Il Cammino di Santiago

Lungo è il Cammino. Foto di José Antonio Gil Martínez via Wiki Commons

Il Cammino di Santiago è certamente uno dei maggiori e più incredibili fenomeni turistici degli ultimi 30 anni in Europa. Lo sviluppo, la notorietà e i numeri che questo percorso ha raggiunto non hanno uguali.

La geografia la conosciamo tutti: oltre 750 km che vanno dalla mitica Roncisvalle sulla frontiera francese fino a Santiago de Compostela in Galizia. Tutti su percorso quasi dedicato ed abbondantemente segnalato con la famosa conchiglia del pellegrino. Altri cammini di Santiago si sono aggiunti negli ultimi decenni. La destinazione è sempre la stessa ma la partenza è dal Portogallo, dall’Andalusia, dalla Catalogna o addirittura da remoti paesi europei per arrivare a Roncisvalle.

Anche la storia è conosciuta. Pellegrinaggio famosissimo nel Medioevo era la terza destinazione religiosa dopo Roma e Gerusalemme. Occupata questa dagli arabi, Santiago divenne la seconda, forse la prima come affetto che i pellegrini gli tributavano. Andare a Santiago rappresentò per molti e per secoli l’avventura, il viaggio, la libertà dai vincoli della vita quotidiana. Al di là degli aspetti religiosi il pellegrino medievale ed il turista moderno hanno moltissimi tratti (pregi e difetti inclusi) in comune.

Poi i tempi passarono, ma la forza del Cammino di Santiago non si spense del tutto e bricioli di attività rimasero; alcuni devoti continuarono la tradizione. Partivano dalla frontiera francese ed arrivavano a Santiago, sempre a piedi e con la loro conchiglia fissata sul mantello. Ad ogni comune avevano l’abitudine di farsi mettere un timbro su un libretto. Negli anni ’70 chi fosse arrivato a Santiago con tutti i timbri giusti, aveva il diritto di passare una notte gratuitamente nel Parador di quella città, hotel di gran lusso. Questo per dire quanti pochi fossero i pellegrini che facevano tutto il percorso.

A questo punto San Giacomo (Santiago) deve aver fatto un miracolo. Per l’abilità di qualcuno o forse (più probabilmente) per un fortuito ed irrepetibile insieme di circostanze favorevoli, il Cammino di Santiago è sbocciato ed in 20 anni è diventato il campione assoluto dei percorsi di trekking a livello europeo e direi anche mondiale. Un successo senza precedenti. Tutti lo hanno fatto o lo vogliano fare o lo faranno; anche gente che di camminare non ne mastica molto.

E’ stato ben segnalato e durante tutto il percorso sono sorte centinaia di imprese turistiche che offrono dormire, mangiare e bere ai camminanti. Il giro d’affari è colossale e il Cammino ha ridato fiato a quelle molte zone agricole e povere che attraversa. Il percorso è in realtà del tutto fittizio. Ai tempi i pellegrini vivevano di elemosine e di piccoli lavori; non potevano quindi passare tutti sullo stesso percorso; si disperdevano su ampli territori convergenti verso Santiago, ma ognuno faceva il suo percorso. Oggi, invece la direttrice è unica. E ciò crea forti scompensi fra il paesino attraversato dal Cammino in cui fiorisce l’economia del viandante ed il paesino accanto ormai morente. In altre parole, mentre nel Medioevo si aveva la massima dispersione dei pellegrini, con il capitalismo si ha la massima concentrazione dei turisti. Così anche i capitali investiti si concentrano e i profitti si massimizzano. Potenza del denaro!

Ormai l’aspetto religioso del Cammino è assolutamente marginale; i turisti sembrano molto più interessati a soddisfare la carne che a purificare l’anima. Nonostante ciò, molti degli ostelli che costellano il percorso sono in mano religiose. In alcuni casi sono esercizi economici come tutti, in altri casi vi è ancora uno spirito da antico “ospedale per pellegrini”, ad esempio a Roncisvalle o a Ponferrada, dove ci sono anche dei volontari che cercano di riparare i piedi piagati dei camminanti, con grande spirito di servizio al prossimo; specie se si tratta dei poveri piedini di belle figliole.

Perché, in realtà, nel  fiume di persone che vanno verso Santiago prevalgono i giovani. Il motivo è chiaro: si parte all’avventura, le forze non mancano, i prezzi degli ostelli e del cibo sono molto bassi, si trova facilmente compagnia, cammin facendo. Ogni sera è una festa, si beve molto, non si balla perché fanno male i piedi, ma si intessono relazioni. Insomma una bella passeggiata pagana che ricorda un po’ quello che fu, in tempi passati, il pellegrinaggio alla Vergine del Rocio.

Camminanti e tipi strani. Foto di Jose Luis Cernadas Iglesias via Wiki ommons.

