Il viaggio più bello

Un viaggio di molti anni fa è stato il più pieno ed interessante che abbia mai fatto. Nessuno, successivo, è riuscito ad avvicinarglisi. Un lungo percorso in Amazzonia.

La meta l’avevo scelta buttando a caso un dito sulla carta geografica, lo facevo spesso a quei tempi. Lavoravo in Ecuador. Per le vacanze di Natale, mi feci accompagnare da un collega fino a Canelos, nella parte amazzonica del paese. La strada si fermava lì, oltre solo foresta amazzonica fino a Belem, in Brasile, sull’Atlantico.

Parlai con dei maggiorenti del villaggio, bevvi la temuta chicha con loro, spiegai le ragioni del mio viaggio; dissi, un pò barando, che ero interessato ai frutti silvestri commestibili e chiesi delle guide per cominciare a discendere il fiume. Chiamarono due uomini, montammo sulla canoa e partimmo, io e loro, sul fiume; verso Curaray.

Cominciarono così 5 o 6 giorni di totale allucinazione. Mi trovavo in un ambiente assolutamente estraneo, inimmaginato ed inimmaginabile. Ero in un mondo non mio: tutto mi era differente, sconosciuto, nuovo, difficilissimo da prendere in mano. Non molto diverso da come deve essere trovarsi sulla Luna. Spaesatissimo. Ma di potenza eccezionale.

La prima parte fu lungo il fiume Bobonaza; poi fu necessario camminare per una infinita giornata, scavalcando un cresta di colline, per arrivare al fiume Villano. Discenderne gli infiniti meandri fino alla sua confluenza con il fiume Curaray giungendo, dopo poco, all’omonimo villaggio.  Io andavo leggerissimo, solo uno zainetto con un sacco a pelo e un cambio di vestiti, un telo di plastica per la pioggia. Stivali di gomma nei quali i piedi mi bollivano, nemmeno un coltellino svizzero, solo una borraccia.

Gli episodi si accavallano nella memoria, ancora vividi dopo tanti anni, uno più straordinario dell’altro. Il primo giorno, verso mezzogiorno le due guide accostano la canoa, a remi, su una spiaggetta del fiume, vicino ad una grande roccia immersa nell’acqua. Dal loro zaino tirarono fuori della polvere da sparo, fecero una specie di petardo e lo lanciarono nell’acqua profonda, sotto la roccia, con la miccia cortissima accesa. Un secondo dopo lo scoppio del petardo, uno dei due si tuffo riemergendo con un bel pesce, tramortito, forse ucciso, dallo scoppio. Misero una pentola su un fuoco e il pesce fu bollito, insieme a della manioca trovata sul posto, in un vecchio campo abbandonato da tempo. Con una foglia di banano, il più giovane avvolse le uova del pesce e, con del vimini, chiuse un specie di pacchettino che mise a bollire con il resto del pesce e la manioca.  Il pacchettino mi fu poi offerto come segno di speciale rispetto; aperto, le uova dentro erano una delizia.  Poi ripartimmo, la sosta avrà preso meno di un’ora. Mi pareva il paese della cuccagna dove per avere il cibo bastava allungare una mano.

Per la notte arrivammo in un villaggetto dove c’era un distaccamento militare ecuadoriano con alcuni militari. Mi accolsero volentieri, rappresentavo per loro un po’ di distrazione in una vita di infinita monotonia; il sergente in capo passava il tempo a riparare le radioline degli indigeni del villaggio accanto. I militari mi offrirono la cena; uno di loro aveva invitato anche un ragazzetto, lo trattava bene, lo faceva mangiare abbondantemente; io ero commosso da tanta gentilezza dei militari sudamericani nei confronti del popolo. Poi andammo a letto, in una baracca di legno, divisa in varie stanzette. Me ne dettero una con un giaciglio su cui mi accomodai bene, con il mio sacco a pelo. Nella stanzetta accanto entrarono il militare buono ed il bambino ben nutrito. Attraverso la sottile parete di assi ascoltai come il militare inculava il bambino piangente. Non intervenni.

