L’orto delle meraviglie

Quando la biodiversità non è una chiacchera per attirare finanziamenti, ma un fatto.

In una Firenze ormai prostituta ed inutile, ho trovato un posticino la cui visita vi consiglio, poveri turisti che avete creduto a quel che vi hanno raccontato su questa città. Ma la consiglio anche ai locali.

E’ a una ventina di chilometri dal centro, oltre Grassina, a Castel Ruggero. E non parlo dell’omonimo lago frequentato prima dagli alternativi ed ora dai gay; tutti nudi, comunque. Poche centinaia di metri oltre il lago vi è un’antica villa-fortilizio al cui fianco troverete un delizioso orto-giardino. E’ una riedizione dell’orto del signore rinascimentale che si dilettava nel far coltivare piante rare e sorprendenti con cui stupire amici e ingelosire gli avversari politici. Fra le corti italiane e poi europee era tutto un fiorire di scambi, furti, spionaggi allo scopo di avere le piante ed i frutti  più strani possibili. Smanie di ricchi annoiati.

In questo caso il signore non rinascimentale, ma attuale, è Nicolò D’Afflitto la cui famiglia possiede la villa-fortilizio da un secolo, insieme a vigneti ed oliveti da cui trae olio e vino. E’ uno dei più importanti enologi italiani, al servizio di marchi importanti. Pur avendo molto altro da fare lui e la moglie Pascale sono stati colti da divorante e totalitaria passione per l’orto. In 20 anni hanno trasformato un ettaro di terraccia, accanto casa, in un delizioso giardino delle meraviglie. Il pezzo forte è la collezione di pomodori, ormai arrivata alla stupefacente cifra di 500 varietà diverse, piantate tutti gli anni; in misura di una pianta per varietà. Ci si aggira fra i filari trovando infinita gamma di forme, dimensioni, colori. E son tutti pomodori. I visitatori assaggiano direttamente dalla pianta, scegliendo il loro preferito.

Vi è poi una importante collezione di peonie, molte patate, una bella varietà di amaranti con le bizzarre forme delle loro infiorescenze ed anche cucurbitacee varie. I peperoncini sono in numero di 50, con tutta la gamma della piccantezza. Non mancano alberi di fichi, di mele, di giuggiole e svariati pergolati di uve sotto i quali una vasca e dei sedili invogliano alla conversazione, come in un giardino non solo rinascimentale, ma anche arabo. Lavanda, fiori, erbe aromatiche, tutto mescolato. Per tradizione familiare nessun estraneo lavora nell’orto, salvo che per certe operazioni particolarmente pesanti. E’ in primis Pascale che se ne occupa a tempo pieno, con il marito ed i figli, quando possono. Gli è presa così, non vanno nemmeno in ferie per non lasciar solo l’orto.

Pochi dei molti pomodori.

Ma perché lo fanno? Appunto, passione, perché aspetti economici non ce ne son quasi. E’ solo da poco che vendono qualche cesta di frutti vari, oppure cedono a ristoratori vicini dei prodotti. Fanno anche conserve: marmellate, paste di peperoncini e l’ovvia pomarola, nella quale vi sono anche altre verdure, oltre al pomodoro. Ma le conserve non sono vendute. Le consumano in famiglia, le regalano. Ricevono visite di gruppi di appassionati, fanno una festa del pomodoro, accolgono scolaresche con le quali fanno dei laboratori sui semi o sulle piantine, che regalano. Fino a pochissimo tempo fa, il giardino non era nemmeno recintato; si poteva entrare, avvertire e mangiare.  A volte ti danno anche un sacchetto (di carta) in modo che tu possa portar vie le cose con facilità. Hanno messo un cancello a causa di furti di alcune varietà rare e pregiate di peonie.

Insomma, una faccenda da non credere. Evidentemente la famiglia ha entrate dalle altre attività e il mantenimento dell’orto è solo una grande passione: che va condivisa e non “privatizzata”. Qua il loro sito.

