Everesting

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Sua maestà l’Everest. Foto di Rdevany – Wiki Commons.

Fra le mille forme di turismo vi è questa, sportiva e pazza. Si tratta di bicicletta, ma non di quelle gare/non gare che sono le Gran Fondo che muovono, solo in Italia, migliaia di ciclisti non professionisti durante tutta la bella stagione, con un giro economico impressionante. E non si tratta nemmeno del ciclo-turismo che consiste nel fare viaggi ciclistici su certi percorsi come lungo il Danubio o la Drava o mille altri, sempre più frequentati.

Questo modo di pedalare è del tutto particolare.

Si tratta di salire sull’Everest in bicicletta: da qui il nome Everesting. Siccome l’Everest rifiuta di farsi scalare in bicicletta, i cultori di questo sport scelgono una salita che piace loro, ne misurano con grande esattezza il suo dislivello (con questo strumento), dalla base di partenza al culmine di arrivo e la percorrono il numero di volte necessario affinché si raggiungano almeno gli 8848 metri di ascensione totale eguagliando così l’altezza dell’Everest.

Le regole sono poche e semplici. Qualsiasi salita va bene; una volta arrivati in cima, si deve scendere per la stessa via; la prova deve essere continua, ci si può fermare a riposare, ma non si può dormire; va fatto tutto in bicicletta, non si può né camminare, né fare la discesa in macchina; se durante la discesa c’e’ un po’ di salita questa entra a far parte dell’elevazione totale; il sistema che controlla la posizione e la velocità della bicicletta (GPS) deve essere sempre acceso.

Ecco la maglietta con la fascia grigia che solo chi ha fatto l’Everesting ha il legittimo diritto di indossare. E’ in vendtia sul sito degli Hells 500.

Una volta che si è effettuato il percorso si manda il file a quei pazzi che hanno inventato la faccenda; i quali lo controllano, lo omologano e lo pubblicano nell’apposito sito con nome del ciclista, nome del percorso, tempo impiegato, distanza percorsa, ecc.  A quel punto il ciclista può indossare una maglia con una striscia grigia orizzontale all’altezza del petto (che ti viene venduta, se vuoi).

I pazzi in questione sono un gruppo australiano, gli Hells 500 che curano il sistema, il sito, la lista dei ciclisti che son riusciti nell’impresa.

Perché si tratta di una impresa vera e propria. Almeno 8848 metri di dislivello sono una salita che mette paura, anche se spezzettata in tante più brevi salite. Il dilemma del ciclista è presto detto: è meglio scegliere una salita durissima che mi fa guadagnare molti metri di ascensione in pochi chilometri di pedalata o è meglio fare una salita più leggera, ma con la conseguenza di aumentare il numero delle ripetizioni ed i chilometri percorsi? La scelta è ardua e dipende dal propri stato fisico.

Guardando la lista degli Everesting si trovano numeri impressionanti: si va spesso oltre i 250 km percorsi e si arriva a superare le 30 ora di sforzo (senza dormire, ricordiamo). Poi. naturalmente c’e’ chi esagera ed arriva a superare anche i 10.000 metri di dislivello. Da non sottovalutare il peso psicologico di effettuare per decine di volte lo stesso percorso che deve finire per dare la nausea: credo che diventi un incubo.

La prova è  talmente dura che i tentativi riusciti fino ad ora non sono più di 3.000, in tutto il mondo. Son prove che si fanno in solitaria, ma ci vuole un supporto di persone per i rifornimenti, l’assistenza meccanica, il supporto morale, l’evacuazione medica se necessaria.

Naturalmente ci sono delle salite che sono diventate di moda per l’Everesting. Sul sito c’e’ anche uma mappa con tutti i percorsi realizzati; ognuno può scegliere quel che più gli si confà oppure crearne uno nuovo. Gli aspiranti Everesters vi andranno per fare i loro allenamenti ed infine per provare l’assalto al cielo, con la loro squadra di amici. Anche tutto ciò è turismo e del migliore!

Come girare il Delta del Po.

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Pochissimo traffico sulla stragrande maggioranza delle strade del Delta avanzato.

