Due capitali

Le ricche ville del centro di Bucarest.

Ho passato due brevi periodi, quest’inverno, in due capitali balcaniche: Bucarest ed Atene. Pur legate da una relativa vicinanza geografica e per esser passate entrambe attraverso le dominazioni romane, bizantine e poi ottomane, le due capitali sono straordinaraimente differenti. Pochi, direi, i punti in comune, oltre i dolciumi di influenza turca; che non mi par cosa molto importante.

Non vi è nessun dubbio che mi sia trovato nettamente meglio ad Atene che a Bucarest. E direi semplicemente per il fattore umano. Gli ateniesi mi son sembrati molto, ma molto, più simpatici, gradevoli ed accoglienti dei bucaresteni (così si chiamano in romeno).  Le condizioni economiche dei due paesi non sono poi troppo diverse in termini di reddito procapite; di un pò migliori quelle greche. Ma la Grecia è in tragica crisi economica da anni; mentre la Romania conosce un boom straordinario. I primi si sono impoveriti, mentre i secondi si stanno arricchendo. Ci sarebbe quindi da aspettarsi che gli ateniesi fossero intristiti ed arrabbiati ed i bucaresteni ottimisti ed allegri. Invece è l’opposto.

Ad Atene si respira un’aria calma, forse un pò rassegnata; comunque di chi sa vivere e non perde la calma nè nelle difficoltà, nè nella fortuna, ammesso che vi sia mai stata. A Bucarest c’e’ invece una specie di frenesia all’arraffare quel che è possibile. Si tiran fuori unghie e zanne par acchiappare rapidamente quel che può passare. E’ l’epoca della ricerca dei guadagni facili e rapidi, un pò come in Sudamerica.

Le tranquille strade intorno al centro di Atene. Le piante di arancio amaro o di altro sono tipiche di moltissime strade greche. E danno un tocco di colore e tranquillità a delle vie che sarebbero anonime e monotone.

A Bucarest non è passato un giorno che non avessi uno scazzo con qualcuno: il poliziotto razzista al controllo del museo, il cameriere che ti lascia con il piatto davanti, ma senza forchetta, l’insegnante di romeno che cerca di fregarti, il personale delle terme che ti tratta come una pecora. Ad Atene sono stato adottato da un venditore di vino sfuso che mi invitava a pranzo con i suoi amici, in bottega. Ognuno portava qualcosa, lui metteva il vino e la grappa ed i pranzi erano feste. Io portavo il dolce. Ecco, questa è la differenza “umana” fra le due capitali.

Anche la faccenda dell’architettura è un pò la stessa cosa. Bucarest ha subito l’influenza dell’architettura del Impero Austroungarico e ciò in un momento di ricchezza.  La zona del centro ha preso quelle caratteristiche di imponenza, potere economico, severità che erano tipiche del trionfo della borghesia liberale. Potenza, affermazione di una classe sociale, prestigio economico ed ostentazione della rispettabilità, come a Milano o a Barcellona. Tutto molto interessante, ma ben poco accogliente per il visitatore.

Atene, invece è una città levantina, mai stata ricca (negli ultimi millenni) e con una molto maggiore influenza dei turchi. Gli stili architettonici si sono accavallati ed intrecciati in un miscuglio abbastanza informe, ma pieno di vitalità. E quando alzi gli occhi vedi il Partenone e scusa se è poco.

Deliziose, infine ad Atene, le stradette del ‘900, nei quartieri intorno al centro: intime, calme, alberate, gradevoli, di composta semplicità; dolci ed ospitali. Nello stesso periodo  a Bucarest si facevano i grandi condomini di tipo sovietico di cui apprezziamo la funzione sociale, ma non l’estetica.

Atena, dal Partenone, ti osserva.

A totale discredito di Atene va l’insopportabile quartiere di Plaka, infestato dai turisti e dai pessimi negozi di cianfrusaglie a loro destinati; insieme ai vieti dispensatori di dozzinale cibo chiamati ristoranti turistici con i loro menu multilingua corredati da fotografie. Molto più vivibile l’equivalente quartiere di Lipscani a Bucarest. Altrettanto ricco di locali, sia per il gorno che per la notte, ma molti più vivibile. Anche e soprattutto a causa del numero incomparabilmente minore di turisti che visitano Bucarest rispetto ad Atene. Nella prima città sono pochi e fanno meno danni; anche se a Bucarest c’e’ una presenza di turismo sessuale che, invece, credo, manchi completamente ad Atene.

