Madeira, la gradevole.

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Il centro di Funchal.

Madeira è probabilmente un caso raro, se non unico, fra le grandi destinazioni turistiche.  Lì i portoghesi sono riusciti a fare un piccolo miracolo, al contrario del casino che hanno fatto gli spagnoli alle Canarie.

Madeira accoglie turisti da fine ‘800. Vi andò in esilio l’ultimo Imperatore di Austria-Ungheria, per dire che livello di persone la frequentavano, spesso arrivando con i loro yatchs lussuosi. Poi è divenuta una meta soprattutto per gli inglesi, e lo è ancora oggi. I rapporti fra l’Inghilterra e il Portogallo sono sempre stati molto intensi, tanto che il secondo è stato, per un certo tempo, una specie di colonia della prima. E, come si conviene, i riccotti inglesi andavano a passare l’inverno in quello che era divenuto un loro dominio o quasi.

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Alcuni percorsi lungo i canaletti sono in sicurezza, altri sono molto pericolosi.

L’unione delle culture portoghese e inglese ha dato un ibrido molto piacevole. I portoghesi, specie se isolani, come si vede alle Azzorre, sono piuttosti rozzi e nemmeno tanto simpatici. A contatto con gli inglesi, ricchi borghesi, si sono ingentiliti e son diventati accomodanti, non più rissosi ad ogni occasione. Il turismo, peraltro, ha portato lavoro e soldi e, come si sa, il benessere calma gli spiriti.

Certo, l’edilizia turistica ha fatto scempi, ma molto meno che alle Canarie o sulle coste spagnole e portoghesi. L’afflusso turistico a Madeira non è poi elevatissimo ed essendo ancora di possibilità economiche abbastanza alte, richiede hotel meno grandi e meno invasivi.

L’isola è deliziosa: montuosissima, la faccia esposta a sud è semitropicale,

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La Laurisilva.

quella rivolta a nord è aspra, fredda, piovosissima. Per questo motivo ci sono numerosi canali che raccolgono l’acqua dove è disponibile (e quindi anche sulla faccia nord) e la portano, con lunghi percorsi, a tratti in gallerie percorribili, verso i paesi e campi della faccia a sud. Dei sentieri molto suggestivi accompagnano tali canaletti di acqua allegra.

Non è grande, ma è di geografia così erta, frastagliata e tormentata che percorrerla da un capo all’altro prende moltissime ore di curve, salite, discese e nausee per i più sensibili. Negli ultimi anni e grazie ai soliti fondi europei sono state costruite delle strade veloci, con molte gallerie, che facilitano la vita ai locali, ma tolgono un pò di poesia. Lo stesso aeroporto è parzialmente costruito su palafitte essendo stato impossibile trovare un sufficente spazio piano.

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La faccia nord….

Gli alberghi stanno a sud, le gite più belle si fanno a nord, al suo vento ed ai suoi flutti atlantici: siamo pur sempre nella Macaronesia. Intrigantissime le foreste di quella strana formazione vegetale chiamata laurisilva

La faccia a sud è molto più gentile e vi si passeggia sui lungomari, un pò da pensionati. Ristoranti con cucina internazionale-portoghese-inglese un pò insulsa. Frugando nelle pieghe del centro di Funchal, nella zona del mercato si trova anche qualcosa di portoghese verace, se questo vi attira. Numerosissimi i bar, generalmente gradevoli, fatti per far passare il tempo a chi ne ha molto e non ha molte altre cose da fare. Sale da tè per gli inglesi, sempre numerosissimi.

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… e quella sud.

Pare comunque che si astengano dal visitare Madeira quelle bande di giovani, ubriaconi ed insolenti, inglesi che fanno la gioia economica ed il disastro civile di Spagna e Grecia.

L’isola è così tropicale che produce canna da zucchero, rum e banane come fosse una piccola Sud America. Da ciò la sua ricchezza fin dal ‘500.

Carino il centro storico di Funchal, bella vista dalla funivia, robaccia da turisti la discesa con le slitte, da prendere gli autobus locali che vanno ai quattro angoli dell’isola. Da segnalare che vi è nato Cristiano Ronaldo e che vi ha fatto un suo museo?

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Ancora il nord.

Insomma, vi si passa una settimana non eccezionale, ma certo gradevolissima e piena di interessanti curiosità da vivere.

Vomito al vento, fra Fogo e Brava, Capo Verde.