Ci vogliono alcuni giorni. Inutile andare affrettatamente, non si capirebbe niente. Almeno tre notti bisogna dormirci. E ci vuol pazienza, perchè il turismo non è la prima preoccupazione della gente del Delta, fortunatamente.

Gli alberghi sono più frequenti all’inizio del Delta: ad Adria, Porto Viro, Rosolina; ma li sconsiglio. Se si vuole vedere il vero Delta bisogna andarci a dormire nel mezzo. Qui gli alberghi sono pochi: alcuni B&B, degli affittacamere, degli agriturismi, due ostelli.  Poche cose e poco pubblicizzate, alcune non sono nemmeno su Booking. Io consiglerei di dormire nell’isola della Gnocca, attualmente rinominata dal perbenismo veneto in Donzella. E’ centrale. Io sono stato più volte all’Hotel Bussana: nuovo, pulito, funzionale, economico.

L’ideale è spostarsi in bici, sugli argini. Ci sono 400 o 500 km da fare senza troppe ripetizioni. Tutto piano, ma con gli insidiosi strappi delle salite sugli argini, brevissime ma traditrici. Occhio al vento. Se no, anche in macchina, ma con l’avvertenza di andare piano, di fermarsi spesso e di viaggiare sugli argini anche se è proibito. E’ un luogo da prendersi con calma, non c’e’ da arrivare da nessuna parte. A piedi, no; troppo monotono.

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La “corte” di Polesine Camerini.

Da fare: il giro delle isole della Gnocca/Donzella e di Polesine Camerini. Il bellissimo percorso Ca’ Venier – Ca’ Pisani – Scanarello – Porto Levante. Il lungo fiume da Ca’ Venier a Pila con il giro dell’isola ed il suo porto. Il giro della sacca di Scardovari seguito dal primo ponte di barche di Santa Giulia e dal secondo di Gorino veneto per arrivare a Gorino con il suo faro e a Goro con il suo porto. Guardate, ma non comprate niente in questo luogo: se non hanno voluto 12 donne e 8 bambini richiedenti asilo politico non meritano i vostri soldi.  La spiaggia di Boccasette, il museo della Bonifica oltre il ponte di Ca’ Tiepolo. Le “Corti”, i vecchi centri aziendali delle tenute veneziane. Girare intorno alla centrale dell’ENEL dell’isola di Polesine Camerini per vedere cosa sono stati capaci di fare in un luogo come questo; ora è abbandonata, dopo aver seminato cancro nel Delta. Osservare l’asta del pesce ai mercati di Goro, di Pila e di Scardovari; fra le due e le tre di pomeriggio, dal lunedi al giovedi. L’oasi naturalistica di Valle Bonello non è entusiasmante. Cercare di visitare una valle da pesca, se vi riesce.  Un pò discosto, il Bosco della Mesola.

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L’asta del pesce a Goro. Il prezzo della cassetta, indicato nel tabellone, diminuisce automaticamente fino a che un commerciante, seduto davanti al banco, schiaccia il pulsante. La cassetta è sua.

I paesini non hanno niente di interessante, salvo il fatto di esistere in un luogo simile. Le visite ai bar permettono di capire un pò di sociologia locale. La gente è accogliente e ci si fanno delle grandi chiaccherate.

Nei porti organizzano dei giri con delle barche grandi o piccole; valgono la pena, bisogna informarsi sul posto, ma normalmente ci sono solo il sabato e la domenica.

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Garages acquatici a Boccasette.

Scegliere la stagione è problematico. D’estate l’afa è soffocante e le zanzare spingono al suicidio. D’inverno il freddo umido penetra nelle articolazioni arrugginendole, ma la magia di quei momenti è impagabile. Le mezze stagioni sono raccomandabili. Andare provvisti di mantelline per i ciclisti e di antizanzare per tutti.

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E la nebbia cala….

