Le terme di Rapolano Terme

La prima piscina esterna delle Terme della Querciolaia. La più bella. Foto dal sito delle Terme.

Fa sempre molto piacere andare, d’inverno, a mettersi nell’acquiccina calduccina delle piscine delle Terme di Rapolano, a circa 25 km da Siena, verso Arezzo. Una delle innumerevoli terme della Toscana meridionale.

Vediamo come fare per rendere piacevole al massimo l’esperienza.

Che tipo di terme? A Rapolano troverete le terme per il pubblico generale, un po’ come a Budapest. Non c’e’ spazio né per nudismi come a Bad Gastein, per atmosfere tecnologiche come a Bucarest, per vezzi modaioli come all’Asmana. A Rapolano trova il loro spazio gente molto tranquilla e che si accontenta dell’acqua calda, senza altri ingredienti.

Quali terme? In effetti gli stabilimenti termali di Rapolano sono due, a tre km di distanza l’uno dall’altro. Le Terme dell’Antica Querciolaia e le Terme di San Giovanni. Le acque fanno parte dello stesso sistema idrotermale, ma sono leggermente differenti. Le prime hanno una minore quantità di carbonato di calcio disciolto, un leggero odore di zolfo in più e una temperatura leggermente inferiore. Quest’ultimo è un notevole difetto in quanto, d’inverno, nelle piscine all’aperto si può avvertire una leggera sensazione di mancanza di temperatura per raggiungere il benessere perfetto. Si può restare in acqua tutto il tempo che si vuole, ma si è perennemente in cerca del refolo di acqua più caldo del resto della piscina. Tutto ciò sembra dovuto al fatto che la portata iniziale del getto d’acqua delle Terme della Querciolaia era modesto. Si perforò più in profondità e si riuscì a trovare molto più acqua, ma, ahimè, ad una temperatura leggermente inferiore. Ovviamente, al di fuori dell’inverno, la differenza di temperatura fra le due terme è del tutto ininfluente.

I locali delle Terme di San Giovanni sono certamente migliori di quelli della Querciolaia. Più spaziosi, meglio curati, più nuovi, molti spazi relax con belle poltrone. In poche parole la Querciolaia è popolare e San Giovanni è borghese.  La gestione della Querciolaia è mista Comune/privati; l’ingresso in settimana è a 13 euro, a San Giovanni 15. La differenza del prezzo è minore della differenza dei locali. San Giovanni è privata (ma come possono essere private delle acque termali?). Accanto alle terme si ha un albergo di buon livello; e nelle terme c’e’ una parte che è riservata ai clienti dell’albergo e alla quale i clienti esterni non possono accedere. Ciò è abbastanza sgradevole.

Entrambe le terme hanno delle piscine interne. San Giovanni una sola, ottagonale con sedili immersi ed un bocca d’acqua che forma una cascata. Dalla vasca interna si accede a quelle esterne. La Querciolaia ha due vasche interne abbastanza piccole, purtroppo senza sedili nell’acqua. Un  corridoio porta ad un vano dove si lasciano gli accappatoi, si entra in acqua e si può accedere direttamente alla parte esterna.

Le piscine esterne. Sono più grandi quelle di San Giovanni, ma la prima, quella più calda è maggiormente gradevole alla Querciolaia. Entrambe hanno sedili in acqua. Oltre ci sono ancora delle piscine, ma l’acqua scende rapidamente di temperatura e sono utilizzabili solo in estate. Prati e giardini tutt’intorno, più vasti, ancora una volta, a San Giovanni. Pochi i giochi d’acqua, bella cascata nella prima piscina esterna della Querciolaia.

La vasca ottagonale interna delle Terme di San Giovanni. Il pezzo forte di queste terme. Foto dal sito delle terme di San Giovanni.

Le due terme hanno bar con ristorante, di modesto livello quello della Querciolaia, con bella vista a San Giovanni. Naturalmente sono disponibili i soliti servizi aggiuntivi di massaggi ecc, ecc.

Gravissima pecca di San Giovanni è la persistente ed inguaribile maleducazione del personale. Passano gli anni e l’ignoranza di costoro resta intatta. Veramente fastidiosa, mentre alla Querciolaia si respira aria di simpatica famiglia.

Quando andare? Da escludere, a parere del Viaggiatore Critico, tutto il periodo delle vacanze scolastiche. Le mammine di tutto il mondo vi portano la prole. Non si capisce che senso abbia andare alle terme d’estate, quando una qualsiasi piscina andrebbe ugualmente bene.

Da evitare anche il sabato e la domenica, in ogni stagione, per l’affollamento.

Da evitare anche il venerdì perché cominciano ad arrivare i pendolari del fine settimana. Inoltre in quel giorno le terme restano aperte fino all’una e vi va una fauna dai pensieri lascivi.

Restano quindi i primi 4 giorni della settimana. Meglio se piove, fa freddo, tira vento, nevica ed i lupi son discesi a valle. E’ il momento perfetto. Non c’e’ quasi nessuno ed è delizioso stare nelle piscine all’aperto, in mezzo alla nebbia, al gelo, ma nell’acqua calda. Vanno evitate anche i giorni delle feste patronali dei paesi vicini perché pare che sia abitudine diffusa di andare a festeggiare tutti alle terme.

Chi va alle terme? Vi sono due popoli distinti che si mescolano negli effluvi sulfurei. Uno è quello locale, dei dintorni, di Siena. Popolo rurale, bottegaio, paesano, a volte un po’ arricchito. Sono zone di buona disponibilità economica e di vecchia tradizione di saper vivere (Boccaccio era di queste parti) e quindi un biglietto per le terme sono in molti a poterselo permettere e a volerselo concedere. Popolo contento di star nell’acqua, le donne chiaccherano con le donne, gli uomini silenziosi con la bocca a filo dell’acqua che sguardano le eventuali figliole presenti.

Poi c’e l’altro popolo; quello forestiero. Si incrociano qua pattuglie provenienti da Roma con quelle di origine padano – milanese. In entrambi i casi sono coppie, o gruppetti di amici in pensione, che hanno deciso di visitare la Toscana, o che, addirittura, vi hanno messo su casa. Sono benestanti, professionisti, soddisfattissimi di se stessi e di esser così cool da stare nella piscina delle terme. Immancabilmente fanno la lista di tutte le terme toscane che hanno visitato facendone una classifica. Poi parlano di alberghi, B&B, borghi, ristoranti. Se la tirano tantissimo  e sembrano la guida della Lonely Planet; altrettanto inutili. Perché, in realtà non hanno capito assolutamente niente. Sono caduti nella trappola della via toscana del turismo: enogastronomia, accoglienza diffusa, borghi, campagna e cultura. In realtà non si rendono conto che la loro presenza ha completamente snaturato una regione agricola facendola diventare insopportabilmente stucchevole e leziosa. Che quel che loro credono di cercare (ed anche di trovare) è esattamente ciò che stanno distruggendo con la loro presenza.  Questo secondo tipo di popolo sborroncello ovviamente frequenta San Giovanni e disdegna la Querciolaia.

Quindi? Quindi vale molto la pena andare a Rapolano. Per il pubblico frequentante e per il personale consiglio la Querciolaia. Per i locali e per la temperatura dell’acqua San Giovanni. Per le piscine se la giocano alla pari. Il meglio è alternare le due.

Buon bagno.

I marmisti di Carrara e la giornata Studi Aperti

Elias Naman e la sua Paolina Borghese.

Erano gli ultimi giorni di Agosto 2019. Faceva un caldo becco e stavo per andar via, in Tunisia. Non avevo nessuna voglia di schiodarmi dal letto con aria condizionata. Poi il dovere del Viaggiatore Critico prese il sopravvento e mi ritrovai in autostrada, con i miraggi sull’asfalto, per andare a Carrara a godermi il piacere delle Giornate “Studi Aperti” dei famosissimi marmisti di quella città. Ed ero anche abbastanza emozionato, perché non è cosa di tutti i giorni fare delle simili visite.

E fortunatamente che non si fanno tutti i giorni; non sopravvivremo a lungo. Organizzazione pessima; che certo non rende onore agli stupendi artigiani.

Ho letto bene il programma sul sito ed ho capito che c’e’ una quantità di roba da vedere; quindi arrivo prestino, il primo giorno d’apertura. Approdo che son le 14h30 di un venerdì infuocato. Vien voglia di piangere, dal caldo. M son portato anche spazzolino e camicia in più, nel caso la cosa sia assolutamente meravigliosa e che valga la pena passare la notte a Carrara per continuare la visita il giorno dopo (per dire come ero pieno di buona volontà).

