Turisti accattoni

Foto diveuta famosa per il problema dei begpackers in Tailandia. Qusti due vendono cartoline per pagarsi il viaggio. Pubblicata su Twitter da Solo Traveller.

Il viaggiare a volte scatena sconcertanti impulsi nascosti nelle profondità delle persone. E’ un male che viene da lontano, dai tempi dei pellegrini. I quali partivano da casa loro con le tasche quasi sempre vuote ed arrivavano fino a Roma o a Santiago di Compostela mendicando, rubacchiando, facendo qualche lavoro dai contadini trovati lungo i cammini. Lo facevano per espiare i peccati e vivere in povertà, dicevano. In realtà erano dei grandissimi scrocconi, invisi alle genti che dovevano sopportare il loro passaggio.

Oggi succede, più spesso di quanto si creda, la stessa cosa. E’ normale che la coppietta di giovani di scarse risorse voglia comunque concedersi una bella vacanza e cerchi di risparmiare sui voli, sugli alberghi o i campeggi e che mangi un panino sulla panchina dei giardini. Del resto è una lotta accanita ed infinita fra il turista risparmievole e l’esercente avido. Il primo a chiedere accanitamente sconti e a dormire in tre in una sigola; l’altro a speculare appena possibile sui prezzi quando l’affluenza cresce: compagnie low cost ed albergatori soprattutto. Le due categorie (turisti ed esercenti) si odiano e cercano di truffarsi a vicenda. Gli albergatori tendono delle trappole pubblicando tariffe molto basse che però non sono rimborsabili; il turista ci casca, poi vuol cambiare la data, non può e ci perde l’intera somma versata.  A sua volta, alla prima occasione, ruberà gli asciugamani della camera e trasformerà una prima colazione compresa nel prezzo, in un pranzo natalizio da dodici portate. Un mondo di avvoltoi.

Ma alcuni turisti vanno molto oltre ed il viaggio diventa per loro un’accanita gara al risparmio. Sembra che non viaggino per conoscere, ma per risparmiare; anche se non ne hanno bisogno. E’ una sfida con se stessi a non spendere; a fregare gli altri; ad ingegnarsi per il centesimo.  Diventano degli accattoni feroci. A casa loro non potrebbero comportarsi così, sarebbero socialmente banditi. In viaggio si scatenano. Lo fanno soprattutto nei paesi poveri, dove già le cose costerebbero poco; si accaniscono a pagare ancora meno, ancor meglio se non pagano. Arrivano a truffare, rubare.

Alcuni aneddoti. In viaggio in Tanzania, con Avventure nel mondo. Una coppia fa da cassiera all’intero gruppo. La mattina il bussino parte dall’albergo per andare altrove, tutti tacitamente convinti che i cassieri abbiano pagato il conto della notte. Poco dopo vengono raggiunti dalla Polizia con il proprietario dell’albergo. Erano scappati intascando il conto di tutto il gruppo.

Un begpacker. Foto da Il Fatto Quotidiano.

Anni fa nacque una sorta di gara a percorrere tutta l’Africa, da nord a sud in bicicletta, spendendo 1 euro al giorno (ripeto un euro) che andava interamente o quasi nelle riparazioni del mezzo provato da quelle tremende strade. Quindi i ciclisti vivevano dell’elemosina degli africani, nei villaggi. Un europeo, probabilmente agiato (i poveri non fanno queste cose) che si fa mantenere per mesi dai miseri contadini africani.

Io stesso, non ancora del tutto adolescente, in un viaggio in Marocco rubai, con grande destrezza, uno spillone berbero che un misero commerciante vendeva su un telo steso a terra, al mercato. Ne presi in mano diversi, uno dopo l’altro, riposandoli subito dopo. Poi, ne nascosi uno nel palmo chiuso della mano e mi allontanai. Sfide giovanili. Me ne vergogno ancora.

Alle Canarie i turisti italiani sono molto malvisti in quanto hanno il vezzo di andarsene dagli alberghi senza pagare. A Fogo, Capo Verde, ho visto coppie che avevano speso molte centinaio di euro a testa per arrivare fino a lì, piangere miseria per avere uno sconto di 5 euro sui 20 che costava una camera affittata presso i contadini.

In Asia è divenuta una moda, recentemente. Nonostante che si trovino in paesi estremamente economici come India, Thailandia, Vietnam, dei giovani turisti mostrano dei cartelli ai passanti chiedendo l’elemosina per continuare il loro viaggio. Alcuni decenni fa suonavano nelle metropolitane ed in cambio dei soldi davano la loro musica. Scambio dignitosissimo. Ora no, chiedono l’elemosina agli indiani, per viaggiare; ci si può credere? In molti casi arriva la Polizia e li fa rimpatriare a forza, disturbando il dolce far niente delle rispettive Ambasciate. Questi turisti vengono chiamati begpackers e pare che comincino ad essere un vero problema. Decenni fa succedeva lo stesso con gli hippies a Goa, ma almeno, in quell’occasione, c’era una parvenza di ricerca spirituale.

Senza arrivare a tanto ho conosciuto stormi di turisti che cercano e si passano notizie su dove mangiare o dormire spendendo di meno; anche se il costo di quella notte o di quel pranzo sia ridicolo per gli standard europei. Altri che vanno nei mercati tropicali a fine mattinata per avere la frutta marcescente a poco. Ho conosciuto genovesi che passavano mesi in India vivendo in una grotta. Dei cooperanti pagati molte migliaia di dollari al mese abitare scantinati nelle periferie delle capitali africane.

Qui non si tratta di mercanteggiare negli acquisti come è giusto che sia per limitare il lievitare dei prezzi dovuto alla vostra qualità di turisti, nei mercati di mezzo mondo. Ciò è legittimo. Qui si tratta di limare centesimi a costi che sono già bassissimi. Centesimi che, riportati in Italia dopo le vacanze, evaporano in un aperitivo.

In questo interessante articolo si fa presente la possibilità che il turista accattone, in realtà, si sobbarchi la fatica di esserlo per poter postare sui social delle foto che gli diano lo status symbol di viaggiatore incallito e rotto a tutte le traversie. Una specie di medaglia alla resilienza. E questa osservazione, che potrebbe essere molto accertata, mi permette di tornare all’ardito parallelo con l’antico pellegrino. Anche lui andava in giro mendicando per poi poter rivendicare di fronte a tutti la sua santità, la sua purezza di spirito, mentre gli altri erano rimasti sotto le loro calde coperte.

In entrambi i casi si tratta di autopromozione. Di dimostrarsi migliori degli altri. E nel frattempo, come vantaggio aggiuntivo, si mangia a sbafo.

La bassezza umana non ha limiti ed il turismo la tira fuori tutta.

 

 

Turismo radioattivo a Chernobyl

La città abbandonata. Foto di Jorge Franganillo via Wiki Commons.

Nelle pieghe del mondo del turismo si trovano, a volte, delle faccende sconcertanti. Una di queste è l’aver trasformato un luogo maledetto come Chernobyl in una importante destinazione turistica; quest’anno deve aver raggiunto i 100.000 visitatori. Ripeto centomila. Roba da non credere.