Per ultimo il cibo. Purtroppo non pare vi sia una vera e propria cucina locale, eppure i prodotti, per primi quelli del mare, non mancano. Chioggia è vicina, ma la sua straordinaria cucina è lontanissima. Nel Delta il piatto principe sono gli spaghetti alle vongole. Seguono il fritto di mare, lo scoglio, i pesci arrosto, seppie e calamari, le anguille. I ristoranti ritenuti migliori sono L’Arcadia a Santa Giulia, eccellente, ma con porzioni microscopiche, il dirimpettatio Sospiri; Ocaro; bellissima la posizione di Canarin. Gli altri navigano a mezz’acqua, passando da ottimi piatti se si ha fortuna a modesti se non la si ha; purtroppo molti sono anche pizzeria.

Il mondo del Delta del Po.

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Cielo, acqua, terra, nebbia. L’essenza del delta del Po.

Pare incredibile, ma in fondo alla pianura padana ed al mondo industriale del nord d’Italia vi è un luogo semideserto, curiosissimo, dotato di una atmosfera rara ed affascinante. E’ un mondo molto diverso da quello al quale siamo abituati; da avvicinare con calma e pazienza. Non ci sono luoghi spettacolari, ma piuttosto, un insieme di ambienti inusuali da conoscere con rispetto. Aspetti naturalistici, agricoli, ma anche umani, tutti molto particolari.

L’attuale Delta del Po nasce il 16 settembre del 1604 alle 19. In quel momento viene aperto un canale scavato dai Veneziani (timorosi che il Po si congiungesse all’Adige e finisse nella loro laguna) che muta radicalmente il corso del fiume. Da quel momento il fango portato dall’acqua comincia a costruire quel che vediamo oggi.

Le bocche del Po sono 6 o 7 e formano fra di loro delle sorte di isole, molte delle quali, nei secoli, sono state circondate da argini. Pur essendo più basse del livello del fiume e del mare sono mantenute all’asciutto da un imponente sistema di 139 idrovore che scaricano nel fiume sia l’acqua piovana che quella che si infiltra dal sottosuolo delle isole. Altre zone non sono chiuse da argini e sono quindi preda del vai e vieni delle acque dolci o marine.

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Grandi spazi vuoti, senso di libertà.

Gli argini sono quasi sempre agibili: a volte asfaltati, a volte sterrati, altre ancora inerbiti. Percorrerli in bicicletta procura grande gioia: da una parte vi è una campagna sterminata, piatta, con pochi alberi, disseminata dalle case tutte uguali delle diverse fasi della bonifica e della ripartizione dei poderi ai contadini. Un paesaggio un pò triste e monotono, ma che con la nebbiolina molto frequente prende un aspetto vellutato, estraniante, intimo. Dall’altro lato dell’argine, invece, il mondo naturale dei fiumi, delle paludi, dei bracci e specchi d’acqua, dei boschetti sulle terre emerse. Uccelli in quantità, nutrie, pesci.

In pochi metri si passa dall’ordine umano della campagna perfettamente coltivata all’anarchia della natura libera di sfogarsi. Di questo contrasto si pasce il visitatore ciclista.

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I complessi sistemi di controllo delle acqua e di pesca delle “valli”.

Fra le zone non prosciugate alcune sono state adibite a “valli di pesca” e di caccia. Sono zone di terra ma soprattutto di canali, predisposti in secoli di lavoro, dove entrano naturalmente anguille, orate ed altri pesci che vengono poi spinti in camere chiuse e facilmente pescati. Sistemi molto complessi, di grande fascino. Purtroppo sono private, recintate e di difficile accesso. Nelle stessi valli è molto praticata la caccia alle anatre e sul fondo della palude ci deve essere uno strato di pallini da caccia, di piombo prima, di acciaio ora. Le valli erano di proprietà delle grandi famiglie veneziane; ora spesso dei grandi nomi della industria padana. Possederle e portarci gli amici a caccia da grande prestigio. I Benetton, fra gli altri.

Altre zone ancora sono invece delle lagune aperte al mare come la sacca di Goro e quella di Scardovari. Qua vi allevano le cozze e le vongole. In alcuni paesi come Goro, Pila, Scardovari vi sono porti di pesca in mare anche assai importanti. Accanto al porto, il mercato dove viene fatta l’asta pubblica del pescato, nel primo pomeriggio. Ovunque pescatori con la canna, sugli argini. Gran movimento di barchini che, spesso, vengono ricoverati in sorte di garages acquatici, in fila ai piedi degli argini.