Parcheggio dove mi dicono di parcheggiare. Il sito web della manifestazione fa assolutamente cacare. Ci sarebbe una cartina con i pallini degli Studi Aperti, ma non è interattiva e quindi vedi i pallini, ma non sai dove sei tu. In poche parole non serve a nulla, anche perché sul cellulare è troppo piccola per essere comprensibile e non è zoomabile. Bisogna quindi cercare la cartina fisica. Che il sito promette essere disponibile in un certo studio in via Elisa, vicinissimo al mio parcheggio. Smadonno un po’ e trovo via Elisa e lo Studio che invece di essere aperto è del tutto chiuso. Parcheggiando avevo intravisto un ufficio di informazioni turistiche. Ci vado, certo di trovare tutto ciò di cui ho bisogno. Scopro sbigottito che questo ufficio turistico è aperto solo la mattina del lunedì: il resto del lunedì e tutti gli altri 6 giorni è chiuso (vedi foto). Un ufficio turistico che apre 4 ore a settimana??

A Carrara l’ufficio informazioni turistiche è aperto 4 ore a settimana.

Non c’e’ nessuno per la strada. Trovo una signora che. alla mia domanda, telefona al figlio. In due non sanno nulla, ma la signora si lamenta del Comune che non sa organizzare le cose. Mi pare anche a me. Guardo sul sito dell’evento, in cerca di indicazioni e trovo, almeno, l’indirizzo dell’Organizzazione ed il numero di telefono. Penso di andare da loro a cercare la cartina che mi dirà dove sono questi Studi da visitare. Guardo meglio i contatti: presa in giro assoluta. L’indirizzo è Via di via 123, il telefono è 123456. Sono talmente affranto dal caldo che provo anche a fare quel numero di telefono prima di capire.

Smadonno ulteriormente e mi dirigo verso il centro, non sapendo cos’altro fare.

In centro trovo qualche raro passante: chiedo a questo e a quello notizie degli Studi Aperti. La gente o non sa o racconta le cose più inverosimili: uno mi dice che devo aspettare la settimana seguente per avere una mostra di macchine agricole. Lo mando in culo senza ritegno e senza rimpianto.

Finalmente trovo un barista molto gentile che mi da la cartina: sono salvo, lo ringrazio commosso; ora so dove andare a trovare gli Studi Aperti. Sulla cartina vedo che sono moltissimi, sparpagliati in tutta la città; pregusto delizie artistiche a non finire.

Il buon barista mi consiglia di cominciare dallo studio Grinberg, molto vicino. Ci vado ed ho una deliziosa conversazione con un giovane scultore non so più se mezzo svizzero o mezzo francese. Scolpisce colonne di fumo da macchine incendiate. Gongolo.

Mi consiglia di continuare con la visita dello Studio Nicoli, uno dei più antichi e famosi della città. Ma mentre mi spiega la strada arriva una famigliola che c’e’ appena stata e lo ha trovato chiuso. E con questo son già due (compreso quello di Via Elisa) gli studi ad esser chiusi nel giorno degli Studi Aperti.

Vado quindi verso il Duomo, sul cui sagrato alcuni scultori stanno lavorando, in diretta. I poveretti sono malamente protetti dal sole delle 3 del pomeriggio con dei miseri ombrelloni da spiaggia. Evidentemente il Comune non è nemmeno riuscito ad alzare un gazebo, per degli artisti che danno lustro alla città ed all’evento. Micragnosi.

In questo laboratorio c’e’ di tutto.

Percorro poi via Finelli. Dei 4 studi citati nella mappa che avrei dovuto trovare in questa strada, di aperti ce n’e’ solo uno, con delle simpatiche ragazze. In cambio trovo un pittore, Romeo, che, almeno lui, è aperto.

Passò un ponte e mi trovo sulla via principale di Carrara che si chiama Carriona e che deve portare su, verso le cave. Trovo facilmente una sorta di centro sociale con cinema dove mi parlano a lungo e con passione dei gravi problemi ambientali portati dalle cave di marmo, in inarrestabile espansione per fornire i mercati arabi e russi. Molto bene, ma io volevo vedere i laboratori dei marmisti.

Finalmente ne trovo uno vero ed importante. Si tratta di Elias Naman, siriano. Sta facendo una sorta di Paolina Borghese su commissione. Non usa nient’altro che martello e scalpelli. E’ gentilissimo, mi piace; gli do più volte del pazzo; ride contento, lo vorrei abbracciare.  Continuo e trovo subito una ragazza nera con delle belle cose. Comincio ad esser contento della mia giornata.

Continuo e trovo lo studio Vanelli, interessantissimo; ma non trovo lo studio Supra Lab pur citato dalla carta. Poco oltre trovo un laboratorio che pare uscito dall’800 che fa stupendi pezzi di incastro. Non mi sembra che ci sia sulla carta. Chiacchero a lungo con il tipo: qui non sono scultori, ma fanno elementi di arredamento, adorni. Ma con maestria e risultati entusiasmanti.

Riscendo la Carriona e la buona sorte mi abbandona: la mappa della manifestazione è pessima, molto imprecisa, non ci si ritrova. Mi imbatto in un piccolo gregge di tedeschi che cercano anche loro lo studio Giusti in via di Grazzano; lo cerchiamo insieme, non riusciamo a trovarlo. In cambio troviamo il bravo falegname Giacomo. Abbandono alla loro sorte il tedescume e scendo ancora sulla Carriona. Trovo lo Studio Costa, ma è chiuso, anche lui ( a dir la verità non faceva parte dell’evento Studi Aperti e quindi niente da dire). Mi avevano detto che Costa ha un robot che riproduce da sole le sculture. Gli mettono davanti un modello ed un blocco di marmo e dopo un po’ ha riprodotto perfettamente il modello. Mi sarebbe piaciuto vederlo all’opera.

Non solo sculture, ma anche elementi architettonici.

Perché comincio a capire che di scultori come il siriano Elias, che fa tutto a mano, ce ne sono pochi. Soprattutto si fanno copie da modelli in marmo o, più facilmente, in gesso. Lo scultore modella il gesso e l’artigiano, poi, copia in marmo. Hanno un curioso strumento fatto di asticelle appuntite, per riprodurre le dimensioni del modello sul blocco di marmo.

Torno quindi indietro e cerco l’interno del numero 1 di Via San Martino, dove la carta mette un sacco di pallini di Studi Aperti. E’ un calvario: rompo le palle alla metà degli abitanti di Carrara e finalmente riesco a trovarlo. Ma immaginare che fosse lì era veramente difficile. Tutti i carraresi lo sanno, ma nessun forestiero riuscirebbe a trovarlo da solo o con quella pessima cartina che hanno fatto. Ma era così difficile mettere una freccia ad indicare l’entrata? Non ci sono arrivati quei geni dell’organizzazione?

Nel frattempo si è fatto tardi ed è un vero peccato. Due Studi sono chiusi: il personale se ne è andato via prima dell’orario, tanto non veniva nessuno!! Visito la Cooperativa dove trovo uno stagista che mi commuove per la passione. Ed una signora russa che segue una sua scultura ciclopica. C’è un altro laboratorio, già immerso nella penombra. Vi si costruiscono delle sorte di enormi minareti per chissà quale sceicco.

Su Carrara incombono le cave di marmo.

Ceno con grande soddisfazione al circolo di via San Martino: pesce fritto ed abbondante vinellino fresco. 10 agli artisti, agli artigiani ed alla gente di Carrara, gentilissimi. Li ho molto disturbati con le mie domande, e mi hanno dato tutte le indicazioni che potevano. 2 agli organizzatori. Dei veri incapaci che dovrebbero vergognarsi del casino che hanno fatto. Se non sapete farlo, non fatelo.

Andate a visitare gli studi di Carrara, la gente è gentile, vi farà vedere quel che è possibile. Ma evitate le giornate degli Studi Aperti.

Il Medioevo oggi a Poggibonsi e a Guedelon

Il castello di Guedelon in piena costruzione. Foto di Benoît Prieur via WikiCommons.

La voglia di ritorno al Medioevo pare non placarsi in Europa. Non solo da un punto di vista sociale e politico (il che non piace affatto al Viaggiatore Critico), ma anche dal punto di visto culturale e storico (il che piace molto di più). Oltre alle varie e viete rievocazioni storiche di cui abbiamo già parlato abbondantemente qui, ci sono dei tentativi molto più seri e profondi per rivivere quei momenti storici. In particolare a Poggibonsi con la ricostruzione di un villaggio franco e a Guedelon, in Francia, con un castello di qualche secolo più tardo. Due esempi in pieno sviluppo e che riscuotono un successo di pubblico straordinario.

L’esperienza di Guedelon comincia nel 1998 quando apre un cantiere per la ricostruzione di un castello idealmente nato intorno al 1230. Vennero presi a testimone dei castelli realmente costruiti in quel periodo; se ne studiano le piante e le tecniche di costruzione che poi vengono riprodotte fedelmente nel castello di Guedelon. Le pietre vengono scolpite a mano, le travi segate con i segoni impugnati da due persone; si riproducono le macchine da cantiere per alzare i blocchi sulle impalcature. E’ tutto come era (o come si immagina che fosse stato) nel XIII secolo con l’eccezione delle norme di sicurezza imposte dalla modernità: occhiali per gli scalpellini, caschi per i muratori, scarpe antinfortunistiche, rinforzi in metallo per le gru in legno. Alla visita, il colpo d’occhio è effettivamente straordinario. Falegnami, scalpellini, muratori, manovali, fonditori, fabbricanti di mattoni e tegole a cui si aggiungono osti, tavernieri, cantastorie. Tutti lavorano di buona lena in questo grosso cantiere medievale stando, allo stesso tempo, immersi in una marea di visitatori.

