma, quello che è un unicum nazionale per i costumi tradizionali, un borgo superbo ed una bizzarria storica e geografica sta morendo soffocato dalla grettezza degli abitanti e dalla povertà culturale delle Amministrazioni Pubbliche. E la popolazione diminuisce ogni anno.

Scanno vale ampiamente una visita per poter meravigliarsi del borgo. Una visita breve, di un paio di notti (e vi consiglio questo B&B, in una casa del borgo). Aspettando che i suoi abitanti riescano a capire che bisogna offrire qualcos’altro di decente, oltre al borgo, a chi arriva fino a quassù.

Le terme Asmana a Firenze

La piscina principale. Foto dal sito delle terme.

A volte chi scrive è un po’ scoraggiato da quel che vede e poi vuole raccontare. E non sa se rassegnarsi o continuare a dire che le cose non dovrebbero andare così.

E’ quel che è successo all’Asmana: centro benessere, terme, ecc, in posizione centrale fra Firenze, Prato ed i Comuni della Piana fiorentina. Una zona molto abitata. E’ aperto da ben quattro anni, ancora non me ne ero accorto.

Accanto all’autostrada ed in vista della chiesa del Michelucci, le terme sono ospitate in una costruzione di stile “villetta abusiva anni ’70 disegnata dal geometra” e sono dotate di ampio e comodo parcheggio.

C’e’ una piscina principale dalle forme rotondeggianti parzialmente all’interno e parzialmente all’esterno. Esternamente due piscinette più piccole. Pochi giochi d’acqua: solo una rotonda in cui l’acqua forma una corrente che ti trascina e qualche postazione con le bollicine. Nessun getto dall’alto per il massaggio alla cervicale.  Un bar si affaccia sulla piscina principale. Ci sono poi tre o quattro saune abbastanza grandi, un paio di bagni turchi, una piscinetta interna. Lettini ovunque, alcune stanze per distendersi nel silenzio. Locali per i massaggi, un bar con panini ed un ristorante con un menu dall’aria salutista. L’edificio è tagliato in modo furbo, sembra molto più grande di quel che in realtà sia.  L’arredamento è strettamente minimalista – risparmioso del tipo di quello che si trova nei negozi tipo “Bamboo – India”. Non manca il Budda, le poltroncine di finto vimini, le ambientazioni marocchine.

E fin qui sarebbe tutto molto banale e già visto mille volte, ma potrebbe anche andare. Lo scoraggiamento comincia ora.

Le piscine sono tutte profonde 135 cm; l’acqua a me da all’ombelico. Ma soprattutto si risparmia sul riscaldamento: la temperatura è al limite inferiore del tiepido, un grado in meno e farebbe freddo. Non si ha la sensazione del calore, che è proprio il motivo per il quale si va alle terme. Stessa cosa per le saune; solo una sfiora gli 80 gradi, che è poco per una vera sauna. Le altre sono tiepide; ci si può stare a lungo e non si arriva quasi nemmeno a sudare. Perfettamente inutili; va da se che non c’e’ il secchio con l’acqua da gettare con il romaiolo sulle pietre. Le ambientazioni sono fantasiste: India (saune in India?), wine  sauna (????) in un edificio a sé, sauna alle erbe. La vasca dell’acqua fredda è lontana dalle saune interne e comunque nessuno la usa, visto il poco riscaldamento delle saune stesse. Molta scena e pochissimo contenuto.

Va un po’ meglio nel bagno turco dove la temperatura, complice il vapore, da una discreta sensazione. L’ambientazione è marocchina ed il tutto è chiamato Hamman; in una stanza viene anche fatto (pagando un extra) il lavaggio con la schiuma.

Ci sono andato a cavallo dell’ora di pranzo di un giorno della settimana e c’era abbastanza gente. Mi immagino la ressa il fine settimana. Ed infatti, all’entrata di alcune saune ho visto i famigerati paletti con i nastri per regolare le file. Quarti d’ora d’attesa per entrare in una sauna stracolma di gente? Sta di fatto che gli armadietti sono 900, ma che è impensabile che queste terme possano contenere tutta quella gente.