Non ci sono tappe prefissate lungo il Cammino di Santiago. Si parte e ci si ferma dove si vuole, tanto si è sicuri di trovare un ostello ogni pochi chilometri; l’unico inconveniente può consistere nel trovarlo pieno e di dover proseguire fino al seguente o a quello dopo ancora. Può essere un po’ angosciante. Per questo motivo c’e’ una certa tendenza a fermarsi abbastanza presto, nel pomeriggio. I più furbi dormono fuori dell’ostello, nel sacco  a pelo o sotto una tendina, usufruendo (a pagamento) dei servizi dell’ostello ma evitando gli inconvenienti del trovarlo “completo”.

Si trovano soprattutto ostelli con camerate, in cui si dorme nel proprio sacco a pelo. Ma ci sono anche pensioni con camere normali; molto spesso la struttura ha sia la camerata per i giovani e gli sportivi sia le camere per un pubblico più calmo. I prezzi sono sempre modici. I mille locali dove si può mangiare offrono spesso il “piatto del pellegrino” abbondante, nutriente ed economico, anche se non buonissimo. Prevalgono le patate. Ma si trovano anche piatti normali, per la sera.

Ad ogni modo una vacanza lungo il Cammino viene ad essere molto economica e qui sta uno dei segreti del suo successo. Aspetto che altri cammini, come la Via Francigena, non sono riusciti a replicare.

Non essendoci tappe prefissate ognuno è libero di fare i chilometri quotidiani che preferisce. I meno esperti ne faranno una quindicina, i più incalliti vanno anche a 50. Finiscono per formarsi dei gruppi spontanei di persone che hanno la stessa velocità di crociera: ci si conosce all’ostello, ci si ritrova il giorno dopo in cammino, si pranza insieme, si torna a ritrovarsi il giorno dopo ad una sosta, si scambiano impressioni e consigli, si sparla degli altri camminanti, si calcolano quanti diavoli di chilometri mancano alla fine. Ci si sente far parte di una porzione di umanità che si muove concorde verso un obbiettivo; una specie di esodo, di transumanza, di calata dell’orda barbarica. Un fiume di gente sofferente per la stanchezza, ma soddisfatta di far quel che fa. E questi non sono sentimenti frequenti, di questi tempi.

Alcuni fanno tutto il percorso di 750 chilometri; molti altri ne fanno una parte: tre giorni, dieci giorni, quindici giorni di cammino; altri ancora ne fanno un certo pezzo il primo anno; il secondo lo riprendono da dove lo hanno lasciato l’anno precedente e così via fino a concluderlo. Pochissimi fanno l’andata ed il ritorno. Quest’ultimo è molto difficile perchè le indicazioni ci sono solo per l’andata e non per il ritorno.

Tipico ostello in un paese della Galizia. Di strutture così ce ne sono centinaia. Foto di Pacopac via Wiki Commons.

Non c’e’ niente di veramente interessante nel Cammino di Santiago classico. Si scavalla una montagna abbastanza erta, ma non bella, o Cebreiro; la discesa dei Pirenei offre bei paesaggi, fra i fiumi nei quali il giovane Hemingway pescava le trote. Molto altro non c’e’. E’ l’atmosfera che si crea fra i camminanti il vero segreto del successo di questa iniziativa turistica.

Poi si arriva a Santiago ed è tutto finito.

E’ il momento di andare a Cap Haitien

Un bel gioiellino, di eccellente bigiotteria, ridotto in cattivo stato, ma, forse per questo, ancor più interessante. Quasi vergine, senza un vero turismo, ma ricchissimo di spunti per il viaggiatore accorto, esperto, interessato più al fatto umano che alla spiaggia. Questo è Cap Haitien, la seconda città di Haiti, facilmente raggiungibile in bus da Santo Domingo, la capitale della della Repubblica Dominicana  o da Santiago de los Caballeros.

Un centro fatto da strette strade su cui si affaccia una ricchissima collezione di case in tardo stile coloniale francese. Un lungomare in pietoso stato, ma ospitante due o tre gradevolissimi bar dove frescheggiare al tramonto. Un quartiere commerciale, lungo la via che porta verso la Repubblica Dominicana dove si raggiunge il massimo del casino del traffico di motociclettine e di sorte di Api-bus; un pulsare di vita che fa riflettere sul suo senso ( se esiste ). Un cimitero dove si possono trovare cerimonie e sacrifici voudou, anche in pieno giorno. Alcune spiagge abbastanza belle a pochi km di una strada un pò in costruzione, un pò tremenda. Purtroppo la più bella è stata cialtronescamente privatizzata da Caribbean Cruise, le cui navi da crociera vi sbarcano migliaia di turisti una volta a settimana. Il resto del tempo è desolatamente vuota, circondata da inferriate che nemmeno Fort Knox. Nessuno vi accede, e siamo ai Caraibi. A una ventina di km le assurde rovine, in un quadro naturale incantevole, del palazzo di Re Christophe di Haiti Nord, degli inizi del 1800. Ad ulteriori 7 chilometri questo re nero fece costruire una Fortezza. la strada è assolutamente impervia e ci si arriva o in moto o a cavallo o a piedi (da non dimenticare che siamo sotto il sole tropicale).