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Furna, il porto di Brava. Il capoluogo dell’isola è oltre la gola che si vede fra le montagne. Foto di Holger Reineccius – http://www.afrikabild.de. Tramite Wikimedia Commons

All’isola di Brava (Capo Verde) ci si arriva solo per nave. Ci sono alcun collegamenti per settimana da Fogo ed uno da Santiago. Orari molto variabili a causa delle condizioni dell’Oceano. L’Atlantico non è uno scherzo, fa paura.  La nave si prende al porto di Sao Felipe, a Fogo, e vi lascia all’unico porto di Brava, sotto (molto sotto) il piccolo capoluogo. Al porto il turista troverà facilmente un pick-up che lo porterà in paese, seduto dietro, sul cassone. La nave è abbastanza moderna, grande, affidabile; al vederla per la prima volta, il turista si sentirà rincuorato. Le operazioni di imbarco sono lunghe e confuse, come quasi tutto ciò che succede in Africa, ma non destano preoccupazioni. Alla fine si riesce a salire a bordo ed a sedersi.

Fin qua tutto banale. Il problema nasce a bordo, poco dopo la partenza. Per godere del viaggio e per non stare chiusi nel puzzo della nave, tutti quanti preferiscono viaggiare in coperta.

Ora bisogna sapere tre cose, solo apparentemente scollegate fra di loro, ma invece intimamente congiurate per fare la sfortuna del turista che queste cose non le sa. Il viaggio, pur breve, si svolge nel temibile Oceano Atlantico: la nave si muove molto, ci sono quasi sempre delle grandi onde; si soffre molto. Tira anche molto vento: sulla coperta ci saranno zone più esposte ed altre più riparate. Gli Africani, per un motivo sconosciuto, sono di stomaco debole e vomitano per un nonnulla: non sono mai stati dei grandi marinai.

Quindi, immancabilmente, molti passeggeri, per non dire la quasi totalità, vomiteranno durante il viaggio. Non c’e’ bisogno di dire che l’armatore non fornisce nè sacchetti, nè secchi. La nave, quindi, arriva a Brava piena di vomito, ovunque, un girone infernale, che già solo a scriverlo, in questo momento, mi si chiude lo stomaco. Per questo motivo è impossibile stare sotto coperta, l’odore vi è insopportabile.

Sulla coperta, invece, il problema non è rappresentato dall’odore, ma dai vicini che, prima o poi vomiteranno. Bisogna stare attentissimi ed evitare di farsi prendere dal getto di vomito che sgorga dal profondo del loro stomaco.  Il turista accorto li osserverà con attenzione, desumerà dai loro gesti ed espressioni l’avvicinarsi del momento fatale e cerchera, con balzo felino di scansare il getto, ratto come il fulmine. Perchè, naturalmente, nessuno pensa a fornirsi di un sacchetto oppure di correre in bagno o alla spalletta. Il bisogno irriprimibile viene esercitato lì dove ci si trova e, soprattutto, addosso a chi si trova vicino. L’impresa del turista è complessa im quanto la nave è spesso affollata e lui stesso è ridotto maluccio perchè un pò il mare lo soffre anche lui.

Ancor più diffcile è l’impresa se il turista ha scelto di sistemarsi in una di quelle zone  della nave più esposte al vento. In quel caso è necessario non solo osservare i vicini e le loro espressioni, ma anche calcolare dove il vento porterà il getto sparpagliato in infiniti schizzi. Un vento teso può spargere una boccata di vomito su numerosi metri quadrati. I passeggeri si innaffiano vicendevolmente, secondo cicli epidemici di accessi di vomito: parte uno e seguono tutti gli altri, in una sinfonia di fontane.

L’unica posizione sicura del viaggio è la prima verso il vento, a prua, come la vedetta o la polena. Tutti gli altri vi staranno sottovento e si schizzeranno fra di loro. Voi arriverete spettinati ma puliti.

Balene e delinquenti americani. L’affascinante Isola di Brava, Capo Verde.

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La via principale del capoluogo di Brava – Di Torbenbrinker, via Wikimedia Commons

Brava, (Capo Verde) è una di quelle isole che sembrano sfidare ogni razionalità, un pò come Corvo delle Azzorre e Pitcairn. Sfide dell’uomo all’impossibile.

Scoperta, insieme alle altre isole d Capo Verde, intorno al 1460 era troppo piccola (tonda, 10 km di diametro) per essere presa in considerazione, nonostante che fosse ricca d’acqua e di vegetazione. Ci furono mandati alcuni schiavi; se liberati o ribelli lì confinati, non è chiaro; coltivavano, allevavano, pescavano. Erano un paio di centinaia di persone ed il loro mondo era solo quell’isoletta.  Le cose cambiarono nettamente nel 1675 quando l’ennesima eruzione del vulcano di Fogo, distante poche decine di chilometri (ma di Oceano, temibile), spinse un gruppo dei suoi abitanti a rifugiarsi a Brava, stanchi dei capricci del loro vulcano, che continua fino ad oggi a far danni.