Molte cerimonie nelle saune, con il solito tipo aitante che sventola l’asciugamano facendo finta di essere Sandokan.

Errori gravi della direzione. All’entrata danno il braccialetto con il numero dell’armadietto. Pare che questi braccialetti siano conservati in ordine progressivo; quindi le persone che arrivano una dopo l’altra alla biglietteria si troveranno ad avere armadietti contigui disturbandosi a vicenda al momento di spogliarsi. Il bar della piscina principale è uno solo con due banconi: uno esterno ed uno interno. Ebbene, durante l’inverno si serve solo al bancone interno, nonostante che i barman siano prossimi anche al bancone esterno e che le persone volentieri vorrebbero bere qualcosa rimando all’esterno.

Prezzi da 21 euro per due ore a 34 per tutta la giornata. Cari gli extra, compresi i noleggi di teli e ciabatte.

Insomma, è sempre la solita faccenda. Si investe il meno possibile, molto fumo negli occhi, prosopopea ed arroganza, servizi modesti, scarsa cura dell’ospite. Massimizzare il profitto, minimizzare gli sforzi, circuire il cliente che, probabilmente, non ha idea di cosa sua una vera sauna, delle terme veramente piacevoli, o dei centri benessere da professionisti. Vi è soprattutto l’insopportabile arroganza dell’apparire senza essere. E la gente continua a cadere nella trappola, cieca e sorda ad ogni evidenza. Poi, intendiamoci, una mezza giornata ci si può anche passare, ma siamo lontanissimi da quel che dovrebbe essere un centro benessere…..

Everesting

Mt. Everest from Gokyo Ri November 5, 2012.jpg
Sua maestà l’Everest. Foto di Rdevany – Wiki Commons.

Fra le mille forme di turismo vi è questa, sportiva e pazza. Si tratta di bicicletta, ma non di quelle gare/non gare che sono le Gran Fondo che muovono, solo in Italia, migliaia di ciclisti non professionisti durante tutta la bella stagione, con un giro economico impressionante. E non si tratta nemmeno del ciclo-turismo che consiste nel fare viaggi ciclistici su certi percorsi come lungo il Danubio o la Drava o mille altri, sempre più frequentati.

Questo modo di pedalare è del tutto particolare.

Si tratta di salire sull’Everest in bicicletta: da qui il nome Everesting. Siccome l’Everest rifiuta di farsi scalare in bicicletta, i cultori di questo sport scelgono una salita che piace loro, ne misurano con grande esattezza il suo dislivello (con questo strumento), dalla base di partenza al culmine di arrivo e la percorrono il numero di volte necessario affinché si raggiungano almeno gli 8848 metri di ascensione totale eguagliando così l’altezza dell’Everest.

Le regole sono poche e semplici. Qualsiasi salita va bene; una volta arrivati in cima, si deve scendere per la stessa via; la prova deve essere continua, ci si può fermare a riposare, ma non si può dormire; va fatto tutto in bicicletta, non si può né camminare, né fare la discesa in macchina; se durante la discesa c’e’ un po’ di salita questa entra a far parte dell’elevazione totale; il sistema che controlla la posizione e la velocità della bicicletta (GPS) deve essere sempre acceso.

Ecco la maglietta con la fascia grigia che solo chi ha fatto l’Everesting ha il legittimo diritto di indossare. E’ in vendtia sul sito degli Hells 500.

Una volta che si è effettuato il percorso si manda il file a quei pazzi che hanno inventato la faccenda; i quali lo controllano, lo omologano e lo pubblicano nell’apposito sito con nome del ciclista, nome del percorso, tempo impiegato, distanza percorsa, ecc.  A quel punto il ciclista può indossare una maglia con una striscia grigia orizzontale all’altezza del petto (che ti viene venduta, se vuoi).

I pazzi in questione sono un gruppo australiano, gli Hells 500 che curano il sistema, il sito, la lista dei ciclisti che son riusciti nell’impresa.