Ma soprattutto a Cap Haitien vi è l’affascinante Haiti!

 

 

 

 

 

Dove andare in Cile.

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Estate a Vina del Mar, la maggior località balneare del Cile (inizio pomeriggio).

Cominciamo a dire prima dove non andare in Cile. Non conosco il nord arido e non ho nessuna voglia di andarci. I deserti non mi piacciono o, comunque, mi annoiano molto rapidamente. Non lo consiglio.

Andare al mare in Cile non ha molto senso. Il Pacifico è freddo e per niente pacifico;  quindi non sono possibili vacanze come nel Mediterraneo, ai Caraibi o in Brasile. E’ molto più simile al Mare del Nord. Ed in effetti, soprattutto d’estate, vi è spesso un nebbione da fare invidia al Delta del Po.

Le città hanno poco di interessante, Santiago compresa. Sono tutte molto giovani in quanto sono state distrutte più e più volte o dagli incendi o dai terremoti. Pochi e poveri i musei, con una bassa capacità di trasmettere le informazioni. Non ci sono luoghi particolarmente gradevoli nelle città: nè bei bar, nè giardini dove passare un pomeriggio, nè belle passaggiate a vedere i palazzi o le vetrine. Nonostante la grande produzione di vino, anche le enoteche lasciano a desiderare. Non c’e’ molto di più dei centri commerciali. Alcuni vanno a Valparaiso a vedere le colline ricoperte di casette colorate, ma attenzione che rubano molto. Bellissimo, invece, il mercato di Valparaiso.

Quindi non vale la pena di andare in Cile? Tutto il contrario; vediamo cosa ho visto di interessante.

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Cimitero Mapuche ad Icalma.

La catena montuosa delle Ande, che corre lungo tuttom il paese è molto stretta e ripida; le valli laterali, quelle che in Cile vanno verso ovest, verso il Pacifico, sono quindi assai tormentate; con dei fianchi molto ripidi, un pò come in Val d’Aosta . Non ci sono quindi passaggi fra una valle e l’altra: bisogna sempre tornare alla pianura, percorrerne un tratto e entrare nella valle successiva per risalirla. Partendo da nord e fino a Santiago le valli sono molto aride, poi, diventano più verdi e gradevoli, via via che si scende verso il sud.

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Tomba di un comune cittadino al cimitero di Santiago.

La loro profondità, verso la “costola” della catena montuosa è di qualche decina di chilometri; Percorrere una valle prende quindi un pò di tempo.

 

Ero estremamente curioso di sapere come erano queste valli e con tempo e pazienza mi son messo a risalirle, ovviamente in auto. E’ stata una bella esperienza.

Da nord a sud ho percorso:

Le valli dei fiumi Maipo (El cajon del Maipo), Teno, Maule con il parco di Vilches, la zona delle terme di Chillan, la valle del fiume Laja e queste sono le mie considerazioni.

Le valli più vicine a Santiago sono fortemente colpite dal fenomeno della gita domenicale per andare a pranzo nei ristoranti tipici. Folla strabocchevole il fine settimana, triste deserto gli altri giorni.  In generale le valli danno una certa impressione di aridità; infatti i fianchi delle valli sono molto rocciosi, pietrosi e privi di vegetazione. I fondovalli, pur sempre stretti, sono invece assai bucolici, con delle belle praterie alberate sul Maule. Bellissimi boschi prima di arrivare alle terme di Chillan, così come nella zona di Vilches, ma qui la ricettività è molto debole. La zona di Chillan è invece la più importante zona sciistica del paese (e del continente).

Molte delle valli hanno delle piccole terme. In alcune vi sono anche dei laghi artificiali. In conclusione direi che, nonostante una certa gradevolezza, nemmeno questa zona è molto interessante; certo non vale la pena di un viaggio fino in Cile.

Il bello comincia a Temuco, a 600 km a sud di Santiago. Da qua le Ande si abbassano e sono meno aspre; le pioggie sono molto più abbondanti e quindi le foreste più sviluppate. Ciò fa sì che le valli siano più abitate, soprattutto dai Mapuches, che è il gruppo indigena sicuramente più interessante del Cile. E cominciano i laghi naturali e non solo artificiali. I laghi possono essere pedemontani, come il Garda o il Maggiore o di altitudine, molto più suggestivi. Ci sono anche molti vulcani.  Si va fino a Puerto Montt, a 300 km a sud di Temuco.

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Lago Pirihueico.