E cominciò la vera colonizzazione di quest’isola. Apparentemente pacifica, dal momento che i feroci padroni portoghesi non si interessavano alla cosa: ad ognuno la sua terra e tutti in pace.

Certo isolatissimi, passavano anche anni senza che una nave vi si fermasse per fare rifornimento di acqua e cibo; preferivano le altre isole, che hanno porti migliori. Generazioni intere che si succedevano, completamente isolate dal mondo; solo qualche contatto con la vicina Fogo. Il dominio portoghese non era che una lontana leggenda. Vi è il racconto di un americano che vi fu abbandonato da una nave perchè morente. Invece si riprese, ma dovette aspettare tre o quattro anni prima che passasse un’altra nave che lo portò via.

Nell’800 le cose cambiarono e Brava cominciò ad essere visitata dalle baleniere americane. Vi si fermavano volentieri per i rifornimenti, ma anche perche’ vi trovavano marinai per quel terribile lavoro. Per gli abitanti era il solo modo per andarsene dall’isola ed accettavano ogni condizione. Per i balenieri erano lavoratori a poco prezzo e rotti a tutto. Il desiderio di andarsene da quell’isola era troppo forte.

Molti dei marinai di Brava si fermavano poi sulla costa americana, nei porti di origine delle baleniere, costituendo delle loro comunità che mantennero sempre molti contatti con l’isola. Andavano e venivano, chiamavano parenti, tornavano a morire a casa. E ciò continuò anche dopo la fine dell’epoca delle baleniere. Continua fino ad oggi, si aggirano per le strade del paese dei grossi americani con le camicie a fiori. In realtà sono originari di Brava e dopo tutta una vita negli States son tornati a casa, con la loro grassa pensione. Parlano l’americano ed il dialetto di Brava, ma non il portoghese.

Brava si trovò quindi ad essere, contemporaneamente, la più piccola ed isolata delle isole di Capo Verde e quella più americanizzata. Poche migliaia di abitanti, contadini e pescatori, un paese principale con le solite casettine portoghesi e qualche palazzetto, gli orti, molti fiori, la pace, il nulla e metà della famiglia nelle metropoli americane! L’inglese molto diffuso, un certo benessere per le rimesse degli americani, la cultura del bidone.

Brava è ancora oggi un posto delizioso. Vi si arriva solo in nave; l’aereoporto esisterebbe ma è inutilizzabile per il vento troppo forte. Lo costruì la coopoerazione internazionale tedesca, deve esser costato un sacco di soldi. Dopo averlo fatto di resero conto che c’e’ra troppo vento; evodentemente il tedesco che lo progettò non aveva un anenemometro nel suo bagaglio. Ora è tutto abbandonato; nell’edificio dell’aeroporto abita molto comodamente un pastore e le capre corrono felici sulla pista.

Una nave arriva da Fogo qualche volta a settimana. Si trova da dormire e da mangiare, ma adattandosi. Da poco il solito italiano avventuroso ha aperto un piccolo hotel. Turismo straniero molto modesto. Natura bella, bei paesaggi. Sensazione di essere fuori dal mondo. Bellissima esperienza. L’isola si percorre a piedi, c’e’ qualche macchina.

Ma la storia di Brava non è finita qui.

Una infame loro legge permette agli USA di deportare cittadini stranieri indesiderati. Molti giovani, capoverdiani di nascita e di nazionalità, ma arrivati piccolissimi in America, si son trovati  alle prese con la Giustizia, nel mondo violento delle periferie americane. Furti, spaccio, detenzione di armi, risse, accoltellamenti. Ragazzacci come quelli che si vedeno nei telefilm, con il cappelletto messo alla rovescia e la catena d’oro al collo.  Dopo aver fatto i loro mesi o annetti di galera vengono liberati e mandati a Capo Verde, dalla nonna, senza poter rientrare in America per 5 anni. Quindi in piazza a Brava c’e’  sempre un gruppetto di questi ragazzacci che parlano in slang americano, ascoltano la loro musica e si rompono terribilmente le palle per 5 anni. Sembra un angolo del Bronx ed invece siamo su un idilliaco scoglio nell’Atlantico.

Il contrasto è sbalorditivo. Nella stessa piazza hai il piccolo boss di Harlem, il grasso americano con il cappellone ed i soldi in tasca e la vecchietta con il carico di legna da ardere sulla schiena. E lei non si è mai mossa dall’isola. E magari il gangster è suo nipote e quello del cappellone il suo figlio. Il turista che arriva a Brava e vede questa faccenda resta sbalordito.

Paradossi di un’isola fra due mondi.