Parlando di turismo italiano vi è un’altra differenza notevole. I greci paiono amare gli italiani: molti di loro hanno fatto l’università in Italia essendo la propria a numero chiuso; i rapporti sono sempre stati intensi; celeberrima (e misteriosa) la frase che ogni greco diceva, con affetto, ad ogni italiano, fino a qualche anno fa: “Italia Grecia, una faccia, una razza”. Insomma, un italiano ad Atene non si sente per niente straniero.

In Romania, invece, gli italiani sono venuti sulle palle. Già non andava ai tempi di Ceausescu quando partivano con la valigia piena di calze, blue jeans e penne a sfera che barattavano con l’amore delle ragazze romene. Poi, con la democrazia, gli italiani si sono avventati sul paese, aprendo attività produttive grazie alla manodopera locale pagata due soldi bucati. Ora gli italiani sono diventati noti e famosi per non pagare, e per truffare chi possono. Secondo i noti costumi nazionali. La situazione è divenuta tale che è meglio far finta di esser giapponesi.

Palesi dissidi condominiali in questo elegante palazzetto di Bucarest.

Mercati. Quello di Atene è deliziosamente levantino e affascinante. Quello di Bucarest è veramente troppo povero, confuso e fangoso per essere apprezzato. Monotone entrambe le cucine.

Quel che salva Bucarest è l’atmosfera. Nonostante l’imponenza dei palazzi del centro, vi si respira un’aria ruspante, campagnola, ingenua e provinciale che è molto gradevole e che fa bene al cuore. Non se la tirano. A Bucarest la maggioranza della popolazione è di recente immigrazione, dalle campagne o dalle cittadine dell’interno: per i ponti lunghi tutti tornano a casa lasciando la capitale spopolata. Ci si trova, quindi, in un ambiente di persone sostanzialmente semplici, di recenti radici contadine; senza la classica boria dei capitalini.

All’inverso, quel che frega Atene è il peso immane dei secoli e delle vicende spesso tragiche che hanno attraversato le sue vie. Una città che ne ha viste talmente tante; che ha dovuto sopportare talmente tante dominazioni violente e sconsiderate da esser diventata esperta, scafata, cinica, rotta a tutti i giochi. Come Roma, del resto, bella, ma inaffidabile.

Per la prossima volta

Avete passato o state per passare, ancora una volta, delle vacanze esecrabili? Vi spennano in cambio di servizi da centro di accoglienza immigrati? Non vedete nulla perchè sempre immersi in una folla sudata ed appiccicosa? E’ perchè non seguite il Viaggiatore Critico.

Ecco delle idee per la prossima volta che volete partire.

Case tradizionali in Bulgaria.

Costi bassi, Europa, auto propria. I Balcani. Sono la nuova frontiera del turismo europeo. Ci si sta benissimo, si mangia bene, si spende poco, la gente è molto gentile ed accogliente. I luoghi sono poco frequentati dal turismo sborrone ed il livello di sicurezza personale è molto alta (contrariamente a quello che pensano gli italiani). Gli inconvenienti sono la mancanza di lingue in comune e le non molte cose da vedere. E’ soprattutto un tursmo di sensazioni, di atmosfere. Quel che salta principalmente agli occhi è l’aria di passato, anche del nostro passato: scorre sotto gli occhi del visitatore una vita modesta, ma piena di speranze e di voglia di viverla, con semplicità. Una specie di Italia degli anni ’70, se non addirittura ’60, nei luoghi più poveri.

Il miglior modello di turismo consiste nell’andare con la propria auto (passando da Trieste o attraversando l’Adriatico, verso l’Albania o la Grecia) e girare senza meta, annusando l’aria e dando un’occhiata alla guida. Solo un’occhiata, senza impegno. Le spiagge dell’Albania meritano molto, soprattutto  a nord di Saranda. E in Albania si sta tranquillissimi, perchè tutti i loro delinquenti sono in Italia. In Macedonia piaceranno molti i laghi di Ochrid e di Prespa; la regione fra i due è montuosa e gradevole. Una puntatina nel nord della Grecia ci sta sempre bene. La Bulgaria offre molto ed è particolarmente accogliente. La vita notturna di Sofia merita qualche giorno; poi si può andare sul Mar Nero, anche se non è un granchè. Poco lontano c’e’ la grande Romania. Da non dimenticare un giro nelle campagne ungherese, frequentando le loro piccole terme, (qui una lista più o meno completa).  Insomma un viaggio che può essere lungo, vario, divertente, interessante. Soprattutto nuovo.

