Lo straordinario volo 236 di Air Transat

L’eroe di questa avventura, Robert Piché. Foto da https://www.aerobuzz.fr

Questa è una fantastica storia del volo di un aereo passeggeri in cui cialtroneria e genialità si mescolano indissolubilmente. La storia ebbe luogo il 24 agosto 2001 e durò esattamente 102 minuti. Si tratta del volo 236 di Air Transat da Toronto a Lisbona, con 306 persone a bordo. Air Transat è la “compagnia di bandiera” del Quebec ed è un vanto per quel popolo in perenne polemica con gli altri canadesi anglofoni. Dopo questa vicenda il pilota è diventato un eroe nazionale e la compagnia è ancora più saldamente ancorata nei cuori dei Quebecois.
Ecco la storia.
Alcuni giorni prima, un motore di quell’aereo era stato sostituito d’urgenza per un guasto, con un motore nuovo. Purtroppo i due modelli di motore non erano esattamente uguali ed i meccanici trovarono difficoltà a montare il secondo al posto del primo. La difficoltà concerneva un tubo del carburante che non trovava un alloggiamento consono, come sul motore precedente ed andava a sfregare contro il tubo del lubrificante. Fecero presente la cosa ai responsabili che, però, ritennero di non poter mantenere l’aereo immobilizzato a terra in attesa dei pezzi di ricambio che avrebbero risolto il problema. Il motore venne quindi montato e l’aereo continuò il suo programma di voli.
Nei giorni seguenti, il tubo del carburante sfregò continuamente contro l’altro tubo, a causa delle vibrazioni del motore. Fino a che, quella famosa notte, in mezzo all’Atlantico, non si fessurò. Una fessura che si ingrandì rapidamente, minuto dopo minuto.
La prima avvisaglia del problema ci fu poco dopo le 5, quando, nella cabina di pilotaggio, scattò un allarme indicando un insolito abbassamento della temperatura dell’olio di un motore. Il carburante che fuoriusciva dal tubo rotto andava sull’impianto di circolazione del lubrificante, raffreddando l’olio. I piloti se ne accorsero, guardarono il manuale di istruzioni dell’aereo e non trovarono niente di di pertinente. Chiamarono allora il loro centro di assistenza che non seppe dare nessuna spiegazione ragionevole. Dedussero quindi che si trattasse di un guasto ai sistemi elettronici di controllo e si disinteressarono del problema.
Poco dopo un nuovo allarme. I serbatoi dell’ala dello stesso motore erano semivuoti. Quel motore sembrava consumare molto più del dovuto. Il fatto era di una gravità importante ma i piloti non si soffermarono a lungo sulla faccenda ed aprirono, semplicemente, la valvola che mette in relazione i serbatoi delle due ali. In questo modo riequilibrarono il contenuto dei due serbatoi.
Nel frattempo la fessura del tubo era diventata una tana ed il carburante usciva a fiotti.
Alle 5h45 il computer di bordo avvisò che non c’era abbastanza carburante per arrivare a Lisbona. I piloti, pur continuando a pensare che si trattasse di un ulteriore guasto del computer, cominciarono a pensare che ci potesse essere una fuga di carburante. Mandarono quindi una hostess a dare un’occhiata fuori, dai finestrini. L’hostess non vide niente, del resto era notte. Decisero comunque di cambiare la rotta e di andare verso l’aeroporto di Lajes, sull’isola di Terceira, alle Azzorre. Un aeroporto militare costruito dagli americani durante la guerra e mantenuto come importante base aerea del dispositivo della Nato. Lajes è dotato di una pista lunga ben 3 km. Dopo una ulteriore decina di minuti decidono di chiudere la valvola di interconnessione dei due serbatoi e di lasciare ogni motore con il carburante che aveva in proprio; salvo poi riaprirla poco dopo, in seguito ad una discussione con il centro di assistenza. Era ormai evidente che si trattasse una perdita, ma vi era incertezza su quale dei due motori fosse implicato.
Alle 6h13, a 150 miglia da Lajes il primo motore si fermò per mancanza di carburante. Erano passati 70 minuti dal primo allarme della temperatura dell’olio. L’aeroporto di Lajes fu informato, l’SOS lanciato, la compagnia, a Montreal in emergenza generale. 13 minuti dopo, a 65 miglia da Lajes si spense anche il secondo (e ultimo) motore. Tutti i sistemi elettrici a bordo si spensero, ad esclusione di alcuni, vitali, che possono funzionare con le batterie di emergenza.
In casi come questi i regolamenti impongono agli aerei in difficoltà di lasciare la quota di crociera e di abbassarsi rapidamente ad una quota molto inferiore. Ma il comandante non lo fece.
Il comandante è Robert Piché, 50enne, con un passato difficile. Pilota, poi licenziato, alcolizzato, barman e taxista, si ritrovò a pilotare per i narcotrafficanti colombiani e passò un anno e mezzo in carcere per aver portato con il suo aereo un gran carico di marijuana negli Stati Uniti. Liberato, rialcolizzato, si rimette in sesto e venne assunto da Air Transat che, evidentemente, aveva delle procedure di reclutamento assai allegre (vi dico io; questa è una storia di cialtroneria, soprattutto). Ad ogni modo un pilota che conosce la vita ed i suoi rischi.
Sono le 6h26 e Piché si ritrova con il suo aereo in mano, a motori spenti. Due possibilità; una è l’ammaraggio in pieno Atlantico, l’altra è planare per 65 miglia fino a Lajes.
Sceglie la seconda e per questo motivo non scende di quota, come vorrebbero mi regolamenti in caso di emergenza. Ha bisogno di avere tutti i suoi metri di altitudine per gestirli nel volo planato. L’aereo sfiora le 200 tonnellate di peso.
La planata dura 18 minuti. Piché non può sbagliare, non ha i motori per correggere la rotta. L’aeroporto di Lajes è vicino al mare. Se arriva molto corto finisce nell’Oceano; se arriva un po’ corto si schianta sulla scarpata dell’isola. Se arriva troppo lungo supera l’aeroporto e si schianta sulle colline dell’isola. Dalla sua ha solo la notevole lunghezza della pista.
Si rende conto che è troppo alto e quindi fa un giro completo di 360° per perdere quota; è ancora troppo alto e quindi aumenta l’inclinazione dell’aereo verso terra. Ma così facendo aumenta la velocità. Continua la discesa su un percorso ad S per continuare a perdere altezza senza troppo aumentare di velocità.
La pista la imbocca giusta; prende terra a 300 metri dal suo inizio. Ma ci arriva troppo veloce e troppo inclinato. L’aereo rimbalza per altri 500 metri e riatterra. A quel punto Piché riesce a frenare e a fermare l’aereo quando aveva ancora 700 metri di pista a sua disposizione. Piega il carrello e 4 gomme scoppiano: i danni sono minori; un principio di incendio al carrello viene rapidamente messo a tacere.
Il comandante ed il suo secondo ricevono il premio per i migliori piloti dell’anno. La planata viene considerata la maggiore impresa dell’aviazione commerciale di tutti i tempi. L’incredibile serie di errori precedenti vengono dimenticati, ma i regolamenti per questo tipo di incidenti sono modificati profondamente. Piché diventa un eroe nazionale ed andrà in pensione qualche anno dopo. Ed il Quebec, per una volta, ha qualcosa da festeggiare.