Insomma, una gran varietà di attività abbastanza esotiche per chi non vive su un grande fiume.

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Una delle 139 idrovore che permettono ai terreni agricoli del Delta di non finire sott’acqua, immediatamente. Secondo Wikipedia solo di energia elettrica tutto ciò costa più di un milione e mezzo l’anno.

Via via che ci si inoltra nel Delta la campagna diventa più desolata, gli alberi più scarsi, i suoli più argillosi ed intrisi d’acqua. Si arriva, infine, al mare ed alla spiaggia. Difficile da raggiungere in quanto bracci di acqua la separano dall’ultimo argine percorribile. Quando ci si arriva si trova una spiaggia del tutto naturale, senza stabilimenti od orrori simili. Una spiaggia come dev’essere, con i tronchi portati dal mare e i pezzi delle reti perdute dai pescherecci. L’acqua, ovviamente, è opaca per l’argilla portata dal Po.

La popolazione del Delta è altrettanto particolare. Sottoposta alle vessazioni della grandi famiglie veneziane che controllavano il territorio e godevano dei diritti esclusivi su caccia e pesca; sottomessa dai capricci del fiume che la alluvionava spesso; schiacciata dalle pressioni politiche di una Domocrazia Cristiana onnipresente che assegnava i lotti bonificati seconde le clientele; annullata da una miseria proverbiale (la storia dell’aringa attaccata al soffitto su cui strofinare la polenta è nata qui). Per difendersi da tante sciagure, questa gente è diventata molto particolare. Gli esecrabili fatti di Gorino sono recenti; l’ignoranza leghista regna sovrana; da sempre cacciatori e pescatori di frodo l’intolleranza alle regole e l’illegalità spicciola è massima. Ancora oggi gli allevamenti di vongole sono controllati da uomini armati appostati su garitte in mezzo all’acqua: di notte, nella nebbia, si rubano i mollusci e si spara. Abituati a combattere un ambiente molto ostile il rispetto verso di esso è basso. L’individualismo diffuso ostacola il consorziarsi in larghi progetti. L’aver dovuto vivere nella miseria del giorno per giorno fa sì che la intraprendenza in attività turistiche sia scarsa. Questa terra è nuova e come in tutti i posti di frontiera la cultura locale è gracile, malferma, preda di eccessi facinorosi (razzismi, leghismi).

Poi, in certi luoghi, un improvviso benessere: arrivò, grazie ad un prete di Goro, la vongola giapponese che cresce molto più rapidamente della nostrale. E i poverissimi pescatori divennero ricchi lavorando due o tre ore la mattina a raccoglierle e a portarle al mercato. Ciò permise di rimettere in sesto le case della bonifica, tristi e muffite, ma fece anche molti danni. Erano i tempi dell’eroina e fra i figli dei pescatori i caduti furono molti.

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I paesi del Delta sono recentissimi e denotano una povertà da poco allontanata.

Nel Delta ci sono pochi paesi e piccoli, salvo Ca’ Tiepolo. Tutti moderni, chè prima le case eran di frasche. Insignificanti, ma che la dicono lunga sulla storia di povertà di questo posto. Vecchie e molto belle le cossidette “Corti”: i centri aziendali delle fattorie delle grandi famiglie veneziane.

Tutti questi elementi fanno del Delta un luogo specialissimo, in cui passare alcuni giorni a scoprire ambienti ed abitudni che difficilmente avremmo immaginato a così breve distanza da noi.

Ma dove andare e cosa fare?  Lo dico qua, e per l’inverno, qua.

La ciclovia del Danubio.

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Le barchette per attraversare il Danubio; se sono sull’altra riva si chiamano con un campana.

E’ probabilmente la pista ciclabile più nota al mondo. Detta in tedesco Donau-Radweg. Va dalla Germania al Mar Nero, devono essere un paio di migliaia di chilometri. Il cuore della ciclovia è il tratto da Passau (al confine fra Austria e Germania) a Vienna. Qua vi transitano più di 50.000 persone l’anno.

