Hanno i turisti una responsabilità politica?

Pesante come le loro colonne, la situazione politica in Egitto.

Hanno i turisti una responsabilità politica?

La domanda è del tutto legittima; e non parlo degli aspetti ambientali, economici, sociali. In una parola, della sostenibilità del turismo o dei comportamenti del turista solidale, che son parole tanto di moda quanto povere di significato.

Parlo proprio della politica in senso proprio; delle scelte che hanno un valore strettamente politico. Faccio alcuni esempi.

Una amica mi propone un viaggio in Dancalia; il posto mi affascina, da sempre lo tengo d’occhio, mi piacerebbe andarci. E’ un posto scomodo, è quasi inevitabile fare il viaggio con un gruppo. Mi spiega meglio come stanno le cose e fra le varie informazioni mi dice che il gruppo sarà accompagnato da alcune guardie armate. Io sobbalzo ed annullo, indignato, ogni mio interesse al viaggio. Io dico che non è possibile che un turista giri protetto da armati. E non per la sua sicurezza; ma, piuttosto, per la sua immagine negli occhi delle persone del luogo. Il turismo è sinonimo di pace e di scambio fra persone, non si può mescolare con le armi. Se c’e’ un certo numero di locali che vogliono attaccare il turista, in quel posto non ci si va, finché non abbiano risolto i loro problemi interni. Stessa cosa in Egitto. Si visitano i templi sotto il controllo delle mitragliatrici. Non è bello.

Altro esempio, sempre in Egitto. E’ corretto andare in un paese che non dice quel che è successo a Regeni? Il governo è pesantemente implicato nel caso; non sarebbe meglio il boicottaggio? Come in Turchia, dove Erdogan sta trasformando una democrazie in una dittatura personale.

Si dirà: io vado ed incontro la gente; do risorse a piccole economie familiari come le pensioni o i semplici ristoranti. Sto accanto alla gente, non mi immischio con il potere antidemocratico. E’ accettabile questo ragionamento? A me non sembra, direi che è paraculaggine. Visitare un luogo è comunque rendergli omaggio; avvicinarsi alla loro idea del mondo; portargli un saluto amichevole. Ecco, io non ho nessuna voglia di conoscere chi vota Erdogan e fa le manifestazioni in favore della pena di morte. Preferisco astenermi dal conoscerli. E non voglio esprimere nessuna vicinanza ad un paese che, nel suo complesso, permette che succeda quel che è successo a Regeni e ad un esercito di altri ed anonimi egiziani.

Bambini soldato in Africa.

Si dirà allora che ci sono tutti gli altri: quelli che lottano contro Erdogan e contro la dittatura egiziana. E’ vero, esistono e ci piacciono. Ma allora andiamo a trovare loro e trasformiamo un viaggio meramente turistico in una espressione di solidarietà politica, andando a conoscere e sostenere quegli oppositori. Terzomondismo militante, si chiamava un tempo. Magari stiamo attentini a non metterli in pericolo con comportamenti od esternazioni che a noi costano al massimo l’espulsione, a loro la tortura.

Quindi, provo disgusto per quelli che vanno apposta, proprio ora, in Egitto od in Turchia perché i prezzi son più bassi a causa delle rispettive crisi politiche. Sciacalli, li chiamerei.

Ed ancora: andiamo in Iran dove sono legali e frequentissime le punizioni corporali? E nei paesi dove è in vigore e largamente utilizzata la pena di morte? Ma allora cosa fare per tutti quei paesi che non sono democratici, ma di cui non sappiamo quasi niente, da un punto di vista politico? Nello stato padronale della Guinea Equatoriale ci andiamo o no? Andiamo in Cameroun dove ho visto, nei Commissariati, torturare ladruncoli? E quelli che vanno in Mauritania a visitare le antiche biblioteche pur sapendo che ci sono ancora gli schiavi, in quel paese?

La mia risposta è certamente NO per l’Iran. Non voglio aver niente a che fare con quel regime; non voglio incrociare uno dei loro sbirri. Per i paesi africani sono più possibilista (ma non per la Mauritania): son luoghi dove non c’e’ mai stato altro che il potere del capo. Piano, piano alcuni, stanno cercando di avere forme di potere un po’ più decenti e civili. Bisogna dar loro fiducia ed avere pazienza.