Perché, in effetti, Guedelon è diventato un affare colossale: 70 persone nello staff; 40 lavoratori manuali stabili, decine di volontari per brevi periodi, 300.000 visitatori l’anno, ristoranti medievali, libri, contenuti digitali di ogni tipo. Il bilancio della faccenda è di diversi milioni di euro annuali, sembra, addirittura, senza sovvenzioni pubbliche. I lavori proseguono lentissimi; il cantiere è in funzione solo fra aprile ed ottobre. Il ritmo dei lavoratori è blando, sia perché sono costantemente interrotti dalle domande dei visitatori, sia perché le tecniche antiche erano per loro stessa natura lente, sia perché lo scopo della cosa è la costruzione e non il castello finito. I lavori iniziati nel 1998 sono ancora molto lontani dalla conclusione, ci vorranno decenni.

L’atmosfera generale è tipicamente francese e non del tutto gradevole. Moltissimo autocompiacimento: tutti quanti sprizzano soddisfazione da tutti i pori e sembra che abbiano inventato la ruota e scoperto la penicillina allo stesso tempo. Si sentono bravissimi ed intelligentissimi. Nessuna critica ha motivo di esistere. Dicono ai visitatori che cimentarsi nella ricostruzione ha permesso di capire fino in fondo i problemi e le soluzioni che avevano trovato i costruttori del XIII secolo. Quindi la comprensione architettonica ed ingegneristica dei castelli veri è molto migliorata grazie a Guedelon. Ciò è probabilmente vero, ma l’occhio critico del Viaggiatore, durante la visita, ha colto dei comportamenti dei costruttori che assomigliavano più ai maldestri tentativi di un campo di boy scout che alla perizia manuale dei muratori, scalpellini e falegnami medievali.

Muratori al castello di Guedelon. Foto di Ronny Siegel via Wikicommons

Guedelon è un miscuglio di molte cose: grosso affare economico (15 euro l’ingresso), luogo di scampagnata familiare estiva, vanto nazionalistico un po’ sbruffone (tutti i francesi si ritengono discendenti diretti di Carlo Magno), ma anche l’emozione di vedere un castello lievitare piano piano, fatto a mano. Una visita vale la pena, a condizione di andarci con lo spirito adatto e di sorvolare con indulgenza sulle frequenti scivolate verso la semplice rievocazione storica di paese.

Una delle case dell’Archeodromo di Poggibonsi, foto dal loro sito.

Molto diversa l’esperienza dell’Archeodromo di Poggibonsi, in Toscana, e per diversi aspetti. Alla base c’e’ una consapevolezza scientifica molto maggiore. Sulla collinetta che domina la brutta cittadina di Poggibonsi è stato scavato un centro abitato che parte dal V secolo per arrivare fino al Rinascimento. La stessa equipe che ha scavato, dell’Università di Siena e con Marco Valenti come punto di riferimento, si è lanciata, dal 2013 e grazie a fondi pubblici, nella ricostruzione del villaggio come era ai tempi di Carlo Magno. Si ricostruisce, quindi un villaggio del IX – X secolo, accanto ai resti di quello originale e cercando di mantenere la massima fedeltà alle strutture originali, per quanto sia possibile intuire grazie ai resti scavati. Essendosi perduto tutto l’alzato in legno, il compito non è semplice. Anche in questo caso, come a Guedelon, le tecniche di costruzione antiche sono integrate da certi accorgimenti moderni per ovvi motivi di sicurezza. Ogni anno si aggiunge una capanna e altri elementi come forno, orto, staccionata, ecc.

Poggibonsi è molto più piccolo, in tutti i sensi, di Guedelon. Là si tratta di un castello in pietra, qua di capanne di legno, paglia, fango. La costruzione della capanna annuale prende relativamente poche giornate di lavoro di poche persone. E’ aperto solo la domenica pomeriggio per il pubblico normale; durante la settimana, per le scuole, su prenotazione. Sui 30.000 i visitatori, un decimo di quelli di Guedelon. L’ingresso dominicale è gratuito, il Comune finanzia perché è contentissimo che ci sia tanta gente che va a Poggibonsi che è un posto in cui non è mai andato nessuno se non per alcun proprio obbligo.

Ma Valenti, con coraggio e spregio del pericolo, ha giocato tre carte importanti.

La prima carta è aver popolato il villaggio di personaggi. Sono gli stessi studenti che impersonano, con i dovuti abiti ed attrezzi, gli abitanti del villaggio carolingio. Ognuno ha un proprio nome ed una funzione. Intrattengono i visitatori con spiegazioni, ma anche con storie e racconti. Poggibonsi non è quindi un cantiere popolato da operai medievali, come Guedelon, ma è un villaggio carolingio con una sua vita sia pure limitata alla domenica. Evidentemente più che si va nei dettagli della ricostruzione di un abitato antico e più che le scelte dell’organizzatore diventano ardue, arbitrarie, fantasiose. A questo punto bisogna fidarsi dell’onestà intellettuale dell’equipe. Dobbiamo ritenere che ciò che ci raccontano sia almeno molto verosimile, non potendo pretendere che sia vero. In altre parole dobbiamo sperare che non ci raccontino delle gran panzane. Essendo dei noti professionisti dell’archeologia, vogliamo credere che sia così. Ma, inevitabilmente, un leggero sospetto che a volte la ricerca della spettacolarità prevalga sulla filologia della ricostruzione, ci assale dolorosamente.

L’interno della casa principale dell’Archeodromo di Poggibonsi. Foto dal loro sito.

Tale sospetto ci travolge quando Valenti gioca la seconda carta che è quella dell’inserimento di eventi moderni nel quadro del suo villaggio. Su richiesta e a pagamento si può cenare nel villaggio, ci si può sposare con il rito carolingio e successivamente banchettare con cibi medievali  (tutti vestiti in costume, compreso il delegato comunale che ti sposa per davvero); ci si organizza una festa di compleanno per i bambini; si partecipa a corsi per adulti di tessitura, scherma ecc, ecc. Il giudizio su tutto ciò è molto complesso: si può amare una tale revocazione amplissima della vita ai tempi di Carlo Magno e si può detestare una simile fantasiosa farsa.

Valenti deve essersi reso conto del pericolo (anche perché glielo hanno fatto notare in parecchi e non sempre con garbo) ed ha giocato una terza carta. Eccellente questa e che sembra mancare a Guedelon, dove sono troppo pieni di se stessi per fare una simile operazione.

Valenti ha cominciato a riflettere, a parlare, a scrivere libri su come raccontare l’antichità ed in particolare il Medioevo. Ed è ciò su cui bisogna mettersi’accordo con calma e determinazione. È necessario trovare il giusto equilibrio fra l’esattezza scientifica dell’archeologia e la necessità di comunicare propria della divulgazione dei temi scientifici al largo pubblico. Destreggiarsi fra l’arida verità e la colorita, cialtrona approssimazione. Il compito è arduo, ma la risposta entusiasta del pubblico da ragione a chi persegue con forza questa via.

Per questi motivi vale la pena visitare l’Archeodromo di Poggibonsi ed il castello di Guedelon.

Valorizzazione turistica popolare: la Forra del Lupo e la Flaminia Militare.

Un tratto della strada romana a Pian di Balestra. Foto di Mongolo1984 via Wikicommons.

Due esempi importanti di iniziative che coniugano tre fattori che sono fondamentali per il turismo del futuro. I fattori sono: coinvolgimento popolare, recupero di beni culturali, promozione turistica di base.

Le due iniziative sono la Forra del Lupo a Serrada (Folgaria, Trentino) e la Flaminia Militare sull’Appennino fra Firenze e Bologna.

Della prima ne ho parlato abbondantemente qui. La storia della seconda dura ormai da 40 anni. Due amici di un paesino dell’Appennino si appassionarono ad un enigma storico: da dove passava la romana via Flaminia che legava Faesulae alla recentemente fondata Bononia (189 A.C.)?. Cerca cerca hanno finito per trovarla, scavarne dei tratti, identificare il percorso fino nel Mugello. Hanno scritto dei libri (scaricabile gratuitamente), fatto dei video, preparato un sito web. Dopo il primo ritrovamento i due, fino ad allora considerati un po’ squinternati, sono stati appoggiati ed aiutati dal loro paese e da quelli vicini. Ormai i due sono molti anziani, ma continuano a combattere per la loro scoperta che, a dir la verità, non è stata riconosciuta da molti archeologi. Sarebbe, sì, una strada romana, ma non esattamente la Flaminia Militare di cui parla Tito Livio. Ma poco importa, quella è certamente una strada romana ed è perfettamente conservata in alcuni tratti.