Il Viaggiatore Critico ha percorso circa 800 chilometri (comprese deviazioni ed errori) fra Ratisbona in Germania e Bratislava in Slovacchia. Tre paesi, due capitali, una decina di giorni, un attacco di diarrea, un piccolo ictus cerebrale dopo uno sforzo colossale. Non male. Lo sforzo colossale dovuto a un sentiero montano percorso con la bicletta sulla spalla per non aver voluto seguire la segnaletica. E di corsa, perche ero in trance agonistica. Poi una bella birra gelata.

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Le lussuose chiatte da crociera fluviale. Bello scendere in bici e risalire in crociera, ma caro caro.

Assolutamente da evitare il tratto tedesco: fa proprio schifo. Segnaletica scarsa, contraddittoria, fuorviante. Mancanza totale di fontanelle o di punti dove trovare acqua, bisogna bussare alle case; percorso zigzagante in campagne piatte e monotone; fondo a volte anche pericoloso. Pervicacia nel far passare la pista il più lontano possibile dai paesi, cosicchè non si trova un ristorante, un bar, un negozio, un albergo. Ciclisti trattati come pellegrini medievali appestati. Ed anche alle case dove si bussa per avere un po’ d’acqua da bere, non son tanto gentili.

Mio nokia1141Da Passau cambia tutto. Bella pista, in paesaggio gradevolissimo fra le montagne ed il fiume. Le graziose locande austriache, le birrerie con le cameriere in costume sotto gli ippocastani, i paesini ovattati dai colori pastello. Tutto come deve essere, nella tradizione zuccherosa di quel paese. Si traversa più volte il Danubio su barchette in legno, molti ciclisti, ma calmi e rilassati. Tutto molto ovvio e da famiglie, si intende. Pochissime salitelle. Sul Danubio gran traffico di chiatte da trasporto e da crociera, lussuose e carissime; bello sedersi sulla riva con la gamba affaticata e vederle passare.

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Quel che resta del confine fra Austria e Slovacchia. Questa, una volta, era la cortina di ferro. Ora un tratto di gessetto sull’asfalto.

I prezzi son comodi, le locande frequenti ed accoglienti. Attenti che queste, stranamente, non forniscono la saponetta; bisogna portarsela da casa.

Poi la cosa diventa un pò monotona con il Danubio ormai in pianura ed una serie di chiuse su cui passare. Ma è interessante vedere come le chiatte risalgono e discendono gli scalini del fiume.

Si arriva a Vienna e la si attraversa tutta. Da stare attenti al fatto che a valle della città la riva del Danubio diventa un enorme campo di nudisti e per osservare tette e culi si finisce per non vedere i cartelli della pista e fare un infinito giro a vuoto.

A Bratislava non ne potevo più e son tornato indietro in treno. Bratislava, bella, ma terribilmente turistica. Solo una tappa, da cui partire il prima possibile.

La parte austriaca è certamente molto pittoresca. Resta il fatto che è molto facile e comoda. Più una passeggiata in famiglia con i bambini che una azione sportiva. Da fare una volta nella vita, comunque.

La ciclovia della Drava

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Indicazioni a volte contaddittorie.

Non vi è piacere maggiore per un viaggiatore che esserlo in bicicletta. La sensazione di libertà è infinita, il contatto con il mondo è totale, il piacere del viaggio è moltiplicato. In alcune occasioni questo piacere è ancora più pieno: ciò avviene quando si pedala su vie riservate alle biciclette, eliminando il fastidio ed il pericolo del traffico. Molte ciclovie corrono parrallele a dei fiumi dei quali discendono la valle. Due sono famose: quella della Drava e quella del Danubio.

La Ciclovia della Drava parte solitamente da Dobbiaco, proprio al confine fra Italia ed Austria; siamo già nel versante geografico austriaco e quindi si parte direttamente in discesa.