Dalla finestra di camera, a Pellestrina.

In Italia, stanziali. Pellestrina è il luogo giusto. Soggiornate in un paesino dimenticato da Dio, sulla laguna di Venezia. Da lì potete andare con i vaporetti a Venezia, a Chioggia, al mare del Lido. Ma vedrete che starete così bene, in paese, che non avrete voglia di allontanervene e ci passerete delle belle giornate fra la spiaggia (bruttina), il bar ed il ristorante a mangiar spaghetti alle arselle. Poi potete trasferirvi, in pochi chilometri,  nel Delta del Po, a vedere quel mondo strano, fatto più d’acqua che di terra.  Magari è meglio non andarci d’agosto, per il caldo, l’umidità e le zanzare, temibili. Prezzi contenuti nel Delta, abbastanza alti a Pellestrina; esosi i vaporetti veneziani.

Caraibi. State lontani dalla Cuba insignificante, da Santo Domingo trasformato in bordello a cielo aperto, da Saint Martin affollato, dalle isole anglofone iperturistiche,  dai resort lussuosi e carissimi, dalle stressatissime grandi isole francesi o dalle tremende crociere. Andate invece in un’isola-gioiello dove regna la calma e la serenità. Spiagge molto belle, ricettività familiare, interni agricoli e bucolici, bassissima affluenza. E’ l’isola di Marie Galante; è francese e quindi è come stare in Europa. Ma attenti al problema delle alghe, i famosi sargassi. A volte ne arrivano tonnellate, a riva; marciscono e puzzano rendendo impossibile la vita. Informatevi bene prima di partire. Oppure, la molto basica isola di Barbuda dove la vita del turista è difficile ma le spiaggie sono di commovente bellezza. Prezzi altini, in tutti i casi: più a Barbuda che a Marie Galante.

 

Immensità patagoniche

Patagonia, per sempre. Questo è un viaggione: difficile, lungo, caro, scomodo. Ma vedrete i luoghi più belli del mondo. Paesaggi incredibili, distanze immense, orizzonti infiniti. Deserti, ghiacciai, foreste nebbiose, torrenti impetuosi, mari gelidi. Viaggerete per giorni e giorni su brutte strade, mangerete gli agnelli cotti al riverbero dei falò, conoscerete le incredibili storie della fine del mondo. Chi non ci è stato non può immaginare; chi ci è stato torna con un’altra luce negli occhi. E’ un luogo che non si dimentica; si può finire per odiarlo, ma non ti lascerà più. Non è certo come una vacanza a Gatteo a mare. Ci vogliono dei bei soldi ed almeno tre settimane. Si può discendere la Carrettera Austral cilena o la mitica Ruta 40 argentina. Bisogna comunque arrivare ad Ushuaia. Le grandi attrazioni sono il ghiacciaio del Perito Moreno, la penisola di Valdez con le balene, il Parco delle Torri del Paine. Ma tutto il resto è ancora più interessante. Da programmare per bene, evitando i tour organizzati, cari ed insoddisfacenti. Evitare anche le crociere patagoniche; sono un pò delle truffette. Il meglio è andare in 5 o 6 ed affittare un pulmino robusto, dove, all’occorrenza, ci si possa arrangiare per dormire. E’ il viaggio della vita, obbligatoriamente durante il nostro inverno.

La Plaza de toros di melilla è facilmente visitabile.

Originale, dove non va nessuno. Melilla, enclave spagnola in Marocco. Vi è una bella spiaggia, la città è molto carina e vivibile, si mangia dell’eccellente pesce e, se si vuole, anche la cucina araba. Se ne può uscire per fare un giro in Marocco, magari a Fez, la cui Medina ritengo essere l’unico luogo interessante di quel paese. Zero turisti, si vive una città multiculturale, multietnica e piena di storie curiose. E’ stata anche sede del Tercio, la Legione Straniera della Spagna: fascistissimi, ma un pezzo di storia. Interessante osservare gli intensi traffici che si svolgono alla frontiera fra la città e il Marocco. Essenziale parlare lo spagnolo, per scambiare con la gente. Una vacanza balneo-antropologica. Ve ne potrete vantare con gli amici, che non sapranno nemmeno dove si trova questa città. Ci si arriva molto comodamente con Ryanair fino a Nador; da quest’aereoporto in 10 minuti di taxi si arriva a Melilla.