Perché si tratta di una impresa vera e propria. Almeno 8848 metri di dislivello sono una salita che mette paura, anche se spezzettata in tante più brevi salite. Il dilemma del ciclista è presto detto: è meglio scegliere una salita durissima che mi fa guadagnare molti metri di ascensione in pochi chilometri di pedalata o è meglio fare una salita più leggera, ma con la conseguenza di aumentare il numero delle ripetizioni ed i chilometri percorsi? La scelta è ardua e dipende dal propri stato fisico.

Guardando la lista degli Everesting si trovano numeri impressionanti: si va spesso oltre i 250 km percorsi e si arriva a superare le 30 ora di sforzo (senza dormire, ricordiamo). Poi. naturalmente c’e’ chi esagera ed arriva a superare anche i 10.000 metri di dislivello. Da non sottovalutare il peso psicologico di effettuare per decine di volte lo stesso percorso che deve finire per dare la nausea: credo che diventi un incubo.

La prova è  talmente dura che i tentativi riusciti fino ad ora non sono più di 3.000, in tutto il mondo. Son prove che si fanno in solitaria, ma ci vuole un supporto di persone per i rifornimenti, l’assistenza meccanica, il supporto morale, l’evacuazione medica se necessaria.

Naturalmente ci sono delle salite che sono diventate di moda per l’Everesting. Sul sito c’e’ anche uma mappa con tutti i percorsi realizzati; ognuno può scegliere quel che più gli si confà oppure crearne uno nuovo. Gli aspiranti Everesters vi andranno per fare i loro allenamenti ed infine per provare l’assalto al cielo, con la loro squadra di amici. Anche tutto ciò è turismo e del migliore!

Lo strano caso dei trasporti in Spagna

Il deserto alle partenze dell’aeroporto di Girona. Foto de El pais.

La Spagna è sempre fonte di molte meraviglie per il Viaggiatore Critico. Vede un sacco di cose e non ne capisce molte. Altre preferirebbe non vederle e non capirle. Il mondo dei trasporti spagnolo offre una quantità di spunti di riflessioni che accompagnano i suoi viaggi in quelle terre.

Paese grande e relativamente poco popolato (la densità della sua popolazione è inferiore alla metà di quella italiana) i trasporti sono sempre stati un problema: molti chilometri da fare e poca gente da spostare e a cui far pagare i biglietti. Durante il franchismo le strade erano in uno stato terribile e viaggiare in treno un’epopea. Sono famosi i racconti dei viaggi che i toreri facevano, in macchina, di notte, per passare da una plaza de toros all’altra; dove il viaggio era quasi più pericoloso della corrida. Ricordo code infinite alla stazione dei treni di Barcellona in cui si era costretti a raccomandarsi agli altri viaggiatori per poter saltare la fila e non  perdere il treno, dopo ore di attesa.

Nel frattempo tutto è cambiato, ma le stranezze restano.

Le infrastrutture del trasporto, dalla fatiscenza franchista si sono trasformate in faraoniche, capillari, ovunque nuovissime. Le stazione dei treni rivaleggiano con quelle dei bus per dimensioni ed efficienza. I treni sono avveniristici. Sembra di essere in Scandinavia: tutto nuovo, pulito, ordinato, spazioso e luminoso. Ma, ahimè, tragicamente vuoto.

L’aeroporto di Girona, lo scalo di Ryanair per Barcellona e la Costa Brava, ha pochissimi voli al giorno: in inverno anche solo tre, al massimo una decina. Eppure è un bellissimo e grande aeroporto. La stazione dei bus della stessa città accoglierebbe una trentina di bus in contemporanea, ma ve ne sono solo un paio in attesa di pochi viaggiatori. Dalla supermoderna stazione ferroviaria di Vigo-Urzaiz partono una decina di treni al giorno. La stazione dei bus della Coruna è così grande e vuota che si ha paura ad attraversarla. E non sono casi cercati con attenzione; sono quelli che mi sono capitati sotto gli occhi per caso.