Ma c’e’ di più ed è questo il motivo che giustifica questo post, a dir la verità un po’ troppo zuccheroso, finora. La mia stima per l’orto e per chi lo fa nasce dalla filosofia con cui è gestito. Chi è arrivato fin qua a leggere si sarà immaginato un lindo giardino perfetto nelle linee e nella manutenzione. Pulcro, asettico, lezioso, stucchevole, come se fossimo in Trentino.  Invece non è affatto così. L’orto è certamente ben gestito, ma è anche “lavori in corso”; si bada all’essenziale, che è la produzione e non l’aspetto.  Niente è perfetto, tutto è funzionale. L’occhio non vede la serenità (fittizia) rinascimentale; vede l’imperfezione dell’umano lavoro. Ci sarebbe molto da tagliare, da potare, da sbarbare, da ripiantare, da mettere in ordine. Ma questo verrà fatto domani, la settimana prossima, forse mai. Perché l’agricoltura è scelta delle priorità, risparmio di risorse, rispetto dei cicli, disprezzo della forma ed attenzione ai risultati concreti. Non siamo nel giardino di un archistar, siamo nel campo con il contadino. Ci sono anche le galline, da qualche parte e, si sa, le galline cacano. Ovunque ed in continuazione.

Ed è tutto ciò che riscatta quest’orto: non capriccio di ricchi, ma vita vera e pomodori da mangiare schizzandosi la camicia. E la conferma l’ho avuto alla fine della mia visita. Avevo visto un’assenza quasi totale di erbacce. troppo totale per non sollevare la mia curiosità. Ho chiesto; ebbene si. Si usa la chimica, anche se poca ed oculata. Che non è il diavolo; è ciò che ci vuole quando vogliamo fare frutta e non chiacchere da ecologisti di FB.

Bravi.

Fasulla Firenze

In quel parco tematico del  Rinascimento che è diventata Firenze, per la gioia dei suoi bottegai e per il dolore degli altri abitanti, fra le molte aberrazioni, ve ne è una particolarmente sgradevole.

Un numero importante di esercenti, che si dedicano a fornire pessimo cibo ad alti prezzi ai poveri turisti, considerati solo dei pennuti e quindi immediatamente spennati, ha pensato bene di camuffarsi da botteghe tradizionali.

Incominciò una di quelle famiglie nobili che hanno rinverdito gli allori grazie alle viti e di lì è stato un dilagare senza freni, senza fantasia, senza intelligenza.

Per prima cosa il nome del locale: “Vecchio” o “Antico” è d’obbligo; poi “Fattoria”, “Bottega”, “Vinaio”, “Vendita”, “Corte”. Poi gli sporti, l’entrata: sempre di legno naturale, di foggia primi ‘900, un pò ridondante e fasulli come una moneta da tre euro.

Pavimento in finto cotto, arredi da bottega tradizionale: tavolini di marmo, banconi di legno, sedie impagliate. Ma soprattutto l’immancabile e troneggiante affettatrice degli anni ’50, rossa e cromata, o le bilance, della stessa foggia. Tutto fittizio, fintamente alla buona, come casuale; l’impressione generale è leziosa, fasulla, stucchevole, appiccicosa.

La strategia commerciale di questi bottegai è chiara: hanno sentito dire che non bisogna vendere cose, ma trasmettere la cultura che vi è dietro. Questa è la favola che ha permesso il miracolo turistico toscano.

Anche la macelleria Falorni, a Greve in Chianti, una volta eccellente, è diventata commercialissima.

In realtà è una enorme panzana che stravolge totalmente la “vera cultura toscana” trasformandola nella “visione che gli stranieri hanno della cultura toscana”.  Hanno trasformato una regione in un esperimento di marketing. E questi ignorantissimi bottegai hanno applicato la ricetta, probabilmente senza nemmeno capirla. Fanno finta di essere qualcosa che loro nemmeno sanno cosa è. Come possono riesumare il passato se non lo conoscono, non lo capiscono e soprattutto hanno come unico interesse guadagnare indebitamente un euro in più sul loro vile panino?