A praia da piscina; la spiaggia della piscina a Sao Tomè.

L’Africa possibile. E’ molto complicato andare in Africa; eppure qualche volta nella vita va fatto. E’ pur sempre il continente dove l’umanità è nata. Naturalmente non parlo di Malindi, colonia di italiani o della Namibia dei banali tours organizzati. Propongo una meta pochissimo conosciuta dagli italiani. Un luogo piccolo, raccolto, facile da girare, del tutto sicuro. Le belle isole di Sao Tomè e Principe, dove si trovano delle spiaggie, delle foreste densissime, dei bei panorami, una bella architettura coloniale, una storia intensa. E dove la vita pulsa, come quasi ovunque in Africa. Ci sono buoni alberghi, con delle belle piscine. Una decina di giorni in giro per Sao Tomè sarà una vacanza molto piacevole ed interessante. Ed anche innovativa. Il costo non è bassissimo, soprattutto a causa dell’aereo; obbligatorio passare da Lisbona. Sempre da Lisbona si deve passare per andare in Guinea Bissau. Un viaggio complesso, da professionisti, ma di infinito interesse.

Buon viaggio, questa volta.

Dove andare in Macedonia

L’antico Consolato russo di Bitola.

Turismo di atmosfera nella Republica di Macedonia; molti gli aspetti interessanti, numerose le piacevolezze incontrate in questo pease nel mezzo dei Balcani. Un luogo dove si sta bene, tranquilli, rilassati. Si mangia bene e si spende poco. Gente gentile, accogliente, simpatica e riservata; sicurezza e pochi turisti a darvi fastidio.  Insomma, un posto dove andare, senza sovraccaricarsi di soverchie aspettative, ma pregustando un viaggio molto interessante.

Certamente Skopje con i suoi palazzi neo-antica Grecia, il quartiere mussulmano, la zona albanese, le notti di Malo Debar, quartiere di posticini gradevoli. Poi Ohrid, unico vero polo turisico della Macedonia, con l’infinità di chiese e monasteri ed il bel e gran lago. Vicinissimi i più bucolici laghi di Prespa, il grande ed il piccolo. Poi Bitola, città del tutto europea in pieni Balcani, con una storia strana ed intrigante. Passeggiare sul corso è una esperienza sconcertante, ci si direbbe in altro luogo/tempo.

Una capatina a Prilep ci sta, per il quartiere del mercato ed il monastero di Borogodiza, ma giusto giusto. La fascia orientale, per vedere le comunità albanesi ed i paesini in cui convivono in pace minareti e campanili. Nella parte occidentale del paese pare che non ci siano che pochi monasteri da visitare; non ci sono andato.

La chiesetta di Sveti Naum sul lago di Ohrid

Ma non dimentichiamoci che dalla Macedonia è un passo andare nel nord della Grecia, a Florina o a Psarades.  E siamo al centro del fantastico mondo dei Balcani: il sud della Serbia, l’Albania, la Bulgaria. Una base per cavalcare l’infinita e complessa storia di questo mondo semisconosciuto agli italiani, che ne sono ingiustamente diffidenti. Raccomondato.

E’ finito il raccolto. E’ stato messo nei cartoni e portato col trattore al magazzino dell’acquirente. Si tratta del famoso tabacco Macedonia, di eccelsa qualità. Mettere il naso dentro quelle scatole è un’esperienza celestiale.

 

 

Un paese di nome Pescatori

Sono solo 80 gli abitanti di Psarades, ma si meritano un post tutto per loro, perchè non hanno avuto la vita facile. Si meritano questo e molto di più. Loro sono pescatori ed infatti Psarades vuol dire pescatori. Di questo vivevano fino a che arrivasse un pò di turismo estivo, principalmente nazionale, niente di cui ingrassare.

Probabilmente il paesino più remoto della Grecia continentale, si trova sul lago Prespas, vicinissimo al punto in cui si incrociano le frontiere di Albania, Repubblica di Macedonia e Grecia. Non vi è molto: alcune massicce case, in certi casi ormai dirute, un brutto piazzale lungo il lago, un  molo con delle barchette, qualche ristorante, una spiaggia sassosa. E’ in una stretta baia, per vedere l’ampiezza del lago bisogna uscire, sul lago o sulle colline intorno. Sopra il paese una chiesa circondata da un pregevolissimo boschetto di ginepri arborei, un vero monumento naturale.