E’ questa la zona che merita un viaggio fino in Cile. Niente di clamoroso; ma bellissimi boschi, alcuni di araucaria; una infinità di laghi, grandi o piccoli, incassati fra le rive boscose; delle strette valli serpeggianti con un gran numero di deliziosi torrenti. Molte le strade sterrate, a volte difficili, ci vuole un 4×4; bassa la presenza umana. In alcuni casi si possono risalire le valli fino ad arrivare ai valichi di frontiera che portano in Argentina. In un paio di casi la frontiera sta su un lago che si attraversa con un traghetto.

E’ tutto come sospeso fuori dal mondo, lontanissimo dalla pianura agricola cilena. Un mondo antico, come dovevano essere le Alpi cent’anni fa. Ho amato molto i laghi Icalma,  Pirihueilco e Natulme, la valle del Maichen, il passo frontaliero di Mamuil Malal, ma ve ne sono molti altri.

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Inverno nella precordillera.

Il consiglio è quello di avere una macchina ed andare a zonzo, a caso. Ricordiamo, però, che i paesi sono tristi e trascurati, con le poche eccezioni della zona di Puerto Varas, colonia teutonica, e di Melipeuco, dove deve esser successo un miracolo. E che si mangia sempre malissimo.

Vale il viaggio in Cile anche l’isola di Chiloè e, ancor di più, l’immensa, in tutti i sensi, Patagonia, le crociere del sud, o, per gli amanti del genere, lo sci.

Vi è, infine, una zona che può essere di gradevolissimo passaggio. Si tratta della così chiamata “precordillera“. Quella zona collinare che sta ai piedi delle Ande vere e proprie. E’ lunga quanto il Cile e stretta pochi chilometri. Eppure, da Chillan in giù, è molto bella. Colline verdeggianti e riccamente alberate, con pascoli e qualche campo. Villaggetti (brutti come al solito), bar (squallidi) agli incroci. Paesaggi che ricordano molto da vicino certe zone degli Appenini centrali, come il Mugello, certa Umbria, un pò di Piemonte collinare. Non si verrà in Cile per vedere una fotocopia del Mugello, è certo; ma ritrovare questi paesaggi all’altro capo del pianeta, da un lato ci fa capire che siamo a casa ovunque nel mondo e, dall’altro lato, ci calma lo spirito prima della bufera di emozioni che ci darà la Patagonia.

 

Misteri cileni

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Il miglior ristorante di Puerto Montt, importante città del sud. Fatiscente.

Ci sono alcuni aspetti di questo viaggio che mi sfuggono.

Quello economico, per primo. Il Cile è un paese abbastanza sviluppato. Non come l’insieme dell’Occidente, ma certo molto di più del resto del continente sudamericano. Sembra essere un paese serio, democratico; e per quanto flagellato dall’ideologia liberista, sembra godere di alcune compensazioni sociali importanti. Abbastanza ben organizzato, con servizi decenti. Ci si aspetterebbero quindi prezzi abbastanza bassi, rispetto a quelli europei, con una qualità delle infrastrutture modesta, ma accettabile.

La realtà mi ha colpito: è tutto il contrario. I prezzi sono del tutto comparabili con quelli italiani. Alcuni servizi di base sono anche piu’ cari (telefono, autostrade), ma le condizioni sono spesso lamentevoli. Il rapporto qualità/costo della vita è quindi ben peggiore di quello italiano. E’ soprattutto insoddisfacente il livello delle manutenzioni: tutto appare vecchio, malandato, precario, poco curato, un po’ sporco, un po’ squinternato. Dove vanno a finire i soldi recuperati con gli alti prezzi? Non certo nei salari, modesti. Vanno a remunerare il capitale, secondo la scuola liberista? La società cilena è costantemente munta a favore degli investimenti finanziari, in modo sfacciato? E’ probabile.

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Casa dei coloni tedeschi a Valdivia.

Ed arriviamo al secondo mistero. I cileni, che pur sono, in generale, persone deliziose, paiono assolutamente insensibili al decoro. Sembrano del tutto privi di buon gusto: sia nella cucina, che negli abiti, che nell’arredamento, che nell’architettura. Ma in questione di gusti, si sa, non si può dire molto. Il punto sconcertante è il disordine, la mancanza di cura, attenzione, ordine, decoro in cui vivono. Avete presente l’atmosfera di ordine e di precisione che si respira in Alto Adige. Ecco, tutto il contrario! E se quella altoatesina sfocia facilmente nel lezioso e nello stucchevole, questa cilena è un’atmosfera deprimente. Ecco! La mancanza di cura del quadro di vita sembra tipica di persone depresse, che non si curano né di se stessi né di quello che li circonda, nè di ciò che mangiano. La situazione del mondo rurale è spesso disperata. Tutte le case sono di legno e, a causa della mancanza di manutenzione, finiscono per ammuffire, stingersi, piegarsi su un lato, crollare in parte. Intorno alla casa il disordine, la sciatteria, la sporcizia, l’indifferenza alle cose, lo squallore regnano sovrani. Squallore e fatiscenza sono le parole migliori per descrivere la situazione generale. E non si tratta affatto di povertà; quella è un’altra cosa ed ha altri sintomi. Questa sembra proprio cialtronaggine. Il perché è incomprensibile. Tutto sembra provvisorio; fatto per essere abbandonato da un momento all’altro.