Grossomodo sullo stesso percorso della strada romana è stata creata la Via degli Dei, il sentiero che va da Bologna a Firenze e che sta avendo molto successo. Per un breve tratto i camminatori della Via degli Dei mettono i loro piedi sul basolato dell’antica via romana. Un grande piacere, un ponte fra viandanti lontani millenni.  La Via degli Dei e la Flaminia Militare (certo più la prima della seconda, ma anche la seconda contribuisce) hanno portato una buona presenza di turisti, camminatori, curiosi, appassionati di archeologia che fanno un po’ girare la stantia economia di quei borghi appenninici votati allo spopolamento invernale. Persone che mangiano, dormono, comprano qualcosa nei negozi.

La stessa cosa succede a Serrada, con la Forra del Lupo. Lì l’economia andava già bene con il turismo invernale e quello estivo. E grazie alle generosissime sovvenzioni della Provincia Autonoma di Trento che sparge sui propri cittadini le risorse sottratte al resto del paese. A tutto ciò si è aggiunto il percorso della Forra, che segue una trincea austriaca della I guerra mondiale e che richiama molte scolaresche, gruppi escursionistici, visitatori, appassionati di storia militare. Vi sono persone che si fermano al ristorante – bar che sta all’inizio del sentiero; altri vanno in piazza, qualcuno dormirà negli alberghi della frazioncina. Il nome di Serrada viene maggiormente diffuso, conosciuto, apprezzato.

Le due iniziative sono accomunate dal fatto che sia la trincea che la strada romana sono state ripescate dall’oblio e rese visibili – percorribili – leggibili da persone locali che si sono autonomamente organizzate e rese operative. E’ assolutamente una valorizzazione del patrimonio locale portato a compimento dagli abitanti del luogo. Più bello di così non si può. Nei paesi della strada romana appenninica le Amministrazioni Comunali si stanno svegliando solo ora, cercando di mettere i lori artigli sull’iniziativa, speculandoci politicamente e finendo per scacciare l’iniziativa popolare di base. I soliti avvoltoi, melliflui ed untuosi.

Nella nebbia dell’Appennino la cava da cui furono tolte le pietre per la strada. Pian di Balestra. Foto di Sandro Baldi via Wikicommons.

Le popolazioni di Serrada o dei paesi della strada romana, sono assolutamente contente della propria iniziativa; ne vanno fiere e vi sono affezionate. Non solo hanno collaborato, fattivamente o affettivamente, allo scavo, alla pulitura, alla manutenzione della trincea e della strada. Ma ne ottengono anche dei vantaggi economici, almeno alcuni di loro. Se non altro di immagine del loro paesino negletto.

Si ha quindi una popolazione che si attiva per riscoprire un bene della propria zona, lo promuove e ne trae dei benefici economici e/o culturali. Un meraviglioso esempio di integrazione a più livelli, compreso quello economico e culturale.

Non manca un lato un po’ oscuro, purtroppo. Il limite delle iniziative culturali popolari è una certa mancanza di spessore e di profondità. Non ci possiamo aspettare che tutti i montanari siano dei raffinati filosofi.

Ad esempio, alla Forra del Lupo esiste una certa deriva sulla spettacolarizzazione della trincea. Non dimentichiamoci che fu fatta per la guerra ed i militari stavano lì per uccidere od essere uccisi. Sembrano quindi fuori luoghi gli spettacoli notturni “Suoni e Luci” che si fanno nelle parti più rocciose della trincea; oppure la figurina del soldato ritagliata nella lamiera di ferro, ad altezza naturale. Mi pare che si voglia banalizzare quella che è stata la seconda più grave sciagura di tutta la storia dell’umanità.

 

 

Lo spettacolo di suoni e luci nella Forra del Lupo. Foto dalla pagina FB dell’Associazione che cura la Forra. https://www.facebook.com/ForraDelLupo/

D’altra parte, sull’Appennino si sono scavate molte centinaia di metri di strada romana, senza avvertire la Sovrintendenza ed usando metodi da sterratori frettolosi. Nessun scavo tecnico, nessuna supervisione scientifica. Roba da manovali. In questo modo si sono certamente perdute delle informazioni preziose che, forse avrebbero potuto anche risolvere il problema della datazione  della strada. Si è inoltre esposta alle intemperie ed ai danni dei vandali un’opera che era rimasta protetta da almeno 1500 anni. La responsabilità del degrado della strada non può non ricadere su chi ha voluto tirarla fuori, spesso innecesariamente (bastava fare qualche saggio per vedere il percorso e metterne in luce pochi metri a fine turistici; ed il resto lasciarlo sottoterra dove stava benissimo). A Serrada anni fa, esattamente con lo stesso schema di intervento popolare è stata ritrovata e scavata una vecchia chiesetta secentesca. Anche il quel caso il recupero e restauro è stato molto “muscoloso”.

Sia a Serrada che alla Forra del Lupo, infine, hanno tagliato alberi come se avessero una cartiera da mandare avanti. In particolar modo alla Forra del Lupo hanno recentemente tagliato, in modo assolutamente irresponsabile ed innecessario una decina di abeti che erano cresciuti intorno alla fortezza austriaca a cui la trincea portava.

Nonostante tali pur pesantissime ombre, le due iniziative rappresentano l’unica via di turismo desiderabile nel futuro: nato da iniziative popolari ed a beneficio di residenti e turisti. Andateci e poi raccontate al Viaggiatore Critico come vi sono sembrati questi due posti.

 

 

 

Le terme Asmana a Firenze

La piscina principale. Foto dal sito delle terme.

A volte chi scrive è un po’ scoraggiato da quel che vede e poi vuole raccontare. E non sa se rassegnarsi o continuare a dire che le cose non dovrebbero andare così.

E’ quel che è successo all’Asmana: centro benessere, terme, ecc, in posizione centrale fra Firenze, Prato ed i Comuni della Piana fiorentina. Una zona molto abitata. E’ aperto da ben quattro anni, ancora non me ne ero accorto.

Accanto all’autostrada ed in vista della chiesa del Michelucci, le terme sono ospitate in una costruzione di stile “villetta abusiva anni ’70 disegnata dal geometra” e sono dotate di ampio e comodo parcheggio.

C’e’ una piscina principale dalle forme rotondeggianti parzialmente all’interno e parzialmente all’esterno. Esternamente due piscinette più piccole. Pochi giochi d’acqua: solo una rotonda in cui l’acqua forma una corrente che ti trascina e qualche postazione con le bollicine. Nessun getto dall’alto per il massaggio alla cervicale.  Un bar si affaccia sulla piscina principale. Ci sono poi tre o quattro saune abbastanza grandi, un paio di bagni turchi, una piscinetta interna. Lettini ovunque, alcune stanze per distendersi nel silenzio. Locali per i massaggi, un bar con panini ed un ristorante con un menu dall’aria salutista. L’edificio è tagliato in modo furbo, sembra molto più grande di quel che in realtà sia.  L’arredamento è strettamente minimalista – risparmioso del tipo di quello che si trova nei negozi tipo “Bamboo – India”. Non manca il Budda, le poltroncine di finto vimini, le ambientazioni marocchine.

E fin qui sarebbe tutto molto banale e già visto mille volte, ma potrebbe anche andare. Lo scoraggiamento comincia ora.

Le piscine sono tutte profonde 135 cm; l’acqua a me da all’ombelico. Ma soprattutto si risparmia sul riscaldamento: la temperatura è al limite inferiore del tiepido, un grado in meno e farebbe freddo. Non si ha la sensazione del calore, che è proprio il motivo per il quale si va alle terme. Stessa cosa per le saune; solo una sfiora gli 80 gradi, che è poco per una vera sauna. Le altre sono tiepide; ci si può stare a lungo e non si arriva quasi nemmeno a sudare. Perfettamente inutili; va da se che non c’e’ il secchio con l’acqua da gettare con il romaiolo sulle pietre. Le ambientazioni sono fantasiste: India (saune in India?), wine  sauna (????) in un edificio a sé, sauna alle erbe. La vasca dell’acqua fredda è lontana dalle saune interne e comunque nessuno la usa, visto il poco riscaldamento delle saune stesse. Molta scena e pochissimo contenuto.

Va un po’ meglio nel bagno turco dove la temperatura, complice il vapore, da una discreta sensazione. L’ambientazione è marocchina ed il tutto è chiamato Hamman; in una stanza viene anche fatto (pagando un extra) il lavaggio con la schiuma.