Fuerteventura, Canarie, un grande si, ma con molte condizioni.

Il maestoso paesaggio sopra Cofete. (La foto è di Alessandro Vergari)
Il maestoso paesaggio sopra Cofete. (La foto è di Alessandro Vergari)

Interessantissimo questo viaggio fatto con Alessandro Vergari a Fuerteventura, isola delle Canarie. Lui è una guida e ci andava a preparare un trekking per Walden – Viaggi a piedi e mi ha portato con sè.

L’isola (lunga 100 km e larga 30) corre parallela alla costa africana, ad un centinaio di km di distanza. I due lati dell’isola, quello che guarda l’Africa e quello che guarda l’Oceano sono completamente diversi, soprattutto dal punto di vista turistico. La parte africana, di mare più calmo, è un incubo di complessi residenziali ed alberghieri. Decine di chilometri di costruzioni, muraglie di finestre e balconcini, enormi scacchieri di quartieri residenziali. Un impiego spropositato di capitali, un uso sfrenato del suolo, la costituzione di una comunità vastissima dedicata alle vacanze, soprattutto invernali, degli europei. Enormi problemi di acqua, visto che l’isola è molto arida. Un’economia molto movimentata ma instabile, totalmente dipendente dalle mode turistiche, dagli altalenanti andamenti della crisi e dai prezzi dei voli low-cost, legati ad un petrolio fatalmente destinato a rincarare.  Escluso il turismo, nessun altra attività economica è presente sull’isola, ad eccezione della coltivazione dell’aloe vera e di ben poca altra agricoltura e di un pò di allevamento.

Molti complessi di centinaia di appartamentini prediletti da inglesi ed altri nordici. Ma già numerosi sono gli edifici mal finiti o abbandonati, invenduti, abbandonati al degrado. Si deve esser trattato di orrende speculazioni immobiliari con il concorso immorale delle banche la cui crisi ha gettato tutto al disastro. Distrutti chilometri di costa e sperperati miliardi per nulla.

Insieme ai complessi immobiliari prospera tutta quella giungla di fittizi esercizi commerciali ad usum turisti: bar, ristoranti, pub, supermercatini, bazar di creme solari e occhiali da sole, paccottiglie varie. Tutto ripetuto in un loop infernale ed angoscioso. Passeggiate a mare di chilometri e chilometri, con rachitiche palme ed infinite panchine impolverate. Di tanto in tanto, hotel lussuosi o sedicenti lussuosi con piscine azzurrine.

Ed anche tanti turisti, quasi tutti low cost e, soprattutto low quality: poveri anziani tedeschi con il bastoncino e le gambe fasciate gettati su quelle rive da insensibili tour operators; giovinastri inglesi perennemente ubriachi e schiamazzanti; coppie di quel tragico pallore che solo il Nord Europa conferisce. Questi ultimi si ritrovano spaesati ad andare in su e in giù sul brutto lungomare, trascinando la carrozzina del bambino e aspettando che finisca la loro settimana su cui avevano investito pochi soldi, ma tanta speranza, delusissima, di esotismo. Perchè in effetti in questa terra africana loro non troveranno niente di interessante.

Perchè non avranno la possibilità di andare sull’altro lato, quello esposto al burrascoso Oceano, dove, invece, posso dire di aver trovato uno dei panorami più belli ed attraenti che abbia visto in vita mia. L’altra costa è più scoscesa, molto arida, poco abitata, poco servita da strade, pochissimo turistica. Insomma c’e’ da farsela abbastanza a piedi. Il posto più spettacolare  è la spiaggia di Cofete all’estremo ovest. Ci siamo arrivati attraversando l’isola a piedi, partendo dall’orribilmente turistico Morro Jable e passando con un comodo sentiero la catena montuosa che corre lungo l’isola.

Dalla cresta si apre un enorme e meraviglioso paesaggio completamente deserto: in basso le poche case di Cofete, un pò sulla destra la tenebrosa casa del nazista Winter e davanti una sterminata e deserta spiaggia con l’Oceano sullo sfondo. Infuria il vento e gridano gli uccelli marini. Poi abbiamo camminato tutto un giorno su questa spiaggia, verso est per arrivare a un bellissimo campo di dune che copre tutta questa porzione di isola. Lo si attraversa verso la costa africana per arrivare all’ennesimo alveare turistico di Costa Calma. Un due giorni di cammino che valgono, da soli, il viaggio e di gran lunga.

La vegetazione è quasi totalmente assente e non solo per l’aridità del clima, ma anche per la sfrenato allevamento brado di capre che vi si fa. La maggior parte delle capre vivono libere e vengono riunite una sola volta l’anno per recuperare i capretti che vengono o avviati al macello o marchiati secondo i diversi proprietari. Le capre migliori vengono invece tenute in stabulazione per fare un formaggio di modesto gusto.