A caccia e pesca nel grande Nord

Caribù. (Foto di Jon Nickles, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=49865)

Si trovano, a volte, dei tipi di turismo che non avremmo mai immaginato. Questo è uno di quelli, nel nostro amato Quebec.

In altri post abbiamo parlato della nascita di questa colonia francese, ora regione canadese francofona e dei suoi famosi cacciatori di pelli che vagavano in quelle umide e fredde foreste boreali. Erano avventurieri europei finiti in quel mondo selvaggio e senza leggi; erano indiani che si erano avvicinati ai bianchi e ne accompagnavano le gesta; erano meticci che conoscevano come cacciare da indiani e come vendere le pelli da europei. Noi abbiamo visto mille film su questo tema, ma per i canadesi quell’epopea è ancora molto presente. Il tema della caccia, della vita selvaggia nelle sterminate e disabitate foreste del nord è ancora fondamentale nella cultura canadese. È uno dei loro miti fondatori, non avendone molti altri.

Del resto questa parte del paese è enorme, disabitata, inospitale, inaccessibile, se si eccettuano le grandi installazioni minerarie o idroelettriche, spesso raggiungibili solo in aereo. E’ un quadro che a noi europei risulta quasi incredibile e del tutto estraneo. E’ difficile per noi pensare a sterminate aree, grandi più volte l’Italia intera, quasi completamente vuote di persone, case, strade, attività. Un’infinita natura; per noi è una vertigine; per il pianeta un enorme polmone.