In teoria si potrebbe incominciare la via da Bressanone, a circa una sessantina di km da Dobbiaco, sul versante dell’Alto Adige, percorrendo una pista ciclabile che va verso il confine. Ma è sconsigliabile in quanto questa pista è pessima. E’ stata mal ricavata da tortuosi percorsi utilizzati dai contadini per andare nei loro campi; non sono nemmeno strade vicinali con raccordi fra di loro eseguiti in modo raffazzonato. Ci sono molte curve bruschissime, dei passaggi difficili, dei punti pericolosi. Il fondo è a volte di pessima qualità e, di tanto in tanto, delle pettate che stroncano le gambe. Inoltre si attraversa una zona nella quale gli abitanti, pur mantenuti a carissimo prezzo dal resto degli italiani, (a causa dell’iniqua legge delle Regioni a statuto speciale), si ritengono austriaci, fanno finta di non parlare italiano e non vi daranno un’indicazione nemmeno morti. Non meritano certo la nostra visita. Meglio lasciarli perdere e cominciare a Dobbiaco entrando rapidamente in Austria, dove sono generalmente più gentili ed i prezzi son migliori. Ed almeno sono austriaci per davvero.

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Il folclore un pò stantio degli austriaci vi accompagnerà simpaticamente.

Si incomincerà quindi a pedalare ed in 360 km, seguendo la Drava si arriva a Maribor, in Slovenia. Ci possono volere 4 giorni senza strafare. Cinque se vogliamo prendercela comoda, come una vacanza richiede.

Il tragitto, fluido e ben disegnato, è tutto su piste ciclabili o su strade vicinali con modestissimo traffico. Molto spesso si viaggia sugli argini del fiume. Il fondo è asfaltato o con fondo naturale, ma di ottima qualità. Un viaggio così non è certo da farsi su una bicicletta da corsa, ma una da trek va benissimo, non è affatto necessaria la MTB.

Il percorso di chiama “Drauradweg” dove Drau è la Drava, rad la bicicletta e weg il percorso. La segnaletica abbonda, anche se i cartelli sono un pò piccoli e può succedere di non vederli se non si sta molto attenti. Sarà quindi necessario tornare indietro fino a ritrovare il percorso. A volte sono anche un pò confusi, bisogna farci l’abitudine. I cartelli sono un pò meno frequenti in Slovenia. Ma qui il traffico è modesto anche sulle strade normali e quindi si può anche far a meno della pista ciclabile, almeno per le prime decine di chilometri dopo la frontiera.

Il percosro è molto suggestivo durante la prima cinquantina di km, quando passa fra le montagne, poi diventa un pò monotono. Poche sono le salite, giusto alcune che servono ad evitare dei punti dove il fiume passa incassato fra le due pareti rocciose delle sponde.

La prima parte, quella più spettacolare è anche la più affollata. E’ infatti possibile affittare la bicicletta a Dobbiaco, scendere fino a  Lienz, consegnare la bicicletta e tornare indietro in treno. Purtroppo su questa parte della ciclovia si trovano anche molti pedoni che la percorrono per fare le loro passeggiate, magari con l’orrendo cagnolino al guinzaglio. Può essere quindi molto pericoloso.

Di Emes http://www.gnu.org/ Wikimedia Commons

Grande abbondanza sia di ciclisti che di bar, ristoranti, alberghetti a loro dedicati. Non vi è timore di non trovare dove mangiare, dormire o farsi delle belle birre. Un pò prima di Lienz c’e’ addirittura una piscina dove molti cicloturisti si fermano. Le fontanelle non sono rare lungo il percorso e non è necessario comprare l’acqua nei negozi o nei bar. Tutto ciò è un pò meno vero in Slovenia, dove i ciclisti sono meno e la loro vita un poco più dura, ma non di molto. Prezzi, ovunque, da ciclisti, che, come si sa, son parchi nello spendere.

Si attraversano gradevoli cittadine dove fermarsi oppure no. Tutto nel tipico stile austriaco, un pò stucchevole e demodè; se piace o no, ognuno ha la sua opinione. Bisogna fare attenzione a Lienz che è città importante e turistica; spesso sede di festival estivi. Può essere difficile o caro trovarvi un albergo duranto il massimo della stagione. Può convenire visitarla ed oltrepassarla andando a dormire in uno dei paesi successivi.  Altro luogo “caldo” in termini turistici è Klagenfurt e la sua zona, dove è anche abbastanza facile perdere la pista. Direi di passarci in volata, cercando luoghi più bucolici, come piace fare a noi cicloturisti.