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Abitazioni rurali in stato penoso. Ed è la norma, non l’eccezione.

Sarà a causa dei terremoti che hanno ciclicamente distrutto tutto e quindi non vale la pena fare le case come si deve? Oppure i primi coloni ed i loro tanti discendenti si sono dispiaciuti di esser finiti nell’angolo più lontano del mondo e non hanno mai voluto fare niente di solido, pronti ad andarsene appena possibile?

Mistero, ma certo non è un bel vedere e deprime anche il viaggiatore. Il problema del degrado è particolarmente grave nei luoghi turisticamente interessanti. Come si fa ad attirare turisti quando un pur bel paesaggio è punteggiato di case fatiscenti, anche se fuori vi sono parcheggiate auto di valore? Ed anche alberghi e ristoranti di pregio sono ridotti ad uno stato di decadenza penosa. E non si tratta del degrado dovuto al clima tropicale; qui il clima è come quello mediterraneo. Da notare però che tale squallore sembra decisamente inferiore nelle zone ad alta presenza degli indios o a Chiloè.

E’ del tutto diversa la situazione nel sud; nelle città di Puerto Varas, Osorno ed in misura minore Valdivia, è presente una forte comunità tedesca, arrivati più di un secolo fa. Molto chiusi fra di loro, molti di destra e vicini a Pinochet, fieri del loro tedesco ancora comune, proprietari di circoli e scuole fino a poco tempo fa esclusivi, hanno mantenuto il tipico ordine teutonico. Quindi case e città ben ordinate, pulite, ben matenute, perfin rileccate ed eccessive. Il contrasto è fortissimo: i cileni comuni vanno a visitare quelle città, hanno gli occhi pieni di meraviglia, ma senza prendere esempio…

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Folla strabocchevole nei food corners dei centri commerciali.

Altro mistero è il rapporto dei cileni con il freddo. Il clima di quel paese appare a noi assai strano, molto meno differenziato fra estate ed inverno del nostro, ma con forti escursioni giorno – notte. Ma, comunque sia, l’inverno esiste e porta il freddo. Almeno da Santiago in giù, si battono i denti. Bene, i cileni non prendono misure sostanziali contro il freddo; si limitano ad intabarrarsi, tanto fuori quanto all’interno. Anche nelle case di un certo livello il riscaldamento è simbolico: una stufetta a legna o a gas; oppure, semplicemente, il condizionatore. E fuori si va anche sotto zero! Anche nelle auto, in pieno inverno, nella neve, si viaggia con il riscaldamento spento e con il finestrino un pò aperto. Sono convintissimi che l’alternanza di caldo e freddo faccia male; stanno quindi sempre al freddo. Impossibile farli ragionare.  Molti negozi non hanno nemmeno la porta; in pieno inverno! Ho pranzato in una bettola a 2500 metri di altezza; ebbene, la porta non esisteva proprio e, dal momento che la stufetta a legna faceva fumo, avevano aperto anche la finestra. Certe ventate mi portavano la neve nel piatto. Come è possibile? E quindi vedi i cileni perennemente infagottati, fuori, al ristorante, in macchina e perfino in casa. E’ normale suonare il campanello e vedersi aprire dal padron di casa che è più vestito di te che vieni da fuori. Deprimente.

E qua arriviamo al mistero maggiore. Non ho dubbi nell’affermare che i cileni sembrano essere il popolo più gentile, accogliente, garbato, rispettoso, disponibile ed alla mano che abbia mai conosciuto. Sono rispettosissimi delle regole, correttissimi nelle file, anche quelle immense della metropolitana, durante le ore di punta. Rispettano i pedoni sulle strisce e, addirittura, aspettano che siano saliti sul marciapiede opposto per far ripartire la macchina. Il loro rapporto con i cani randagi è emblematico. Contrariamente agli altri sudamericani, i cileni sembrano completamente alieni a provocare discussioni, alterchi, litigi e nemmeno fastidi. Io son facile alle discussioni; qua mi è impossibile. I cileni sono persone carine, accomodanti, piene di gentilezze nei confronti del prossimo. Ed è cosa gradevolissima. In più hanno l’enorme vantaggio di non essere nazionalisti, come sono normalmente i sudamericani e sono pronti in ogni momento ad indicare e a lamentarsi dei difetti nazionali, esattamente come fanno gli italiani. Resta difficile credere che abbiano ospitato fra di loro la tragedia di Pinochet e dei suoi compari. (Tutto ciò non vale a Valdivia e in Patagonia dove, invece, sono assai, assai maleducati)

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Immondezzaio e trascuratezza davanti ad un albergo da 150 euro a notte.