Il loro cibo è dozzinale: affettati industrialissimi, focacce che di toscano non hanno niente, magari anche la pizza napoletana o i tramezzini romani, finti cantucci di Prato. Vini al bicchiere, spesso senza vedere l’etichetta. Prezzi sconsiderati. E i turisti abboccano, come fanno al Mercato di San Lorenzo.  E molti vanno in questi finti alimentari sperando di spender meno che nella miriade di altrettanto falsi ristoranti che imperversano nel centro storico.

Questa moda del finto vecchio è durata una ventina d’anni, ora sta finendo e ci si butta verso il minimalista (i bottegai sono perennemente in ritardo sulle tendenze, troppo distratti a contare i soldi), così si risparmia anche sugli arredi.

 

Lo strano mondo delle rievocazioni storiche

Non c’e’ gitante che non sia incappato, per volontà o per caso, in una rievocazione storica, in uno di quei mille borghi morenti che cercano nel turismo un motivo per non decedere definitivamente. Ma come funziona quel mondo?

Lo si scopre visitando l’annuale fiera del settore: Armi e Bagagli che si tiene a Piacenza a fine inverno e parlando con i numerosissimi partecipanti. Quel mondo è in crisi! Il fatto non ci stupisce, cosa non lo è?

Nasce una trentina di anni fa, nelle atmosfere un pò asfittiche di quei paesi dove dei giovani cominciarono ad avere l’idea (copiandosi gli uni con gli altri) di ammazzare il tempo ricostruendo il passato dei loro luoghi; prendendo spunto dall’esempio inarrivabile di Siena e del suo Palio. Ci si specializzò soprattutto in quel vasto e multiforme periodo che sta fra il Medioevo e Rinascimento, sorta di mare magnum in cui ci sta di tutto. Questa scelta fu anche influenzata dal crescente campinilismo di stampo un pò leghista che stava nascendo a quei tempi. Le pagliacciate di Pontida ebbero il loro successo. Difatti a nord battono più sui Celti, mentre nel Lazio si guarda più volentieri ai Romani, rinverdendo i conflitti di oltre due millenni fa. Quasi nessuno si occupa degli Etruschi o degli Italici, nessuno dei pre/protostorici.

Generalmente il livello culturale dei gruppi era abbastanza basso, molto amatoriale, con quel sapore di approssimazione paesana.

Il tempo passa, si studia, le capacità migliorano, si imparano cose, l’attrezzatura si amplia e si raffina, si definiscono ruoli e performance delle compagnie di rievocazione. Si formano associazioni italiane ed europee, si organizzano convegni e manifestazioni continentali. Si delineano gruppi che fanno sfilate, simulano combattimenti, tirano con l’arco, rievocano matrimoni e visite reali, allestiscono botteghe artigiane, esibiscono falconi cacciatori; il tutto durante le fiere paesane o le manifestazioni di rievocazione. Le compagnie si esibiscono alcune volte l’anno, certamente nelle festività del loro paese, ma sono anche invitati da altri Comuni, in altre manifestazioni, a far colore.

Non è più il Rinascimento di una volta….

Nasce quindi una competizione fra le varie compagnie, per ottenere più contratti; si corre a farsi o a comprare le armi più verosimili e gli abiti più belli; ci si sforza di mettere in mostra abili  artigiani ed attività attraenti. Si va alla fiera di Piacenza per comprare attrezzature: vanno forte le armi, prodotte soprattutto in Slovacchia e Polonia. Si abbandona poco a poco il Medioevo, dove erano un pò straccioni per concentrarsi sull’immaginifico Rinascimento. Per fare colpo sul pubblico si tralascia la verosimiglianza, per non dire la filologia, puntando quasi esclusivamente all’immagine.

Dietro a tutto ciò ci sono, ovviamente, le Amministrazioni Comunali che finanziano le feste e le compagnie di rievocazione che vi partecipano. Quello del rievocatore passa da essere una passione, un pò sguaiata, di ragazzi brufolosi a sembrare una specie di lavoro di adulti che vivono la crisi occupazionale italiana. Riescono ad inventarsi una qualche entrata economica. E’ l’età d’oro della rievocazione storica.