Ma invece non ho nessuna pazienza e non metterò piede negli Stati Uniti della pena di morte ai minorenni, degli omicidi dei Neri da parte della polizia, della carcerazione arbitraria, degli sceriffi eletti dal popolo. E non sarei andato nel Cile di Pinochet o nell’Argentina di Videla. Ho dei problemi anche con l’Ungheria di Orban; continuo ad andarci ma non mi sento più a mio agio.

Spero che non mi tocchi andarmene anche dall’Italia….

 

Le sfide di Guido. Ce la farà?

La ricostruzione del teatro romano di Firenze.

Segnalo un tentativo innovatore e coraggioso di modificare l’impecorimento delle masse turistiche incolonnate verso le più viete ovvietà turistiche. Un’agenzia cerca di mettere in luce aspetti turistici meno conosciuti, ma molto interessanti. E ciò con un sistema di prenotazione particolare. Ce la farà a crearsi uno spazio?

I love Guido è un’agenzia on-line di visite guidate. Chi è interessato sceglie il giro proposto ed aspetta. Quando si raggiunge il numero di 5 partecipanti il tour è confermato. Quante più persone partecipano (con un limite) tanto più il costo per persona diminuisce. Il costo attuale è chiaramente indicato sul sito. Il vantaggio per il turista è evidente. Il sistema è anche furbo perché il partecipante già iscritto avrà tutto l’interesse a trovare altri turisti; diventa, quindi, il miglior “promotore” del gruppo. Lo svantaggio, molto grave, è che probabilmente non si saprà fino agli ultimi giorni se il tour si farà o no. Il turista rischia di perdere una parte del poco tempo che ha, mancando l’opportunità di vedere ciò che aveva destato la sua curiosità.

Ma l’aspetto più interessante dell’offerta di Guido è aver messo l’accento su temi meno frequentati dal turismo di massa. Ad esempio si cercano i poco visibili resti romani di Firenze, ma fondamentali per il successivo sviluppo medievale e rinascimentale della città. A Parigi si visita il cimitero del Pere Lachaise, a Milano ci si occupa dell’epoca spagnola e della peste del Manzoni. Nel Lazio si visita passeggiando i siti sannitici di Faragola e si contribuisce alla ricostruzione di un museo locale distrutto da un incendio. Lo schema ricorda quello proposto da Migrantour.

La peste di Milano!!

Tutto ciò rappresenta il sogno di molti che si sono occupati di divulgazione di beni culturali e che sono sempre stati soggiogati, affogati e dispersi dalla prepotenza degli attrattori turistici principali: il Rinascimento a Firenze, l’antichità a Roma, il Duomo di Milano, il Louvre e Versailles a Parigi. Per gli altri aspetti non c’è posto. Guido cerca di spingere gli outsider, pur dovendo, per evidente motivi economici, mantenere nel catalogo anche gli “inevitabili”.

I tour si concludono con un riposino in un bar con scambio di impressioni e consumazione a carico del partecipante. Si parla anche di pubblicazione sui social dell’esperienza appena trascorsa. Questo punto rinforza il carattere di condivisione, sharing, della proposta di Guido.

Si tratterebbe, quindi, di una declinazione moderna e più sostenibile dell’offerta turistica, nel solco dell’economia circolare. Il turista dovrebbe avere un’esperienza più vasta, i luoghi sarebbero meno affollati, le guide sarebbero maggiormente a loro agio, beni culturali minori sarebbero maggiormente valorizzati ed i biglietti di ingresso favorirebbero la loro conservazione.

Tutto bello, quindi. Ma bisogna vedere se i turisti pecoroni accetteranno queste proposte. Certo il gruppo che fa Venezia, Firenze, Roma in 5 giorni non lo potrà fare. Ma si spera che questi gruppi spariscano, come successe agli Unni di Attila. Lo potrà invece fare il turista ragionevole che preferirà una sola città girandosela comodamente.

Vedremo. Nel frattempo Guido dovrà migliorare gli aspetti digitali, ancora un po’ claudicanti e vegliare che le guide incarnino gli aspetti innovativi della proposta senza cadere nella routine della solita visita da sbrigare con rapidità.

 

 

I turisti israeliani in Patagonia

Un albergo a Puerto Ibanez, in Cile, ma prossimo all’Argentina.

