A nord del Nord

Poi, in Quebec finiscono le strade. Radisson è l’unico villaggio (meno di 300 abitanti) bianco al di sopra del 53° parallelo (eppure siamo alla stessa latitudine di Edimburgo, stranezze del clima mondiale!). Ad ovest ci sono le riserve del popolo Cri. A nord comincia la regione del Kativik, grande come una volta e mezzo l’Italia ed abitata da 13.000 persone, quasi tutti Inuit, divisi in 14 villaggi.  Il confine meridionale della regione del Kativik coincide con il limite degli alberi. Al di sopra fa troppo freddo perchè crescano, sia pure, i miseri abeti del nord. Tutto il territorio non è quindi altro che tundra e laghi, assolutamente disabitato. I 14 villaggi Inuit sono tutti sul mare, ancora più a nord, dove il Quebec finisce. Oppure sulle non maggiormente ospitali rive della Baia di Hudson. Tutto l’interno del Quebec, a nord di Radisson è quindi perfettamente disabitato (ad esclusione delle effimere miniere); gli indiani e gli Inuit abitano sul mare, dove vi sono importanti risorse di pesca. Oltre i loro villaggi non c’e’ più niente, fino a che il mondo finisce, al Polo Nord.

Non ci sono stato ma avrei un grande desiderio di farlo e il loro sito web turistico mi incoraggia. Ho un amico Inuit su FB che posta foto incredibili alcune delle quali riproduco in questo post. Seguo su FB l’agenzia di stampa CBC Nunavut .

Niore Iqalukjuak- Tutte le meravigliose foto sono sue.

Ma poi vedo i costi dei voli per andare nei villaggi del nord da Montreal o Qubec City con la compagnia Inuit Air o First Air e mi scoraggio.

Poi c’e’ l’altro Quebec

Laghi ed alberi, alberi e laghi. (Di Fralambert da Wikicommons)

Si arriva nel Quebec, poi si visitano Montrel e Quebec City. A quel punto bisogna andare a Nord. Impossibile non andarci. Il Nord chiama, il richiamo della foresta e Zanna Bianca. Erano i luoghi dove i cacciatori bianchi andavano a cercare le pelli, nella nebbia perenne ed in compagnia dei meticci indiani. E son posti molto, molto strani per noi. Anche la gente è stranina. E’ un altro mondo nel quale ci si sente stranieri per davvero. Altre regole, altri comportamenti, altre attese. I Quebecois restano gentili, ma vanno presi con calma. Anche loro non si devono essere sentiti molto a loro agio in quei posti, almeno all’inizio; ed ancor gli duole, sembrerebbe. Solo gli Indiani, i Primi Abitanti, se la ridono allegramente.

Se si guarda sulla carta Montreal e Quebec City sono all’estremo sud del Quebec, poi c’e’ tutto il resto. Paese sterminato e vuoto di gente e di senso, verrebbe da dire. Non son posti dove si andava e si va a vivere, solo gli indiani ci sanno stare. I bianchi ci sono andati e ci vanno perche’ c’e’ qualcosa da portar via: le pelli prima, poi il merluzzo sull’infinito estuario del fiume San Lorenzo; poi il legname, l’oro, il rame, i diamanti ed infine l’acqua da cui trarre energia elettrica da vendere a New York grazie a serminate dighe che sconvolgono tutto.

Nei posti abbastanza a sud, come intorno al Lago di Saint Jean vi è ancora agricoltura ed una popolazione ombrosa, difficile, ritirata e caratterizzata dal più ostico dei dialetti quebecois. Poi vi sono solo alberi, sempre più rachitici via via che si va a nord. Hanno rappresentato una grande ricchezza per il Canada, ma ormai è affievolita: molti territori sono diventati parchi e riserve indiane; altri sono irraggiungibili anche dai formidabili mezzi dei forestali; in molti altri lembi di foreste, la ricrescita degli alberi è così lenta, a causa del clima, che ci si può tornare ad abbattere  solo dopo molte decine di anni. Ancora più al nord gli alberi sono così magri e stenti che non vale la pena di portarli alla segheria. Sembrava una risorsa infinita ed invece mostra la corda.