L’allevamento delle capre è una attività economica marginalissima. Eppure i danni che questi animali fanno alla vegetazione dell’isola è stato tremendo. Ogni minimo filo d’erba è raggiunto e tranciato, resistono solo poche e spinosissime piante che nemmeno le capre riescono ad addentare. E’ sconcertante come questa attività venga ancora permessa dalle leggi spagnole ed europee. Meglio sarebbe dare uno stipendio ai pastori per non fare nulla e lasciare che la vegetazione dell’isola si riprenda.

La riunione annuale delle capre è una festa tradizionale i cui eroi sono quei giovani allevatori che percorrono le montagne, anche molto scoscese, dall’alto verso il basso, spingendo le capre verso i punti di raccolta. Per scendere dalle creste delle montagne si aiutano con delle lunghe pertiche in una specie di pericolosissimo salto con l’asta verso il basso.

Un altra zona di grande emozione paesaggistica è la costa ad est di Ajuy con una costa altissima e frastagliata che piomba nell’oceano procelloso. In un punto, nell’altissima parete strapiombante vi sono delle grotte pericolosamente raggiungibili dal sentiero soprastante. In paese vi è una spiaggia di sassetti neri, un’altra simile a un’oretta di cammino verso est. Ajuy ha il vantaggio di essere raggiungibile su una strada asfaltata.

Sulla temibile costa africana l’unico luogo che ho visto di interesse è Pozo Negro dove sbocca in mare una lunga e nerissima, antica, colata lavica. Anche la spiaggia è nera e di ciottoli e forse per questo motivo è sfuggita al turismo massacrante. Continua….

Pozo Negro (Foto di Alessandro Vergari)
Pozo Negro (Foto di Alessandro Vergari)

Vedi altre foto in questo post.

 

Elegia triste per la Macaronesia

Nebbia e tristezza vagano sulla Macaronesia,

il settimo continente, il più nuovo.

Nato dal fuoco e dal mare, là dove l’Atlantico si apre,

Azzorre, Madeira, Canarie, Capo Verde, mi piace aggiungerci Sao Tomé.

Isole nere e rosse di roccia vulcanica; l’estremo verdore delle Azzorre e di Sao Tomé controcanta l’aridità di Capo Verde.

Delle Canarie non so, le altre 21 isole sono 21 universi diversi per dialetto, storia e caratteristiche. Universi minuscoli ma completi.

La natura spadroneggia, il mare è nemico, l’uomo si adatta, se può; se non può, fugge: ce lo hanno portato a forza di armi o di miseria. Dall’Europa o dall’Africa.

Paesaggi belli, estremi, come spesso nelle terre vulcaniche. Ma sono ripetitivi, un po’ tutti uguali. Nella Macaronesia l’elemento straordinario è la storia umana. Recente e povera di fatti.

Un viaggio, secoli fa, da deportati. Poi generazioni relegate in un isola, senza mai uscirne. Poi un altro viaggio, da emigranti. Come la disseminazione della vita nell’universo, di meteorite in meteorite. Frutto del caso.

Portoghesi, spagnoli, africani, come tutti gli altri. Poi arrivano nelle isole e diventano un’altra cosa. L’isola cambia l’anima alla gente.

Gli azzorriani hanno popolato il mondo. Stati Uniti, Brasile, Angola, Mozambico.

Solo un pelo sopra i negri. Più numerosi i capoverdiani negli States che a Capo Verde; quelli di Fogo stanno tutti a Brocton, sobborgo di Boston. Vi hanno ricreato la loro isola.

Mακάρων νῆσοι, le isole dei beati per i greci, che preferirono le loro e qua non vennero. Vennero i Cartaginesi alle Canarie, si chiamarono Guanci e furono sterminati dagli spagnoli. Boccaccio ne parla. Le Azzorre stanno nell’Atlante Mediceo del 1351, ben prima che i portoghesi dicessero di averle scoperte.

Fra Europa ed America, riposo per galeoni e skippers mesciati biondi, riserva di acqua, legna, carne e braccia per pirati e baleniere americane. Scalo di aerei, base di antenne militari, stazione di cavi transoceanici.

Isole che esistono perché qualcuno ne ha bisogno. Gli isolani li vedono arrivare; poi se ne vanno e loro restano. Desiderio di seguirli e paura di affrontare il mondo.

Mare grande, mare brutto, mare contro, mare che divide.  on è il mare di Ulisse, è quello di Achab.