Comunque è una bellissima esperienza, consigliabilissima, nessuna difficoltà.

Il Balaton

IMG_20150607_200347Vi consiglio il Balaton, in Ungheria, solo se siete appassionati di storia del turismo ed anche un po’ masochisti. Non è un gran bel posto e non è nemmeno molto allegro. Sta fra il malinconico, il tetro, il popolarissimo, il demodè e la menopausa. Insomma, il Balaton è un gran lago che si vorrebbe il mare di un paese che il mare non ha. Ma non ce la fa. Tanto che gli ungheresi s appena possono farlo vanno in Croazia o in Grecia.
Eppure il Balaton fu un centro turistico importantissimo negli ultimi decenni del’Impero Austro-Ungarico, prima della I guerra mondiale. Vi affluivano da Vienna e da Budapest piccola nobiltà e buona borghesia. Quelli che non si potevano permettere di andare sull’unico mare dell’Impero: Trieste e l’Istria. Vi andava il ceto moderno che si apriva ai costumi liberali, goderecci: uomini e donne insieme. Gli stessi che andavano anche sui Tatra, a camminare e frescheggiare. Freud, ad esempio, preferiva il lago di Lavarone, giusto per dare un’idea dell’orizzonte turistico di quella società. Erano gli anni in cui Vienna si credeva il centro del mondo.

Il lago ha, quasi ovunque, rive bassissime ed un po’ fangose. Per evitare le camminate nell’acqua bassa (con i piedi nel fango) si erano costruite delle lunghe passerelle in legno che portavano a delle piattaforme su palafitte, in mezzo all’acqua, abbastanza lontane da riva. Delle scale portavano in acqua là un pò più profonda, in modo che vi si potesse stare almeno un po’ immersi, pur toccando. E ci sono foto di queste piattaforme piene di robusti giovanotti con i baffi a manubrio ed i loro costumoni a salopette in compagnia di eleganti donnine con le cuffiette di trina, l’ombrellino ed una veste-costume che lasciava vedere un po’ di gambe, braccia e scolli. Le forme non erano affatto nascoste. Le piattaforme erano affollate come un autobus ed immaginiamo il turbinio di ormoni che si sollevava da questa folla di seminudi accaldati che tentavano di sfuggire da una società repressiva. Balli la sera e passeggiate lungo i viali di platani. Piaceri borghesi di un tempo passato. La nostalgica malinconia evovacativa del Balaton.

Ed ancora oggi è un po’ così. Le rive sono molto spesso occupate da stabilimenti balneari più o meno grandi e più o meno eleganti, comunque dignitosi. Non vi è spiaggia, ma prati che danno sulla riva fangosetta e l’acqua molto bassa per lunghi tratti. Si sta volentieri sul prato, al bar, al ristorante, in piscina. Ideale per i bambini e le famiglie, gradevole per i pensionati, una boccata d’aria nuova per il ceto lavoratore. Ristoranti in quantità. Una certa vita notturna anche per i giovani stranieri a Siofok, anche se sembrano prevalere i ragazzotti anglosassoni alcolizzati e caciaroni attirati dalla birra a vil prezzo, come in troppi altri luoghi.

La cittadina di Balatonfured è più elegante e cara, con porticciolo ricco di barche. A Kesztheli, al margine occidentale del lago, delle belle architetture neoclassiche.

IMG_20150607_195812Una buona idea può essere quella di fare il giro del lago in bicicletta. Ovunque alberghi, pensioni, B&B dove fermarsi e similspiagge dove distendersi. Ci sono molte piste ciclabili o strade di scarso traffico. C’e’ anche il treno (che prende le biciclette) su ambi i lati, quando siete stanchi od annoiati. I prezzi sul Balaton sono un po’ più cari che nel resto del paese.