Il sergente si adoperò per trovarmi due nuove guide per andare verso il fiume Villano. In quella zona vivono i cosiddetti Quichua dell’Oriente, parenti stretti degli indios delle Ande, con una lingua molto simile ed una buona familiarità con gli stranieri. Più verso il confine con il Perù c’erano e ci sono altre tribù molto più restie ad avere contatti, per primi i famosi Huaorani, che pochi anni prima avevano ucciso dei missionari americani. Durante il viaggio vidi una donna Huaorani, come mi dissero. Era nella miserrima bottega di un villaggio, al lume di una lampada tenuta accesa da un gruppo elettrogeno, per quella notte di festa. Erano tutti ubriachi sfiniti e ballavano. La donna aveva con sè una scimmietta che teneva sulla testa, aggrappata ai capelli; la scimmia era un maschio e si dimenava strofinando incessantemente il suo pisellino sui capelli della donna. Ogni tanto qualcuno alzava la scimmia e mostrava a tutti, fra grandi risate da ubriachi, il pisellino ritto. Abiezioni da ubriachi nel paradiso terrestre.

Una giornata intera di cammino, sempre nella foresta. Meraviglia infinita, ma stanchezza insopportabile. I piedi doloranti negli stivali, continue salite e discese nel fango, un sentierino minimo, alberi immensi a cui girare intorno o da scavalcare, quando caduti. Le due guide impazienti che volevano arrivare al fiume prima di notte e che non capivano la stanchezza di un povere bianco che arrivava anche a buttarsi a terra, morto di fatica. A volte, d’improvviso si fermavano, prendevano in mano una certa liana (per me del tutto identica alle mille altre intorno) e dandogli un taglio netto con il machete se la portavano alla bocca: sgorgava abbondante una buonissima acqua. Io continuavo con la mia recita dell’esploratore botanico e andavo raccogliendo semi, qua e là, e con questa scusa mi riposavo un attimo. Ma trovai anche un tipo di cacao commestibile da fresco che non riuscii a prendere perché troppo in alto e che poteva essere la pianta che mi avrebbe fatto diventare famoso.

Luoghi assolutamente spopolati. Qualche villaggio indigeno lungo i fiumi, a molte ore di canoa a remi l’uno dall’altro. Nei più importanti una pista di atterraggio, in erba, costruite e mantenute dai missionari, soprattutto protestanti. Certamente avamposti delle compagnie petrolifere americane: l’Amazzonia è ricchissima di petrolio. Alcuni di loro, anni prima avevano fondato quella che fu poi conosciuta come Instituto Linguistico de Verano i cui medici si dedicavano a sterilizzare, con vari pretesti e senza informarle, le donne indigene. Il fine era quello di eliminare gli indios e poter aver più facile accesso alle ricchezze forestali, agricole e minerarie della zona.

Solo foresta: alberi straordinari, cattredrali vegetali, l’infinita gamma di verdi. In quella zona l’Amazzonia non è ancora la piatta pianura che si troverà più a valle. Ci sono le ultime montagne e colline della Cordillera delle Ande: le vette vulcaniche e innevate hanno i loro piedi immersi nella foresta amazzonica. I fiumi erodono le colline e certe anse stanno sotto erte pareti di roccia e terra su cui si mantengono alberi giganteschi; sembrano imprendibili bastioni vegetali sotto i quali scivolava lenta la nostra canoina, sempre e solo a remi.

All’inizio della sua discesa il fiume Villano era ancora di portata modesta e molti banchi di sabbia e ciottoli affioravano, nelle anse. A volte bisognava scendere dalla canoa per superare dei tratti di acqua troppo bassa. In altri punti si formavano delle pozze profonde con dei gorghi. Mi avevano spiegato che se vi si cade dentro non bisogna cercare di nuotare verso l’alto, la superficie. Bisogna invece stare tranquilli e lasciarsi portare dal gorgo fino a toccare con i piedi il fondo e, a quel momento, darsi una forte spinta per uscire dal vortice. Ero assai preoccupato. Soffrivo molto per il sole che batteva sugli stivali di gomma e non me li potevo togliere perché c’e’ra da scendere psesso a spingere la canoa.