La strada principale di Cibougamau (By Clifden da Wikicommons)

I paesi dei bianchi sono lontanissimi gli uni dagli altri e sono più campi basi che vere e proprie comunità. Vi ho conosciuto persone e mestieri variegati ed inusuali: una signora, che mi ha fatto battere il cuore, alternava il lavoro di saldatrice nelle profonde miniere di metalli a quello di medico ayurvedico (ho lasciato perdere; con un saldatore, no). Nel tempo libero si aggirava in bicicletta intorno ai numerosissimi laghi ovunque presenti. Un altro era ruspista in un cantiere per la costruzione di una diga: passava 10 giorni sul cantiere con turni di 12 ore d’estate e d’inverno. In assoluta solitudine, chiuso nella sua ruspa, spostava montagne di terra ascoltando musica classica. Scorgeva lupi ed orsi, che lo osservavano sbigottiti. Dormiva nel campo e finiti i 10 giorni veniva al villaggio, distante 100 km a peccare di carne, come diceva con tenera ingenuità. Un altro ancora, faceva il pilota di idrovolanti in partenza da un lago vicino al paese e portava i turisti verso remotissimi lodge di caccia e pesca. Un week end vi costa migliaia di dollari, ma assicura stermini di animali, talmente sono abbondanti. Queste comunità si trovano in perenne alternanza demografica; aumentano e diminuiscono a seconda del crearsi o scopmaprire delle fonti di lavoro: miniere, lavori pubblici, sfruttamento di risorse naturali. In quel momento andava forte la raccolta di mirtilli selvatici e si pubblicavano annunci di lavoro in tal senso. Era richiesta una ottima capacità di orientamento e esperienza nell’affrontare gli animali selvatici.  Eppure queste comunità perse fra fiuli e foreste ci credono: organizzano durante la breve e zanzarosissima estate delle feste, toccanti nella loro semplicità. Ci si sente veramente nel lontano ovest fra i moderni cow boys, anche se siamo a nord ed a est. Il più colto dei festival (non ci vuole molto) è a Natashquan dove organizzano nel nulla di quel villaggio un famoso festival del racconto. Naturalmente sempre molto presenti i temi della francofonia, segno identitario fortissimo, anche se un pò incongruo e frustro.

Di peupleloup da Wikicommons

Mi spostavo con i bus ed arrivai fino a Mingan sul San Lorenzo e a Chibougamau, verso la Baia di Hudson. Oltre i bus non vanno ed avrei dovuto affittare un 4×4. Non me la sentii di affrontare strade sterrate, anche se in buono stato, in cui gli unici segni di vita sono stazioni di benzina ogni 200 o 300 km. Chibougamau è una strada con delle specie di edifici intorno, più zona industriale che residenziale, negozi di ferramenta evoluta e bordelli.

Il villaggio di Natashquan. Fondato dagli antichi pescatori immigrati dalle Isole de la Madelaine è ormai ridotto a meno di 300 persone, mentre la vicina ed omonima riserva indiana ne conta più di mille. (Foto di Andrè Bussiere).

Ma anche questo non è che l’inizio, siamo ancora molto a sud. Oltre c’e’ il nord del Nord. Oltre quello c’e’ ancora tutto un mondo, dove i bianchi spariscono e restano solo gli Indiani ed i cantieri minerari persi nella natura. Alcune miniere sono così lontane da tutto, ma così redditizie (diamanti)  che vi si arriva solo per aereo.

Un mondo di infinito interesse e di infinite distanze, una frontiera per il turismo.

Il famigerato piatto quebecois: la poutine.

Immagine per stomaci forti: la poutine. (Di Jonathunder da wikicommons)

La pervicace umiliazione del gusto;  la rinuncia nighittosa  ad ogni funzione culinaria; la voluptas dell’annullamento del piacere del cibo; lo sprofondare negli abissi dell’abiezione gustativa. Ed inorgoglirsene.