Ma le finanze dei Comuni vanno in crisi e questi pagano meno e meno spesso; le compagnie, nel frattempo, si sono moltiplicate e la concorrenza fra di loro aumenta; l’età e i bisogni economici dei componenti si accrescono; gli investimenti necessari a mantenere la competitività della compagnia si fanno più importanti; molte compagnie soccombono alla concorrenza; le motivazioni di passione ed economiche dei rievocatori zoppicano. Il pubblico segue sempre con passione, ma ha bisogno di novità.

La crisi dilaga.

La vittima di tutto ciò è la cultura. Quella che poteva essere una strada divertente per studiare e trasmettere il passato del proprio paese si è trasformata in una immane pagliacciata senza alcun contenuto storico, identitario, culturale. L’operazione non è più sostenibile. Invece di studiare il passato, le compagnie cercano di racimolare due soldi per comprare improbabili oggetti da parata che li mantengano sul mercato. La mercificazione della Storia; un accumulo di colori sgargianti che si mescolano in un grigio informe. Ancora una volta la perfida macchina acchiappa consenso delle Amministrazioni Comunali ha ucciso la creatura che stava nascendo. Ormai impossibile fare ragionamenti di qualità e di fedeltà filologica ai fatti rievocati. Tutto è piegato alla logica commerciale e turistica.

Una nuova via viene indicata da Guedelon e da Poggibonsi. Nel primo luogo si ricostruisce in scala reale un castello medievale, con sistemi che si vorrebbero quelli originali (sicurezza esclusa, ovviamente); la cosa regge grazie a finanziamenti pubblici e ad un grande afflusso di folla che paga un biglietto. L’iniziativa va avanti da moltissimi anni ed il castello si avvia al completamento. Gli organizzatori dicono di aver fornito importanti informazioni agli storici sulle tecniche di costruzione che hanno dovuto riscoprire. Vi sono alcune cadute di stile e molto orgoglio nazionalistico francese.  A Poggibonsi, invece, un gruppo di giovani medievalisti, guidati da un professore universitario, hanno ricostruito l’abitato longobardo scavato lì accanto. La domenica il sito è aperto, accoglie visitatori e scolaresche e gli organizzatori compiono attività dell’epoca nei loro costumi. La correttezza filologica sembra rispettata, nei limite del possibile e l’iniziativa ha un grande successo.

Ora bisogna aspettare che si saldi lo spirito di Poggibonsi con i resti dell’armata disfatta dei rievocatori da parata, per vedere cosa può venir fuori.

 

Il budello di Oliveira al Pecci di Prato

Il budello di Oliveira al Pecci.

Posate immediatamente quel che avete in mano: tastiera, cazzuola da muratore, borse della spesa, falce e martello, penna, chiave inglese, proprio o altrui baccellone, forbici da parrucchiere e correte immediatamente a Prato, al Museo Pecci.

Il brasiliano Henrique Oliveira ha costruito, in un salone del museo, una sua opera sconvolgente e meravigliosa che vi ingiungo di percorrere subito, o almeno prima che non la distruggono, forse nell’estate 2018. L’opera si chiama Transcorredor, ma il titolo è brutto e poco appropriato.

Incomincia come un normale corridoio sulle cui bianche pareti sono appese fotografie. Poi cominciano ad apparire i blocchi di cemento e i mattoni con cui sono fatte le pareti ed il pavmento, poi il corridoio diventa budello di roccia, serpeggiante, mal illuminato, sempre più angusto, poi la roccia lascia il posto a fogli di legno curvi, sfilacciati, stratificati mentre il tubo diventa sempre più angusto e le curve strette. In preda alla claustrofobia si esce finalmente nel salone del museo mentre il budello prosegue nel tronco cavo di un vero albero secco deposto a terra. Qui un video (a partire dal minuto 1:30).

L’idea finale dell’albero è piuttosto ridicola, ma il corridoio/cantiere edile/caverna/condotto linfatico dell’albero è geniale. Il visitatore rinasce alla luce dopo aver attraversato diversi stati della materia. Una sorta di tubo intestinale del mondo in cui si entra tranquilli, ma da cui si esce stropicciati. Una progressiva metamorfosi esterna che si ripercuote su chi la percorre.