Poi c’e’ la ridondanza. Dal Puerto di Santa Maria si può andare a Cadice, che sta lì di fronte, si vede bene, dall’altra parte della baia, usando il treno o il bus o il battello normale o il battellino storico. Ognuno con numerose corse al giorno (salvo il battellino storico che ne fa solo due). Altrove. sugli stessi percorsi ci sono sia i bus che i treni. Spesso due tipi di autostrade corrono quasi affiancate: una libera e l’altra a pagamento.

Vuoto anche la stazione dei bus della Coruna.

Insomma, sembra che si sia investito somme colossali per fare una rete infrastrutturale moderna, grandiosa e ridondante. Gli spazi costruiti paiono assolutamente incongrui con i pochi passeggeri accolti. Meglio per loro, certo, ma ci si sente spaesati in mezzo a tanto spazio vuoto, da percorrere con la tua valigina. La domanda è la seguente: chi ha pagato tutto ciò? Molto spesso l’Europa. Chi manterrà tutto ciò? Chi lo sa? Pulizie, manutenzioni, illuminazione, riscaldamento. Ora è tutto nuovo. Ma fra qualche anno cadrà tutto a pezzi per mancanza dei fondi per la manutenzione? E tante spese sono state fatte perché utili o per mantenere attiva l’enorme mole della corruzione che i molti scandali recenti hanno messo in luce nel sistema politico spagnolo?

Perché poi i trasporti mica funzionano tanto bene, nonostante le infrastrutture avveniristiche. Le corse dei treni e degli autobus sono poche, durante la giornata; le fermate dei treni sono molte e lunghe, allungando i tempi di percorrenza in modo abnorme. I giri che fanno i bus provinciali diventano esasperanti. Son perfino tornato a vedere dei treni che fanno manovra, accoppiandosi; cosa che in Italia non vedo da trent’anni.

Poi ci son le cose che sarebbe meglio non vedere.

Gli italiani sono profondamente convinti che gli spagnoli siano un popolo di allegri casinisti, giocosi e strampalati. Credono che siano tutti degli Almodovar. Non è così.

La società spagnola è profondamente autoritaria e conservatrice. Nei trasporti lo vedi bene: vigono regole strette, arbitrarie, eccessive, autoritarie. L’accesso ai binari è permesso solo poco prima della partenza del treno; i passeggeri si incolonnano in fila, in piedi, aspettando che venga  aperto il varco. Se per caso sei passato con la scusa di prendere un altro treno, ti rispediscono nella hall in malo modo. In tutte le stazioni c’e’ lo scan dei bagagli con almeno due tipi della Guardia Civil, quasi sempre molto scortesi. Il controllore si aggira in compagnia di due guardiani armati di sfollagente, anche in situazioni dove il passeggero più giovane ha i capelli bianchi. Sui treni i posti sono solitamente numerati, anche sulle brevi tratte. I passeggeri rispettano il posto assegnato, fino al ridicolo: quando il treno è semivuoto ti viene da sederti dove capita. Se arriva il proprietario di quel posto ti pianta una grana che non finisce più. Alle immancabili file alle biglietterie il passeggero non si avvicina allo sportello che si è liberato, ma aspetta di essere chiamato. Ma, in cambio, passeggero e bigliettaio si prolungano in conversazioni infinite ed assolutamente superflue a danno di chi aspetta; in piedi, perché non ci sono i numerini. Anche all’aeroporto di Melilla ti fanno aspettare nella hall ed hai accesso al gate solo poco prima che questo apra. Molto spesso devi farti tutto il lungo percorso obbligato fra quelle odiose strisce mobili, anche nel caso che non ci sia nessuno.

Insomma, tutte quelle piccole cose che denotano rigidità, esercizio arbitrario di un piccolo potere, mancanza di rispetto per gli altri, autoritarismo, scarso “saper vivere”. Si badi bene: non si tratta di regole utili a qualcosa. Si tratta semplicemente di soprusi di alcuni su tutti gli altri; di volontà di dominazione.  Resti duri a morire della tragica storia coloniale degli spagnoli e della ancora fresca dittatura franchista.

Molluschi comprati e mangiati al mercato di Pontevedra

Il bel mercato del pesce della Coruna.