Parlo del piatto nazionale quebecois: la famigerata POUTINE.
Non crederete alla ricetta: si friggono delle patate tagliate a bastoncino. Si impiattano e vi si versa sopra abbondante formaggio fresco tipo cheddar a dadini (solido, con i buchini, non cremoso, meglio se scricchiola sotto i denti, assolutamente insapore, comprato già pronto in una busta). Il formaggio con il calore delle patate fonde leggermente. Si irrora con abbondante salsa bruna (tipo barbecue, anche se meno dolce) di origine rigorosamente industriale e si serve.
Solo allo scrivere questa ricetta allibisco di tanta poverta’ gustativa. La salsa rammolisce le patate fritte, il formaggio sparisce con la salsa, molto salata. Patate fritte e formaggio?

Eppure piace immensamente ai quebecois, la si trova a tutti gli angoli, si va apposta a mangiarla in locali famosi. Se ne fanno altre versioni, tipo l’italiana, con la pomarola al posto della salsa bruna. Wikipedia si sofferma sulla storia del piatto e dei suoi ingredienti.

Ed alla fine, il panorama gastronomico del Quebec è così fallimentare e disperante che il turista si rifugia in questo piatto come nel minore dei mali (il resto è peggio) e finisce per farselo piacere. VIVA la POUTINE.

Montreal e Quebec City

Montreal: finalmente l’estate!! (da wikicommons CC BY-SA 3.0)

Non c’e’ molto da vedere in Quebec, ma e’ appassionante osservare come vivono i Quebecois. E soprattutto pascersi della loro semplice gentilezza, un pò ingenua, alla buona, sorridente e casareccia.

I minuscoli nuclei storici di Montreal e di Quebec City,  pur interessanti, sono diventati dei parchi tematici per della gente tragicamente priva di storia e che si afferrano ad ogni minima pietra più vecchia del loro nonno. Al di fuori dei piccoli centri storici : grattacieli, palazzoni, stradone.
 A Montreal sono stato affascinato dalla rete sotterranea che percorre molti isolati del modernissimo centro della città.  I grattacieli sono collegati da una serie di ampi passaggi pedonali  sotterranei grazie ai quali si puo’ passare da un grattacielo all’altro. In questo modo si accede ai centri commerciali che occupano i piani bassi e interrati dei vari palazzi oppure scendere nelle diverse stazioni della metropolitana. E’ una eccellente idea per spostarsi in città senza dover affrontare il terribile freddo invernale o l’asfissiante estate quando l’umidita’ trasforma la citta’ in un acquario tropicale. In uno dei centri commerciali avevo trovato una piccola pista di pattinaggio su ghiaccio. Ci andavo spesso a bere una birra e guardavo la superficia bianca e ghiacciata, cercando di dimenticare il forno che mi aspettava all’uscita.
I Quebecois hanno una sfrenata passione per il circo. Non a caso Le Cirque du Soleil e’ nato ed ha sede stabile qui. Gli spettacoli circensi sono  quindi frequentissimi, variopinti ed innovativi, anche se spesso un po’ cenciosi. Organizzano anche volentieri delle sfilate in maschera per le divese ricorrenze: anche lì i costmi sono un pò sfilaccicati, tralti, sudicini e polverosi. L’impressione generale è da poverissima troupe di avanspettacolo, sul bordo della fame. Un pò malinconico, il tutto, sarebbe piaciuto a Fellini.
Sono anche molto civili: se vai al cinema ed il film non ti piace ti rendono il biglietto se esci entro la prima mezz’ora.
Montreal, città modernissima. Qui nella tipica nebbiolina dell’afa soffocante dell’estate. Da Wikicommons

Gli abitanti di Montreal non sono molto eleganti: l’immagine principale che conservo di loro è la seguente: giovane, maschio o femmina, con immancabile caschetto da baseball che conferisce immediatamente un’aria poco intelligente. Carnagione di un bianco malaticcio contro il quale il sole non puo’ niente. Maglietta di colore slavatuccio, un po’ sbrindellata e non esente da patacca. Pantaloni sopra il ginocchio, sformati. Sandalo stanco su piede nudo con unghia orlata da un po’ di nero. Aspetto generale un po’ flaccido, panzetta da cattiva alimentazione. In mano, perennemente, bicchiere da passeggio con coperchio e cannuccia.