Agli indigeni si stavano aggiungendo, in quegli anni, delle famiglie di coloni ecuatoriani: poverissimi, si inoltravano nella foresta per trovare un pò di terra libera. Disboscavano qualche parcella di quella enorme foresta e ci coltivavano qualcosa per la sopravvivenza della famiglia. Ma i prodotti agricoli sono troppo pesanti perché potessero portarli al mercato, a giorni di cammino o di piroga. Allevavano allora qualche mucca per portare, un paio di volta all’anno, dei vitelli alla città del Puyo, giusto per avere qualche soldo per i vestiti, le medicine, le pile della radiolina che li fornisse di un po’ di musica. Non avevano i mezzi e la forza per recintare i pascoli e quindi le mucche erano legate con una corda ad un picchetto infisso in terra. Quando avevano mangiato tutta l’erba a cui potevano arrivare, un ragazzo spostava il picchetto e ciò più volte al giorno. Il cammino verso la città era estremamente penoso, a tratti molto erto, fangoso, scivoloso, durava giorni e giorni. Poteva succedere che i vitelli scivolassero in un burrone, finissero nel fiume, affogassero, si danneggiassero le zampe: e tutta la speranza del guadagno svaniva. Vita di una durezza incredibile. Le differenze fra  i coloni e gli indigeni erano abissali. I primi soffrivano, le baracche erano fatte malamante, povertà e sporcizia ovunque, bambini in cattivo stato. Presso gli indigeni tutto pareva più curato, meno disperato, in migliore stato: segni di una vita più tranquilla. Semplicemente, gli indigeni stavano nel loro ambiente e i coloni non erano che degli immigrati recenti, disperati.

Le guide che mi accompagnavano lungo il Villano erano giovani e credo che fossero cugini. Sapevano un pò di spagnolo, ma fra di loro parlavano in quichua; e lo facevano incessantemente, non stavano un attimo zitti. Intuivo che parlavano degli alberi, degli animali, degli uccelli, del fiume. Degli infiniti elementi di quel mondo che ci circondava; dove per me era solo meraviglia, loro ci trovavano mille aspetti di cui discutere, con passione, apparentemente. Si indicavano cose, continuamente, uno seduto a prua, l’altro a poppa; io nel mezzo. Remavano lentamente, lasciando fare molto alla corrente. Mille versi di uccelli si mescolavano allo sciaquettio delle pagaie; le zone di pieno sole erano inframmezzate da tratti in ombra, sotto gli enormi alberi. Il riflesso dell’acqua e il suo mormorio sulle pietre, nelle anse in cui il fiume si allargava e si faceva meno profondo. Loro chiacchieravano, io a volte mi appisolavo, seduto sul fondo della canoa. In tutta la discesa credo che incrociammo una sola altra canoa, che risaliva la corrente.

Ero affascinato dalla tranquilla disinvoltura con la quale tutte le mie guide si muovevano in quell’ambiente: veloci, precisi, sicuri, certi di quello che andava fatto. Dei pesci nel mare, mentre io ero perennemente impacciato, preoccupato, timoroso. Sconvolto, in una parola; loro, invece, coinvolti in quel loro mondo. Giovani beati in mezzo alla loro natura.

L’animale in questione era proprio così, anche nell’atteggiamento e nella attenzione con cui ci guardava. (Foto di By USFWS – U.S. Fish and Wildlife Service Digital Library System, Public Domain, via WikiCommons)

Avevano un vecchio fucile, arrugginito.  A una svolta del fiume, si zittiscono: su una spiaggetta c’e’ un bellissimo esemplare di giaguaro o di puma, qualcosa del genere, loro lo indicavano come el tigre. Grosso, decisamente da far paura. Nel silenzio quello davanti mi da la pagaia, mi fa segno di remare lentamente, prende il fucile e la mira. Quello dietro sussurra indicazioni. La canoa si avvicina all’animale che ci guarda con molta intensità. Io sono combattutissimo: vorrei salvare l’animale, mi basterebbe battere la pagaia con forza e fare rumore; ma non vorrei che i due, dopo, mi scannino al posto del felino. Ma temo anche che l’animale salti sulla canoa; mi pare improbabile, ma penso che potrebbe essere una madre che ha dei cuccioli proprio lì dietro e che li vuole proteggere. Cerco di pensare a cosa fare, ma che ne sapevo, di tutta quella faccenda? Nell’incertezza non faccio niente. Il cacciatore spara, il fucile fa cilecca, il rumore del cane che si abbatte sulla cartuccia è sufficiente a far scappare l’animale. Io sono contento, i due ridono e si prendono per il culo da soli, io mi aggiungo alle battute. La tensione si scioglie in risate.