1500 fiamminghi nel ‘400 vennero a Faial per coltivare l’Isatis, colorante tessile. Diversi dagli altri, sono ancora lì, nel loro villaggio, Flamengos. Ho fatto con loro il pranzo parrocchiale della domenica, oggi. Nessuno parlava.

Tristezza da nebbia, da isolamento, da portoghesi, popolo tristissimo anche in continente.

A Capo Verde il sangue africano riscalda l’ambiente e si vive. Donne abituate a giostrare con perizia contro la violenza stupratrice del colono portoghese.

Unico divertimento, la musica, diffusissima ovunque e da sempre. Ogni isola, ogni frazione una banda, uno stile diverso.

Sono macaronese anch’io. Vi ho passato l’1% della mia vita. E soffrii e soffro la sindrome dell’isolano. Malinconica nostalgia del mondo lontano, paura di tornarvi. Un’isola è un utero. Desiderio e dovere di lasciarlo, ma lasciatemi dentro ancora un po’. Qui sto al sicuro, niente può succedermi, di male. E la tristezza macaronesica m’invade.

Roba da Flores

Flores è una strana isola su cui avvengono strane cose. Eccone alcune, raccolte nei pochi giorni della mia permanenza:

Linda e il cellulare. Viaggiando in aereo (e non in barca!!) da Corvo a Flores (Azzorre) avevo tirato fuori di tasca il cellulare, per spengerlo, e lo avevo posato sul sedile, vuoto, a fianco. Al momento di arrivare, mi sono alzato dal mio posto e sono sceso dall’aereo senza pensare a prenderlo. Dall’aeroporto avevo preso un taxi per andare in un B&B ad una ventina di km, sull’altro lato dell’isola. Solo a sera tardi mi accorgo della mancanza del cellulare. La mattina dopo, vado di buona lena nel negozio accanto che fa anche da posto telefonico pubblico, per chiamare gli oggetti smarriti della compagnia aerea, in verità con poche speranze. Mentre sto lì con la proprietaria, signora Linda, a cercare il numero sull’elenco, arriva una telefonata dal capo dell’aeroporto che chiede alla Linda se per caso non ci fosse lì uno straniero che aveva perso il telefonino! Se passavo dall’aeroporto lo potevo recuperare. Mistero insondabile. Quando ci sono andato, il tipo non c’era e la tipina che mi ha reso il cellulare non sapeva niente dello svolgimento della storia. Sono rimasto nel dubbio di come il capo dell’aeroporto mi abbia pescato sull’altro lato dell’isola.

L’effetto del fondatore. In quella meravigliosa scienza che è la genetica delle popolazioni vi è uno strano fenomeno (affine alla consanguineità, badisi bene), chiamato “effetto del fondatore”, secondo il quale in una piccola comunità isolata certe caratteristiche fisiche possedute dai primi e pochi abitanti, si sono poi moltiplicate nei successori, fino a far diventare i membri di quella comunità sostanzialmente diversi da quelli dei gruppi vicini. Bene, studiato questo fenomeno, lo si mette da parte, immagnando che è stato osservato una volta, in un villaggio di pescatori di trote dell’interno del Borneo. Ed invece no, l’ho visto anch’io! Nel paesino di Faja Grande, in quest’isola di Flores, le donne son tutte brutte, ma non brutte come quasi tutte le portoghesi. No, brutte in un modo loro ed identico in tutte. Sembra quasi che il tempo non esista e che le donne che girano nell’unica strada siano in realtà la stessa persona, che vediamo in diversi momenti della sua vita, a diverse età. Una stessa donna nelle diverse età; oppure tante donne ma tutte gemelle pur di età diverse! La faccenda è resa ancora più clamorosa dal fatto che hanno tutte gli occhiali e che l’ottico dell’isola deve avere un solo tipo di montatura. Sono tutte ugualmente brutte e con gli stessi occhiali. Un incubo.