In effetti in Quebec si mangia terribilmente male. Durante il mio lungo viaggio fui presto ridotto alla disperazione. Anelavo un McDonald, perchè il resto era peggio. Tutte catene di fast food di quelle trucide, grondanti salse e grasso alla griglia. Pochi ristoranti, ma spesso cari arrabbiati.
Alternativa gradevolissima: la visita dei quartieri etnici, nelle periferie: il quartiere italiano, quello portoghese, l’africano, ecc. Con ristoranti annessi, finalmente decenti. Naturalmente la comunita’ italiana e’profondamente venata da aspetti mafiosi ed e’ molto mal vista.
I passaggi sotterranei che collegano i grattacieli del centro di Montreal. (Di Jeangagnon – Opera propria, Wikicommons)

La poutine, piatto nazionale quebecois, merita sia un articolo a parte che un posto di riguardo fra i crimini contro l’umanita. I supermercati vanno visti: per poi mettersi a piangere. Vi si trovano quasi solo cibi già preparati in confezioni dai colori vivissimi. Sembra che piu’ nessuno sia ormai in grado di cucinare, nemmeno la più banale delle cose. Cibi indistinguibili nei loro componenti affogati in salse grevi di grassi; sapori chimici che provocano certo dipendenza. Triste, disperante, squallido: una funzione umana primordiale ridotta a campo di battaglia di ciniche multinazionali. Poveri!!

I Quebecois sono naturalmente molto vicini alla Francia e nella breve e torrida estate si accavallano festival di diverso tipo con alla base hanno l’uso della lingua francese. Tutti parlano anche l’inglese, ma non ne vanno affatto fieri. Devono parlarlo, ma non è roba loro. Unico caso al mondo di un popolo che ha due lingue madri di questa importanza. Il che e’ un bel culo.
Mille gli eventi estivi: concertoni, sfilate, passeggiate, visite, teatro, cinema, fuochi d’artificio, rievocazioni storiche coloniali, conferenze, circo. Tipica frenesia di chi ha passato un lunghissimo inverno al chiuso. Numerose le feste delle diverse nazionalità presenti in città. Nei parchi sono una accanto all’altro e in un pomeriggio si fa il giro del mondo mangiando cibo di strada di tutti i continenti.
Il centro storico di Quebec City. (By Christophe.Finot – Own work,Wikicommons)

Quindici giorni a Montreal o a Quebec volano! Organizzandosi bene e trovando i posti giusti c’e’ da fare una quantita’ di cose. Il livello sarebbe ampiamente migliorabile, come qualita’ ed esecuzione. Resta in bocca un sapore di arrangiato ed un po’ cialtrone. Ma ancora una volta, il tutto e’ porto con grande gentilezza e cercando di implicare in tutti i modi lo spettatore.

Caro. Perche’ tutto e’ a pagamento. Proprio tutto, tutto, tutto. Anche i fuochi d’artificio che sono fatti lontanissimo dalla città, tanto che il biglietto comprende anche il bus che ti porta. Ed in macchina non ti ci fanno arrivare.
E non puo’ mancare la visita alla via gay animata, festaiola e del tutto democratica.
Insomma un posto civilissimo e gentile che ti fa accettare con grazia proposte cultural/festaiole che altrove non ti attirerebbero.

Quebec

Francesi che abitano in America? Americani che parlano il francese? Una minoranza schiacciata dalla maggioranza anglofona? Il retrobottega di New York? I discendenti di soldati sfortunati e orfane salvate dalla carità del Re? Una bizzarria storico-geografica che causa infiniti problemi di identità e di insicurezza? E gli indiani?

Il Quebec e i suoi abitanti sono tutto ciò e quindi meritano una visita attenta ed incuriosita.

Le straordinarie dimensioni del manicomio di Quebec City. (JOFphoto via Wikimedia Commons)

Un ricordo, fra i molti di un viaggio di alcuni anni fa, sovrasta gli altri.  Tornando a piedi verso il mio albergo di Quebec City costeggiavo un enorme edificio degli inizi del ‘900. Mi pareva tristissimo e mi si stringeva il cuore  ogni volta che ci passavo sotto. Poi, finalmente, chiesi cosa fosse stato. Era il vecchio manicomio! Le dimensioni dell’ edificio (in foto) danno l’idea delle dimensioni dei problemi mentali dei vecchi Quebecois.