La storia è semplice: dal 2011 si sono cominciate ad organizzare delle visite, partendo da Kiev, che dista un paio di ore di macchina. Evidentemente i livelli di radioattività lo permettono; non ci sono reali pericoli. Alcuni dei vecchi abitanti sono anche tornati a vivere nelle loro case, in campagna. Magari muoiono di tumore, ma gli ci vuole anni e lo fanno a casa propria. Quindi qualche ora di visita non rappresenta nessun inconveniente sanitario per i turisti. E non deve nemmeno essere un problema per le guide che ci vanno tutti i gorni.  Il viaggio costa un centinaio di dollari (che non è poco per i costi ucraini).

Si vedono i resti della città dei lavoratori della centrale: Prypjat, evacuata da un momento all’altro ed invasa dalla vegetazione. Si visitano le scuole abbandonate, con i quaderni sui banchi; la ruota della giostra mai inaugurata, le bamboline di pezza che giacciono sul suolo polveroso dell’asilo. Da un tetto (16 piani senza ascensore), si scorge, lontano, il sarcofago della centrale. Si visitano i vecchi monumenti sovietici. Si sorbisce un po’ di consegne di difesa dalle radiazioni, probabilmente più per far scena, che per reale necessità. Poi si torna a Kiev.

Il punto della pericolosità della zona visitata è complesso. Infatti se dicono che le radiazioni residue sono ancora pericolose, il turismo diminuisce. Se dicono che sono completamente sparite si perde parte dell’ebbrezza del pericolo. Ed in effetti la posizione ufficiale dice che le radiazioni ci sono, ma sono deboli. I gruppi vanno in giro con un contatore e la persone fanno i video ai ticchettii dell’apparecchio, tutte felici. Quanto ci sia di vero e quanto di artificioso ad usum turisti, non si può sapere.

Ad ogni modo la visita a Chernobyl porta degli introiti interessanti ed il Governo è ben contento. Quest’anno, addirittura, il numero delle visite si è impennato per via della serie di Sky sull’incidente alla Centrale. Come a dire che la sciagura di molti dell’86 è la fortuna di alcuni, oggi. Ovverosia, trasformare un problema in una opportunità. Ossia, tirar fuori soldi anche dai morti.

Il fenomeno appare inesplicabile. Perchè un turista va a vedere dei casermoni sovietici, privi di ogni interesse, abbandonati ed intorno ai quali la natura sta riprendendo tutti i suoi spazi?

Non si tratta certo di uno spirito pioneristico; di una avventurosa riconquista di spazi umani abbandonati dopo l’Olocausto Nucleare. I luoghi infatti sono pieni di turisti (alcune migliaia al giorno) e di avventuroso non c’e’ proprio niente. E non si può nemmeno dire che si voglia sfidare il pericolo come si fa con i tori di Pamplona. Le radiazioni non si vedono e se anche ti colpissero te ne accorgeresti fra decenni. Nessuna suspense.

Vogliamo pensare che c’e’ un sottofondo di polemica politica? Si va cioè a vedere uno dei peggiori fallimenti del sistema socialista sovietico? Forse qualcuno, ma non credo che siano molti i turisti che abbiano questo tipo di interessi.

Si tratta forse di turisti che non hanno nient’altro da fare e vedere? Convengo sul fatto che l’Ucraina non è particolarmente ricca di attrazioni turistiche, ma non ne è nemmeno del tutto sprovvista. Trasformare Chernobyl nella prima destinazione turistica del paese è veramente eccessivo.

Questa foto è famosa. La turista che si spoglia e si fa fotografare fra le rovine di Chernobyl. Fece scandalo per la mancanza di rispetto per la tragedia.

Esiste quindi la possibilità che sia un ulteriore episodio di quello che è definito il turismo nero. Ovverosia il desiderio patologico di andare a vedere le disgrazie o, almeno, i luoghi delle disgrazie. Come il luogo dove fu ucciso Versace, la diga del Vajont (ci sono stato anch’io), l’albergo di Rigopiano, il relitto della Costa Concordia all‘isola del Giglio. Si arriva in questi luoghi e ci si fa un selfie che si pubblica sui social. Riproduco qui accanto la foto di una procace turista che si è aperta la tuta antiradiazioni e si è fatta la foto in reggiseno. E’ stata molto criticata, ma ha avuto notorietà mondiale.

Quindi, escludendo una piccola percentuale di persone che sono interessate all’energia atomica ed un altro piccolo numero che rendono un sincero omaggio ai morti di Chernobyl, tutti gli altri sarebbero degli sciacalli che vanno in luogo così maledetto solo per far vedere che ci sono stati.

E’ questo un esempio di quel che è diventato il turismo? Siamo passati dal turismo per vedere, al turismo esperienziale per finire al turismo per apparire. Questa riflessione non vuole essere bigotto moralismo. Vuole compiangere la perfetta inutilità di un turismo di questo tipo. Tempo fa succedeva lo stesso con quelli che andavano alle Maldive. Trent’anni faceva moltissimo status.  Ma almeno erano le Maldive: spiagge ed alberghi bellissimi. Fare la stessa cosa in un sito radioattivo mi sembra di una tristezza e di uno squallore senza fine.

Contrariamente alla stragrande maggioranza dei luoghi di cui questo blog parla, il Viaggiatore Critico a Chernobyl non c’e’ andato (e nemmeno pensa di andarci). Ha però letto degli articoli di blogger che ci sono andati. Spesso invitati dalle agenzie di viaggio locali. La sensazione che si trae da queste letture è desolante. I blogger si inventano delle cose che non stanno né in cielo né in terra. Vedono un cane con un occhio più grande dell’altro e desumono che sono state le radiazioni. Una sorta di vischio sugli alberi diventa una mutazione vegetale.  Ci si dilunga sulla pantomima della misurazione delle radiazioni. I libri lasciati aperti sui banchi di scuola (probabilmente messi ad arte dalle agenzie che organizzano le visite) provocano commozione. Ci si lamenta che i passeri non cinguettano (d’inverno, sotto la neve?), quando invece si sa che la fauna è molto aumentata nella pace della zona interdetta. Una congerie di pochezze che non riescono a nascondere due cose: che è stato pagato per andarci e che si è annoiato a bestia.

Che bello, la natura che invade, copre ed annulla le intromissioni umane! Foto di Antanana via Wiki Commons.

Questa è la faccenda. Mete turistiche costruite ad arte, mantenute a forza di strattagemmi e visitate per la colpevole inerzia pecoresca di molti dei turisti. Meglio restare a casa.

 

 

 

Gli italiani all’estero ed i turisti

Al turista italiano può capitare di incrociare, durante i propri viaggi, altri italiani che sono stabilmente residenti nel paese visitato. Questo fatto è assai probabile, dal momento che l’emigrazione italiana nel mondo è, storicamente, enorme (anche se ce ne vogliamo dimenticare, in questi periodi bui). Alcuni turisti rifuggono dall’inconro con altri italiani (sono in viaggio anche per dimenticarseli, almeno per un momento); altri, invece, amano riconoscerli e scambiarci due parole nella lingua materna.