Il Viaggiatore critico è molto felice di far sapere ai suoi pochi lettori della eccellente abitudine che ha trovato al mercato di Pontevedra, in Galizia, all’estremità nord-occidentale della Spagna. Coste aspre protese verso il freddo e burrascoso Atlantico. Terre di gente forte, poco comunicativa, molto di destra, non particolarmente conosciuta per la profondità del loro pensiero. Ma questa volta l’hanno indovinata in pieno.

Grandi pescatori, i Galiziani ed in pieno Oceano; infinite storie di lotta con il mare, spesso finita in tragedie. Un tratto del litorale galiziano è conosciuto con il nome di “Costa della morte”. Ma mare pescosissimo e ricco di eccellenti pesci, molluschi, gasteropodi, crostacei. In grande quantità e varietà e di eccellente qualità. Il piatto re della gastronomia locale è il famoso “polpo alla gallega”.

Non stupisce, quindi, che nelle città si trovino dei mercati del pesce affascinanti, ricchi, invitanti, animati. Molti venditori ed acquirenti esperti. Mercati veri, non inquinati dalla presenza di merce e cibo da turistame. In particolare quello di Pontevedra, caratteristica cittadina di gradevole visita.

Il mercato è in un forte edificio della tipica pietra bionda che i galiziani squadrano in blocchi megalitici ed usano senza risparmio. Bei banchi: nuovi, funzionali, puliti. Molta merce, ben esposta, senza sovrabbondare in ghiaccio, come da noi. Venditori abbastanza specializzati nel senso che ognuno ha il suo tipo di pesce e che ogni banco è diverso dagli altri: non è che tutti offrono tutto, a vantaggio della qualità, direi.

Ma il bello viene ora: il turista accorto seguirà questa bell’abitudine dei locali. Comprerà i molluschi, i granchi, i pesci che vorrà, scegliendoli con accuratezza fra i diversi banchi. Per quanto molto più riservati degli altri spagnoli, i venditori non si lasceranno sfuggire l’occasione di far quattro chiacchere con il forestiero e si prodigheranno in consigli culinari. Ed ho anche avuto l’impressione che non cercheranno per forza di appiopparvi la fregatura. Una volta fatta la vostra bella spesina, come se foste al mercato rionale di casa vostra, salirete le scale del mercato ed al secondo piano troverete due dei tipici bar spagnoli. Consegnerete la vostra bustina al barista che, nel giro di qualche minuto che voi occuperete a bere birra ed a mangiare las tapas offerte, cucinerà i vostri acquisti al vapore, bolliti o alla piastra. Arriveranno in tavola e voi li divorerete contenti come Pasque. Se avete problemi su come affrontare certi molluschi sconosciuti o i grossi granchi, il barista vi aiuterà volentieri.

Il mercato del pesce di Pontevedra.

Si tratta naturalmente di cotture molto semplici e ciò per due motivi: per prima cosa perché è un cocedero e non un ristorante: un luogo di cottura, non di preparazione. Per seconda cosa perché gli spagnoli amano mangiare i molluschi ed i crostacei bolliti e freddi: è loro costume. A volte, nei bar, gli apprezzatissimi gamberetti sono serviti  in ciotole d’acqua con i ghiaccioli dentro.

A noi fa un po’ effetto, ma bisogna riconoscere che con la semplice bollitura il sapore naturale dell’animale viene apprezzato nella sua essenza, privo di aggiunte. Mangiare diversi tipi di molluschi e crostacei diventa quindi una vera e propria degustazione di cose spesso introvabili da noi. Ho mangiato dei percebres fino a quel momento del tutto sconosciuti per me; delle deliziose cozze al vapore, carnose e saporite, dei cannolicchi che mi fanno impazzire, sia lessati che alla piastra, dei gamberetti. Ed avrei voluto continuare se non fosse per il colesterolo che non mi abbandona. Il tutto innaffiato dalla birra alla spina spagnola che scende come nettare nel gargarozzo. Nei tavoli accanto mangiavano enormi granchi tipo granseole o centollas. Molto richiesti i gamberetti locali, di colore bruno, da vivi e crudi; poi rossi come gli altri, da cotti. Non ho provato o visto provare pesci alla piastra, ma credo che sia possibile farli fare.