In questo quadro si sono stabilite delle pourvoiries. Ovverosia dei luoghi dove ci si rifornisce di ciò di cui si ha bisogno, secondo il senso stretto del termine francese; ovverosia delle basi dalle quali si parte per andare a caccia o a pesca, secondo l’attuale senso turistico del termine. Non sono alberghi, non sono agriturismi, non sono campeggi. Sono la versione moderna delle basi che i vecchi trappeurs usavano nelle loro stagioni di caccia agli animali da pelliccia. Non esiste niente di simile in Italia; al limite può ricordare (molto da lontano) l’edificio centrale di una riserva di caccia.

Solo nel Quebec ce ne sono 600 di pourvoiries, tanto è diffuso questo tipo di turismo. La loro associazione ha un bellissimo portale, zeppo di informazioni. Ma lasciamo stare quelle alle quali ci si può arrivare, banalmente, in auto. Andiamo a vedere quelle del nord, raggiungibili spesso solo in aereo, proprio, noleggiato o fornito dalla stessa pourvoirie.

Ma cosa ci si va a fare in una pourvoirie? A ritrovare un contatto intimo con la natura, a gioire della sua immensità, a perdersi negli sconfinati spazi, a vivere avventure selvagge? Anche, ma temo che questo sia l’aspetto meno importante di questo tipo di turismo. In realtà ci si va per uccidere. Mammiferi come l’orso, il caribù, i cervi, i bisonti. Uccelli di tutti i tipi. Pesci, spesso enormi. Non sono vacanze da famiglia, di coppia. Si formano gruppi di rudi persone (di entrambi i sessi, sia chiaro; ricordiamoci di Sarah Palin) che vanno a passare un certo numero di giorni in quei luoghi e lì ammazzano tutto quello che è consentito loro. Frequenti i gruppi di colleghi. Le bevande alcoliche non sono comprese nel prezzo, vanno portate da Montreal a cura dei partecipanti; ma possono essere acquistate senza tasse all’aereoporto: non oso pensare…..

La sistemazione è spesso spartana, in case prefabbricate di legno o anche di lamiera ondulata, in camerate, senza spazi di intimità, come viene spesso precisato. Ma può essere anche in tenda, su delle barche, nelle roulottes, in rifugi; al limite, anche, in albergo. Se volete vi danno da mangiare, spesso il frutto stesso della vostra caccia o pesca.

La pourvoirie fornisce anche molti altri servizi, come ben si conviene ad un buon campo base: noleggio di barche, vendita di carburante, noleggio di tutto il materiale necessario. Un mattatoio è a vostra disposizione per preparare la carne da portar via in borse termiche. Del personale specializzato può essere richiesto come guide, macellai, marinai, cercatori delle piste degli animali. Certuni vi offrono la caccia con l’arco o con la balestra; altri la caccia con le trappole o con la carabina ad un solo colpo, per simulare le antiche condizione di caccia. Insomma, tutto quel che ci vuole per farvi sfogare senza limiti.

Ecco alcuni esempi delle pourvoiries perse nell’estremo nord. In questa della Riviere Delay ci si arriva da Montreal con un aereo fino alla loro base del lago Canapiscau. Da lì un idrovolante porta i turisti alla pourvoirie. 1.200 km da Montreal. Si è ospitati in chalet di tre stanze e i pasti vengono preparati dal personale. L’elettricità proviene da un generatore, fino alla 10 la sera. Nella sala comune c’e’ anche un collegamento satellitare Internet. I turisti possono pescare salmoni, trote ed altri pesci tipici del luogo. E si possono cacciare i caribù. Normalmente vi si sta 4 giorni, il costo è di circa 1.000 euro al giorno, assolutamente tutto compreso.

Invece la pourvoirie Mirage è raggiungibile per strada, a 1.600 km da Montreal. L’istallazione è più confortevole della precedente, vi è anche la sauna. Vi si caccia il caribù, l’alce, l’orso nero. Si possono noleggiare aerei, idrovolanti, elicotteri, barche, motoslitte (basta che siano mezzi meccanici e rumorosi). Hanno anche degli chalets in luoghi ancor più isolati e selvaggi, a qualche centinaio di km dalla base; raggiungibili con l’idrovolante. Prezzi ragionevoli: 2.000 euro per una settimana.

Luoghi meravigliosi. Foto tratta dal sito web della pourvoirie del fiume Payne.