Le due categorie, turisti e residenti, non sono molto compatibili, a dire la verità. I primi sono attratti dai residenti ed a volte ne sono addirittura affascinati: parlano la lingua locale, sanno tutto, si muovono con agilità. I residenti sono invece un po’ annoiati dai turisti che fanno sempre le stesse domande e non sanno mai niente. Li trovano fastidiosi ed impiccioni. Difficilmente verrà loro in mente di invitarli una sera a cena a casa propria. Mentre il locale si batte contro le difficoltà quotidiane, il turista è incantato da una chiesa o dal merengue. Difficile intendersi con due punti di vista così lontani.

Ma è bene che il turista sappia distinguere le diverse categorie di italiani residenti per meglio poter scegliere una strategia di approccio. Par carpir loro i segreti interni della località visitata. I residenti si beccano sui mille gruppi FB “Italiani a…”

Emigrati storici ed i loro discendenti. I secondi ormai non hanno più niente di italiano, salvo il cognome. Parlano male o nulla l’italiano ed al massimo vi intratterranno con la nonna siciliana e la sua lasagna. Perfettamente inutile frequentarli. I primi saranno ormai molto vecchi ed ampiamente rincoglioniti. Si ricorderanno vagamente di un’Italia povera da cui sono fuggiti. Conservano nel loro cuore il dolore del distacco dal loro paesello, dalla famiglia, dagli amici; sono ancora rabbiosi per esser stati obbligati dalla miseria all’emigrazione. Molti dei loro amici di infanzia sono rimasti a casa e la loro vita non è poi stata troppo male. Forse era meglio restare, senza patire il trauma della lontanaza.  Parlano con fervore della loro nuova patria, un po’ perché ha comunque permesso loro di vivere, un po’ perché se dicessero di esser finiti in una merda di posto dovrebbero ammettere di aver sbagliato tutto in vita loro. In generale sono persone abbastanza agrie e non conviene intrattenervicisi soverchiamente. Ovverosia, lasciateli perdere. Molti sono sfacciatamente di destra; vissuti con il mito del self made man, una specie di eroe contro la solidarietà fra individui.

I pensionati.  Una categoria assai recente di italiani residenti all’estero sono i pensionati. La pensione di chi prende la residenza all’estero non viene tassata; ed in certe nazioni i pensionati esteri non sono tassati dallo Stato in cui risiedono. Quindi queste coppiette si ritrovano con una pensione fortemente aumentata e magari in un paese con il costo della vita moderato. Sono improvvisamente diventati ricchi! All’inizio affrontano la loro vita con estrema gioia e soddisfazione. Da buoni italiani sono soprattutto felici di gabbare lo Stato e di non pagare le tasse. Scoprono un paese nuovo, hanno i dindini in tasca; paion fanciulli al primo giorno di vacanza natalizie.

Ma….   Ma poi arriva la realtà. Hanno l’obbligo di vivere in quel paese per almeno 6 mesi l’anno e sei mesi sono tanti. Si parla di paesi come il Portogallo, la Tunisia (solo per i pensionati statali), l’Albania, la Bulgaria, il Cile. Non parlano la lingua e a quell’età non riescono ad impararla (prova a parlare il bulgaro a 65 anni….). Ogni problema diventa insormontabile: una fuga d’acqua, i rapporti con il proprietario della casa, i prodotti al mercato sempre un po’ diversi da quelli italiani, la solitudine. Finiscono fatalmente fra di loro, intristiti, a parlar male del paese dove son finiti e dei loro abitanti. Pochi quelli soddisfatti della vita. Trasmetteranno al turista amarezza e rancore. E comunque non avranno capito e saputo quasi nulla del posto dove abitano.  Non saranno di nessuna utilità.

Un po’ meglio può andare con i pensionati ricchi, slegati dal semestrale obbligo di residenza. Loro sono liberi di tornare in Italia quanto vogliono, avranno acquistato una seconda (o terza) casa alle Canarie, a Malindi, a Miami e vivono sereni. Ma difficilmente vorranno avere a che fare con un turista come voi che, magari, alloggia nell’alberghetto ed ha, come secondo fine, quello di scroccare una cena come si deve.

I disoccupati espulsi. Frotte di giovani italiani, stanchi di fare i maloccupati nella  pesantissima atmosfera nazionale, mollano gli ormeggi e la famiglia e migrano in posti che paiono loro attraenti: Londra, Irlanda, Portogallo, Atene, Sud Africa ed altre esoticità. Fanno spesso lavori infami come lavapiatti, addetti ai famigerati call center, smanettoni informatici, improvvisati pizzaioli. Ho conosciuto venditori di aloe vera alle Canarie, camerieri di bar periferici ad Atene, istruttrici di pilates a Lisbona. Ma almeno hanno uno stipendiuccio, vivono in un ambiente diverso e spesso stimolante e si son levati di torno dalla patria depressione. Ecco, se il turista è di quella fascia di età, questi sono i migliori compagni possibili: conoscono tutti i locali e vi ci portano volentieri, sono prodighi di consigli, tengono blog su cosa fare la sera o quali sono le migliori spiagge della zona. Si muovono molto con i giovani locali e se vi comportate come si deve vi aggregheranno alle loro uscite.

La marmaglia.  Vi è poi un’altra categoria di italiani all’estero che ho già ampiamente descritto in questo post su Santo Domingo. Ma sono frequenti anche altrove, soprattutto nei paesi più poveri dell’Italia. Sono una mandria di razzisti, cafoni, fascisti e puttanieri (anche donne, s’intende) che hanno lasciato (in alcuni casi hanno dovuto lasciare, in fretta) l’Italia per andare a fare i gradassi a spese di quelli che son costretti a chinare il capo per miseria. Sanno tutto loro, sanno fare tutto loro, i locali sono delle cacche, buoni/e solo ad esser trombati. Poi li ritrovi a vendere tranci di pizza e ad affittare gli ombrelloni. Loro sono emigrati ma gioiscono per gli annegamenti nel Mediterraneo. Sputano sentenze e si dannano il fegato per l’invidia; parlano malissimo gli uni degli altri, facendosi incessantemente le scarpe a vicenda. Conoscono bene l’ambiente dove abitano, parlano i dialetti locali, sarebbero una fonte infinita di informazioni, aneddoti, storie di vita vera. Ma la loro frequentazione è scoraggiante e sconsigliata. E sono legioni. Sono gli emigrati degli ultimi 20 – 25 anni, frutto della deliquescenza italiana. Ne sono il pus. Occhio, sono maestri nell’arte di non pagare.

I lavoratori. Ci sono, infine, i lavoratori. Quelle persone serie che stano all’estero per fare la loro normale vita. Gente che ha un lavoro, una casa, magari una famiglia, amici italiani e locali. Persone, purtroppo, che hanno poco tempo da passare con i turisti. E magari anche poca voglia, vista la brevità e l’inevitabile superficialità del rapporto.

Si conferma quindi che i rapporti fra turisti e residenti sono difficilmente praticabili. Due mondi separati che hanno la tendenza a restarlo; a conferma della sostanziale “anormalità” del fenomeno turistico.

Quel che il turista cerca e non trova (quasi) mai

Il turista è come Tantalo, sempre teso alla ricerca di ciò che desidera pur senza poterlo mai raggiungere. O come il gatto che corre per cercare di acchiappare la propria coda. Perché il turismo sega il ramo su cui è seduto, ma poi a cadere a terra è il turista. Parlo qui, naturalmente del turista attento e curioso, non di quello che va in Crociera o a Rimini. Quelli son vacanzieri.