Una polemica si aggira da alcuni anni nel turismo patagonico. E non sembra accennare a placarsi. Il punto è molto semplice: esercenti turistici, guardiani dei numerosi parchi, altri turisti, si lamentano fortemente dei modi maleducati, arroganti, indisciplinati, altezzosi, provocatori, sprezzanti, rumorosi, incivili, truffaldini e anti-ecologici che dimostrano i turisti israeliani in tutto il Cono Sur: Argentina, Uruguay e Cile. Soprattutto in Patagonia che è una dello loro mete preferite.

Ma chi sono questi turisti? Pare che sia abitudine diffusa, in Israele, che i giovani, dopo il lungo servizio militare, si prendano una lunga vacanza, per poi incominciare l’Università. Quindi dopo aver fatto tutto quello che hanno l’abitudine di fare alla popolazione civile palestinese, posano il fucile e si ritrovano negli sconfinati spazi della Patagonia.

Nei pressi di Coyhaique.

Un’altra meta molto frequentata è la Georgia ed in particolare le spettacolari montagne della Svanezia. Ve ne sono a frotte ed i comportamenti sono del tutto simili. Rispetto = 0.

Ma perchè proprio la Patagonia? Sarà forse una moda casuale, forse favorita dalla forte presenza ebrea a Buenos Aires.  Ma, nella polemica, circola un’altra teoria. La posizione di Israele è fragile, da un punto di vista militare e politico. Un qualche ribaltone mondiale potrebbe causarne la scomparsa. Ecco quindi, che quel popolo starebbe preparando un piano B. E le immense distese disabitate della Patagonia potrebbero fare al caso loro, per costituirvi un nuovo paese. Intanto i giovani vanno a conoscerla e se ne fanno un’idea. Alcuni cileni arrivano anche a pensare che Israele non è tanto interessata alla terra, quanto all’acqua; che dal lato cileno (non certo da quello argentino) abbonda. Fanta-politica? Non sappiamo, ma di certo le forti sensibilità nazionalistiche argentine (meno quelle cilene) sono stuzzicate da tale teoria. Sta di fatto che molta della Patagonia è divisa in enormi proprietà grandi come province (Benetton fra gli altri) e che farne uno Stato non sarebbe nemmeno troppo difficile.

Verso Cerro Castillo, paesaggi straordinari.

La reazione degli operatori. E’ pessima. Cercano di non accogliere i turisti israeliani, dicono che hanno l’albergo occupato. Accettano i singoli o le coppie, ma non i gruppi. Le guardie dei Parchi nazionali li espellono; perchè accendono fuochi ovunque e poi le foreste bruciano. I rent-a-car non affittano loro le macchine perchè ci montano sopra in sei. Gli alpinisti sono convinti che rubano loro le attrezzature, se le lasciano incostudite. I turisti “altri” li scansano. Ed è anche facile perchè le loro alte grida ed i loro gesti plateali li fanno riconoscere facilmente e da lontano. Il livore nei loro confronti è molto alto.

La difesa? La solita, quella di sempre. Si grida all’antisemitismo e con quello si vuol copriri tutti i misfatti e mettere a tacere chi i misfatti li denuncia. Anche se chi denuncia è ebreo, paradossalmente.

E allora? E allora tre considerazioni: La prima è sulla disgrazia di quel povero angolo di mondo (parlo della Patagonia, s’intende) che non riesce a liberarsi dalla violenza e dalla sopraffazione. Ne ha viste di tutti i colori: le infinite stragi contro gli indios; la deportazione, nelle sue aride lande, degli indios sopravvisuti ai massacri e scacciati dalla terre fertili più a nord;  l’immigrazione di quei disgraziati che andarono a colonizzare quell a regione lande; la repressione contro le lotte per la terra degli indios rimasti. Ed ora anche i turisti cafoni.

La seconda è che i turisti cominciano veramente a venire a noia. Devono comportarsi bene e pagare molto, se no, che se ne vadano.

La terza è che si stanno delineando delle politiche di sviluppo turistico che non solo previlegiano certe origini dei turisti (questo è sempre successo), ma che tendono ad escluderne alcune, come in Croazia. Ne vedremo delle belle…..

Ps. Avevo da poco scritto questo aricolo che ho, casualmente trovato in FaceBook le lamentele accorate di un gruppo di receptionist italiani sull’arroganza, maleducazione, prepotenza dei turisti israeliani. Evidentemente la piaga è mondiale. Ecco il gruppo, ma è chiuso, è necessario iscriversi per vedere i contenuti.