Dopo questa riflessione sul loro carattere si potrebbe pensare che i cileni siano persone felici ed espansive. Ed invece, no. A loro stessa detta sono timidi, tristi, introversi, un pò depressi. Ci sono record continentali di suicidi.

Ma, a veder bene, c’e’ una coerenza; tutto si tiene. Sono calmi e gentili, ma non si curano di vivere bene. Accettano la mancanza di decoro e di calore e vanno avanti tristemente, sul depresso. Non vi è uno scatto di allegria o di ribellione. Si accontentano e vivacchiano in pace.

Per certi aspetti sembrerebbe la ricetta della serenita’: non cercare la perfezione intorno a te, ma lasciarsi vivere, senza preoccuparsi di molto e mantenendo buoni rapporti con il prossimo. Ma manca il sorriso, nessuno ride, nessuno scherza o fa battute: si limitano a bisbigliare gentilezze.

Sciare d’estate. In Cile.

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Il Vulcano Llaima di 3000 metri. sarebbe adattissimo allo sci, ma non ci sono strade per arrivarci.

L’unico luogo del mondo nel quale sia possibile sciare durante la nostra estate e’ il Cile. Gli sciatori accaniti troveranno pane per i loro denti. Si dice che la qualitò della neve sia ottima.

Ma si aspettino grandi differenze con le Alpi. Non sulla neve, ma su tutto il resto.

Le zone dove è possibile sciare sono numerosi, ma le stazioni, in generale sono molto piccole, ristrette.  Non vi sono comprensori sciistici, ma, Centros de Sky, composti da pochi e corti impianti e qualche pista. E più che di piste si può parlare di grandi campi di neve su cui sciare. Questi centri, anche se vicini, non sono interconnettati; quindi uno resta confinato su quelle poche piste per tutta la giornata. Ci sono  cannoni, skilift e seggiovie ma non cabinovie o teleferiche. Le distanze coperte dagli impianti di risalita sono modeste. La neve è ben battuta. Si può facilmente noleggiare tutto il materiale necessario; sia nelle città che nei pressi delle località. Non c’e’ bisogno di dire che il prezzo del noleggio del materiale è esoso.

La climatologia di quell’angolo di mondo è per noi molto strana. Santiago è alla stessa latitudine (invertita, ovviamente) di Beirut, ma è molto più fredda, anche se la vicinanza dell’Oceano mitiga sia il gran freddo che il gran caldo. Per trovare la neve bisogna andare molto in alto, fra i 2800 e i 3500 metri. Siamo sopra il limite della vegetazione. Non si scia fra i boschi, ma fra le petraie. Andando più a sud il limite della neve scende di quota. A Chillan siamo a 400 km più a sud di Santiago, alla stessa latitudine di Agrigento e la stazione sciistica si trova fra i 1.800 e i 2.500 metri di altezza. Sul vulcano di Osorno le piste stanno sui 2.000 metri. Arrivando nella Terra del Fuoco la neve sta tutto l’inverno al livello del mare, pur essendo solo alla latitudine di Copenaghen.

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Il Centro de Sky de La Parva, con le sue piste. E’ il luogo della Santiago bene. Non ci sono hotel, solo seconde case o appartamenti in affitto.

Le Ande sono ventosissime, soprattutto alle forti altitudini: la neve fresca viene spazzata via e le rocce affiorano. Le piste sono quindi ricavate negli avvallamenti fra una cresta di roccia e l’altra, dove il vento è meno impetuoso. Il fuoripista è impensabile: equivale ad un suicidio immediato sulle pietre. Tutto ciò fa sì che il paesaggio sia ben diverso da quello dolce dei versanti arrotondati dalla neve. La mancanza degli alberi contribuisce molto a far sembrare i paesaggi innevati andini come molto duri, estranei, ostili. Le Ande sono più giovani delle Alpi; sono quindi più alte, più ripide, più drammatiche, meno vivibili. Sono spesso anche molto più aride.

Le Ande, in altitudine, non sono abitate. Quindi nei centri sciistici non ci sono che pochi edifici: qualche albergo, qualche seconda casa. In nessun luogo c’e’ il vecchio paese tradizionalmente abitato dai valligiani, come sulle Alpi. Ed è anche assolutamente assente l’extra-sci; l’indotto del turismo sciisitico. Niente negozi, niente bar, pochi e brutti ristorantucci, freddi e disadorni, niente musica.

Non esistono i rifugi. Dimenticarsi completamente di trovare, durante o dopo lo sci un bel locale, caldo ed accogliente, dove bersi una cosa. E’ perfino difficile mangiare qualcosa, gli sciatori normalmente non pranzano, fanno giornata intera, per rientrare a casa loro.