E’ tutto un problema di backstage, del dietro le quinte, di ciò che succede lontano dagli occhi del passante, dell’estraneo. Il turista che va a visitare un luogo lontano, una città importante, un ambiente naturale sconosciuto, si pone mille domande. Se va a in India vorrebbe sapere cosa pensano in cuor loro gli indiani quando assistono alle loro cerimonie religiose o quando si siedono sulla spiaggia, a migliaia, al tramonto, a vedere il sole che sparisce nell’Oceano. Se  va sulle Dolomiti, dopo aver osservato il panorama, si chiede come sarà quel luogo nella mezza stagione e cosa fanno quelli che vi abitano, quando non ci sono più turisti. Se gli capita di mangiare una bistecca alla fiorentina in centro a Firenze e non è del tutto stupido, si chiede se i fiorentini mangiano quel tipo di bistecca e come realmente è quella che loro vogliono mangiare.

Perché il turista che non sia un cialtrone, vorrebbe capire quel che sta vedendo, desidererebbe sapere quel che avviene quando lui non c’e’, sarebbe la sua massima aspirazione riuscire a carpire i pensieri delle persone che lui incontra nel suo viaggiare. Non si vuole fermare all’apparenza, ha curiosità antropologiche ed addirittura etnologiche; vuole penetrare nel backstage. Tanto che fioriscono espressioni come: ” Visitare una città like a local“, “Dormire presso l’abitante” come se fossimo sui parenti; o si utilizza il metodo del “couchsurfing” dormendo sui divani altrui; certo, per risparmiare, ma anche per sentirsi, fosse solo per una notte, un abitante di quella casa, un membro di quella famiglia che la mattina, di fretta, si alza per andare a lavorare. E si affittano appartamenti su Airbnb, facendo finta di essere vecchi residenti nel quartiere, passando dal fornaio e facendo una capatina al bar per una birretta. Strattagemmi per sentirsi locali e non turisti che vanno, loro!, in albergo. E vanno molto quei siti e quei gruppi su FB dove si ritrovano gli expat di una certa città, ai quali i turisti chiedono consigli su cosa vedere e dove mangiare: “Dove mangiate voi residenti, non i turisti come noi”.

E ciò avviene perché ormai il turismo è una lebbra che divora se stesso. Là dove vanno numerosi i turisti, l’atmosfera cambia, le persone diventano ciniche, sfrontate, maleducate, avide; i ristoranti adattano i loro menu ai supposti gusti dei turisti, diminuiscono la qualità ed aumentano i prezzi; spariscono le piccole attività locali che fanno il colore di una città; tutto diventa, falso, artefatto, plastificato e mercificato. Le città subiscono la gentrificazione. L’omologazione è massima. Il turismo diventa inutile; nei luoghi visitati si vedranno solo altri turisti. Sarà diventato inutile viaggiare dal momento che tutto sarà uguale ed andrai solo a vedere persone come te che cercano ciò che non c’e’ più.

Ed eccoci al mito di Tantalo; il turista che cerca il diverso troverà solo l’uguale a se stesso, mentre il diverso si ritira e gli sfugge. Il backstage, quel che c’e’ dietro, non esiste più: è tutto oscenamente spiattellato davanti agli occhi del visitatore; è tutto ad una sola dimensione. Gli stessi locali non lo sono più; sono solo dei servitori del turista, assimilati a lui, nella lingua, l’inglese, e nei costumi.

Si dirà: ma le Piramidi, la Venere di Botticelli e le terme di Budapest sono ancora là, sono valori immutabili ed incorruttibili. Ebbene no; perché se intorno alla Gioconda c’e’ una selva di bastoni da selfie, la Gioconda non è più il miglior dipinto della storia dell’umanità: è un fenomeno da baraccone.

Questa degradazione del turismo sta ormai entrando nelle coscienze: il termine turistico era positivo fino a qualche anno fa come sinonimo di bello ed usufruibile. Ora ha preso un’accezione negativa, è sinonimo di dozzinale, affollato, di bassa qualità.

Le cosiddette nuove destinazioni sono immediatamente invase e fanno la fine di tutte le altre in un baleno. Lisbona ed il Portogallo ne sono un esempio. Niente sfugge alla penetrazione capillare dell’asfalto del turismo che penetra nelle più remote grinze del mondo.

Ed il turista intelligente ormai si è accorto di questa faccenda e se ne dispiace fortemente. E comincia ad immaginare che il turismo, dopo l’incredibile boom degli ultimi decenni, sia in via di declino e forse diventerà come le sigarette: una faccenda da vecchi, anche un po’ schifosa. Ed un intero settore commerciale mondiale crollerà.

Resta solo una via al turista. Andare dove è certo che nessuno va; andarci in bassissima stagione; rifiutare ciò che è citato dalle riviste, dai siti, dalle trasmissioni per turisti. Cercare le persone e non il paesaggio o l’opera d’arte. Perché di quelle ce ne sono moltissime e quasi tutte non ancora visitate e rovinate.

 

 

La maledizione di alcuni paesi

Il lago Kivu, fra Rwanda e Congo offre bellissimi paesaggi in un clima mite. Foto di Martijn Munneke via Wikicommons.

Spesso il turista non se ne cura e ci va lo stesso. ma alcuni paesi sono sovrastati e distrutti da una maledizione che distrugge chi ci vive. Il turista magari nemmeno se ne accorge, ma se ne è informato riesce a capire meglio ciò che sta vedendo e può evitare di essere il solito superficiale, che non si rende conto di niente.

Credo che il paese più infelice del mondo sia il Rwanda. Luogo poco turistico, eppure ricco di bei paesaggi e di molte interessanti tradizioni. La maledizione di quel paese è data dall’impossibile coesistenza di due etnie delle quali una, molto minoritaria, vuole conservare il potere assoluto sull’altra, maggioritaria e mantenuta in uno stato di insopportabile asservimento. Il paese ha una lunga storia di massacri, di vendette, di atrocità inimmaginabili, di giustizia sommaria ed infame. L’odio scorre sotterraneo, come un fiume carsico dai mille rivoli. Le due etnie vivono mescolate e gli individui sono costretti a coabitare negli stessi spazi, nascondendo l’odio reciproco, il disprezzo dei dominanti, l’infinito rancore dei dominati. Hanno fatto dell’ipocrisia e del mascheramento dei propri sentimenti, un pilastro della società. Si dice che il modello dell’uomo rwandese sia colui che passa una nottata intera a bere vino di banana, seduto accanto all’uomo che uccise suo padre, senza che nessuno noti il suo turbamento. Terrificante.

Perché in Rwanda il razzismo non si manifesta con insulti o scenate. Pare non esistere, fino a che non sfocia nel massacro. Ma chi muore sa che qualcuno della sua etnia, un giorno o l’altro, lo vendicherà. L’infinto ciclo del sopruso, della violenza, della vendetta.

Il Rwanda è veramente l’ultimo paese in cui vorrei andare a passare una vacanza. L’odio che vi regna, pur invisibile, è una lebbra che vi si appiccica addosso. La sua storia è atroce, i suoi governi sono bestemmie contro l’umanità, l’infelicità delle persone è massima; prigionieri della maledizione che copre quel paese da secoli e che non pare finire mai.