Ed infine il campo più lontano, a 1.800 km da Montreal, sul fiume Payne; ormai in territorio Inuit, eschimese. Vi si arriva con un volo di linea fino a Kuujjuaq, hub per gli insediamenti Inuit; poi si continua con un aereo privato per i diversi campi base. Si dorme in baracche, si pescano pesci dalle dimensioni eccezionali; si cacciano vari uccelli e l’orso nero. Sembra che parte del personale sia Inuit. I costi vanno sempre sul migliaio di euro al giorno, più i permessi di caccia e pesca. Ma se l’aereo non può partire per il maltempo non vi prendono niente, per il giorno in più.

Se Dio vuole, dal febbraio 2018 il Governo ha proibito la caccia al caribù, a tempo indeterminato. Non so come stia quella all’orso o all’alce. Mi chiedo comunque chi controlli, su quelle distanze, ciò che una banda di abbrutiti armati riesca a fare.

Insomma un turismo terribilmente invasivo, rumoroso, dannoso e caro in un ambiente assolutamente naturale. Potrebbe essere un paradiso ecologico, ma con la loro mentalità della frontiera da conquistare e della natura da sottomettere, quegli abbrutiti riescono a distruggere tutto quel che trovano. Va già bene che non diano la caccia agli eschimesi.

Si tratta di un turismo deleterio, dove ci si sente potenti ad uccidere dei poveri animali o dei poveri pesci. Si arriva, si fa molto rumore, si consumano fiumi di benzina, si uccide, ci si imbratta di sangue, si beve come fogne, si spendono molti soldi. Poi si torna in città. Disgustoso.

A nord del Nord

Poi, in Quebec, verso il nord, finiscono le strade. Radisson è l’unico villaggio (meno di 300 abitanti) non-indigeno al di sopra del 53° parallelo (eppure siamo alla stessa latitudine di Edimburgo, stranezze del clima mondiale!). Ad ovest ci sono le riserve del popolo Cri. A nord comincia la regione del Kativik, grande come una volta e mezzo l’Italia ed abitata da 13.000 persone, quasi tutti Inuit, divisi in 14 villaggi.  Tutta quella immensa distesa di territorio è fatta da tundra, roccia, laghi; assolutamente disabitato. Infatti gli alberi, sia pure i magri abeti del nord, non vi crescono per il troppo freddo. Il limite degli alberi coincide con il confine meridionale della regione del Kativik. I 14 villaggi Inuit sono tutti sul mare, ancora più a nord, dove il Quebec finisce. Oppure sulle non maggiormente ospitali rive della Baia di Hudson. Tutto l’interno del Quebec, a nord di Radisson è quindi perfettamente disabitato (ad esclusione delle effimere miniere); gli indiani e gli Inuit abitano sul mare, dove vi sono importanti risorse di pesca. Oltre i loro villaggi non c’e’ più niente, fino a che il mondo finisce, al Polo Nord. In alcuni dei villaggi Inuit è possibile fare soggiorni di caccia o pesca.

Non ci sono stato ma avrei un grande desiderio di farlo e il loro sito web turistico mi incoraggia. Ho un amico Inuit su FB che posta foto incredibili alcune delle quali riproduco in questo post. Seguo su FB l’agenzia di stampa CBC Nunavut .

Niore Iqalukjuak- Tutte le meravigliose foto sono sue.

Ma poi vedo i costi dei voli per andare nei villaggi del nord da Montreal o Qubec City con la compagnia Inuit Air o First Air e mi scoraggio.

Poi c’e’ l’altro Quebec

Laghi ed alberi, alberi e laghi. (Di Fralambert da Wikicommons)

Si arriva nel Quebec, poi si visitano Montrel e Quebec City. A quel punto bisogna andare a Nord. Impossibile non andarci. Il Nord chiama, il richiamo della foresta e Zanna Bianca. Erano i luoghi dove i cacciatori bianchi andavano a cercare le pelli, nella nebbia perenne ed in compagnia dei meticci indiani. E son posti molto, molto strani per noi. Anche la gente è stranina. E’ un altro mondo nel quale ci si sente stranieri per davvero. Altre regole, altri comportamenti, altre attese. I Quebecois restano gentili, ma vanno presi con calma. Anche loro non si devono essere sentiti molto a loro agio in quei posti, almeno all’inizio; ed ancor gli duole, sembrerebbe. Solo gli Indiani, i Primi Abitanti, se la ridono allegramente.