Pellegrini e turisti

San Rocco, pellegrino e protettore dei turisti. (Wiki Commons)

Si fa normalmente risalire l’inizio del turismo all’epoca in cui Goethe e gli altri suoi pari scendevano in Italia boriosi e curiosi di visitare le classiche e rinascimentali bellezze ed i corrotti abiti dei discendenti di coloro i quali quei capolavori avean prodotto.  Il Grand Tour, insomma.

Non è così. Il turismo è ben più antico e si chiamava pellegrinaggio; ma questo era del tutto simile a quello attuale, nel bene, ma soprattutto nel male. Si andava a Roma, a Gerusalemme, a Santiago di Compostela, in molti altri luoghi che conservassero reliquie e ricordi religiosi. Lo si faceva per devozione oppure per espiazione, per scontare un peccato.

In realtà lo si faceva soprattutto per levarsi dalle palle dalla noiosa vita quotidiana. Chi partiva, lasciava a casa i problemi, i debiti, la moglie insopportabile, i figli da sfamare, i mille problemi di una vita complicata. Prendeva due cose e partiva con la bisaccia a tracolla, esattamente come si fa ora con lo zaino in spalla, finalmente liberi! In un colpo solo, tutti i problemi erano risolti e nessuno ti poteva criticare perché era Dio che ti chiamava.

Il pellegrino si dotava di una sorta di passaporto in cuoio rilasciato dall’autorità civile o religiosa della sua città. Quel documento ed il particolare tipo di abiti che portava (saio, sanrocchino, bastone) lo facevano catalogare immediatamente: “Son pellegrino, lasciatemi in pace”. Esattamente come oggi si dice: “Son turista, tutto mi è permesso”. I pellegrini erano vestiti male; vi pare che i turisti siano vestiti bene? I pellegrini erano poveri; quanti turisti si fanno vanto di viaggiare a budget bassissimo, quasi fosse una prodezza?

Ed in effetti il pellegrino ed il turista escono dalla struttura sociale normale: sono per definizione fuori luogo; non possono essere ritenuti responsabili di quel che fanno, perché non conoscono le usanze locali; non entrano in conflitto grave con i locali, perché tanto domani se ne saranno andati; sono quasi intoccabili, Dio proteggeva i pellegrni, i soldi che portano proteggono i turisti; sono addirittura in uno stato mentale particolare. Si comportano in modo leggero, scherzoso; son dei bambini, son degli adulti in libera uscita.

I pellegrini erano molto malvisti e mille sono le leggi che tentano di arginare i loro comportamenti: rubavano nei campi per dove passavano e nelle case dove erano ospitati, fuggendo prima dell’alba; importunavano le donne; se mettevano le mani su del vino, cantavano fino a tardi e armavano un gran casino.  Frequentemente si intruppavano in bande e razziavano dove passavano. Trovate veramente differenze con i giovani turisti attuali?  Dalle antiche cronache traspare chiaramente il fatto che vi erano degli individui che il pellegrino lo facevan di mestiere, campando di espedienti, meglio che lavorare. Del resto i rischi eran deboli: chi alzerebbe le mani su un pellegrino, chi prende oggi a schiaffi un turista?

Le attuali vie dei pellegrini: il Cammino di Santiago, la via Francigena, le altre, sono dei falsi. I pellegrini vivevano di elemosine, di piccoli lavori, di furti, di ospitalità negli ostelli. Non potevano passare tutti negli stessi luoghi, non vi sarebbero state risorse sufficienti per tutti. Si sparpagliavano quindi su tante direttrici diverse, anche se convergenti verso la stessa meta. Era piuttosto un fascio di cammini che pervadevano intimamente il territorio, per la gioia dei suoi abitanti.

Del resto l’etimologia della parola “pellegrino” viene da per agri, “per i campi”. Ad indicare qualcuno che lascia la normale città, il solito borgo, per vagare nelle campagne in cerca di una nuova strada, di una vita diversa, di una libertà preclusa agli altri. Esattamente come il turista.

Nemmeno la Chiesa era contenta del fenomeno: i pellegrini erano troppo liberi e sfuggivano al suo rigido controllo territoriale, ai tempi dei servi della gleba. Poi cercò di cavalcare un fenomeno, che non cessava di crescere, stabilendo dei ricoveri, degli ospedali dei pellegrini, specialmente nei punti più difficili del tragitto; anche nell’intento di diminuire la pressione sulla gente comune e di limitarne il suo malcontento.