Tutt’altro contesto e continente, ma situazione simile in Colombia. La violenza è una costante di tutto il continente sudamericano con le lodevoli eccezioni di Cuba ed il Cile, ma in Colombia sono veramente scatenati. L’immagine che se ne ha in Italia è del tutto parziale e tendenziosa: allegria, balli, donne vestite con vivaci colori, spontaneità e voglia di vivere. Ma quella era la pubblicità di un caffè colombiano, non la vera Colombia.

E’ un paese che ha un sottofondo di violenza infinita, inarrestabile e continua dall’indipendenza  (volendo dimenticare quel che facevano gli spagnoli ai tempi della colonia) del 1819. I colombiani si sono sempre divisi in due fazioni che hanno cambiato mille volte nome, motivi, ideologia e configurazione, ma il cui fine ultimo è stato quello di scannarsi senza pietà.

Lavoravo con questo popolo. Erano contadini, ma avevano smesso di produrre per vendere, perchè i paramilitari rubavano tutto quel che raccoglievano. Si erano ridotti alla più misera delle austosussistenze. Foto di Brandon981123 via Wikicommons.

Alla base ci sono gli stessi motivi che portano alla violenza in Rwanda: la dominazione di pochi contro molti. Direte che ciò esiste ovunque; vero! ma in questi due paesi tale dominazione è senza ritegno, misura, umanità. Non si vuole solo comandare, sfruttare, arricchirsi. Si vuole farlo sfacciatamente, umiliando e sottomettendo. L’uso arbitrario e sadico del potere. Dracula come presidente della Repubblica. Si dirà anche che sono molti i paesi in preda alle guerre. Vero anche questo! Ma in pochi paesi come in questi due, le persone che fanno parte dei gruppi avversari vivono intimamente mescolati; sono così legate da mille vincoli di vicinanza, storia, cultura. Sono parenti, molte volte.

Mi fanno un po’ pena, francamente, i turisti italiani che vanno in Colombia e tornano contenti, parlando della gentilezza delle persone. Non hanno visto, non sanno, non vogliono sapere che Bogotà è un posto dove ci sono bande che uccidono i lavavetri agli incroci chiamandoli “usa e getta”. Ho conosciuto colombiani sfollati interni che hanno cambiato di regione per 13 volte, cercando un angolo di pace fra tante violenze. Ho un amico di Bogotà scappato a Parigi dopo che un giorno, nel traffico, tornando a casa, il guidatore della macchina accanto alla sua fu ucciso a revolverate. Ho stretto molte mani rese terribilmente callose dall’esercizio della raccolta delle foglie di coca. Ho visto le baracche degli sfollati accatastate lungo chilometri di scarpata della ferrovia mentre, a lato, immense e verdeggianti distese accoglievano rare mucche al pascolo; indimenticabile esempio della crudeltà umana dei latifondisti e dell’indifferenza sociale dei colombiani. Gli stessi che, chiamati alle urne per un referendum che avrebbe messo fine alla guerra civile che dura da 40 anni ininterrottamente, hanno votato contro la pace e per la guerra. In mezzo a tutto ciò i narcotrafficanti se la passano una meraviglia.

I colombiani sono tristi, intrisi di violenza bi-secolare; capaci, molti, delle peggiori nefandezze. I latifondisti hanno i loro eserciti di mercenari ed eleggono il presidente della Repubblica, Uribe, ad esempio. Tutti i giorni sindacalisti ed attivisti sociali vengono uccisi nelle periferie e nelle campagne. L’intellighenzia progressista, colta, urbana discetta sul futuro, il bicchiere di whisky in mano. E’ questo, soprattutto, ciò che mi ha sconvolto di quel paese nel quale lavorai troppi mesi, controvoglia: l’indifferenza umana e sociale, la mancnza di implicazione pesonale nel dramma storico in cui vivono immersi. Onore a quelli che rifiutarono l’indifferenza e presero le armi, sapendo che fine avrebbero fatto.

E’ un posto umanamente orrendo la Colombia, non bisogna andarci. Ci sono belle cose da vedere, Cartagena, belle spiagge tropicali. Ma è tutto insanguinato.

Il decalogo del Viaggiatore Critico

Perchè i turisti si devono far trattare come dei bambini? Qua i famigerati Coco-Taxi di Cuba. Foto di Adam Jones via WikiCommons
  1. Il viaggio non si programma con anticipo. Si va dove ti porta il cuore. Non si stabiliscono tappe, percorsi, luoghi da visitare. Non si prenotano alberghi, salvo quello della prima notte, per riposarsi dopo il primo spostamento. Durante questo si leggiucchia la guida e si decide dove andare. Si improvvisa secondo lo stato d’animo. Soprattutto non ci si impongono mete da raggiungere. I compiti li abbiamo lasciati in ufficio, in fabbrica, a casa.
  2. Non si effettuano viaggi organizzati, se non in caso di estrema necessità (Corea del Nord, scalata dell’Everest, viaggio al Polo Nord). Si va in coppia, in famiglia, con pochi amici: affrontando le difficoltà con animo calmo e senso di responsabilità personale.  Non abbiamo bisogno di una organizzazione che ci protegga. Ma è ancor meglio andare da soli e fare, ogni giorno, esattamente quel che si ha voglia di fare. Il viaggio è sensazioni, non necessariamente condivisione.
  3. Si eviteranno le destinazioni turistiche più conosciute. E’ perfettamente inutile andare a Parigi se non siete amanti della cultura francese; è noioso andare ad Ibiza o a Rimini se non siete gente da discoteca; è penoso andare sulle Dolomiti perché amate le montagne e poi trovarvi incolonnati sui sentieri come in centro in città. Andate a Firenze e vi trovate nella Disneyland del Rinascimento?
  4. Si andrà invece in luoghi dove vanno in pochi; di cui poco si parla; la cui ubicazione in pochi conoscono: Pellestrina, Melilla, Barbuda, Svanezia.  Come scoprire questi luoghi nascosti? Sta in questo il mestiere di viaggiatore. Ognuno, poi, ha i suoi e li confida solo agli amici più stretti.
  5. Ci interesseranno le atmosfere più che i monumenti; si vorrà capire più che vedere; ci si intratterrà più con le persone che con i musei. Si cercherà la vita, molto di più che la foto. Anzi, la macchina fotografica è meglio dimenticarsela a casa.
  6. Si sfuggiranno come la peste i grandi alberghi, i ristoranti con le fotografie dei piatti attaccati sulla vetrina, i locali consigliati dalle guide, i negozi per turisti. In quegli esercizi non c’e’ niente di nuovo, di vero, di interessante, di emozionante. Per andare in quei luoghi potevate rimanere a casa. Si eviteranno con assoluta determinazione i McDonald, gli Star Bucks, i ristoranti italiani (ammenoche non siate dei ricercatori di quel mostro che è la cucina italiana all’estero).
  7. Si dormirà in alberghetti e in B&B con poche stelle, si mangerà in ristoranti frequentati dagli abitanti, meglio se hanno il menu solo nella lingua locale. Si farà spesso ricorso al cibo di strada. Ci si sposterà con i mezzi pubblici, si frequenteranno i peggiori bar di Caracas (cit.).
  8. Si passerà, soprattutto, molto tempo seduti nei bar a bere birra, vino, the, secondo i luoghi ed i gusti. Si cercherà di attaccare discorso con i vecchietti, in una lingua qualsiasi. Si parlerà di calcio, donne, tempo, cibo, politica (se non pericoloso) pur di scambiarsi qualcosa con la gente del posto. Potranno sbocciare gemme di filosofia od antipatie insanabili. Ma il muro che divide il turista ed il locale vacillerà.
  9. Si eviterà di visitare i luoghi-ciarpame turistico. Quei luoghi dove vanno a finire tutti i turisti, guidati da guide in carta o carne ed ossa. I monumenti più ovvi, i palazzi insulsi del ‘700 se non dell’800: Versailles, il Parlamento di Budapest. I belvedere fitti di bancarelle, le chiese miracolate. Le case di illustri, le statue simbolo come la Sirenetta di Copenaghen o il Bambino che Piscia di Bruxelles o la Fontana di Trevi.
  10. E’ fondamentale non tramortire le palle a chi trovate in giro con i racconti dei precedenti viaggi fatti. Non si capisce per quale motivo chi viaggia abbia bisogno di raccontare a chi non gliene può fregare di meno, dove è andato negli anni precedenti, con tutti i dettagli. Deve essere una malattia; merita l’isolamento fino alla guarigione completa.
  11. Il Viaggiatore non da elemosine; non incoraggia la professione dell’accattone da turista; non si sente buono perché da pochi spiccioli. E’ molto probabile che i veri bisognosi, al turista non ci arrivano nemmeno.
  12. Non ci si comporta da turisti; ci si veste sobriamente, non si fa niente di ciò che non si farebbe a casa propria, non si fa i gradassi o i condiscendenti, non c’e’ bisogno di eccitarsi se per una volta non siete i pezzenti che normalmente siete a casa vostra. Si cerca di mimetizzarsi nel corpo sociale che visitiamo; ciò è evidentemente impossibile, ma il cercare di farlo denota umiltà e sarà apprezzato da qui locali che vi hanno fra i piedi.
  13. Si evitino gli altri turisti. Se sentite delle persone parlare italiano cominciate ad inveire in ostrogoto: si allontaneranno.
  14. Non si visitano i centri commerciali, ma i mercati. Si va nei supermercati per vedere cosa mangiano i locali. Si prende il caffè alle macchinette per sapere com’è. Si cerca di prendere un appartamentino per poter avere il grande piacere di andare a fare la spesa di tutte quelle strane cose che vendono nei negozi locali, bevande comprese e soprattutto, specie se alcoliche.
  15. Nei paesi poveri si evita di cominciare a cercare le donne appena sbarcati dall’aereo. Fa sfigato.
Anche a Porto i taxi tipo Ape, per turisti.