Da non dimenticare che le colline intorno al Balaton danno degli eccellenti vini (detto da un italiano). Aggirarvisi in macchina e fermarsi alla fattorie o in certi non infrequenti agriturismi può darvi delle belle sensazioni, anche gastronomiche. Nei dintorni delle terme anche interessanti come quelle del lago di Heviz. Ma anche delle località con delle terme più piccole e popolari, piacevolissime (qui la lista delle mille terme ungheresi).

E’ consigliabile una visita al Balaton? Direi di no, se non per una rapida visita per togliersi la curiosità di vedere un lago così grande in mezzo all’Europa o per vedere da vicino cosa fanno quelli che vanno al lago invece che al mare. Chiamamolo voyeurismo turistico. Ma se avete pochi giorni, saltatelo pure a piè pari.

La bella Ungheria

035E’ veramente un peccato che l’Ungheria abbia preso una via politica brutta e che negli ultimi anni abbia avuto delle posizioni veramente sgradevoli sugli affari europei e sul problema de migranti. Proprio loro che sono dei migranti venuti chissà da dove ed approdati in quei luoghi solo da una decina di secoli. Prima di quel momento era gente che si trascinava in tutto l’est europeo, come quegli sfollati che ora rifiutano con il filo spinato. Peccato proprio, perché sarebbe un bellissimo paese, da frequentare volentieri.

In realtà non c’e’ niente di clamoroso da vedere o da fare in Ungheria; ma vi è un insieme di piacevolezze che rendono la visita, ed anche un soggiorno un pò più lungo, una cara esperienza.

I prezzi son comodi, le strade facili, le persone gentili e riservate, il cibo buono ed abbondantissimo, gli alberghi frequenti, le distanze modeste. Tutti vantaggi con pochissimi contro. Uno di questi è la loro lingua osticissima, compensata, però, da una certa diffusione dell’inglese, una buona presenza del tedesco e, fra i più anziani, la padronanza del russo, nel caso che ciò vi aiutasse.

Certo, non sarà un viaggio avventuroso, difficile, da raccontare ai nipotini; troverete, invece: pace, rilassatezza, tranquillità, buon vivere. A volte fa piacere non doversi sbattere ad ogni passo.

Il Parlamento a Budapest. Foto di KittyKati727 (Indafotó) via WikiCommons

Vi è inoltre un aspetto che interesserà i più giovani. Le donne ungheresi sono strepitosamente belle. E sembrano anche assai simpatiche. Il vostro Viaggatore Critico ci è andato alcune volte in Ungheria, anche molto recentemente, ma sempre in coppia e non saprebbe dirvi… Finiscono in Ungheria un sacco di uomini assolutamente irretiti da quelle donne. Bisognerebbe fare una inchiesta su come vanno a finire questi innamoramenti transfrontalieri.

Vi consiglio invece una cosa: sono andato in auto con le bici sopra ed ho girato con queste Budapest, risparmiando un sacco di tempo e divertendosi in totale sicurezza. I ciclisti, infatti, sono numerosi, rispettati e dotati di molte piste. La cosa che mi resta da fare è prendere la bici e cominciare a girare, senza meta (e soprattutto senza fretta) per le campagne magiare, fuori dalle grandi strade. Non ci sono montagne, ma spesso dei leggeri valloni che rendono meno monotona la pianura. Si attraversano paesi dalle caratteristiche case ad un piano, robuste, staccate le une dalle altre, con la staccionata in legno tutto intorno ed un piccolo giardino con gli alberi da frutto. Vecchie chiese massicce, non belle ma dotate di grandi alberi intorno. Ci si ferma alle terme, si mangia nelle trattorie, non si chiacchera con la gente viste le distanze linguistiche; si fa sera e si dorme in qulche cittadina più importante dove la sera, d’estate si passeggia sul corso, come in qualsiasi provincia europea. Viaggio fatto di niente, ma pieno di pace. (Qui la lista delle tantissime terme ungheresi)

064Il Balaton, l’enogastronomia, Budapest, le terme importanti e quelle piccole, il Danubio con le sue crociere, i paesaggi rurali, il ritmo della vita sono i punti centrali di un viaggio in Ungheria.

Un grande si all’Ungheria, speriamo guariscano presto dalla loro attuale malattia politica.