Il costo della cottura è poco più che simbolico, al barista interessano le consumazioni alcoliche. Il costo dei molluschi è invece tutt’altro che modesto. I percebres vanno spesso oltre i 50 € per un kg, nel quale non c’e’ poi molto da mangiare. Carissimi anche i gamberetti locali o le vongole che non vanno al di sotto dei 20 €, per le varietà migliori. A prezzi bassi, invece, le cozze.

Un vero piacere.

Cannolicchi al vapore.

Che avevo provato solo altre due volte. Una al Puerto de Santa Maria, in Andalusia, vicino Cadice, dove c’e un venditore di roba di mare da cui compri le fagottate di roba che vuoi e poi te le fai friggere direttamente lì; il notissimo Romerijo. Ma si tratta dello stesso negozio, non c’e’ il piacere dello scegliere fra merce di diversi venditori; finisce per diventare un ristorante qualsiasi. Ed anche ad Essaouira, in Marocco, dove al porto si comprano i pesci dai pescatori che arrivano e ci si fanno abbrustolire sui carboni da dei grigliatori appostati nelle vicinanze. Eccellenti, ma manca la birra.

 

 

 

 

 

 

Rivolta contro il turismo

 

La rivolta degli abitanti delle grandi città, travolte dal flusso turistico, si sta organizzando e diventa movimento politico. Il turismo che veniva lodato come rimedio economico per i territori non industrializzati viene ora indicato come fonte di nuovo impoverimento e come fattore di ulteriore ingiustizia sociale.  Non si parla di lotta ai turisti come persone (la manifestazione di Barceloneta lo insegna), ma di ferma opposizione a quei grandi agenti economici e alle loro manovre che, sotto il nome di sviluppo turistico, alterano il tessuto delle città turistiche e snaturano la vita delle persone che normalmente vi abiterebbero.

Si è creata una rete sud europea delle città contro la turistificazione: SET (qui la pagina – blog del nodo di Firenze con i link). Per il momento vi aderiscono movimenti, associazioni, gruppi, individui di: Barcellona, Palma de Maiorca, Lisbona, Venezia, Firenze, Valencia, Siviglia, Pamplona, Malaga, Madrid, Napoli. Il I, 2, 3 marzo 2019 vi sarà una riunione a Firenze. Qui il programma.

Il tema centrale è quello dell’espulsione degli abitanti dei centri storici per far posto ai turisti, negli alberghi o nei B&B. Il tema è antico ed ha preso negli anni diversi nomi. Molti decenni fa si incominciò a parlare del fatto che i legittimi abitanti dei centri storici ricevevano lo sfratto per far posto agli studenti fuori sede. Questi protestavano meno per la fatiscenza delle case e pagavano complessivamente affitti più alti. Più recentemente si è diffuso il concetto di “gentrificazione” intendendo con ciò il fenomeno per il quale vecchi quartieri della città vengono svuotati di attività produttive e dei loro lavoratori, per far posto alla borghesia, dopo un processo di “riqualificazione” urbanistica ed abitativa. Come se le fabbriche, i laboratori e gli operai fossero “squalificati” e i professionisti borghesi che andavano ad abitare nei loft fossero “qualificati”. Infine è degli ultimi anni la selvaggia riconversione degli appartamenti dei centri storici che sono finiti in gran numero su Airbnb, mentre i vecchi abitanti, spesso anziani, sono stati costretti a spostarsi nelle anonime periferie. E si badi bene che non sono i piccoli proprietari a mettere la loro abitazione su Airbnb, ma spesso sono gruppi finanziari che comprano molti appartamenti per piazzarli sul mercato dell’affitto turistico. Altri gruppi immobiliari sono allora intervenuti ed in combutta con gli enti locali hanno comprato vecchi edifici abbandonati in posizioni centrali trasformandoli nei cosiddetti “studentati”. Non sono le classiche Case dello Studente come il nome lascerebbe intendere, ma dei lussuosi residence dove una parte delle camere sono per gli studenti, ad alto prezzo. Mentre il resto delle camere è per normali turisti. Ancora una spoliazione del normale tessuto cittadino. Questo il caso di Firenze.