Il pellegrino conosce tante cose che la gente comune non sa. E le racconta, durante il viaggio e quando torna a casa, suscitando lo stupore di chi lo ascolta, la stima ed anche un po’ di invidia. Nei racconti, certamente, ci infila anche un po’ di fantasia. Non fanno forse così i turisti quando scassano le palle raccontando dei viaggi precedenti od organizzando le vecchie e famigerate sessioni di diapositive o postando foto attentamente costruite per far passare per belli e solitari dei luoghi orrendamente intasati di gente?

La prima pellegrina famosa fu Elena, la madre del fedifrago Costanitno nel 300 e rotti,  l’ultimo turista sta uscendo di casa in questo momento. La cosa non si ferma.

Eppure il turismo, che sembra in gravissima crisi identitaria, potrebbe trovare nel suo lontano passato i motivi per assicurasi un futuro. Il disperdersi sul territorio; la ricerca di sensazioni di libertà; il vagare a caso, lasciando alla sorte la scelta dei luoghi visitati; il rapporto con la gente locale, magari da rispettare; il perdersi per agri. Esattamente il contrario delle crociere, insomma.

Ecco questa potrebbe essere la via maestra di un turismo che abbia ancora un senso. Il ritorno al pellegrinaggio, ovviamente laico.

Il turismo va a morire?

Crociere? Barbarie!

In mezzo alle eclatanti statistiche che vedono il turismo aumentare ovunque per numero di turisti, per notti passate in viaggio, per volumi economici, per destinazioni ormai entrate nel mercato, per tipi di tursmo disponibili; ebbene, in mezzo a tutto questo, vi sono delle crepe che si stanno aprendo ed ingrandendo. Il turismo, da benedizione economica sta diventando una piaga da combattere. Da risolutore dei problemi di sopravvivenza di luoghi negletti sta diventando una grana in più con la quale i governi non sanno come giostrare.

Il turismo ha rotto le palle.

I primi a cominciare furono gli abitanti di un villaggio basco la cui festa annuale, particolarmente folcloristica, attirava talmente tanti visitatori che ne veniva irrimediabilmente snaturata. E gli abitanti di quel paese, da buoni baschi coriacei, decisero di smettere di farla.

Poi son venuti gli abitanti della Barceloneta, la spiaggia di Barcellona, esasperati dalle frotte di turisti. Hanno fatto manifestazioni, blocchi stradali, assemblee contro questa invasione. E’ andata bene che si siano compartati gentilmente nei confronti dei turisti stessi, certo incolpevoli.  Poi la faccenda dei tornelli a Venezia. Da molti anni c’e’ il numero chiuso (ed a carissimo prezzo) di un paese intero: il Bhutan. D’altro canto le città sono travolte dagli affitti turistici nei centri storici; i costi degli affitti aumentano e gli abitanti “veri” devono andarsene. Quei centri diventano dei grandi “alberghi diffusi” trasformandosi da città reali a parchi tematici. Firenze ne è un esempio. Gli elettori spariscono, i politici si preoccupano. Molte isole tropicali, ormai debordate dall’invasione dei turisti in ciabatte, parlano di numero chiuso, .

Così son ridotti i moli a Creta, non ci si passa.

Anni fa si agionava sul  concetto di “Capacità di carica” ovverosia del numero massimo di turisti che una località può sopportare prima di soccombere, dal punto di vista ambientale e del sovraccarico dei servizi. Concetto lodevole, ma chi la ferma la logica del profitto? Qualche accademico con delle formulette?

Perchè bisogna riconoscere che il turismo non è un’attività sostenibile. E’ un cancro che distrugge tutto ciò che tocca. Il trasporto aereo di miliardi di turisti; l’economia distorta che il turismo provoca; l’inevitabile stagionalità con la sottocupazione dei lavoratori, degli immobili, dei servizi, durante i periodo morti; la prostituzione in favore dei turisti e delle turiste; il degrado culturale delle popolazioni investite da tanta gente estranea.

L’assoluta ingiustizia nella ripartizione dei benefici economici del turismo. A Firenze, sulle Dolomiti, nelle isole dei Caraibi, i turisti ci vanno a vedere i musei, i paesaggi, a fare il bagno. Il Rinascimento, le montagne, il mare sono beni comuni. Eppure sul turismo ci guadagnano solo i proprietari degli alberghi, dei ristoranti, dei negozi, dei trasporti. La gente normale al massimo lavora negli esercizi commerciali e si sa bene che gli stipendi nel turismo sono bassi. E il più delle volte i lavoratori sono immigrati che chiedono ancor meno. Il popolo di quei luoghi si prende solo i disagi ed i prezzi alti che il turismo porta.