Una esperienza forte, correte a vederla, non la perdete.

La Maremma è un bluff.

Una vacca Maremmana nella tenuta regionale del Parco dell'Uccellina.
Un bovino di razza Maremmana nella tenuta regionale del Parco dell’Uccellina.

La Maremma è una faccenda complicata.

La Maremma è un brutto posto per viverci. E’ un clamoroso bluff. Chi afferma il contrario fa finta di non capire.

Quella regione, pur ricca, andò in crisi verso il terzo secolo dopo Cristo, con la crisi dell’economia schiavistica, e non si è mai più ripresa. Per secoli è stata sinonimo di febbri malariche, morte, spopolamento, solitudine, abbandono, ignoranza, confino, banditi. Luogo infame, vi si andava giusto per cacciare; alcuni gruppi di pistoiesi a fare il carbone, d’inverno, nella macchia, come viene chiamato il bosco, fitto.

volpe uccellina
Una volpe nel Parco dell’Uccellina.

Il semplice epiteto di Maremmano divenne spregio ed insulto. Bello il brano di Romano Bilenchi da Siccità del 1941.    La frase di Dante sulla Maremma è fin troppo conosciuta.

E’ sempre stata terra piena di difficoltà: non ci son mai stati i Liberi Comuni, ma eran tutti feudi di nomi altisonanti: gli Aldobrandeschi, i Pannoneschi, gli Orsini, i Corsini, temibili despoti; da Grosseto la popolazione, d’estate, si spostava sulle colline per sfuggire alla malaria; vi furono conflitti sanguinosi intorno alle saline di Marina di Grosseto; la pesca delle anguille era riservata ai Medici, che la appaltavano a commercianti che impedivano con crudeltà la pesca agli abitanti. I porti erano sottoposti alle rigide regole doganali che si cercava di evitare con il contrabbando, fiorente. Intorno vi erano i confini sia con lo Stato della Chiesa, sia con lo Stato dei Presidi di Piombino. Insomma, un perenne gioco a guardie e ladri dove i locali erano sempre i ladri ed erano sempre molto duramente puniti. Come si vedrà secoli dopo con i briganti, poco più a sud. Altri scompensi si produssero con l’arrivo di nuove popolazioni quando la bonifica maremmana, dopo il fascismo, concesse le nuove terre agricole a poverissimi contadini veneti, secondo i clientelismi degli oratori democristiani.

Ed una popolazione, a forza di esser esclusa dal godimento dei beni della propria terra (sale, pesci, commerci) e di esser punita quando cercava di averne le briciole, diventa cattiva.

Soprattutto, tanta miseria. L’ultima carestia fu nel 1956 a Castiglione della Pescaia. La gente non aveva più niente da mangiare, letteralmente.

Poi arrivò il miracolo. Il turismo ha invaso la Maremma. Monte Argentario con i nobili; Punta Ala con i milanesi; Castiglione della Pescaia con i fiorentini; l’intellighenzia della sinistra romana a Capalbio; Marina di Grosseto con i grossetani che si facevano la casa invece di passare l’estate nelle baracche di legno; tutti gli altri nei mille campeggi lungo la costa. Mancando totalmente uno spirito imprenditoriale, non vi furono grandi progetti, ma mille piccole attività che, da una parte hanno diffuso risorse in seno della popolazione; dall’altra hanno evitato troppi mostri di cemento. Chi affittava casa propria andando a dormire per l’estate in garage, chi vendeva l’orto edificabile della nonna, chi metteva il chiosco di frutta comprata al mercato spacciandola per propria, chi vende gelati, chi fa finta di pescare, chi s’improvvisa muratore, chi ripara barche, ad occhio.

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La macchia mediterranea, tratto distintivo della Maremma marittima, in occasione della terribile siccità dell’estate del 2012 quando molte piante, pur sempreverdi, persero le foglie.

Ciò, sulla costa. All’interno si è dovuto aspettare qualche decennio ancora perchè l’interesse turistico arrivasse ai borghi con i B&B, i ristorantini di nicchia, le seconde case, le ristrutturazione degli emigrati in città che ritornano d’estate al borgo.