Il motociclista folle. In quest’isola di Flores vi è un sistema di trasporto pubblico con dei bus. Ma solo la mattina presto e la sera, giusto per gli scolari. Io, che se volevo alzarmi presto la mattina, facevo il muratore, sono a piedi. L’isola è modesta, ma fra un punto e l’altro vi sono facilmente 10 o 20 km. Ne ho fatti molti a piedi, ma poi mi stanco e cerco uno strappo. Vanno chiesti con il dito, ma succede anche che delle macchine si fermino al lato del viandante per offrire spontaneamente un passaggio. Costumi di un luogo dove tutti si conoscono e si scambiano continuamente favori. Ma le auto sono rari, può succedere che ne passi una ogni mezz’ora; aspettando si continua a camminare. Quindi sono stato ben felice quando un motociclista si è fermato dandomoi la possibilità di risparmiarmi un decina di km. Naturalmente senza casco. Io sono da sempre impaurito dalle moto condotte da altri, ma cominciavo ad essere stanco ed ho accettato. Meglio sarebbe stato se mi fossi trascinato sui gomiti. Questo bruto guidava: i) a folle velocità su strade tortuosissime e in dannata discesa, ii) quando ha capito che avevo paura ha cominciato a guidare a scatti, per aumentarla. Rideva beato, la bestia; iii) a lunghi tratti guidava senza mani, per lo stesso motivo. Io, dietro, a urlare come un capretto sgozzato e a dargli dei gran pugni sul groppone perché smettesse. In più si girava in continuazione per dirmi delle cose, che io, fra dialetto e panico, non capivo minimamente. Ora, bisogna sapere che la stranissima ed unica, fra le lingue romanze, pronuncia del portoghese favorisce l’emissione di un gran numero di minuscoli sputacchini, al parlare. Quasi tutti tali sputacchini mi venivano in faccia, accelerati dalla velocità.       

Il vostro blogger, questa volta, ha trovato un passaggio su un pick-up.
Il vostro blogger, questa volta, ha trovato un passaggio su un pick-up.

Gli stranieri di Faja Grande. Per quanto tale paesino sia composto da sole 200 persone (dopo averne avute 1.000 a inizio secolo scorso) vi abitano permanentemente 3 stranieri.

Il primo è un rastra finlandese, istruttore di lotta. In effetti lo si vede perennemente in lotta con delle bottiglie di birra che riesce immancabilmente a sconfiggere. Per vivere si è costruito una specie di igloo di legno il cui tetto ha ricoperto di zolle di terra inerbita, un pò come si usa alle Faroer. Si lamenta del fatto che le radici dell’erba abbiano la tendenza a forargli il soffitto. Inutile fargli domande sulle sue attività e sullo scopo della sua vita.

La seconda è una lombarda che, dopo aver fatto del vino in Toscana (come tutti i lombardi che si credono più intelligenti degli altri lombardi) ha aperto un ristorante italiano vegetariano.

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Durante questa settimana ha avuto un solo cliente (non ero io, non ci penso nemmeno). Ma d’estate pare che vada meglio.

Il terzo è un italiano che sta qua da vent’anni. Ha il B&B dove sto. Ha comprato una casa signorilmente molto tetra e vi ha sistemato 5 camere per gli ospiti, senza peraltro scacciarvi gli scarafaggi dal suolo e le sanguisughe dai rubinetti dell’acqua Ha una graziosa moglie azzorriana (l’eccezione che ….), ma ciò non ha impedito alla solitudine, al vento e alla nebbia di buttarlo completamente fuori di testa. Rabbioso contro tutto di mattina, a sera, dopo un tot di canne, assume un aspetto più civile. Impegnato a dimostrare che Flores è il luogo più bello del mondo ha finito per far finta di credervi. Almeno ci prova. Da aspettarsi presto un crollo psicofisico. Notizie più recenti me lo danno per emigrato in Indonesia.

Ma Faja è bella.

Ma non crediate che Faja Grande non sia un molto bel luogo. Una pianurina di 4 o 225  km, degradante sul mare e circondata da una impressionante parete verticale di roccia e

vegetazione alta anche 400 metri, semicircolare e solcata da decine di cascate e cascatel

l

e. Così alte che l

’acqua arriva in fondo polverizzata.  Boschi di verde intenso, brillante. Sopra la parete un altipiano stepposo cosparso di lagune vulcaniche di acqua nera e profondissima. Tre borghi: Faja, Fajazinha e Ponta da Faja; oltre che per la fantasia dei nomi, si caratterizzano per possedere insieme 265 abitanti, fra i quali non troverete nessun fine intellettuale con cui discutere delle ultime opere di Aristotele. Se ci andate portatevi quindi un libro.         

 

Datemi un consiglio!!! e le migliori foto di Flores.

A me questa isola di Flores comincia a venirmi sulle palle. Ma ho ancora del tempo. Come disse Lenin dopo la fallita rivoluzione dei decembristi: Sto dielat? Che fare?, io dico : Che faccio? Tornare a Firenze? Cambiare isola (ne ho viste finora 3 su 9)? Andare alle Canarie o a Madeira? Andare a Barcellona? Rintanarmi qui per 15 giorni a baloccarmi sul web?

Mandatemi il vostro parere entro domani, giovedi a mezzanotte. Deciderò in base alla maggioranza dei pareri.