Hanno i turisti una responsabilità politica?

Pesante come le loro colonne, la situazione politica in Egitto.

Hanno i turisti una responsabilità politica?

La domanda è del tutto legittima; e non parlo degli aspetti ambientali, economici, sociali. In una parola, della sostenibilità del turismo o dei comportamenti del turista solidale, che son parole tanto di moda quanto povere di significato.

E non parlo nemmeno della lotta alla turistificazione che sta nascendo in certe citta particolarmente colpite dalla speculazione turistica.

Parlo proprio della politica in senso proprio; delle scelte che hanno un valore strettamente politico. Faccio alcuni esempi.

Una amica mi propone un viaggio in Dancalia; il posto mi affascina, da sempre lo tengo d’occhio, mi piacerebbe andarci. E’ un posto scomodo, è quasi inevitabile fare il viaggio con un gruppo. Mi spiega meglio come stanno le cose e fra le varie informazioni mi dice che il gruppo sarà accompagnato da alcune guardie armate. Io sobbalzo ed annullo, indignato, ogni mio interesse al viaggio. Io dico che non è possibile che un turista giri protetto da armati. E non per la sua sicurezza; ma, piuttosto, per la sua immagine negli occhi delle persone del luogo. Il turismo è sinonimo di pace e di scambio fra persone, non si può mescolare con le armi. Se c’e’ un certo numero di locali che vogliono attaccare il turista, in quel posto non ci si va, finché non abbiano risolto i loro problemi interni. Stessa cosa in Egitto. Si visitano i templi sotto il controllo delle mitragliatrici. Non è bello.

Altro esempio, sempre in Egitto. E’ corretto andare in un paese che non dice quel che è successo a Regeni? Il governo è pesantemente implicato nel caso; non sarebbe meglio il boicottaggio? Come in Turchia, dove Erdogan sta trasformando una democrazie in una dittatura personale.

Si dirà: io vado ed incontro la gente; do risorse a piccole economie familiari come le pensioni o i semplici ristoranti. Sto accanto alla gente, non mi immischio con il potere antidemocratico. E’ accettabile questo ragionamento? A me non sembra, direi che è paraculaggine. Visitare un luogo è comunque rendergli omaggio; avvicinarsi alla loro idea del mondo; portargli un saluto amichevole. Ecco, io non ho nessuna voglia di conoscere chi vota Erdogan e fa le manifestazioni in favore della pena di morte. Preferisco astenermi dal conoscerli. E non voglio esprimere nessuna vicinanza ad un paese che, nel suo complesso, permette che succeda quel che è successo a Regeni e ad un esercito di altri ed anonimi egiziani.

Bambini soldato in Africa.

Si dirà allora che ci sono tutti gli altri: quelli che lottano contro Erdogan e contro la dittatura egiziana. E’ vero, esistono e ci piacciono. Ma allora andiamo a trovare loro e trasformiamo un viaggio meramente turistico in una espressione di solidarietà politica, andando a conoscere e sostenere quegli oppositori. Il caso di Lorenzo Orsetti è molto chiaro, anche se estremo. Terzomondismo militante, si chiamava un tempo; internazionalismo militante. Magari stiamo attentini a non metterli in pericolo con comportamenti od esternazioni che a noi costano al massimo l’espulsione, a loro la tortura.

Quindi, provo disgusto per quelli che vanno apposta, proprio ora, in Egitto od in Turchia perché i prezzi son più bassi a causa delle rispettive crisi politiche. Sciacalli, li chiamerei.

Ed ancora: andiamo in Iran dove sono legali e frequentissime le punizioni corporali? E nei paesi dove è in vigore e largamente utilizzata la pena di morte? Ma allora cosa fare per tutti quei paesi che non sono democratici, ma di cui non sappiamo quasi niente, da un punto di vista politico? Nello stato padronale della Guinea Equatoriale ci andiamo o no? Andiamo in Cameroun dove ho visto, nei Commissariati, torturare ladruncoli? E quelli che vanno in Mauritania a visitare le antiche biblioteche pur sapendo che ci sono ancora gli schiavi, in quel paese?

La mia risposta è certamente NO per l’Iran. Non voglio aver niente a che fare con quel regime; non voglio incrociare uno dei loro sbirri. Per i paesi africani sono più possibilista (ma non per la Mauritania): son luoghi dove non c’e’ mai stato altro che il potere del capo. Piano, piano alcuni, stanno cercando di avere forme di potere un po’ più decenti e civili. Bisogna dar loro fiducia ed avere pazienza.