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In molti luoghi nevica poco. Qui siamo a 1200 metri di altezza ed è la seconda neve dell’anno, già a fine stagione: pochi cm. Siamo abbastanza al sud.

Bisogna quindi dimenticare la nostra settimana bianca fatta da un pò di sci e da molte altre cose buone e gradevoli tutt’intorno, la sera e la notte. Il modello più frequente del turismo sciistico è abitare in città (Santiago o Chillan) ed andare sulle piste dalla mattina alla sera portati da dei bussini che fanno questo servizio (per una trentina di euro). Come stare a Torino ed andare tutte le mattine al Sestriere. Qui è più facile perchè le distanze son veramente brevi, anche inferiori ad un’ora dal centro, ma la cosa è evidentemente del tutto priva della calda atmosfera montanara, che piacr tanto agli europei. Un altro inconveniente sta nel fatto che tu sei legato al tuo bussino che parte alle 8 e torna alle 5. Diventa quindi impossibile partire più tardi o tornare prima. Il secondo modello di turismo sciistico più diffuso è prendere un appartamento in affitto nel Centro de Sky, portarsi il cibo da casa (non ci sono negozi) e rintanarsi in casa dopo aver sciato perchè non c’e’ altro da fare. Il terzo modello è stare in uno dei pochi alberghi esistenti dove la norma è la mezza pensione. I prezzi di case in affitto e degli alberghi sono assolutamente scriteriati. Roba da non credere, rapporto qualità/prezzo da mettersi a piangere dalla disperazione. Da non dimenticare che la mancanza di cura e la trascuratezza tipici del paese si fanno sentire molto anche sulla neve. Quindi lo squallore che pervade tutto il paese sale fino alle stazioni sciistiche: neve, immondizia, fango, freddo, cialtronaggine, pochi locali e pochissimo accoglienti. Squallore, in una parola, con la solita presenza di cani bradi a tutti gli angoli, poverini, nonostante il freddo.

C’e’ abbastanza movimento nei centri di sci vicino a Santiago: ci vanno molti giovani brasiliani, spesso assai abbienti, che ben si destreggiano con lo sci. Il resto sono cileni e qualche straniero residente. Escluso alcuni, la maggior parte dei cileni più che a sciare vanno a pesticciare la neve, con frotte di bambini frignanti e ragazzette armate di bastoni per i selfies.

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Code di macchine, una domenica che aveva nevicato, per portare i numerosi bambini sulla neve. Strade sterrate, a  volte difficili per auto basse.

Le località più facilmente raggiungibili sono Valle Nevado in primis, La Parva, El Colorado e El Portillo vicino a Santiago. Vi è anche Farellones, ma si tratta più di un misero SnowPark che di una stazione sciistica. Il centro di sci più importante del paese si trova invece a Termas de Chillan, sopra la città di Chillan, a 400 km a sud di Santiago. Vi è un agglomerato assai squallido di alberghi e fast food (ma dentro un meraviglioso bosco) in località Las Trancas. Di lì in pochi chilometri si arriva alle Terme di Chillan dove iniziano le piste, ma dove ci sono anche delle terme e degli alberghi a prezzi mostruosi. Si tratta del centro sciistico più importante, grande e fornito di impianti del paese. Un piccolo centro sciistico è Corralco sul vulcano Lonquimay, fra i 1500 e i 1800 metri, su una colata di lava. Più in basso ci sono le auracarie, che è sempre una bella cosa.  Ma è molto piccolo.

Vi sono moltissimi altri luoghi dotati di impianti e di campi da sci. Praticamente ogni valle laterale delle Ande ne ha almeno uno. Ma si tratta di campetti per bambini. I vulcani si prestano bene per i Centros de Sky sia per l’altitdine che per la dolcezza dei versanti, ben più morbidi delle ripide montagne andine comuni; vi sono degli impianti sui vulcani Osorno, Villarrica, Choshuenco. Il primo e il secondo sono a brevissima distanza da centri turistici famosi situati su dei bei laghi.

Andando nella Terra del Fuoco, ad Ushuaia (ma qui siamo in Argentina) non ci sono problemi di altitudine o di presenza di neve. Si scia praticamente in città. Ma il luogo è lontanissimo ed è così a sud che le giornate d’inverno durano un attimo.

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Piste recintate da palizzate in legno. Come se gli sciatori fossero dei bovini al pascolo.

In conclusione vien da dire che se uno è un mezzo atleta, pazzo per lo sci, fa bene ad andare a farlo in Cile. Ma si ricordi che patirà tantissimo freddo perchè i cileni hanno collettivamente deciso che riscaldarsi fa male e non lo fanno.

Se invece uno è soprattutto amante dell’atmosfera alpina fa meglio ad aspettare il prossimo inverno europeo.