Due giorni dopo:

Non molti i voti per il referendum sul destino del mio viaggio, ed anche un po’ sadici.  Ilaria vuole che visiti tutte le isole, se fossero mille mi ci vorrebbe tutta la vita; Mara vuole che vada in un’altra landa desolata, come se a me fosse alieno il diritto di godere dell’umano consorzio e solo mi fosse destinato il vagare, come un’anima del limbo, in deserti grigi. Sergio mi incita al suicidio, il che, a esser pignoli, sarebbe un reato da penale; Mario addirittura mi vuol far lavorare, per di più manualmente, e proprio in un arcipelago dove, a detta di locali e forestieri, la pigrizia e lo scansamento di fatiche è regola generale ed attentamente applicata.

Comunque, io rispetto il patto e seguo, nei miei limiti, il parere di tutti, non prevalendo una posizione maggioritaria. Per il momento ho cambiato isola e sono a Faial, nel Gruppo Centrale. Dalla finestra di camera vedo anche l’isola di Pico, con monte altissimo. Almeno così dicono le guide, perché una nube permanente mi impedisce di vedere cosa c’e’ più in su dei 200 mslm. E scorgo anche S. George, così fanno 6 le isole viste. Mi par che basti. Anche perché oggi il vento vien da nord e fa assai freddino. Isole sub-tropicali dei miei stivali.

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Ponta da Faja. Il nucleo abitato (si fa per dire) più occidentale d’Europa. Clandestinamente perché la montagna sta crollando e non ci si potrebbe dormire.
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Fajazinha, il centro.
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La pensilina della fermata del bus di Fajazinha.
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La foresta di laurisilva.
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Fine di Flores. Dove andare?
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Bagno publico nel porto di Santa Cruz. Scarico diretto.
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Cascate…
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… strabiombi di roccia….
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… e mare tumultuoso.

Cara, mare o monti quest’anno? Azzorre!!

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Son poi riuscito a partire da Corvo ed ora sono a Flores ed ho anche mangiato un pò di lattuga e frutta, allontanando lo scorbuto. Com’è quest’isola?

Prendete un pezzo di Trentino di 50 anni fa. Con tutti i suoi pascoli, le mucchine, i loro campanacci ed i tozzi montanari che vanno nei pascoli per mungerle a mano trasportando i bidoni di latta argentea. Le minuscole stradine serpeggiano fra muretti a secco collegando minuscole frazioni di poche decine di persone con la loro chiesetta, nè moderna, nè antica. MOlte case sono in avanzato stato di abbandono, due barrucci tristi. Vita parca, parchissima, anche se nessuno è povero. Boschetti qua e là, a momenti dolci declivi, a volte valli strette e scoscese a volte delle rocce strampiombanti. Tutto molto verde, vegetazione amichevole, folta, ma non aggressiva. Chiocce liberovaganti con torma di pulcini appresso.

Prendete questo pezzo di Trentino, dicevo, e mettetelo in mezzo all’Oceano vasto, sempre visibile, quasi mai raggiungibile a causa delle alte coste. Ed i venti, le creste bianche delle onde, il luccichio dell’acqua al tramonto.

Fatta questa operazione avrete Flores. Luogo strano, contraddittorio, non so decidermi se sia molto bello o proprio infame.

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Il vento e la paura.

Tanta è l'umidità in alto che vi è torba e licheni aggressivi...
A Corvo, sul vulcano, l’umidità è tanta che vi è la torba ed i licheni sono molto aggressivi…

Ieri non c’e’ stato niente da fare, sono ancora a Corvo e sempre senza frutta e verdura. Azzorre! Non mi era mai successo, in vita mia, di ansiare una foglia di lattuga, come l’ultima delle chiocciole.

 

Irlando o Corvo? Corvo!
Dal vulcano, il mare, a Corvo.

E’ che qui impera la natura. La Natura a me, mi fa paura. E’ infatti una cosa che sta dappertutta ed è fatta da un sacco di cose diverse, mediamente contrarie alla tua tranquillità. Se non chiudessi la porta, la sera, te la ritroveresti nel letto. Ali, insetti, raggi brucianti, schizzi di vario tipo, temperature estreme, spine, denti di animali, umidità soffocante, lotta accanita su ogni spazio, agguati da tutte le parti, onde e rocce appuntite, salite e discese, dirupi mortali, erbe e meduse urticanti, pietre scivolose e dune mobili, frane, smottamenti e valanghe, acqua dappertutto o mancanza assoluta d’acqua, polvere negli occhi e frasche in faccia, fame, sete e virus poliedrici e dispettosi. Questa è la Natura. E non fa strano che l’uomo si sia accanito contro di essa, in vendetta dei mali passati per milioni di anni, fino a chiuderla fuori dalla finestra, spettacolo relegato sul canale di Geografic Channel. Ma questo vento che ci spazza, qua, l’uomo non è riuscito a spengerlo ed io ne ho paura.