E quel popolo, appunto, comincia a rompersi le palle.

Il turismo esiste da un paio di millenni. Importanti intellettuali romani sviaggiavano per l’Impero per nutrire la loro curiosità; il grande Columella fu uno di questi. Durante il Medioevo e il Rinascimento i turisti si chiamavano pellegrini, ma la sostanza era la stessa. Costoro lasciavano quel che facevano e con la scusa di andare a pregare in una chiesa possibilmente molto lontana, giravano l’Europa dormendo qual e là, correndo mille avventure ed infastidendo gli abitanti (e soprattutto le abitanti) delle contrade che atraversavano; perennemente alla ricerca di vino e divertimenti. Vi è una vastissima legislazione che cerca di metter freno a questa piaga di viandanti irresponsabili e ladri. Esattamente come i turisti odierni, anche i pellegrini erano in qualche modo al di sopra delle leggi e delle consuetudini locali. Son pellegrino, son turista, si dice; e quasi tutto è permesso. Poi, a fine ‘600 cominciò la faccenda del Grand Tour in Italia e la valanga non si è più arrestata.

Amori turistici a Santo Domingo.

Ma come ogni moda umana anche questa finirà. La realtà virtuale sostituirà la realtà reale e si smetterà di voler andare a vedere i centri storici ovunque occupati dalle stesse catene di negozi? I musei saranno visitati virtualmente grazie ai visori? Si capirà che andare ad insardinarsi su spiagge e mari pieni di plastica è una sciocchezza?

Un certo numero di segnali sembrerebbero andare in questo senso. Dovrò chiudere questo blog?

Corea del Nord?

E’ facile andare in Corea del Nord. Impossibile individualmente, ma basta trovare una delle poche agenzie che organizzano gruppi e si parte. Con un 3 mila euro ci si passa una settimana. I viaggi sono organizzati in occasione delle feste nazionali, per vedere sfilate e parate.

Bisogna portarsi giacca-cravatta per visitare gli hauts lieux del glorioso cammino del popolo nord-coreano.

Che dite, fa bene il Viaggiatore Critico ad andarci? Ecco il programma di viaggio. Ci va anche Avventure nel Mondo, ad un prezzo un pò inferiore e per periodi più lunghi.

Chi ci è stato dice che è molto interessante. Ma il Viaggiatore Critico non ci è andato, perchè si è preso a male parole con la guida italiana, fin dal primo contatto per mail….

 

 

I mali di Creta

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Questo non è la terrazza di un ristorante; è la banchina del porto di Retimno, occupata integralmente da un ristorante. 

Creta, la cui visita è pur consigliabile, ha un sacco di problemi da un punto di vista turistico. E’ un eccellente esempio di come non bisognerebbe fare. Le cause sono molte.

Per prima cosa vi arrivano, con un gran numero di voli, diverse compagnie low cost. Viaggiano da aprile ad ottobre, Ryanair ha la ua base a Chania, altre ad Iraklion. La quantità di gente che arriva è impressionante; i più sono ragazzotti/e del nord europa che si sfondano d’alcol e si aggirano abbrostoliti per la stradine di Chania. Il porto è ridotto ad un luna park di ristoranti, barretti e bancarelle. Da lì i più organizzati si sparpagliano per il resto dell’isola, affittando auto a bassissimo prezzo (almeno non nel pieno della stagione) o usando i bus pubblici. Ed è il tracollo della circolazione e dei trasporti. Ovvio, in un’isola molto montagnosa, dalle strade difficili. Il popolo delle creme solari staziona soprattutto sulla costa settentrionale, spingendosi in pochi luoghi di quella meridionale.

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Pessima edilizia turistica fin sulla spiaggia in un borgo della costa meridionale di Creta. Eppure il luogo sarebbe bellissimo.