In modo abbastanza spontaneo e senza una reale volontà dei politici o degli imprenditori maremmani, si è diffusa un’immagine della Maremma come di luogo ancora naturale, quasi selvaggio, dove la natura è ancora sovrana. Il paradiso possibile e vicino; la macchia mediterranea con l’odore del rosmarino, le spiagge vaste, il cibo buono e pulito, il mare con le molte Bandiere Blu, la campagna e le colline; gli ultimi butteri, addirittura. Una specie di Africa della Toscana, se non di tutto il centro-nord italiano. Si è parlato di Maremma Felix.

Si collocano in Toscana i due caposaldi della cultura italiana: da una parte la vetta dell’ingegno umano con il Rinascimento a Firenze; dall’altra, a poca distanza, il permanere della natura intatta e del buon selvaggio che la abita: la Maremma.

Vi è stato quindi l’arrembaggio dei borghesi del nord Italia e dell’Europa benestante. Ammaliati da codesta immagine che si era creata, sono arrivati in grande numero comprando case e casette, venendo ad abitarci, allestendo B&B, cercando, infine, di inserirsi in quel mondo. I prezzi sono aumentati, fortemente e di tutto. E i Maremmani sono diventati sempre più ricchi e han creduto che tutto quel benessere era loro dovuto per grazia divina e che l’impegno nel far bene le cose fosse un optional inutile. Nel frattempo il turismo estivo continuava a furoreggiare. E’ solo negli ultimissimi anni che ha cominciato a dar sintomi di stanchezza.

Purtroppo la realtà è ben diversa e ben più triste. E’ come la novella del Re che era nudo, ma nessuno lo diceva.

La pianura di Grosseto era una fantastica palude piena di ogni tipo di vita e di attività. Era certamente la più grande ed interessante zona umida italiana. Con la bonifica è stata completamente distrutta, salvo un misero resto accanto a Castiglione della Pescaia, sottoposto ad ogni tipo di pressione antropica. Al posto di questa enorme palude vi è una campagna piatta ed inutile coltivata soprattutto a grano, giusto per prendere i contributi europei. Spesso non si fa nemmeno il raccolto. Mantenere questa brutta campagna fuori dall’acqua richiede il pompaggio continuo con grandi costi per gli abitanti (anche chi non ha terra) e l’utilizzazione di tanta energia. Bisognerebbe tornare ad inondarla, basterebbe spengere le pompe. Le zone di Scansano e di Massa Marittima sono state soggiogate alla produzione dei vini Morellino e Montecucco  con centinaia di ettari di tristi vigne con i pali di cemento allineati come soldatini. La piana di Scarlino è piena di industrie chimiche che furono fonte di enorme inquinamento nei decenni passati. Si estrae gas naturale trivellando la pianura. La costa è piena di porti turistici, la pineta costiera è ritagliata in mille concessioni private dotate di ville. fenomeni di abusivismo e di appropriazione di beni demaniali sono frequenti. I Comuni, complici, tacciono.

E questa sarebbe la natura incontaminata? La supposta bellezza della Maremma sta nel fatto che è terra poco popolata, piena di spazi vuoti di attività umane. Ma da quando l’abbandono è bello?

Dicevo che i Maremmani sono cattivi. E’ proprio così. Secoli di tremenda miseria e di aperto disprezzo da parte degli altri toscani, mescolanza di polazioni poverissime proveniente da altrove, in occasione della distribuzione delle terre bonificate, l’improvviso benessere arrivato senza il lavoro, ma grazie ad una rendita di posizione, una grande emigrazione verso il nord della Toscana. Tutto ciò è una miscela esplosiva che ha prodotto una popolazione senza una cultura condivisa. E’ un pò quel che è successo in America Latina o nel Delta del Po. Vi è quindi molta indfferenza sociale, una forta e diffusa aggressività interpersonale, molta violenza, individualismo sfegatato, pochi valori condivisi,  poco valore della parola data.