Se si guarda sulla carta Montreal e Quebec City sono all’estremo sud del Quebec, poi c’e’ tutto il resto. Paese sterminato e vuoto di gente e di senso, verrebbe da dire. Non son posti dove si andava e si va a vivere, solo gli indiani ci sanno stare. I bianchi ci sono andati e ci vanno perche’ c’e’ qualcosa da portar via: le pelli prima, poi il merluzzo sull’infinito estuario del fiume San Lorenzo; poi il legname, l’oro, il rame, i diamanti ed infine l’acqua da cui trarre energia elettrica da vendere a New York grazie a serminate dighe che sconvolgono tutto.

Nei posti abbastanza a sud, come intorno al Lago di Saint Jean vi è ancora agricoltura ed una popolazione ombrosa, difficile, ritirata e caratterizzata dal più ostico dei dialetti quebecois. Poi vi sono solo alberi, sempre più rachitici via via che si va a nord. Hanno rappresentato una grande ricchezza per il Canada, ma ormai è affievolita: molti territori sono diventati parchi e riserve indiane; altri sono irraggiungibili anche dai formidabili mezzi dei forestali; in molti altri lembi di foreste, la ricrescita degli alberi è così lenta, a causa del clima, che ci si può tornare ad abbattere  solo dopo molte decine di anni. Ancora più al nord gli alberi sono così magri e stenti che non vale la pena di portarli alla segheria. Sembrava una risorsa infinita ed invece mostra la corda.

La strada principale di Cibougamau (By Clifden da Wikicommons)

I paesi dei bianchi sono lontanissimi gli uni dagli altri e sono più campi basi che vere e proprie comunità. Vi ho conosciuto persone e mestieri variegati ed inusuali: una signora, che mi ha fatto battere il cuore, alternava il lavoro di saldatrice nelle profonde miniere di metalli a quello di medico ayurvedico (ho lasciato perdere; con un saldatore, no). Nel tempo libero si aggirava in bicicletta intorno ai numerosissimi laghi ovunque presenti. Un altro era ruspista in un cantiere per la costruzione di una diga: passava 10 giorni sul cantiere con turni di 12 ore d’estate e d’inverno. In assoluta solitudine, chiuso nella sua ruspa, spostava montagne di terra ascoltando musica classica. Scorgeva lupi ed orsi, che lo osservavano sbigottiti. Dormiva nel campo e finiti i 10 giorni veniva al villaggio, distante 100 km a peccare di carne, come diceva con tenera ingenuità. Un altro ancora, faceva il pilota di idrovolanti in partenza da un lago vicino al paese e portava i turisti verso remotissimi lodge di caccia e pesca. Un week end vi costa migliaia di dollari, ma assicura stermini di animali, talmente sono abbondanti. Queste comunità si trovano in perenne alternanza demografica; aumentano e diminuiscono a seconda del crearsi o scopmaprire delle fonti di lavoro: miniere, lavori pubblici, sfruttamento di risorse naturali. In quel momento andava forte la raccolta di mirtilli selvatici e si pubblicavano annunci di lavoro in tal senso. Era richiesta una ottima capacità di orientamento e esperienza nell’affrontare gli animali selvatici.  Eppure queste comunità perse fra fiuli e foreste ci credono: organizzano durante la breve e zanzarosissima estate delle feste, toccanti nella loro semplicità. Ci si sente veramente nel lontano ovest fra i moderni cow boys, anche se siamo a nord ed a est. Il più colto dei festival (non ci vuole molto) è a Natashquan dove organizzano nel nulla di quel villaggio un famoso festival del racconto. Naturalmente sempre molto presenti i temi della francofonia, segno identitario fortissimo, anche se un pò incongruo e frustro.

Di peupleloup da Wikicommons

Mi spostavo con i bus ed arrivai fino a Mingan sul San Lorenzo e a Chibougamau, verso la Baia di Hudson. Oltre i bus non vanno ed avrei dovuto affittare un 4×4. Non me la sentii di affrontare strade sterrate, anche se in buono stato, in cui gli unici segni di vita sono stazioni di benzina ogni 200 o 300 km. Chibougamau è una strada con delle specie di edifici intorno, più zona industriale che residenziale, negozi di ferramenta evoluta e bordelli.

Il villaggio di Natashquan. Fondato dagli antichi pescatori immigrati dalle Isole de la Madelaine è ormai ridotto a meno di 300 persone, mentre la vicina ed omonima riserva indiana ne conta più di mille. (Foto di Andrè Bussiere).

Ma anche questo non è che l’inizio, siamo ancora molto a sud. Oltre c’e’ il nord del Nord. Oltre quello c’e’ ancora tutto un mondo, dove i bianchi spariscono e restano solo gli Indiani ed i cantieri minerari persi nella natura. Alcune miniere sono così lontane da tutto, ma così redditizie (diamanti)  che vi si arriva solo per aereo.