Ci sono andato a cavallo dell’ora di pranzo di un giorno della settimana e c’era abbastanza gente. Mi immagino la ressa il fine settimana. Ed infatti, all’entrata di alcune saune ho visto i famigerati paletti con i nastri per regolare le file. Quarti d’ora d’attesa per entrare in una sauna stracolma di gente? Sta di fatto che gli armadietti sono 900, ma che è impensabile che queste terme possano contenere tutta quella gente.

Molte cerimonie nelle saune, con il solito tipo aitante che sventola l’asciugamano facendo finta di essere Sandokan.

Errori gravi della direzione. All’entrata danno il braccialetto con il numero dell’armadietto. Pare che questi braccialetti siano conservati in ordine progressivo; quindi le persone che arrivano una dopo l’altra alla biglietteria si troveranno ad avere armadietti contigui disturbandosi a vicenda al momento di spogliarsi. Il bar della piscina principale è uno solo con due banconi: uno esterno ed uno interno. Ebbene, durante l’inverno si serve solo al bancone interno, nonostante che i barman siano prossimi anche al bancone esterno e che le persone volentieri vorrebbero bere qualcosa rimando all’esterno.

Prezzi da 21 euro per due ore a 34 per tutta la giornata. Cari gli extra, compresi i noleggi di teli e ciabatte.

Insomma, è sempre la solita faccenda. Si investe il meno possibile, molto fumo negli occhi, prosopopea ed arroganza, servizi modesti, scarsa cura dell’ospite. Massimizzare il profitto, minimizzare gli sforzi, circuire il cliente che, probabilmente, non ha idea di cosa sua una vera sauna, delle terme veramente piacevoli, o dei centri benessere da professionisti. Vi è soprattutto l’insopportabile arroganza dell’apparire senza essere. E la gente continua a cadere nella trappola, cieca e sorda ad ogni evidenza. Poi, intendiamoci, una mezza giornata ci si può anche passare, ma siamo lontanissimi da quel che dovrebbe essere un centro benessere…..

L’orto delle meraviglie

Quando la biodiversità non è una chiacchera per attirare finanziamenti, ma un fatto.

In una Firenze ormai prostituta ed inutile, ho trovato un posticino la cui visita vi consiglio, poveri turisti che avete creduto a quel che vi hanno raccontato su questa città. Ma la consiglio anche ai locali.

E’ a una ventina di chilometri dal centro, oltre Grassina, a Castel Ruggero. E non parlo dell’omonimo lago frequentato prima dagli alternativi ed ora dai gay; tutti nudi, comunque. Poche centinaia di metri oltre il lago vi è un’antica villa-fortilizio al cui fianco troverete un delizioso orto-giardino. E’ una riedizione dell’orto del signore rinascimentale che si dilettava nel far coltivare piante rare e sorprendenti con cui stupire amici e ingelosire gli avversari politici. Fra le corti italiane e poi europee era tutto un fiorire di scambi, furti, spionaggi allo scopo di avere le piante ed i frutti  più strani possibili. Si spendevano fortune per avere bulbi e semi di piante e varietà nuove e sconosciute. Specialmente di agrumi ed è per questo che tutte le ville rinascimentali avevano una “Limonaia” dove quelle piante venivano messe a svernare; e le Limonaie erano di miglior qualità ed estetica delle case dove vivevano i giardinieri. Quella era passione da ricchi annoiati.

In questo caso il signore non rinascimentale, ma attuale, è Nicolò D’Afflitto la cui famiglia possiede da un secolo la villa-fortilizio, insieme a vigneti ed oliveti da cui trae olio e vino. E’ uno dei più importanti enologi italiani, al servizio di marchi importanti. Pur avendo molto altro da fare, lui e la moglie Pascale sono stati colti da divorante e totalitaria passione per l’orto. In 20 anni hanno trasformato un ettaro di terraccia, accanto casa, in un delizioso giardino delle meraviglie. Il pezzo forte è la collezione di pomodori, ormai arrivata alla stupefacente cifra di 500 varietà diverse, rinnovate, ovviamente, tutti gli anni; in misura di una pianta per varietà. Ci si aggira fra i filari trovando infinita gamma di forme, dimensioni, colori. E son tutti pomodori. Mi sono aggirato fra i filari ed avevo licenza di mangiare (ed anche di portar via un sacchetto): una vertigine! Il sapore dei diversi frutti possono essere anche abbastanza diversi, pur essendo sempre pomodori. Ma mettere in bocca tanti frutti diversi per dimensione e colore mi ha dato la stessa gioia che devono provare i bambini quando mettono in bocca tutto quel che trovano. Alla fine del giro ognuno si fa una propria classifica personale e ricomincia il giro per affinarla, modificarla, confermarla, assodarla.

Vi è poi una importante collezione di peonie, molte patate, una bella varietà di amaranti con le bizzarre forme delle loro infiorescenze ed anche cucurbitacee varie. I peperoncini sono in numero di 50, con tutta la gamma della piccantezza. Non mancano alberi di fichi, di mele, di giuggiole e svariati pergolati di uve sotto i quali una vasca e dei sedili invogliano alla conversazione, come in un giardino non solo rinascimentale, ma anche balcanico. Lavanda, fiori, erbe aromatiche, tutto mescolato. Per tradizione familiare nessun estraneo lavora nell’orto, salvo che per certe operazioni particolarmente pesanti. E’ in primis Pascale che se ne occupa a tempo pieno, con il marito ed i figli, quando possono. Gli è presa così, non vanno nemmeno in ferie per non lasciar solo l’orto.

Pochi dei molti pomodori.

Ma perché lo fanno? Appunto, passione, perché aspetti economici non ce ne son quasi. E’ solo da poco che vendono qualche cesta di frutti vari, oppure cedono a ristoratori vicini dei prodotti. Fanno anche conserve: marmellate, paste di peperoncini e l’ovvia pomarola, nella quale vi sono anche altre verdure, oltre al pomodoro. Ma le conserve non sono vendute. Le consumano in famiglia, le regalano. Ricevono visite di gruppi di appassionati, fanno una festa del pomodoro, accolgono scolaresche con le quali fanno dei laboratori sui semi o sulle piantine, che regalano. Fino a pochissimo tempo fa, il giardino non era nemmeno recintato; si poteva entrare, avvertire e mangiare.  A volte ti danno anche un sacchetto (di carta) in modo che tu possa portar vie le cose con facilità. Hanno messo un cancello a causa di furti di alcune varietà rare e pregiate di peonie.

Insomma, una faccenda da non credere. Evidentemente la famiglia ha entrate dalle altre attività e il mantenimento dell’orto è solo una grande passione: che va condivisa e non “privatizzata”. Qua il loro sito.

Ma c’e’ di più ed è questo il motivo che giustifica questo post, a dir la verità un po’ troppo zuccheroso, finora. La mia stima per quest’orto e per chi lo tira avanti nasce dalla filosofia con cui è gestito. Chi è arrivato fin qua a leggere si sarà immaginato un lindo giardino perfetto nelle linee e nella manutenzione. Pulcro, asettico, lezioso, stucchevole, come se fossimo in Trentino.  Invece non è affatto così. L’orto è certamente ben gestito, ma è anche “lavori in corso”; si bada all’essenziale, che è la produzione e non l’aspetto.  Niente è perfetto, tutto è funzionale. L’occhio non vede la serenità rinascimentale che può essere delle architetture, ma non deve essere della biologia; vede l’imperfezione dell’umano lavoro. Ci sarebbe molto da tagliare, da potare, da sbarbare, da ripiantare, da mettere in ordine. Ma questo verrà fatto domani, la settimana prossima, forse mai. Perché l’agricoltura è scelta delle priorità, risparmio di risorse, rispetto dei cicli, disprezzo della forma ed attenzione ai risultati concreti. Non siamo nel giardino di un archistar, siamo nel campo con il contadino. Ci sono anche le galline, da qualche parte e, si sa, le galline cacano. Ovunque ed in continuazione.

Ed è questo aspetto “fattivo” e non “vetrina” ciò che riscatta quest’orto: non capriccio di ricchi, ma vita vera e pomodori da mangiare schizzandosi la camicia. E la conferma l’ho avuto alla fine della mia visita. Avevo visto un’assenza quasi totale di erbacce. Troppo totale per non sollevare la mia curiosità. Ho chiesto; ebbene si. Si usa la chimica, anche se poca ed oculata. Che non è il diavolo; è ciò che ci vuole quando vogliamo fare frutta e non chiacchere da ecologisti di FB.

Bravi.

Fasulla Firenze

L’Antico Vinaio in Via de’ Neri. Il locale In Italia, in Europa, nel mondo, non so più, con più recensioni su Tripadvisor. Su questa si basa la fama. Il propietario invitato alle conferenze sul successo commerciale. Ora ha paerto altri due locali accanti. Una fabbrica di panini, la coda sempre. Una città piegata al profitto, allo sfruttamento del turista. Che vi si presta, beato e beota….