E mi (dis)piace pensare che fossero dovuti alla difficile situazione in cui questo popolo si trova.
Immersi in una marea anglofila che li guarda con sufficenza e disprezzo, discendono dai cacciatori di pellicce che si avventuravano nelle brumose foreste del nord del Quebec; o da torme di militari che il Re di Parigi mandava in quella provincia per difenderla dagli egemoni inglesi. Per tradizione, i militari perdevano il loro cognome e, in sua vece, acquisivano il soprannome che gli era dato dai commilitoni, spesso ridicolo o svilente. Quindi perdita di identita’ e di ogni possibilita’ per i discendenti di ritrovare le radici francesi. Per loro la possibilita’ di tornare a casa, dopo la fine della ferma, era remota, non avendo i soldi per pagarsi il viaggio.
Per tenerli buoni il Re mandava navi e navi di ragazze orfane allevate negli Istituti pubblici e chiamate “Les filles du Roi” e dava alla coppia appena formata una stretta ma lunga fetta di terra che si affacciava, per il lato corto, sull’immenso fiume San Lorenzo. Era essenziale che il lotto avesse accesso al fiume, in quanto questo, per molto tempo, fu la unica via di comunicazione. Li vivevano bene, l’agricoltura era generosa: erano comunità autosufficenti e ben provviste, tanto che il Governo della Colonia aveva mille difficoltà a trovare sul luogo dei dipendenti. Gli abitanti preferivano vivere di ciò che le loro mani producevano piuttosto che sottomettersi agli ordini dei boriosi funzionari francesi. In caso di necessità facevano delle battute di caccia e tornavano con le pregiatissime pellicce.  Finirono quindi per isolarsi completamente per molte generazioni. Il loro francese si trasformò in quella lingua curiosissima che è oggi.
Divennero quindi amichevoli, gentili, accoglienti e socievoli; in una parola: alla mano. Ma rigidi e diffidenti nei confronti dell’esterno e delle novita’ che da li’ arrivavano.  Molto attaccati alle loro regolette e sempre un po’ preoccupati del giudizio altrui. Provinciali, insomma. Ma di gentilezza deliziosa, che il viaggiatore apprezzera’ ad ogni momento.
Il gigante statunitense è proprio lì e li schiaccia. Il fine settimana Montreal si riempe di ragazzi americani maleducati che comprano alcool di tutti i tipi e si aggirano in città urlando e facendo casino come se fosse roba loro. Molti degli introiti del Quebec vengono dall’energia elettrica prodotta dalle grandi dighe del nord e venduta alla città di New York. I Qubecois ci vanno anche a lavorare negli Stati Uniti e ne tornano impressionati ed un pò annichiliti.
Benchè la situazione degli indiani sia tragica anche nel Quebec il riso ed il sorriso abbonda. Dal loro sito, che propone anche turismo autoctono.

L’altra immagine forte del mio viaggio è la risata degli indiani. Qua e là vi sono delle riserve indiane dove nessuno altro vi può possedere cose o svolgere attività. A volte la riserva è rappresentata da un quartiere della città. Sono zone povere, trasandate, con i bambini che giocano per strada. Poco meglio dei campi Rom italiani. Eppure gli indiani ridono: forte, spesso, tutti, con gran gusto. Uno di loro fa una cosa e tutti ridono; un altro dice una frase e tutti ridono ancora e così passano la giornata. Ho visto un omone enorme che sudava a ruscelli e tutti ridevano; lui imprecava per il caldo (asfissiante per davvero) e gli altri che si sbattevano dalle risate. Ho letto che è un tratto caratteristico della loro cultura; una vera e propria manifestazione del loro essere. I quebecois non-indiani presenti fanno finta di niente, fra l’abitudine ed un filo di fastidio.

Non importa dire che la distanza umana fra l’enorme manicomio dei bianchi di Quebec City e le grasse risate degli indiani delle riserve è talmente mastodontica da aprire infiniti spazi di riflessione sulla società quebecoise.