Ci sono stato d’inverno: a 850 metri un freddo spiffero siberiano mi stava congelando. Mi sono rifugiato in un ristorante a bere tè e vino, aspettando l’ora di cena. Verso le 6 ho visto con terrore il proprietario che stava chiudendo. Mi sono raccomandato per avere un pò di cibo. Ho avuto un pò di resti della cucina; alle 6 e mezzo ero già fuori. Delle mucche nelle strade, la pungente solitudine dei borghi morenti, quell’aria chiara del tramonto che scolpisce i muri cadenti e che toglie la speranza di un futuro diverso dalla rovina. Nessuno vuol rimanere in questi posti a far il povero contadino o il povero pescatore; ed il turismo non riesce certo a mantenere gli abitanti in paese; le case abandonate aumenteranno e fra le macerie resteranno solo qualche ristorante ed un paio di pensioni.

Eppure dobbiamo inchinarci agli abitanti passati e presenti di Psarades. Di discendenza macedone, della stirpe di Alessandro Magno, hanno resistito alle invasione slave che inondarono la repubblica di Macedonia, (vedere qui il bisticcio del nome) imponendovi le loro lingua e baldanza; hanno resistito alla presenza ottomana conservando la religione ortodossa; hanno resistito all’estrema vicinanza degli albanesi, mantenendo la propria lingua e l’attaccamento alle radici greche. Si son pure presi l’occupazione dei fascisti italiani. Durante decenni questo paesino fu su una delle frontiere più rigide della terra, da una parte l’Albania maoista, dall’altra parte la Jugoslavia socialista, da questa la Nato.  Ed in più frontiera lacustre, liquida per definizione, con il pericolo che un colpo di vento portasse la barchetta di pescatori dall’altra parte del mondo politico di quegli anni.

Ma Psarades ha resistito ed è rimasta greca e macedone, ortodossa e grecofona. Intendiamoci, questo blog apprezza moltissimo gli slavi balcanici ed ha grande simpatia per gli albanesi. Questi popoli sono parte di quell’enorme calderone dei Balcani esattamente come i greci continentali. Ma bisogna riconoscere che i greci rappresentano la sorgente culturale degli italiani e dobbiamo loro riconoscenza e rispetto. Amore filiale, direi.

E a maggior ragione agli 80 abitanti di Psarades che, contro la storia, la politica e mille guerre, hanno voluto continuare ad essere dalla nostra parte, non contro qualcuno, ma a favore di quella identità che è ormai vecchia di vari millenni.

Bisogna andarci a Psarades, perchè a volte i luoghi più remoti sono anche quelli più centrali.

PS. Questa mia ultima frase non poteva essere di miglior augurio.  Pochi mesi dopo che scrivessi questo post, a fine 2017, il paesino di Psarades è stato scelto come luogo di incontro fra Tsiparas ed il suo omologo macedone, per firmare un accordo sul nome che la Repubblica di Macedonia potrà avere, senza scalfire la suscettibilità greca. L’accordo è stato poi ratificato dai due parlamenti, è in vigore e permetterà alla Macedonia di entrare in Europa. Il documento firmato dai due Capi di Governo è stato chiamato “Accordi di Psarades (o di Prespa, dal nome del lago)”. Queste poche case hanno avuto visibilità continentale e sono diventate luogo di intendimento fra paesi in conflitto. Doppi complimenti a chi vi abita.

I Grandi Laghi Balcanici

La città di Ohrid ed il suo lago.

Grande quasi quanto il lago di Garda, il maggiore della sua regione, il più antico di Europa, il più ricco di specie endemiche del mondo, profondissimo. Questo è il lago di Ohrid. Ma accanto vi sono anche il Grande ed il Piccolo Lago di Prespa, il primo dei quali è poco più piccolo di quello di Ohrid, il secondo, invece è assai piccolo. Il lago di Ohrid è sui 600 metri di altezza, gli altri due, separati fra di loro da una sottile striscia di terra, sono sugli 800 metri. Quindi d’estate non fa caldo e d’inverno c’e’ la neve. I laghi di Ohrid e di Prespa sono separati da una alta, ma stretta, catena montuosa, boscosa e selvaggia. Il piccolo lago di Prespa ospita un gran numero di certi pellicani ed anche un’isoletta ricchissima di storia e di monumenti bizantini e barbarici. L’isoletta si raggiunge con un pontile, fra le canne palustri ed i canti degli uccelli ugualmente palustri. Sulle rive dei laghi di Prespa si fan gran colture di frutta e di fagioli, di molte sorte distinte. Le rive di quello di Ohrid invece sono più alte e montagnose.