Gli altri, forti, inconvenienti riscontrati dagli abitanti delle città turistiche sono: i normali esercizi commerciali sono stati chiusi; al loro posto vi sono negozi e servizi per i turisti: negozi 24h, fast food o ristorazione dozzinale, souvenir, agenzie di escursioni. Il volto, in senso stretto, delle vie centrali delle città turistiche è completamente cambiato ed in peggio.

I prezzi sono aumentati, i trasporti pubblici sono invasi dai turisti, i servizi per i residenti scarseggiano.  Il turismo è soggetto a stagionalità; quindi i lavoratori sono chiamati con contratti di breve durata ai quali alternano periodi di disoccupazione. Molto diffuso il ricorso a manodopera straniera (soprattutto nelle cucine e come cameriere ai piani negli alberghi), in condizioni ambientali e legali precarie. Intasamento di tutto, presenza dei turisti ovunque, le enormi navi da crociera nella laguna di Venezia, i bus al Piazzale Michelangelo, il porto intasato di Bayahibe.

Ma questo è solo l’aspetto visto dalla parte dell’abitante della città turistica. Lo stesso selvaggio sfruttamento delle risorse colpisce anche il turista. Estrema massificazione, affollamento insopportabile, prezzi elevati, servizi scadenti e dozzinali sono l’altra faccia della medaglia. Quella che patiscono i turisti.

Succede spesso che nascano delle discussioni fra i lavoratori a contatto al pubblico ed i turisti. Da entrambi i lati vi è esasperazione: da una parte per eccesso di lavoro a basso salario; dall’altra per servizi scadenti a prezzi alti. E le scintille scoccano. Lo sfruttamento regna sovrano.

I cittadini si stanno organizzando per diminuire l’impatto del turismo; per i lavoratori è molto più difficile per la loro parcellizzazione, per essere stranieri, per subire facilmente i ricatti dei contratti stagionali, per essere tradizionalmente una categoria poco organizzata. Per i turisti è del tutto impossibile; il massimo che possono fare è lamentarsi su Tripadvisor. Eppure la resistenza alla turistificazione è la stessa battaglia per tutti.

 

 

L’esemplare turismo genealogico

In questo edificio, nel porto di Buenos Aires, venivano ospitati gli immigrati in attesa che trovassero lavoro e casa. Ora è il Museo dell’Immigrazione. Foto di Carlos Zito via Wikicommons.

Il turismo è come la vita: ricchissimo di sfaccettature. Vi è pure quello che si dedica ad visitare gli antenati.

Si sa, gli italiani sono un popolo di emigranti; ormai da un paio di secoli, anche se pare che se ne siano dimenticati. Ci sono più italiani all’estero che in Italia ed ogni giorni altri se ne aggiungono.  E Anche gli spostamenti interni delle genti italiche sono stati massicci, verso Roma o verso il Nord dove c’era lavoro.

D’altra parte, da una trentina d’anni, si è largamente diffuso l’interesse per la genealogia. Prima era stata una faccenda di sedicenti nobili che volevano dimostrare le loro antiche origini o reclamavano eredità in cause secolari; ora, grazie alla democratizzazione della cultura, anche i discendenti dei morti di fame ci tengono a conoscere le proprie, sia pur umili, origini. E se ne vantano, giustamente. Molto attivi i francesi, i quali, nella loro arroganza, non mancano di avere (tutti quanti) fra i loro antenati Carlo Magno. Ma anche in Italia gli archivi diocesani, storici comunali, di Stato, sono pieni di gente che fruga nel proprio, dimenticato, passato.

Il turismo non poteva non penetrare anche questo settore. Con tre tipi diversi di approccio.