Firenze è ormai diventata un parco tematico del  Rinascimento. E ciò per la gioia dei suoi bottegai (e degli enormi capitali che vi sono stati investiti in alberghi e in appartamenti per affitti turistici) e per il dolore degli altri abitanti.  Questo stato di cose porta molte aberrazioni, fra le quali una è particolarmente sgradevole, per i turisti; il Viaggiatore Critico si mette sempre dalla loro parte.

Un numero importante di esercenti, che si dedicano a fornire pessimo cibo ad alti prezzi ai poveri turisti, considerati (con arrogante disprezzo) solo dei pennuti e quindi immediatamente spennati (o delle vacche e quindi munti) ha pensato bene di camuffare i loro tristi antri commerciali da botteghe tradizionali. Un pò come a Las Vegas si ricostruisce il Colosseo o le Piramidi, per estorcere più soldi ai malcapitati.

Incominciò una di quelle nobili famiglie fiorentine che hanno rinverdito (nel senso di verde dollaro) gli allori grazie alle viti e di lì è stato un dilagare senza freni, senza fantasia, senza intelligenza. Una gara a copiare, a fare come gli altri, in una assurda fiera dell’ovvio.

Per prima cosa il nome del locale: “Vecchio” o “Antico” è d’obbligo; poi “Fattoria”, “Bottega”, “Vinaio”, “Vendita”, “Corte”. Poi gli sporti, l’entrata: sempre di legno naturale, di foggia primi ‘900, un pò ridondanti e fasulli come una moneta da tre euro.

Pavimento in finto cotto, arredi da bottega tradizionale: tavolini di marmo, banconi di legno, sedie impagliate. Ma soprattutto l’immancabile e troneggiante affettatrice degli anni ’50, rossa e cromata, o le bilance, della stessa foggia. Tutto fittizio, fintamente alla buona, come casuale; l’impressione generale è leziosa, fasulla, stucchevole, appiccicosa. Io fiorentino, mi sento grandemente preso per il culo, da questi cialtroni. Nemmeno morto entro in quei locali e mi fanno molta pena quei turisti che lo fanno.

La strategia commerciale di questi bottegai è chiara: hanno sentito dire che non bisogna vendere cose, ma trasmettere la cultura che vi è dietro. Questa è la favola che ha permesso il miracolo turistico toscano. Non si vendono cose, ma atmosfere, storia, cultura. E siccome queste cose non hanno prezzo ecco che i prezzi applicati dai bottegai crescono…. La qualità può essere pessima, ma si riempiono la bocca con lo story telling. Una truffa, nient’altro che una truffa.

Anche la macelleria Falorni, a Greve in Chianti, una volta eccellente, è diventata commercialissima. I suoi salumi toscani si sono “tedeschizzati” per incontrare i gusti dei clienti numericamente dominanti.

E’ una enorme panzana che stravolge totalmente la “vera cultura toscana” trasformandola nella “visione che gli stranieri hanno della cultura toscana”.  Hanno trasformato una regione in un esperimento di marketing. E questi ignorantissimi bottegai hanno applicato la ricetta, probabilmente senza nemmeno capirla. Fanno finta di essere qualcosa che loro nemmeno sanno cosa è. Come possono riesumare il passato se non lo conoscono, non lo capiscono e soprattutto hanno come unico interesse guadagnare indebitamente un euro in più sul loro vile panino?

Frigoriferi a vista, diettamente sulla strada, a mostrare la bistecca alla fiorentina. Che tristezza, che povertà, che insulsaggine, che truffe…

Il loro cibo è dozzinale: affettati industrialissimi, focacce che di toscano non hanno niente, magari anche la pizza napoletana o i tramezzini romani, finti cantucci di Prato, schiacciate con l’olio di semi per riparmiare anche su quello. Vini al bicchiere, spesso senza vedere l’etichetta. Prezzi sconsiderati. E i turisti abboccano, come fanno al Mercato di San Lorenzo.  E molti vanno in questi finti alimentari sperando di spender meno che nella miriade di altrettanto falsi ristoranti che imperversano nel centro storico.

E li vedi moltiplicarsi questi buchini, nelle principali vie del centro storico, con una tristissima, ma carissima, offerta gastronomica. E dietro al banco ragazzotti senza nessuna professionalità, ma con una prosopopea vasta come la loro ignoranza.

Questa moda del finto vecchio è durata una ventina d’anni, ora sta finendo e ci si butta verso il minimalista (i bottegai sono perennemente in ritardo sulle tendenze, troppo distratti a contare i soldi), così si risparmia anche sugli arredi.

 

Lo strano mondo delle rievocazioni storiche

Non c’e’ gitante che non sia incappato, per volontà o per caso, in una rievocazione storica, in uno di quei mille borghi morenti che cercano nel turismo un motivo per non decedere definitivamente. Ma come funziona quel mondo?

Lo si scopre visitando l’annuale fiera del settore: Armi e Bagagli che si tiene a Piacenza a fine inverno e parlando con i numerosissimi partecipanti. Questa fiera è stupefacente. Vi si acquistano armi, vestiti e suppellettili di tutti tempi. Da gonnelle maschili dell’età del ferro a elmi e spade medievali a cimeli della seconda guerra mondiale. I venditori sono vestiti in stile e si possono osservare gladiatori romani intrattenersi con dame rinascimentali ed aviatori inglesi. Il colpo d’occhio è sconcertante e meraviglioso.

Numerosi gli stand di compagnie di rievicazione, delle diverse epoche e con diverse specializzazioni, che si offrono, dietro modesto compenso, per recitare nelle fiere.

Sembrerebbe una grande e gioiosa festa. Ed invece, quel mondo è in crisi! Il fatto non ci stupisce, cosa non lo è?

Il settore nasce una trentina di anni fa, nelle atmosfere un pò asfittiche di alcuni paesi dove dei giovani cominciarono ad avere l’idea (copiandosi gli uni con gli altri) di ammazzare il tempo ricostruendo il passato dei loro luoghi; prendendo spunto dall’esempio inarrivabile di Siena e del suo Palio. Ci si specializzò soprattutto in quel vasto e multiforme periodo che sta fra il Medioevo e Rinascimento, sorta di mare magnum in cui ci sta di tutto. Questa scelta fu anche influenzata dal crescente campanilismo di stampo un pò leghista che stava nascendo a quei tempi. Le pagliacciate di Pontida inspirarono molti gruppi: a nord questi gruppetti nascenti si concentrarono maggiormente sui Celti, mentre nel Lazio si guardò più volentieri ai Romani, rinverdendo i conflitti di oltre due millenni fa. Meno fortuna ebbero gli Etruschi o gli Italici, ancora meno i pur interessanti pre/protostorici.

Generalmente il livello culturale dei gruppi era abbastanza basso, molto amatoriale, con un forte sapore di approssimazione paesana.

Il tempo passa, si studia, le capacità migliorano, si imparano tecniche ed arti teatrali, l’attrezzatura si amplia e si raffina, si definiscono ruoli e performance delle compagnie di rievocazione. Si formano associazioni italiane ed europee, si organizzano convegni e manifestazioni continentali. Si delineano gruppi che fanno sfilate, simulano combattimenti, tirano con l’arco, rievocano matrimoni e visite reali, allestiscono botteghe artigiane, esibiscono falconi cacciatori; il tutto durante le fiere paesane o le manifestazioni di rievocazione. Le compagnie si esibiscono alcune volte l’anno, certamente nelle festività del loro paese, ma sono anche invitati da altri Comuni, in altre manifestazioni, a far colore.

Non è più il Rinascimento di una volta….

Nasce quindi una competizione fra le varie compagnie, per ottenere più contratti; si corre a farsi o a comprare le armi più verosimili e gli abiti più belli; ci si sforza di mettere in mostra abili artigiani ed attività attraenti. Si va alla fiera di Piacenza per comprare attrezzature: vanno forte le armi, prodotte soprattutto in Slovacchia e Polonia. Si abbandona poco a poco il Medioevo, dove erano un pò straccioni per concentrarsi sull’immaginifico Rinascimento. Per fare colpo sul pubblico si tralascia la verosimiglianza, per non dire la filologia, puntando quasi esclusivamente all’immagine.

Dietro a tutto ciò ci sono, ovviamente, le Amministrazioni Comunali che finanziano le feste e le compagnie di rievocazione che vi partecipano. Quello del rievocatore passa da essere una passione, un pò sguaiata, di ragazzi brufolosi a sembrare una specie di lavoro di adulti che vivono la crisi occupazionale italiana. Riescono ad inventarsi una qualche entrata economica. E’ l’età d’oro della rievocazione storica.

Ma le finanze dei Comuni vanno in crisi e questi pagano meno e meno spesso; le compagnie, nel frattempo, si sono moltiplicate e la concorrenza fra di loro aumenta; l’età e i bisogni economici dei componenti si accrescono; gli investimenti necessari a mantenere la competitività della compagnia si fanno più importanti; molte compagnie soccombono alla concorrenza; le motivazioni di passione ed economiche dei rievocatori zoppicano: incominciarono come ragazzi annoiati e volenterosi; ormai sono adulti ed hanno famiglia, hanno meno tempo e soldi da investire, vorrebbero, anzi, tirarci fuori qualcosa, almeno di che pagare le bollette di casa. Il pubblico segue sempre con passione, ma ha bisogno di novità.