Un mondo di infinito interesse e di infinite distanze, una frontiera per il turismo.

Il famigerato piatto quebecois: la poutine.

Immagine per stomaci forti: la poutine. (Di Jonathunder da wikicommons)

La pervicace umiliazione del gusto;  la rinuncia nighittosa  ad ogni sforzo culinario; la voluptas dell’annullamento del piacere del cibo; lo sprofondare negli abissi dell’abiezione gustativa. Il piacere dell’orrore ed inorgoglirsene.

Parlo del piatto nazionale quebecois: la famigerata POUTINE.
La ricetta ha dell’incredibile, non ci vorrete credere ed andrete a controllare su Internet. Si friggono delle patate tagliate a bastoncino. Si impiattano e vi si versa sopra abbondante formaggio fresco tipo cheddar a dadini (solido, con i buchini, non cremoso, meglio se scricchiola sotto i denti, assolutamente insapore, comprato già pronto in una busta). Il formaggio con il calore delle patate fonde leggermente. Si irrora con abbondante salsa bruna (tipo barbecue, anche se meno dolce) di origine rigorosamente industriale e comprata al supermercato. Si serve.
Solo allo scrivere questa ricetta allibisco di tanta poverta’ gustativa. La salsa rammolisce le patate fritte, il formaggio sparisce con la salsa, molto salata. Patate fritte e formaggio?

Eppure piace immensamente ai quebecois, la si trova a tutti gli angoli, si va apposta a mangiarla in locali famosi. Si trova anche ai Tropici dove i Canadesi vanno in vacanza. Se ne fanno altre versioni, tipo l’italiana, con la pomarola al posto della salsa bruna. Wikipedia si sofferma sulla storia del piatto e dei suoi ingredienti.

Ed alla fine, il panorama gastronomico del Quebec è così fallimentare e disperante che il turista si rifugia in questo piatto come nel minore dei mali (il resto è peggio) e finisce per farselo piacere. VIVA la POUTINE.

Montreal e Quebec City

Montreal: finalmente l’estate!! (da wikicommons CC BY-SA 3.0)

Non c’e’ molto da vedere in Quebec, ma e’ appassionante osservare come vivono i Quebecois. E soprattutto pascersi della loro semplice gentilezza, un pò ingenua, alla buona, sorridente e casareccia.

I minuscoli nuclei storici di Montreal e di Quebec City,  pur interessanti, sono diventati dei parchi tematici per della gente tragicamente priva di storia e che si afferrano ad ogni minima pietra più vecchia del loro nonno. Al di fuori dei piccoli centri storici : grattacieli, palazzoni, stradone.
 A Montreal sono stato affascinato dalla rete sotterranea che percorre molti isolati del modernissimo centro della città.  I grattacieli sono collegati da una serie di ampi passaggi pedonali  sotterranei grazie ai quali si puo’ passare da un grattacielo all’altro. In questo modo si accede ai centri commerciali che occupano i piani bassi e interrati dei vari palazzi oppure scendere nelle diverse stazioni della metropolitana. E’ una eccellente idea per spostarsi in città senza dover affrontare il terribile freddo invernale o l’asfissiante estate quando l’umidita’ trasforma la citta’ in un acquario tropicale. In uno dei centri commerciali avevo trovato una piccola pista di pattinaggio su ghiaccio. Ci andavo spesso a bere una birra e guardavo la superficia bianca e ghiacciata, cercando di dimenticare il forno che mi aspettava all’uscita.
I Quebecois hanno una sfrenata passione per il circo. Non a caso Le Cirque du Soleil e’ nato ed ha sede stabile qui. Gli spettacoli circensi sono  quindi frequentissimi, variopinti ed innovativi, anche se spesso un po’ cenciosi. Organizzano anche volentieri delle sfilate in maschera per le divese ricorrenze: anche lì i costmi sono un pò sfilaccicati, tralti, sudicini e polverosi. L’impressione generale è da poverissima troupe di avanspettacolo, sul bordo della fame. Un pò malinconico, il tutto, sarebbe piaciuto a Fellini.
Sono anche molto civili: se vai al cinema ed il film non ti piace ti rendono il biglietto se esci entro la prima mezz’ora.
Montreal, città modernissima. Qui nella tipica nebbiolina dell’afa soffocante dell’estate. Da Wikicommons

Gli abitanti di Montreal non sono molto eleganti: l’immagine principale che conservo di loro è la seguente: giovane, maschio o femmina, con immancabile caschetto da baseball che conferisce immediatamente un’aria poco intelligente. Carnagione di un bianco malaticcio contro il quale il sole non puo’ niente. Maglietta di colore slavatuccio, un po’ sbrindellata e non esente da patacca. Pantaloni sopra il ginocchio, sformati. Sandalo stanco su piede nudo con unghia orlata da un po’ di nero. Aspetto generale un po’ flaccido, panzetta da cattiva alimentazione. In mano, perennemente, bicchiere da passeggio con coperchio e cannuccia.