Gli interessi sui prestiti nella provincia di Grosseto sono fra i più alti in Italia; semplicemente perchè i maremmani hanno una certa tendenza a non rendere i soldi. E non è la cultura della furbizia o del fregucchiare; è la cultura dello spregio degli altri, dell’arraffare con tracotanza quel che si può, ignari del domani, indifferenti al rispetto. Come succedeva ai tempi, quando si rubava il sale nelle saline o si pescava di frodo le anguille dei Granduchi fiorentini o si andava a caccia di svedesi dicendo alla fidanzata di aspettar settembre. E non a caso molti maremmani sono grandi cacciatori; siamo al paleolitico: non si alleva, ma si caccia, si depreda il territorio. E quando si alleva si fa su grandi superfici, con il pascolo brado ed i butteri, come se fossimo nelle pampe sudamericane e non a 200 km da Roma. Mentalità da rapina, da bucanieri. Un’economia fatta di espedienti; la professionalità è merce rarissima, la cultura dell’accoglienza turistica è cosa sconosciuta. Il turista è da mungere con sgarbo. Lo si odia, lo si disprezza, specie se è senese o fiorentino.

Si diceva della proverbiale ignoranza maremmana citata dagli altri toscani in modo certo impietoso. Ma il vero problema non è la poca educazione, perchè ciò è molto diffuso in molti luoghi. Il problema è che il Maremmano è conscio di questa sua caratteristica e ne va fiero!!! E’ questo il punto: non cerca di migliorarsi, tutto il contrario; si incancrenisce nella rozzezza facendone un vanto. Come a dire: mi dite che sono ignorante? Ebbene, lo sarò di più! Tutto ciò è tragico per loro e per quelli che li frequentano. E’ il frutto di una tremenda ingiustizia nei confronti dei Maremmani che sembra non avere redenzione.

In questo clima la società fa fatica ad andare avanti. Difficile organizzare attività, iniziativi, gruppi di interesse. L’atmosfera è asfittica, molti se ne sono andati, chi resta pesca dove può pescare senza ritegno. Il professionista, il piccolo imprenditore turistico, l’artigiano. Tutti si approfittano di tutti cercando di urlare più forte. Ci provano, costantemente, senza vergogna: una jungla continua dove i prezzi vanno alle stelle e la qualità è infima. Mali italiani si dirà: è vero, ma qui più che altrove.

Il povero milanese un pò pirla che è finito in questa situazione, pensando di trovare la vita perfetta, finisce malamente. Economicamente è una tragedia, socialmente è isolato. Respira l’aria buona e si pente amaramente. Il senso di delusione è cocentissimo. E prima di capirlo son passati troppi anni e non è più possibile tornare indietro. Tutti noi abbiamo sperato di aver trovato dove vivere sereni; tutti noi ci siamo ritrovati fra i lupi, in mezzo ad un deserto.

Un pò diversa è la situazione sulle colline. In quei paesi la popolazione è molto più antica e più omogenea: la cultura vi è maggiormente condivisa e la comune convivenza è più sviluppata. Ma anche li’, la miseria secolare, l’abbandono e l’esodo, la povertà del territorio han fatto strage di vitalità. Borghi morti e muffiti.

E si mangia male in Maremma. L’acqua cotta, i tortelli di ricotta e spinaci, il cinghiale, la tegamata, il pesce sono lontani e sbiaditi parenti dei piatti simili del resto della Toscana. La cucina maremmana è come tutto il resto: tirata via, fatta per fare, per vendere, per liberarsi del problema.

P.S.

In questi due anni che son pasati dalla pubblicazione dell’articolo alcuni lettori hanno lasciato dei commenti che si possono leggere qui sotto.

Ritengo straordinario che un’amplissima maggioranza di questi commenti diano perfettamente ragione a quanto ho scritto nel post. Ancor di più: sono esempi dell’atteggiamento di molti maremmani: aggressività, insulti, minacce. Pochissima capacità di riflessione o discussione, sia pure con eccezioni. E soprattutto: difesa se non esaltazione della propria ignoranza come valore fondante di una comunità. Come fare ad uscire da questa maledizione?

L’Isola del Giglio si merita le 4 vele di Legambiente? Direi di no.