La crisi dilaga.

La vittima di tutto ciò è la cultura. Quella che poteva essere una strada divertente per studiare e trasmettere il passato del proprio paese si è trasformata in una immane pagliacciata senza alcun contenuto storico, identitario, culturale. L’operazione non è più sostenibile. Invece di studiare il passato, le compagnie cercano di racimolare due soldi per comprare improbabili oggetti da parata che li mantengano sul mercato. La mercificazione della Storia; un accumulo di colori sgargianti che si mescolano in un grigio informe. Ancora una volta la perfida macchina acchiappa consenso delle Amministrazioni Comunali ha ucciso la creatura che stava nascendo. Ormai impossibile fare ragionamenti di qualità e di fedeltà filologica ai fatti rievocati. Tutto è piegato alla logica commerciale e turistica.

In mezzo a questa catastrofe si sono accese due luci che potrebbero risollevare le sorti di un settore che sembra ormai cotto.

La nuova via viene indicata da Guedelon e da Poggibonsi. Nel primo luogo si ricostruisce in scala reale un castello medievale, con sistemi che si vorrebbero quelli originali (sicurezza esclusa, ovviamente); la cosa regge grazie a finanziamenti pubblici e ad un grande afflusso di folla che paga un biglietto. L’iniziativa va avanti da moltissimi anni ed il castello si avvia al completamento. Gli organizzatori dicono di aver fornito importanti informazioni agli storici sulle tecniche di costruzione che hanno dovuto riscoprire. Vi sono alcune cadute di stile e molto orgoglio nazionalistico francese, ma la faccenda è certamente molto interessante.

A Poggibonsi, invece, un gruppo di giovani medievalisti, guidati da un professore universitario, hanno ricostruito l’abitato longobardo scavato lì accanto. La domenica il sito è aperto, accoglie visitatori e scolaresche e gli organizzatori compiono attività dell’epoca nei loro costumi. La correttezza filologica sembra rispettata, nei limite del possibile e l’iniziativa ha un grande successo.

Ora bisogna aspettare che si saldi lo spirito di Poggibonsi con i resti dell’armata disfatta dei rievocatori da parata, per vedere cosa può venir fuori.

Il budello di Oliveira al Pecci di Prato

Il budello di Oliveira al Pecci.

Posate immediatamente quel che avete in mano: tastiera, cazzuola da muratore, borse della spesa, falce e martello, penna, chiave inglese, proprio o altrui pisellone, forbici da parrucchiere o da sarto e correte immediatamente a Prato, al Museo Pecci. (Se non ne eravate al corrente, sappiate che a Prato non ci sono solo tessili e cinesi, ma anche un pregevole Museo di Arte Contemporanea che un mecenate pratese, forte dei guadagni fatti con il tessile – non ancora con i cinesi – fondò alcuni decenni fa in un edificio appositamente costruito e che, pur invecchiato, è pur sempre degno di osservazione ed ammirazione).

Il brasiliano Henrique Oliveira ha costruito, in un salone del museo, una sua opera sconvolgente e meravigliosa che vi ingiungo di visitare ( e di percorrere, è questa la sua peculiarità) subito, o almeno prima che non la distruggono, forse nell’estate 2018. L’opera si chiama Transcorredor, ma il titolo è brutto e poco appropriato.

L’opera è ospitata in una delle enormi sale del museo e di primo acchito il visitgatore nemmeno si accorge della sua esistenza. Incomincia infatti come un normale corridoio posticcio come quelli che vengono costruiti spesso nei musei a fini espositivi. Ed in effetti sulle pareti del corridoio sono appese alcune fotografie che non risveglieranno particolarmente la vostra attenzione. Il corridoio fa una curva a 90 gradi ed nelle bianche pareti e sul pavimento cominciano ad apparire sempre più frequenti i blocchi di cemento ed i mattoni con cui sono stati costruiti. Si continua a camminare ed il corridoio si fa galleria scavata nella roccia, serpeggiante, mal illuminat, sempre più angusta, ed opprimente, passo dopo passo. Il visitatore prosegue ma si trova ormai a disagio in quel budello da cui non sa se riuscirà ad uscire. Ha quasi voglia di tornare indietro. E’ costretto a camminare molto curvo.

Ancora. La roccia lascia il posto a fogli di legno curvi, sfilacciati, sovrapposti, stratificati mentre il tubo diventa sempre più angusto e soffovante; le curve sono ormai stettissime. Il visitatore prova orma dell’angoscia; è in preda alla claustrofobia e si augura che il tormento finisca. Tutto ciò lo ha preso completamente alla sprovvista: pensava di visitare un tranquillo museo e si trova rinchiuso nella vena di una albero che non cessa di diminuire di diametro. Finalmente trova un varco (da cui esce piegato in due) che gli permette di tornare nel salone mentre la vena continua a correre all’interno di un albero secco adagiato sul pavimento del museo. Qui un video (a partire dal minuto 1:30).

L’idea finale dell’albero è piuttosto ridicola, ma il corridoio/cantiere edile/caverna/condotto linfatico dell’albero è geniale. Il visitatore rinasce alla luce dopo aver attraversato molte materie diverse. Una sorta di tubo intestinale del mondo in cui si entra tranquilli, ma da cui si esce stropicciati. Una progressiva metamorfosi esterna che si ripercuote su chi la percorre.

Una esperienza forte, correte a vederla, non la perdete.

Se leggete solo ora questo post sappiate che avete perso una grande occasione. La mostra è stata smontata e sembra che l’opera non esista più o che giaccia smontata da qualche parte senza essere visibile. Sappiate che la vostra vita è più povera di quanto avrebbe potuto essere.

La Maremma è un bluff.

Una vacca Maremmana nella tenuta regionale del Parco dell'Uccellina.
Un bovino di razza Maremmana nella tenuta regionale del Parco dell’Uccellina.

La Maremma è una faccenda complicata.

La Maremma è un brutto posto per viverci. E’ un clamoroso bluff. Chi afferma il contrario fa finta di non capire.

Quella regione, pur ricca, andò in crisi verso il terzo secolo dopo Cristo, con la crisi dell’economia schiavistica, e non si è mai più ripresa. Per secoli è stata sinonimo di febbri malariche, morte, spopolamento, solitudine, abbandono, ignoranza, confino, banditi. Luogo infame, vi si andava giusto per cacciare; alcuni gruppi di pistoiesi a fare il carbone, d’inverno, nella macchia, come viene chiamato il bosco, fitto.

volpe uccellina
Una volpe nel Parco dell’Uccellina.

Il semplice epiteto di Maremmano divenne spregio ed insulto. Bello il brano di Romano Bilenchi da Siccità del 1941.    La frase di Dante sulla Maremma è fin troppo conosciuta.

E’ sempre stata terra piena di difficoltà: non ci son mai stati i Liberi Comuni, ma eran tutti feudi di nomi altisonanti: gli Aldobrandeschi, i Pannoneschi, gli Orsini, i Corsini, temibili despoti; da Grosseto la popolazione, d’estate, si spostava sulle colline per sfuggire alla malaria; vi furono conflitti sanguinosi intorno alle saline di Marina di Grosseto; la pesca delle anguille era riservata ai Medici, che la appaltavano a commercianti che impedivano con crudeltà la pesca agli abitanti. I porti erano sottoposti alle rigide regole doganali che si cercava di evitare con il contrabbando, fiorente. Intorno vi erano i confini sia con lo Stato della Chiesa, sia con lo Stato dei Presidi di Piombino. Insomma, un perenne gioco a guardie e ladri dove i locali erano sempre i ladri ed erano sempre molto duramente puniti. Come si vedrà secoli dopo con i briganti, poco più a sud. Altri scompensi si produssero con l’arrivo di nuove popolazioni quando la bonifica maremmana, dopo il fascismo, concesse le nuove terre agricole a poverissimi contadini veneti, secondo i clientelismi degli oratori democristiani.

Ed una popolazione, a forza di esser esclusa dal godimento dei beni della propria terra (sale, pesci, commerci) e di esser punita quando cercava di averne le briciole, diventa cattiva.

Soprattutto, tanta miseria. L’ultima carestia fu nel 1956 a Castiglione della Pescaia. La gente non aveva più niente da mangiare, letteralmente.