In effetti in Quebec si mangia terribilmente male. Durante il mio lungo viaggio fui presto ridotto alla disperazione. Anelavo un McDonald, perchè il resto era peggio. Tutte catene di fast food di quelle trucide, grondanti salse e grasso alla griglia. Pochi ristoranti, ma spesso cari arrabbiati.
Alternativa gradevolissima: la visita dei quartieri etnici, nelle periferie: il quartiere italiano, quello portoghese, l’africano, ecc. Con ristoranti annessi, finalmente decenti. Naturalmente la comunita’ italiana e’profondamente venata da aspetti mafiosi ed e’ molto mal vista.
I passaggi sotterranei che collegano i grattacieli del centro di Montreal. (Di Jeangagnon – Opera propria, Wikicommons)

La poutine, piatto nazionale quebecois, merita sia un articolo a parte che un posto di riguardo fra i crimini contro l’umanita. I supermercati vanno visti: per poi mettersi a piangere. Vi si trovano quasi solo cibi già preparati in confezioni dai colori vivissimi. Sembra che piu’ nessuno sia ormai in grado di cucinare, nemmeno la più banale delle cose. Cibi indistinguibili nei loro componenti affogati in salse grevi di grassi; sapori chimici che provocano certo dipendenza. Triste, disperante, squallido: una funzione umana primordiale ridotta a campo di battaglia di ciniche multinazionali. Poveri!!

I Quebecois sono naturalmente molto vicini alla Francia e nella breve e torrida estate si accavallano festival di diverso tipo con alla base hanno l’uso della lingua francese. Tutti parlano anche l’inglese, ma non ne vanno affatto fieri. Devono parlarlo, ma non è roba loro. Unico caso al mondo di un popolo che ha due lingue madri di questa importanza. Il che e’ un bel culo.
Mille gli eventi estivi: concertoni, sfilate, passeggiate, visite, teatro, cinema, fuochi d’artificio, rievocazioni storiche coloniali, conferenze, circo. Tipica frenesia di chi ha passato un lunghissimo inverno al chiuso. Numerose le feste delle diverse nazionalità presenti in città. Nei parchi sono una accanto all’altro e in un pomeriggio si fa il giro del mondo mangiando cibo di strada di tutti i continenti.
Il centro storico di Quebec City. (By Christophe.Finot – Own work,Wikicommons)

Quindici giorni a Montreal o a Quebec volano! Organizzandosi bene e trovando i posti giusti c’e’ da fare una quantita’ di cose. Il livello sarebbe ampiamente migliorabile, come qualita’ ed esecuzione. Resta in bocca un sapore di arrangiato ed un po’ cialtrone. Ma ancora una volta, il tutto e’ porto con grande gentilezza e cercando di implicare in tutti i modi lo spettatore.

Caro. Perche’ tutto e’ a pagamento. Proprio tutto, tutto, tutto. Anche i fuochi d’artificio che sono fatti lontanissimo dalla città, tanto che il biglietto comprende anche il bus che ti porta. Ed in macchina non ti ci fanno arrivare.
E non puo’ mancare la visita alla via gay animata, festaiola e del tutto democratica.
Insomma un posto civilissimo e gentile che ti fa accettare con grazia proposte cultural/festaiole che altrove non ti attirerebbero.

Quebec

Francesi che abitano in America? Americani che parlano il francese? Una minoranza schiacciata dalla maggioranza anglofona? Il retrobottega di New York? I discendenti di soldati sfortunati e orfane salvate dalla carità del Re? Una bizzarria storico-geografica che causa infiniti problemi di identità e di insicurezza? E gli indiani?

Il Quebec e i suoi abitanti sono tutto ciò e quindi meritano una visita attenta ed incuriosita.