Per l’ultimo dell’anno ci fermammo su una spiaggia, nel pomeriggio, abbastanza presto. Mi lasciarono lì e ripartirono per andare a caccia, per la cena. Io dissi che avrei fatto il bagno e scherzando chiesi se per caso non ci fossero i piranha in quel punto. Voleva essere una battuta, ma il più vecchio rispose che potevo stare tranquillo perché i piranha restavano al centro del fiume e non venivano verso riva. Non credo che arrivai a bagnarmi le ginocchia.

Ad un certo punto mi allontanai di qualche passo verso valle, scavai una buchetta nella sabbia e mi accoccolai per fare il bisognone. Mi resi conto che ero perfettamente solo, sulla spiaggia di un remoto fiume amazzonico, circondato dalla foresta più vigorosa del pianeta, sul far della sera e che stavo cacando. Una vertigine.

Che dette presto luogo alla preoccupazione perché i due non tornavano. Che avrei fatto se mi avevano abbandonato? La possibilità che una canoa passasse di lì nei giorni seguenti era remota. Ma poi arrivarono, quasi a buio, tristi. Avevano preso solo una modestissima scimmietta delle dimensioni di un gattino. L’arrostirono e me la dettero quasi tutta a me. Per bere avevano portato un fagotto di fibre di manioca masticata e fermentata (la famosa chicha, già citata, sempre quella); gettandone una manciatina in una mezza zucca (che ci serviva da bicchiere) di acqua del fiume e mescolando con la mano, si toglieva all’acqua il sapore di fango e il poco di alcol presente nella manioca fermentata, la purificava.   Dopo l’inesistente cena, io mi distesi dentro il sacco a pelo, su un margine del telo di plastica, pronto a coprirmi con l’altro margine se avesse piovuto (lo faceva tutti i giorni, dall’umidità pareva di stare in un acquario, ma le temperature mai torride). Loro erano meglio organizzati e dormivano sotto una specie di zanzariera. Ci diamo la buonanotte e noto che uno di loro si sistema il fucile a portata di mano. Immagino che abbiano deciso di spararmi durante la notte e chiedo spiegazioni: “In caso venga el tigre“.  Fu una notte lunga ed insonne.

E finalmente arrivammo al villaggio di Curaray, qualche decina di persone, tutti indigeni salvo due famiglie di coloni. La mia situazione mi apparve subito assai difficile. Ero stanco ed indebolito. Gia alla partenza stavo poco bene, inseguito dalle diarree tropicali; poi durante il viaggio, fra disagi, poco mangiare e stanchezza mi ero ridotto in pietoso stato. Non potevo, dunque, rifare il cammino inverso, molto più lento, perché controcorrente. Pagai le guide chiaccherine e decisi di prendere uno degli aeroplanini che arrivavano al villaggio portando persone e merci, che altra via non c’era, se non quella che avevo fatto io.

Questi indios mi parvero subito poco accoglienti, non so perché; certo mi avevano accumunato a quelli che andavano a rubare risorse: terra, petrolio, legname.  Mi rivolsi ad uno dei due coloni chiedendo se potevo dormire nella sua casa, grande e su palafitte. Un po’ scontroso, anche lui, mi disse di mettermi sulla veranda. Così feci, almeno stavo sotto un tetto. Tutti a letto appena arrivato buio (ovviamente nessuna elettricità), accesi una candela aspettando di prender sonno. Mi accorsi con terrore che da ogni fessura dello sgangherato pavimento di assi stava uscendo uno scarafaggio, di quelli tropicali, grande, solo il corpo, come un dattero. Erano un milione, mi avevano circondato, e vedevo vibrare due milioni di antenne, tenute a bada solo dalla luce della candela che si stava rapidamente consumando. Ho il terrore degli scarafaggi, deve essere una faccenda patologica. Passai dei minuti disperati. Mi misi a sedere su uno sgabello appoggiandomi alla balaustra della veranda e mi accorsi che gli scarafaggi stavano camminando sui pali orizzontali della balaustra. Ero disperato, preso dall’angoscia. Con l’ultima mezza candela uscii dalla tettoia e mi misi all’aperto sul fondo di una canoa arrovesciata. Ma cominciò a piovigginare e faceva freddo. Il cielo mi salvò: mi venne in mente di andare a dormire in chiesa, su un banco. Lì non c’era niente da mangiare, e quindi gli scarafaggi non la frequentavano e lì passai le restanti notti. Tanto il prete non c’era.