Poi arrivò il miracolo. Il turismo ha invaso la Maremma. Monte Argentario con i nobili; Punta Ala con i milanesi; Castiglione della Pescaia con i fiorentini; l’intellighenzia della sinistra romana a Capalbio; Marina di Grosseto con i grossetani che si facevano la casa invece di passare l’estate nelle baracche di legno; tutti gli altri nei mille campeggi lungo la costa. Mancando totalmente uno spirito imprenditoriale, non vi furono grandi progetti, ma mille piccole attività che, da una parte hanno diffuso risorse in seno della popolazione; dall’altra hanno evitato troppi mostri di cemento. Chi affittava casa propria andando a dormire per l’estate in garage, chi vendeva l’orto edificabile della nonna, chi metteva il chiosco di frutta comprata al mercato spacciandola per propria, chi vende gelati, chi fa finta di pescare, chi s’improvvisa muratore, chi ripara barche, ad occhio.

230820121013
La macchia mediterranea, tratto distintivo della Maremma marittima, in occasione della terribile siccità dell’estate del 2012 quando molte piante, pur sempreverdi, persero le foglie.

Ciò, sulla costa. All’interno si è dovuto aspettare qualche decennio ancora perchè l’interesse turistico arrivasse ai borghi con i B&B, i ristorantini di nicchia, le seconde case, le ristrutturazione degli emigrati in città che ritornano d’estate al borgo.

In modo abbastanza spontaneo e senza una reale volontà dei politici o degli imprenditori maremmani, si è diffusa un’immagine della Maremma come di luogo ancora naturale, quasi selvaggio, dove la natura è ancora sovrana. Il paradiso possibile e vicino; la macchia mediterranea con l’odore del rosmarino, le spiagge vaste, il cibo buono e pulito, il mare con le molte Bandiere Blu, la campagna e le colline; gli ultimi butteri, addirittura. Una specie di Africa della Toscana, se non di tutto il centro-nord italiano. Si è parlato di Maremma Felix.

Si collocano in Toscana i due caposaldi della cultura italiana: da una parte la vetta dell’ingegno umano con il Rinascimento a Firenze; dall’altra, a poca distanza, il permanere della natura intatta e del buon selvaggio che la abita: la Maremma.

Vi è stato quindi l’arrembaggio dei borghesi del nord Italia e dell’Europa benestante. Ammaliati da codesta immagine che si era creata, sono arrivati in grande numero comprando case e casette, venendo ad abitarci, allestendo B&B, cercando, infine, di inserirsi in quel mondo. I prezzi sono aumentati, fortemente e di tutto. E i Maremmani sono diventati sempre più ricchi e han creduto che tutto quel benessere era loro dovuto per grazia divina e che l’impegno nel far bene le cose fosse un optional inutile. Nel frattempo il turismo estivo continuava a furoreggiare. E’ solo negli ultimissimi anni che ha cominciato a dar sintomi di stanchezza.

Purtroppo la realtà è ben diversa e ben più triste. E’ come la novella del Re che era nudo, ma nessuno lo diceva.

La pianura di Grosseto era una fantastica palude piena di ogni tipo di vita e di attività. Era certamente la più grande ed interessante zona umida italiana. Con la bonifica è stata completamente distrutta, salvo un misero resto accanto a Castiglione della Pescaia, sottoposto ad ogni tipo di pressione antropica. Al posto di questa enorme palude vi è una campagna piatta ed inutile coltivata soprattutto a grano, giusto per prendere i contributi europei. Spesso non si fa nemmeno il raccolto. Mantenere questa brutta campagna fuori dall’acqua richiede il pompaggio continuo con grandi costi per gli abitanti (anche chi non ha terra) e l’utilizzazione di tanta energia. Bisognerebbe tornare ad inondarla, basterebbe spengere le pompe. Le zone di Scansano e di Massa Marittima sono state soggiogate alla produzione dei vini Morellino e Montecucco  con centinaia di ettari di tristi vigne con i pali di cemento allineati come soldatini. La piana di Scarlino è piena di industrie chimiche che furono fonte di enorme inquinamento nei decenni passati. Si estrae gas naturale trivellando la pianura. La costa è piena di porti turistici, la pineta costiera è ritagliata in mille concessioni private dotate di ville. fenomeni di abusivismo e di appropriazione di beni demaniali sono frequenti. I Comuni, complici, tacciono.

E questa sarebbe la natura incontaminata? La supposta bellezza della Maremma sta nel fatto che è terra poco popolata, piena di spazi vuoti di attività umane. Ma da quando l’abbandono è bello?

Dicevo che i Maremmani sono cattivi. E’ proprio così. Secoli di tremenda miseria e di aperto disprezzo da parte degli altri toscani, mescolanza di polazioni poverissime proveniente da altrove, in occasione della distribuzione delle terre bonificate, l’improvviso benessere arrivato senza il lavoro, ma grazie ad una rendita di posizione, una grande emigrazione verso il nord della Toscana. Tutto ciò è una miscela esplosiva che ha prodotto una popolazione senza una cultura condivisa. E’ un pò quel che è successo in America Latina o nel Delta del Po. Vi è quindi molta indfferenza sociale, una forta e diffusa aggressività interpersonale, molta violenza, individualismo sfegatato, pochi valori condivisi,  poco valore della parola data.

Gli interessi sui prestiti nella provincia di Grosseto sono fra i più alti in Italia; semplicemente perchè i maremmani hanno una certa tendenza a non rendere i soldi. E non è la cultura della furbizia o del fregucchiare; è la cultura dello spregio degli altri, dell’arraffare con tracotanza quel che si può, ignari del domani, indifferenti al rispetto. Come succedeva ai tempi, quando si rubava il sale nelle saline o si pescava di frodo le anguille dei Granduchi fiorentini o si andava a caccia di svedesi dicendo alla fidanzata di aspettar settembre. E non a caso molti maremmani sono grandi cacciatori; siamo al paleolitico: non si alleva, ma si caccia, si depreda il territorio. E quando si alleva si fa su grandi superfici, con il pascolo brado ed i butteri, come se fossimo nelle pampe sudamericane e non a 200 km da Roma. Mentalità da rapina, da bucanieri. Un’economia fatta di espedienti; la professionalità è merce rarissima, la cultura dell’accoglienza turistica è cosa sconosciuta. Il turista è da mungere con sgarbo. Lo si odia, lo si disprezza, specie se è senese o fiorentino.

Si diceva della proverbiale ignoranza maremmana citata dagli altri toscani in modo certo impietoso. Ma il vero problema non è la poca educazione, perchè ciò è molto diffuso in molti luoghi. Il problema è che il Maremmano è conscio di questa sua caratteristica e ne va fiero!!! E’ questo il punto: non cerca di migliorarsi, tutto il contrario; si incancrenisce nella rozzezza facendone un vanto. Come a dire: mi dite che sono ignorante? Ebbene, lo sarò di più! Tutto ciò è tragico per loro e per quelli che li frequentano. E’ il frutto di una tremenda ingiustizia nei confronti dei Maremmani che sembra non avere redenzione.

In questo clima la società fa fatica ad andare avanti. Difficile organizzare attività, iniziativi, gruppi di interesse. L’atmosfera è asfittica, molti se ne sono andati, chi resta pesca dove può pescare senza ritegno. Il professionista, il piccolo imprenditore turistico, l’artigiano. Tutti si approfittano di tutti cercando di urlare più forte. Ci provano, costantemente, senza vergogna: una jungla continua dove i prezzi vanno alle stelle e la qualità è infima. Mali italiani si dirà: è vero, ma qui più che altrove.

Il povero milanese un pò pirla che è finito in questa situazione, pensando di trovare la vita perfetta, finisce malamente. Economicamente è una tragedia, socialmente è isolato. Respira l’aria buona e si pente amaramente. Il senso di delusione è cocentissimo. E prima di capirlo son passati troppi anni e non è più possibile tornare indietro. Tutti noi abbiamo sperato di aver trovato dove vivere sereni; tutti noi ci siamo ritrovati fra i lupi, in mezzo ad un deserto.

Un pò diversa è la situazione sulle colline. In quei paesi la popolazione è molto più antica e più omogenea: la cultura vi è maggiormente condivisa e la comune convivenza è più sviluppata. Ma anche li’, la miseria secolare, l’abbandono e l’esodo, la povertà del territorio han fatto strage di vitalità. Borghi morti e muffiti.

E si mangia male in Maremma. L’acqua cotta, i tortelli di ricotta e spinaci, il cinghiale, la tegamata, il pesce sono lontani e sbiaditi parenti dei piatti simili del resto della Toscana. La cucina maremmana è come tutto il resto: tirata via, fatta per fare, per vendere, per liberarsi del problema.

P.S.

In questi due anni che son pasati dalla pubblicazione dell’articolo alcuni lettori hanno lasciato dei commenti che si possono leggere qui sotto.

Ritengo straordinario che un’amplissima maggioranza di questi commenti diano perfettamente ragione a quanto ho scritto nel post. Ancor di più: sono esempi dell’atteggiamento di molti maremmani: aggressività, insulti, minacce. Pochissima capacità di riflessione o discussione, sia pure con eccezioni. E soprattutto: difesa se non esaltazione della propria ignoranza come valore fondante di una comunità. Come fare ad uscire da questa maledizione?