Le straordinarie dimensioni del manicomio di Quebec City. (JOFphoto via Wikimedia Commons)

Un ricordo, fra i molti di un viaggio di alcuni anni fa, sovrasta gli altri.  Tornando a piedi verso il mio albergo di Quebec City costeggiavo un enorme edificio degli inizi del ‘900. Mi pareva tristissimo e mi si stringeva il cuore  ogni volta che ci passavo sotto. Poi, finalmente, chiesi cosa fosse stato. Era il vecchio manicomio! Le dimensioni dell’ edificio (in foto) danno l’idea delle dimensioni dei problemi mentali dei vecchi Quebecois.

E mi (dis)piace pensare che fossero dovuti alla difficile situazione in cui questo popolo si trova.
Immersi in una marea anglofila che li guarda con sufficenza e disprezzo, discendono dai cacciatori di pellicce che si avventuravano nelle brumose foreste del nord del Quebec; o da torme di militari che il Re di Parigi mandava in quella provincia per difenderla dagli egemoni inglesi. Per tradizione, i militari perdevano il loro cognome e, in sua vece, acquisivano il soprannome che gli era dato dai commilitoni, spesso ridicolo o svilente. Quindi perdita di identita’ e di ogni possibilita’ per i discendenti di ritrovare le radici francesi. Per loro la possibilita’ di tornare a casa, dopo la fine della ferma, era remota, non avendo i soldi per pagarsi il viaggio.
Per tenerli buoni il Re mandava navi e navi di ragazze orfane allevate negli Istituti pubblici e chiamate “Les filles du Roi” e dava alla coppia appena formata una stretta ma lunga fetta di terra che si affacciava, per il lato corto, sull’immenso fiume San Lorenzo. Era essenziale che il lotto avesse accesso al fiume, in quanto questo, per molto tempo, fu la unica via di comunicazione. Li vivevano bene, l’agricoltura era generosa: erano comunità autosufficenti e ben provviste, tanto che il Governo della Colonia aveva mille difficoltà a trovare sul luogo dei dipendenti. Gli abitanti preferivano vivere di ciò che le loro mani producevano piuttosto che sottomettersi agli ordini dei boriosi funzionari francesi. In caso di necessità facevano delle battute di caccia e tornavano con le pregiatissime pellicce.  Finirono quindi per isolarsi completamente per molte generazioni. Il loro francese si trasformò in quella lingua curiosissima che è oggi.
Divennero quindi amichevoli, gentili, accoglienti e socievoli; in una parola: alla mano. Ma rigidi e diffidenti nei confronti dell’esterno e delle novita’ che da li’ arrivavano.  Molto attaccati alle loro regolette e sempre un po’ preoccupati del giudizio altrui. Provinciali, insomma. Ma di gentilezza deliziosa, che il viaggiatore apprezzera’ ad ogni momento.
Il gigante statunitense è proprio lì e li schiaccia. Il fine settimana Montreal si riempe di ragazzi americani maleducati che comprano alcool di tutti i tipi e si aggirano in città urlando e facendo casino come se fosse roba loro. Molti degli introiti del Quebec vengono dall’energia elettrica prodotta dalle grandi dighe del nord e venduta alla città di New York. I Qubecois ci vanno anche a lavorare negli Stati Uniti e ne tornano impressionati ed un pò annichiliti.
Benchè la situazione degli indiani sia tragica anche nel Quebec il riso ed il sorriso abbonda. Dal loro sito, che propone anche turismo autoctono.

L’altra immagine forte del mio viaggio è la risata degli indiani. Qua e là vi sono delle riserve indiane dove nessuno altro vi può possedere cose o svolgere attività. A volte la riserva è rappresentata da un quartiere della città. Sono zone povere, trasandate, con i bambini che giocano per strada. Poco meglio dei campi Rom italiani. Eppure gli indiani ridono: forte, spesso, tutti, con gran gusto. Uno di loro fa una cosa e tutti ridono; un altro dice una frase e tutti ridono ancora e così passano la giornata. Ho visto un omone enorme che sudava a ruscelli e tutti ridevano; lui imprecava per il caldo (asfissiante per davvero) e gli altri che si sbattevano dalle risate. Ho letto che è un tratto caratteristico della loro cultura; una vera e propria manifestazione del loro essere. I quebecois non-indiani presenti fanno finta di niente, fra l’abitudine ed un filo di fastidio.

Non importa dire che la distanza umana fra l’enorme manicomio dei bianchi di Quebec City e le grasse risate degli indiani delle riserve è talmente mastodontica da aprire infiniti spazi di riflessione sulla società quebecoise.