Legambiente ha diffuso in questi giorni la Guida Blu 2014. All’Isola del Giglio attibuisce 4 vele, un solo passo sotto il massimo che sono 5 vele. Il giudizio è basato su un amplio spettro di criteri.

Il Viaggiatore Critico ha visitato l’Isola del Giglio e non ritiene affatto che questa località vada così premiata. Per  i seguenti motivi:

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La Centrale termica del Giglio, a poche decine di metri da Campese.

1) L’energia elettrica dell’isola è fornita da una centrale termica privata di proprietà della SEI. Gli isolani pagano delle tariffe molto alte e l’impianto termico stona veramente in un quadro che vorrebbe essere molto pulito. L’Argentario è a soli 15 km e non sarebbe certo difficile tirare un cavo per l’elettricità. Ora sarebbe ancora più semplice dal momento che le importanti ditte che stanno lavorando intorno alla Costa Concordia si sarebbero dette disposte a posare tale cavo anche gratuitamente, come forma di ringraziamento per l’accoglienza ricevuta dalla popolazione.  Ma sembra che il Comune non abbia accolto l’offerta….. I sospetti di opacità sono evidenti.

2) L’acqua è prodotta da un dissalatore che va ad energia elettrica prodotta, ovviamente, dalla stessa centrale termica. E’ noto che dissalare l’acqua di mare ha costi energetici altissimi. Anche in questo caso la proprietà privata che detiene la centrale elettrica sarà ben contenta.

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Discarica sulla strada fra Campese e il deposito comunale.

3) Il Viaggiatore critico ha trovato una discarica abusiva a poca distanza da Campese.  E’ accanto ad un piccolo cantiere navale ed è visibile anche su Google Earth (42°21’23.92″ e 10°52’52,24″). Barche e motori abbandonati lungo la strada, in mezzo agli alberi. In più, si tratta della strada che unisce Campese al deposito comunale ed è quindi pemanentemente sotto gli occhi dei dipendenti comunali.

 

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I vecchi lampioni abbandonati sul bordo della strada.

4) Ma c’e’ di peggio! Il Comune non ha trovato altro luogo che il bordo della strada, davanti all’entrata della centrale termica, per abbandonare i vecchi lampioni rimossi. Buttati su un lato della strada!

Ancora una volta la realtà della Toscana è ben diversa da quella che si vuol raccontare.

4 vele? Ma nemmeno una!!

Pucci, Emilio e il Battistero di Firenze. A far cassa!

A Firenze, in questi giorni si svolge Pitti Uomo e in questi mesi si sta ripulendo il Battistero, monumento più antico di ogni altro a Firenze. Come è uso da qualche tempo, il cantiere è stato rivestito da teli su cui sono stampate foto a grandezza naturale del monumento sottostante, in modo che il turista, anche se non vede l’originale, ne può facilmente immaginare l’aspetto nel suo contesto naturale.

Mio nokia1530La concomitanza di Pitti e del restauro del Battistero ha fatto nascere l’idea alla Fondazione Emilio Pucci di ricoprire i teli originali con altri che riproducono un, dicono, famoso foulard che Pucci disegnò nel 1957 ispirato dal Battistero stesso. Come si vede nelle foto. Ciò dura solo per i pochissimi giorni della fiera di Pitti, poi tolgono tutto. Ovviamente la Soprintendenza ed il Comune devono aver dato il permesso per mettere i lenzuoloni.

Mio nokia1531Il risultato è certamente gradevole, divertente ed Emilio Pucci è sicuramente una delle glorie fiorentine come promotore dell’industria della moda. Da notare però che la firma Pucci è ora in mani francesi.

Comunque questa semplice vicenda dimostra ancora una volta come tutta Firenze sia piegata allo spirito mercantilistico più sfrenato. Il patrimonio storico pubblico è utilizzato come immagine di imprese private con l’avvallo delle autorità statali e comunali. Il passato intero di una città diventa pubblicità commerciale di un singolo gruppo. L’omaggio di Pucci ad un monumento della sua città si è ingigantito fino a coprire il monumento stesso. L’oggetto moderno, commerciale, oblitera l’oggetto antico, culturale. E’ tutto in vendita in questa Firenze puttana.