Ma invece non ho nessuna pazienza e non metterò piede negli Stati Uniti della pena di morte ai minorenni, degli omicidi dei Neri da parte della polizia, della carcerazione arbitraria, degli sceriffi eletti dal popolo. E non sarei andato nel Cile di Pinochet o nell’Argentina di Videla. Ho dei problemi anche con l’Ungheria di Orban; continuo ad andarci ma non mi sento più a mio agio.

Spero che non mi tocchi andarmene anche dall’Italia….

 

Le sfide di Guido. Ce la farà?

La ricostruzione del teatro romano di Firenze.

Segnalo un tentativo innovatore e coraggioso di modificare l’impecorimento delle masse turistiche incolonnate verso le più viete ovvietà turistiche. Un’agenzia cerca di mettere in luce aspetti turistici meno conosciuti, ma molto interessanti. E ciò con un sistema di prenotazione particolare. Ce la farà a crearsi uno spazio?

I love Guido è un’agenzia on-line di visite guidate. Chi è interessato sceglie il giro proposto ed aspetta. Quando si raggiunge il numero di 5 partecipanti il tour è confermato. Quante più persone partecipano (con un limite) tanto più il costo per persona diminuisce. Il costo attuale è chiaramente indicato sul sito. Il vantaggio per il turista è evidente. Il sistema è anche furbo perché il partecipante già iscritto avrà tutto l’interesse a trovare altri turisti; diventa, quindi, il miglior “promotore” del gruppo. Lo svantaggio, molto grave, è che probabilmente non si saprà fino agli ultimi giorni se il tour si farà o no. Il turista rischia di perdere una parte del poco tempo che ha, mancando l’opportunità di vedere ciò che aveva destato la sua curiosità.

Ma l’aspetto più interessante dell’offerta di Guido è aver messo l’accento su temi meno frequentati dal turismo di massa. Ad esempio si cercano i poco visibili resti romani di Firenze, ma fondamentali per il successivo sviluppo medievale e rinascimentale della città. A Parigi si visita il cimitero del Pere Lachaise, a Milano ci si occupa dell’epoca spagnola e della peste del Manzoni. Nel Lazio si visita passeggiando i siti sannitici di Faragola e si contribuisce alla ricostruzione di un museo locale distrutto da un incendio. Lo schema ricorda quello proposto da Migrantour.

La peste di Milano!!

Tutto ciò rappresenta il sogno di molti che si sono occupati di divulgazione di beni culturali e che sono sempre stati soggiogati, affogati e dispersi dalla prepotenza degli attrattori turistici principali: il Rinascimento a Firenze, l’antichità a Roma, il Duomo di Milano, il Louvre e Versailles a Parigi. Per gli altri aspetti non c’è posto. Guido cerca di spingere gli outsider, pur dovendo, per evidente motivi economici, mantenere nel catalogo anche gli “inevitabili”.

I tour si concludono con un riposino in un bar con scambio di impressioni e consumazione a carico del partecipante. Si parla anche di pubblicazione sui social dell’esperienza appena trascorsa. Questo punto rinforza il carattere di condivisione, sharing, della proposta di Guido.

Si tratterebbe, quindi, di una declinazione moderna e più sostenibile dell’offerta turistica, nel solco dell’economia circolare. Il turista dovrebbe avere un’esperienza più vasta, i luoghi sarebbero meno affollati, le guide sarebbero maggiormente a loro agio, beni culturali minori sarebbero maggiormente valorizzati ed i biglietti di ingresso favorirebbero la loro conservazione.

Tutto bello, quindi. Ma bisogna vedere se i turisti pecoroni accetteranno queste proposte. Certo il gruppo che fa Venezia, Firenze, Roma in 5 giorni non lo potrà fare. Ma si spera che questi gruppi spariscano, come successe agli Unni di Attila. Lo potrà invece fare il turista ragionevole che preferirà una sola città girandosela comodamente.

Vedremo. Nel frattempo Guido dovrà migliorare gli aspetti digitali, ancora un po’ claudicanti e vegliare che le guide incarnino gli aspetti innovativi della proposta senza cadere nella routine della solita visita da sbrigare con rapidità.

 

 

I turisti israeliani in Patagonia

Un albergo a Puerto Ibanez, in Cile, ma prossimo all’Argentina.

Una polemica si aggira da alcuni anni nel turismo patagonico. E non sembra accennare a placarsi. Il punto è molto semplice: esercenti turistici, guardiani dei numerosi parchi, altri turisti, si lamentano fortemente dei modi maleducati, arroganti, indisciplinati, altezzosi, provocatori, sprezzanti, rumorosi, incivili, truffaldini e anti-ecologici che dimostrano i turisti israeliani in tutto il Cono Sur: Argentina, Uruguay e Cile. Soprattutto in Patagonia che è una dello loro mete preferite.

Ma chi sono questi turisti? Pare che sia abitudine diffusa, in Israele, che i giovani, dopo il lungo servizio militare, si prendano una lunga vacanza, per poi incominciare l’Università. Quindi dopo aver fatto tutto quello che hanno l’abitudine di fare alla popolazione civile palestinese, posano il fucile e si ritrovano negli sconfinati spazi della Patagonia.

Nei pressi di Coyhaique.

Un’altra meta molto frequentata è la Georgia ed in particolare le spettacolari montagne della Svanezia. Ve ne sono a frotte ed i comportamenti sono del tutto simili. Rispetto = 0.

Ma perchè proprio la Patagonia? Sarà forse una moda casuale, forse favorita dalla forte presenza ebrea a Buenos Aires.  Ma, nella polemica, circola un’altra teoria. La posizione di Israele è fragile, da un punto di vista militare e politico. Un qualche ribaltone mondiale potrebbe causarne la scomparsa. Ecco quindi, che quel popolo starebbe preparando un piano B. E le immense distese disabitate della Patagonia potrebbero fare al caso loro, per costituirvi un nuovo paese. Intanto i giovani vanno a conoscerla e se ne fanno un’idea. Alcuni cileni arrivano anche a pensare che Israele non è tanto interessata alla terra, quanto all’acqua; che dal lato cileno (non certo da quello argentino) abbonda. Fanta-politica? Non sappiamo, ma di certo le forti sensibilità nazionalistiche argentine (meno quelle cilene) sono stuzzicate da tale teoria. Sta di fatto che molta della Patagonia è divisa in enormi proprietà grandi come province (Benetton fra gli altri) e che farne uno Stato non sarebbe nemmeno troppo difficile.

Verso Cerro Castillo, paesaggi straordinari.

La reazione degli operatori. E’ pessima. Cercano di non accogliere i turisti israeliani, dicono che hanno l’albergo occupato. Accettano i singoli o le coppie, ma non i gruppi. Le guardie dei Parchi nazionali li espellono; perchè accendono fuochi ovunque e poi le foreste bruciano. I rent-a-car non affittano loro le macchine perchè ci montano sopra in sei. Gli alpinisti sono convinti che rubano loro le attrezzature, se le lasciano incostudite. I turisti “altri” li scansano. Ed è anche facile perchè le loro alte grida ed i loro gesti plateali li fanno riconoscere facilmente e da lontano. Il livore nei loro confronti è molto alto.