Poi, si sa, il greco è un popolo levantino, certo poco incline a fornirsi di regole e a rispettarle. Quindi si è edificato dove, come, quanto e quando si poteva; è sorta una babele di scatole di cemento malamente sovrapposte. Costruzioni al risparmio, quasi sempre, quindi brutte, fatte male e in via di rapido degrado. Il problema non è nemmeno tanto la cementificazione, anche se selvaggia: è la cementificazione selvaggia bruttissima. Tanto i suddetti ragazzotti/e sono talmente ubriachi che non se ne accorgono nemmeno e dormono ovunque. Della famosa architettura greca tradizionale con le sue casine bianche sovrapposte è rimasta l’idea di base e questo sarebbe anche un bene; ma l’esecuzione è catastrofica.  Sui fianche di queste aride colline a mare, degradano cascate di camere, terrazzini e ristoranti soffocati da insegne arrugginite dal salmastro che si contendono lo spazio con bouganville polverose. Scoraggiante, di fronte all’azzurro del mare che Omero cantò.

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Fortunatamente c’e’ sempre l’insalata greca che ci salva dalla pessima cucina per turisti….

Lo stato greco è impoverito dalla corruzione dei vecchi governanti e dalla tracotanza dei tedeschi che hanno dettato le regole dell’Unione Europea. Non si può certo sperare che vi siano soldi per il decoro degli spazi pubblici. Non meraviglia quindi lo stato di abbandono, sporcizia, degrado, sciatteria in cui versano strade, vie, piazze, subito fuori dai centri. Proprio là dove sorgono le nuove babeli turistiche. Molto ben tenuti, invece, i centri delle città e di alcuni paesi.

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Il bel porto di Chania, carico di storia è ridotto ad un mercato. Un brutto mercato.

Il turismo è un commercio ed i commercianti sono spesso senza freni. E ciò, in un contesto dove il potere pubblico c’e’ poco o guarda colpevolmente altrove, provoca delle aberrazioni. Ad esempio i lungomari o le banchine dei porti, di tutte le località che ne dispongono, sono occupati da bar e ristoranti in un modo tale che per passare resta un piccolissimo spazio conteso dai camerieri che servono i tavoli e dai buttadentro che arrivano a sbarrarti la strada per farti sedere ai loro tavoli. Insopportabile, insostenibile, una indecente gazzarra.  E ciò proprio in Grecia che è il luogo dove il concetto mediterraneo di bar ha raggiunto dei meravigliosi apici di comodità e di raffinato buon gusto. Infatti i bar per i greci sono comodi, larghi, con bellissime poltrone e buon servizio, pur mantendo dei prezzi moderati. Quelli per i turisti sono angusti, ristretti, sovraffollati, di cattiva qualità e cari; ma sul lungomare….

Un’altra croce è il cibo. La cucina greca avrebbe anche degli aspetti gustosissimi; ma in quei ristoranti/mangimifici per turisti si mangia male: pochissimi piatti, cibo tirato via e che insulta la varietà ed il gusto della cucina greca tradizionale. Perchè non riescono a fare niente di meglio?

Le versioni sul carattere dei greci, in generale, sono assai variabili. C’e’ chi li adora in quanto figli dei nostri padri culturali e chi li detesta in quanto inaffidabili e pien di sotterfugi. Come che sia, i cretesi che si dedicano al difficile mestiere di mungere i turisti, sono spesso sgarbati, altezzosi, sbrigativi e scostanti. Da augurargli che i turisti li disertino.

I prezzi a Creta restano comodi. Ma arbitrari. Le camere, al di fuori dei centri principali, hanno una specie di prezzo fisso, che siano belle o brutte, al mare o in montagna, in un bel posto o in uno brutto. Nessuna politica dei prezzi; assalto ai turisti, a prescindere da quel che gli si da.

In una situazione come quella greca non ci si può aspettare una politica turistica che punti a diminuire la concentrazione dei turisti sulla costa, spostandoli nell’entroterra; e nemmeno una promozione dei prodotti locali. Non si pensa ad una differenziazione delle mete per favorire i trekking (che non siano nelle affollattissime gole di Samaria) o a favorire dei soggiorni in montagna per sfuggire al caldo. Non parliamo poi di navette turistiche per diminiire il traffico.

Ed infatti quasi niente di tutto ciò esiste. E’ un arrembaggio continuo in cui un luogo con potenzialità infinite viene consumato nel peggiore dei modi, svilendo il turista e deprimendo i cretesi. Una via senza rimedio, una sconfitta certa, un gran peccato.

Creta merita comunque un viaggio, ma mi vien da piangere a pensare a come l’hanno ridotta.