Ma c’era una specie di incaricato che possedeva una potente radio ricetrasmittente grazie alla quale parlava con la missione al Puyo e che poteva avere delle informazioni sull’arrivo dell’aereo. Ma o non le sapeva o non me le voleva dire, odioso.  Il problema maggiore era il cibo. Nessuno mi voleva dare da mangiare, nemmeno pagando. Era una muraglia; chi con una scusa, chi con un’altra nessuno mi voleva dare niente. E’ la tipica forma di resistenza passiva che gli indios hanno sempre adottato contro i bianchi invasori, fin dai tempi di Colombo. Bella spiegazione, ma io avevo sempre più fame. Solo una vecchietta mi dava una manciatina di noccioline, la mattina.

Io cominciavo a non poterne più e a voler tornare a casa. Del resto la meraviglia della foresta e dei fiumi era finita e l’atmosfera del villaggio mi era assai pesante. Unica distrazione, un dottore mandato là dai missionari che mi fece provare la Ayahuasca come ho già raccontato. Ma non mi dava da mangiare nemmeno lui; diceva che il cio che si era portato dietro stava finendo, anche lui era in attesa spasmodica dell’aereo. Cominciava a vaneggiare: mi parlava della sua speranza che sorgesse un vulcano davanti a casa sua, giusto per veder succedere qalcosa nella monotonia dei suoi giorni al Curaray.  Io, già  non mangiavo niente, poi ebbi anche a vomitare tutta una notte per via della Ayahuasca.

La faccenda era complicata dal fatto che la pista era sulla riva opposta del fiume, rispetto al villaggio. Quindi o restavo al villaggio a cercare di mendicare un pò di cibo o andavo sulla pista ad aspettare un aereo che non si sapeva se dovesse arrivare o no. Era certo che uno sarebbe arrivato il 6 gennaio per riportare il maestro della scuolina e portar via il dottore, ma un’altro aereo poteva venire prima, vai a sapere.

Ogni mattina uscivo dalla chiesa dove dormivo, passavo dalla vecchietta per avere la mia manciatina di noccioline e andavo sulla riva del fiume dove chiedevo a qualcuno di portarmi dall’altra parte. Passavo tutta la giornata sotto la tettoia di una baracca e la sera tornavo indietro. Per quattro giorni: un incubo. L’aspetto positivo fu che nella mia stessa condizione c’era un ragazzo che, dopo aver passato le vacanze di natale a casa, tornava al Puyo, al Liceo. Entrambi tutta la giornata ad aspettare. Ma lui aveva due grosse ceste di vimini piene di carne di cacciagione affumicata che portava con se in città, certamente per venderla e pagarsi le sue spese. La notte lasciava le ceste dentro la baracca, accanto alla pista. A fine pomeriggio, quando era evidente che l’aereo non sarebbe più arrivato il ragazzo tornava a casa. Io mi trattenevo ancora un poco e rubavo qualche pezzo di carne, fra l’affumicato, il bruciacchiato, il crudo ed il marcio che sgranocchiavo sul posto, a morsi. Il fatto è che la cesta era coperta e chiusa da delle foglie di banano legate al bordo. Per togliere la carne, dovevo spostare le foglie e pescare con due dita i pezzi di carne. Dopo un pò di operazioni così, il ragazzo si accorse delle foglie manomesse, portò una catena ed un lucchetto e chiuse la porta della baracca con la mia unica fonte di cibo dentro.

Finalmente, il 6 gennaio, come previsto, l’aereo arrivò. Era di sei posti; se non me ne avessero dato uno, ero pronto ad uccidere. Quando l’aereo cominciò a rullare mi si riempirono gli occhi di lacrime.

Dopo un viaggio così, tutti gli altri sono noia.

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