La difesa? La solita, quella di sempre. Si grida all’antisemitismo e con quello si vuol copriri tutti i misfatti e mettere a tacere chi i misfatti li denuncia. Anche se chi denuncia è ebreo, paradossalmente.

E allora? E allora tre considerazioni: La prima è sulla disgrazia di quel povero angolo di mondo (parlo della Patagonia, s’intende) che non riesce a liberarsi dalla violenza e dalla sopraffazione. Ne ha viste di tutti i colori: le infinite stragi contro gli indios; la deportazione, nelle sue aride lande, degli indios sopravvisuti ai massacri e scacciati dalla terre fertili più a nord;  l’immigrazione di quei disgraziati che andarono a colonizzare quell a regione lande; la repressione contro le lotte per la terra degli indios rimasti. Ed ora anche i turisti cafoni.

La seconda è che i turisti cominciano veramente a venire a noia. Devono comportarsi bene e pagare molto, se no, che se ne vadano.

La terza è che si stanno delineando delle politiche di sviluppo turistico che non solo previlegiano certe origini dei turisti (questo è sempre successo), ma che tendono ad escluderne alcune, come in Croazia. Ne vedremo delle belle…..

Ps. Avevo da poco scritto questo aricolo che ho, casualmente trovato in FaceBook le lamentele accorate di un gruppo di receptionist italiani sull’arroganza, maleducazione, prepotenza dei turisti israeliani. Evidentemente la piaga è mondiale. Ecco il gruppo, ma è chiuso, è necessario iscriversi per vedere i contenuti.

Pellegrini e turisti

San Rocco, pellegrino e protettore dei turisti. (Wiki Commons)

Si fa normalmente risalire l’inizio del turismo all’epoca in cui Goethe e gli altri suoi pari scendevano in Italia boriosi e curiosi di visitare le classiche e rinascimentali bellezze ed i corrotti abiti dei discendenti di coloro i quali quei capolavori avean prodotto.  Il Grand Tour, insomma.

Non è così. Il turismo è ben più antico e si chiamava pellegrinaggio; ma questo era del tutto simile a quello attuale, nel bene, ma soprattutto nel male. Si andava a Roma, a Gerusalemme, a Santiago di Compostela, in molti altri luoghi che conservassero reliquie e ricordi religiosi. Lo si faceva per devozione oppure per espiazione, per scontare un peccato.

In realtà lo si faceva soprattutto per levarsi dalle palle dalla noiosa vita quotidiana. Chi partiva, lasciava a casa i problemi, i debiti, la moglie insopportabile, i figli da sfamare, i mille problemi di una vita complicata. Prendeva due cose e partiva con la bisaccia a tracolla, esattamente come si fa ora con lo zaino in spalla, finalmente liberi! In un colpo solo, tutti i problemi erano risolti e nessuno ti poteva criticare perché era Dio che ti chiamava.

Il pellegrino si dotava di una sorta di passaporto in cuoio rilasciato dall’autorità civile o religiosa della sua città. Quel documento ed il particolare tipo di abiti che portava (saio, sanrocchino, bastone) lo facevano catalogare immediatamente: “Son pellegrino, lasciatemi in pace”. Esattamente come oggi si dice: “Son turista, tutto mi è permesso”. I pellegrini erano vestiti male; vi pare che i turisti siano vestiti bene? I pellegrini erano poveri; quanti turisti si fanno vanto di viaggiare a budget bassissimo, quasi fosse una prodezza?

Ed in effetti il pellegrino ed il turista escono dalla struttura sociale normale: sono per definizione fuori luogo; non possono essere ritenuti responsabili di quel che fanno, perché non conoscono le usanze locali; non entrano in conflitto grave con i locali, perché tanto domani se ne saranno andati; sono quasi intoccabili, Dio proteggeva i pellegrni, i soldi che portano proteggono i turisti; sono addirittura in uno stato mentale particolare. Si comportano in modo leggero, scherzoso; son dei bambini, son degli adulti in libera uscita.

I pellegrini erano molto malvisti e mille sono le leggi che tentano di arginare i loro comportamenti: rubavano nei campi per dove passavano e nelle case dove erano ospitati, fuggendo prima dell’alba; importunavano le donne; se mettevano le mani su del vino, cantavano fino a tardi e armavano un gran casino.  Frequentemente si intruppavano in bande e razziavano dove passavano. Trovate veramente differenze con i giovani turisti attuali?  Dalle antiche cronache traspare chiaramente il fatto che vi erano degli individui che il pellegrino lo facevan di mestiere, campando di espedienti, meglio che lavorare. Del resto i rischi eran deboli: chi alzerebbe le mani su un pellegrino, chi prende oggi a schiaffi un turista?

Le attuali vie dei pellegrini: il Cammino di Santiago, la via Francigena, le altre, sono dei falsi. I pellegrini vivevano di elemosine, di piccoli lavori, di furti, di ospitalità negli ostelli. Non potevano passare tutti negli stessi luoghi, non vi sarebbero state risorse sufficienti per tutti. Si sparpagliavano quindi su tante direttrici diverse, anche se convergenti verso la stessa meta. Era piuttosto un fascio di cammini che pervadevano intimamente il territorio, per la gioia dei suoi abitanti.

Del resto l’etimologia della parola “pellegrino” viene da per agri, “per i campi”. Ad indicare qualcuno che lascia la normale città, il solito borgo, per vagare nelle campagne in cerca di una nuova strada, di una vita diversa, di una libertà preclusa agli altri. Esattamente come il turista.

Nemmeno la Chiesa era contenta del fenomeno: i pellegrini erano troppo liberi e sfuggivano al suo rigido controllo territoriale, ai tempi dei servi della gleba. Poi cercò di cavalcare un fenomeno, che non cessava di crescere, stabilendo dei ricoveri, degli ospedali dei pellegrini, specialmente nei punti più difficili del tragitto; anche nell’intento di diminuire la pressione sulla gente comune e di limitarne il suo malcontento.

Il pellegrino conosce tante cose che la gente comune non sa. E le racconta, durante il viaggio e quando torna a casa, suscitando lo stupore di chi lo ascolta, la stima ed anche un po’ di invidia. Nei racconti, certamente, ci infila anche un po’ di fantasia. Non fanno forse così i turisti quando scassano le palle raccontando dei viaggi precedenti od organizzando le vecchie e famigerate sessioni di diapositive o postando foto attentamente costruite per far passare per belli e solitari dei luoghi orrendamente intasati di gente?

La prima pellegrina famosa fu Elena, la madre del fedifrago Costanitno nel 300 e rotti,  l’ultimo turista sta uscendo di casa in questo momento. La cosa non si ferma.

Eppure il turismo, che sembra in gravissima crisi identitaria, potrebbe trovare nel suo lontano passato i motivi per assicurasi un futuro. Il disperdersi sul territorio; la ricerca di sensazioni di libertà; il vagare a caso, lasciando alla sorte la scelta dei luoghi visitati; il rapporto con la gente locale, magari da rispettare; il perdersi per agri. Esattamente il contrario delle crociere, insomma.

Ecco questa potrebbe essere la via maestra di un turismo che abbia ancora un senso. Il ritorno al pellegrinaggio, ovviamente laico.