Eppure è un peccato, perchè tutte le Ande sono piene di neve per molti mesi e ci sono molti vulcani le cui pendici sono anche abbastanza dolci. Ma mancano le strade per arrivarci, i capitali per attrezzarle, lo spirito giusto per gestirle, i clienti per frequentarle. E forse è meglio così; almeno non sono rovinate dalle piste come le Alpi. Vedi ad esempio Passo Coe.

Mercati mondiali

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Sao Paulo.

Il Viaggiatore Critico ha notato, come avranno fatto in molti, la profonda modificazione che hanno avuto certi mercati alimentari delle grande città. Quegli edifici, spesso di architettura elegante e leggera, fatti di ferro, ai tempi della Torre Eiffel; oppure di nervature di cemento, se più recenti. Posti sempre nelle zone centrali delle città dove il popolo andava a rifornirsi di verdura, frutte, grani e, quando possibile, carne e pesce.  Luoghi in antico pieni di confusione, spesso di sporcizia, di gente di bassa lega. Sembrava veramente di essere al mercato. Io li visito spesso, mi piacciono e mi piace vedere la verdura esposta: da un sacco di informazioni sulla città.

Poi sono arrivati gli urbanisti, gli architetti, gli assessori, gli imprenditori. In poche parola: la turistificazione. Probabilmente il primo caso è stato Les Halles di Parigi, poi hanno seguito tutti gli altri.  Cosa sono diventati?

In quasi tutti i casi il popolo vociferante ne è stato estromesso, relegato ai discount di periferia. In certi casi, subdolamente, è stato lasciato un angolo “naturale”; una specie di riserva indiana dove trovare un pò di banchi ed un pò di popolo a far colore.

Vi sono fortemente penetrati i venditori di cibo e paccotiglia varia da turisti. I banchi sembrano vecchi e tradizionali, ben sistemati, ben illuminati; ma vi si trovan cibi che non entrano in nessuna casa di gente del luogo. Prezzi sconsiderati o cibi fasulli; decorativi e non nutritivi; da turisti, appunto.  Anche i mercati delle città turistiche dei paesi arabi sono diventati così. Mucchi enormi di variopinte spezie, sforzi scenografici imponenti per il turistame di bocca buona. In Marocco sono particolarmente abili.

In tutti i mercati vi è sempre stato qualche banco che faceva da mangiare: piatti semplici, popolari, veri. Qualche banco. Ora sono straordinariamente aumentati di numero. Ed anche di varietà. I vecchi menu si sono allungati, vi sono stati inseriti piatti prima impensabili in un mercato. Vi si mangiavano piatti economici, da gente di mercato, non certo care prelibatezze. Vedere servito il salmone selvaggio nel mercato del vecchio porto di Helsinki è un insulto alla storia di quel luogo. Così come a Beirut i vecchi souks sono stati distrutti dalla guaerra e ricostruiti dal capitalismo più sfacciato diventando negozi e ristoranti di gran lusso. Stessa cosa a Vienna.

In alcuni casi è tutto il mercato ad esser diventato una sorta di ristorante, di food corner da centro commerciale. E’ l’indecoroso caso del secondo piano del Mercato di San Lorenzo a Firenze.  Più raffinato, ma altrettanto fasullo anche il mercato di Lisbona, dove rinomati chefs si sfidano lungo il perimetro dell’enorme salone pieno di gente, seduta ai tavoli, esattamente, ancora una volta, come nei centri commerciali. Piatti cari. Banchi di delikatessen di altissimo livello a Kiev, in mezzo alla povertà di una città ancora in molte difficoltà: un mercato che è passato da vendere le patate delle vecchine ad offrire i gamberetti freschi del Sud America. Indecente.

In altri luoghi, miracolosamente, un certo equilibrio si è mantenuto, come a Budapest. Il mercatone, in pieno centro, è ancora pieno di veri banchi con vera verdura ed i molti banchi di cibo pronto, pur destinati ai numerosi turisti, hanno mantenuto un’aria popolana, da mercato. Vi si mangia male, ma a poco prezzo e nel mezzo alla confusione. Lo stesso a Sao Paulo dove c’e’ un po’ di robaccia da turisti, ma anche molta vita vera di gente vera. In Vietnam, poi, il mercato tradizionale ed i suoi cibi, regnano sovrani; un gran piacere!

Due città molto vicine, due mercati del pesce con destini contrapposti: Santiago del Cile e Valparaiso. Il primo è diventato un insieme di ristoranti fighetti. Il secondo è popolarissimo, con tutti i prodotti veri e con un angolo di bettole. Ma a Santiago c’e’ il mercato generale, enorme, incasinatissimo e sporco dove ci sono le trattorie da mercato in piena regola. E di turisti, solo io.

Il premio per il miglior mercato va a quello di Pontevedra, in Galizia, Spagna. Si può comprare il pesce e farselo cuocere sul posto. Roba da turisti: zero.