La visita alle famiglie d’origine. Fa parte della tradizione dei vecchi emigrati italiani. Si tornava al paesello d’origine. Una vota l’anno, se si era emigrati in Europa, una volta ogni tanti anni se si abitava nelle Americhe, poveri loro. Si facevano conoscere i nipoti nati nel frattempo ai nonni rimasti alla vanga. Ci si vantava dei successi ottenuti, si tacevano le miserie e le umiliazioni subite. Storie di emigranti, il mito dello zio d’America. Questo tipo di turismo è ormai minoritario: le grandi ondate migratorie si sono estinte ormai da molti decenni ed i legami con le famiglie di origine sono esilissimi o meglio scomparsi. Gli emigrati recenti, invece, si giovano delle nuove tecnologie e delle compagnie low cost e tornano a casa, virtualmente o fisicamente, ogni giorno.

La ricerca genealogica. Per quanto esistano schedari on-line (il più incredibile è questo, frutto di una collaborazione inusuale fra Mormoni e Stato italiano) la ricerca dei propri antenati ha bisogno di molte ore chine su antichi manoscritti di impiegati comunali artritici o di parroci cialtroni. E’ quindi necessario spostarsi nei luoghi abitati dalla propria antica famiglia, soggiornarvi a lungo, andare ogni mattina all’archivio. Si soggiorna, si mangia, nel pomeriggio si visitano i luoghi che furono dei trisavoli o dei loro bisnonni. E’ un turismo speciale, ma è turismo.

Visita ai luoghi ancestrali. E’ il segmento più recente e maggiormente in sviluppo. Si tratta di coppie o famiglie che si recano a visitare i luoghi dove vissero i loro antenati, prima dell’emigrazione. Ormai non hanno nessun legame con i parenti rimasti, non sanno nemmeno chi siano.  A volte sanno il nome del paese di origine solo grazie a vecchi documenti o alle storie che giravano in casa. Altre volte, addirittura, la famiglia aveva perso ogni memoria e qualcuno di loro ha commissionato una ricerca genealogica che ha ritrovato i vecchi legami, spesso partendo dai registri degli sbarchi degli immigrati a Buenos Aires o a New York. E quindi la famigliola si reca in sommesso pellegrinaggio a vedere quei luoghi che un secolo e mezzo fa un loro antenato aveva abbandonato, inseguito dalla miseria, inseguendo un sogno. Succede anche che la stessa persona che ha eseguito la ricerca genealogica organizzi la visita di ritorno. Ciò avviene soprattutto per chi è emigrato in America del Nord e si ritrova spaesato in quel continente privo di storia e di memoria. Ma succede anche con i brasiliani; meno frequentemente con gli altri sudamericani, forse semplicemente per motivi di minori risorse da investire in una cosa apparentemente inutile come la ricerca dei propri antenati.

Paradossalmente il turismo genealogico si presenta come il miglior turismo possibile. Ecco perché: per prima cosa va spesso in luoghi reconditi e poco frequentati; quelli da cui venivano i poveri antenati emigranti che non lasciavano certo Venezia o Taormina. Relegati paesini del sud, strette valli friulane, pendici pascolative abruzzesi. Non c’e’ sovraffollamento, niente ingorghi di bus. Turismo disperso, al massimo.

Poi il turista genealogico è terribilmente rispettoso dei luoghi che visita (furono percorsi dai suoi avi) e delle persone che incontra (potrebbero essere suoi cugini). Si presenta con fare discreto, umile, commosso e grato. Esattamente il contrario del turista classico, cialtrone, arrogante e chiassoso.  Volge il suo intenso sguardo alle cose, ai colori, aspira l’aria con sommessa emozione. Accarezza le case in cui l’antenato visse. Si fa tutt’uno con il contesto: un pesce nell’acqua. L’emozione che provano i turisti genealogici è intensissima, ne parlano con tutti, come bambini felici.

Ed infine, il turista genealogico rimarrà per sempre attaccato al suo viaggio. Continuerà a parlarne a famigliari ed amici, conserverà un grato ricordo dei luoghi visitati. Ci tornerà ancora portando figli e nipoti. Sarà un ambasciatore nel mondo dello sperduto borgo montano.

E’ così che vorremmo i turisti e non come sono normalmente.

PS. Per approfondire, una tesi di laurea sull’argomento.