La parte greca del lago di Prespa.

Ma dove si trova tutta questa meraviglia di cui nessuno ha mai sentito parlare? Esattamente all’incrocio fra Repubblica di Macedonia del Nord, Albania e Grecia. Nel centro dei Balcani. Vicinissimo all’Italia, ma anche molto esotico, con tutte le peculiarità di quella troppo poco conosciuta regione.

La città di Ohrid è anche l’unico luogo della Macedonia che ha una vocazione turistica, grazie al gran numero di chiese bizantine, con pregevolissimi affreschi. In uno dei suoi monasteri fu messo a punto l’alfabeto cirillico, che tanta pena da al turista. Sulle rive del lago, in prossimità della cittadina, vi è un vero e proprio turismo balneare. Ma poco oltre risiam subito fra pescatori e contadini.

Nella regione vi sono molti villaggi ed alcune cittadine. Nella parte macedone è tutto mescolato: albanesi e slavi, campanili e minareti, quartieri occidentali e bazar ottomani; ci sono ancora dei turchi, dei tempi del loro impero (nei loro ristoranti ci si trova la buonissima ciorba, la zuppa). Regna sovrana in tutta la parte macedone la solita prorompenza e ospitalità balcanica. Dalla parte greca tutto molto più omogeneo e più europeo. Ma girando si trovano angoli veramente fuori dal mondo dove lo spirito delle Ninfe e dei Fauni si fa chiaramente sentire, come verso Psarades. Zone montagnose, aspre, cariche di fascino bucolico.

I prezzi in Macedonia ed in Albania sono molto bassi ed i servizi, almeno in Macedonia, sono del tutto soddisfacenti. Si mangia molto bene, forse un pochino monotono, con tutta quella carne ai ferri. Vegetariani astenersi.

Un viaggio da fare in macchina, senza aspettarsi niente di eccezionale, ma con la sicurezza di aggirarsi in una regione piena di bellissimi scorci, di pace, di atmosfere ormai perse in Italia da molti decenni. Una soffusa delizia per l’anima e, al tempo stesso, un grande stimolo che fornisce questo variegatissimo e rurale mondo dei Balcani profondi: traversando tre frontiere in pochi chilometri, navigando su tre laghi, camminando fra bellissimi boschi. Non so immaginare niente di più gradevole.

Sull’isola greca di Sant’Achille sul piccolo lago Prespa.

 

 

 

Macedonia, paese in cerca di storia e geografia.

Il Museo archeologico di Skopje
Il classicheggiante lungo fiume di Skopje.

Nel turbinio dei Balcani, nel mare infinito degli sconvolgimenti della loro storia, il toponimo  “Macedonia” ha contraddistinto numerose regioni diverse situate fra l’Albania, il nord della Grecia e il Mar Nero. Tutte le zone comprese fra questi tre punti di riferimento si sono chiamate, prima o poi, a lungo o brevemente con il nome di Macedonia. Per lunghi periodi di tempo  questo nome è anche rimasto dimenticato, non utilizzato, negletto.

L’attuale Repubblica di Macedonia corrisponde, più o meno, a quella regione che, in un periodo dell’Impero Ottomano, era chiamata Macedonia di Vardar, dal fiume che scorre in quei paraggi. Un nome geografico, più che politico. Poi, quando è nata la Jugoslavia è spuntata la Repubblica di Macedonia come facente parte della Federazione Jugoslava; era la regione più meridionale. E nessuno se ne lamentò; la Juogslavia era troppo importante per non assecondarla. Ma con la dissoluzione della Jugoslavia qualle che era semplicemente la sua componente macedone si autonominò Repubblica di Macedonia attirandosi le veementi proteste della Grecia.

Che non ha tutti i torti ad opporsi a quel nome;  lo usurpa, infatti, alla regione greca della Macedonia che fu la culla storica di quella denominazione. La regione greca della Macedonia sta immediatamente a sud della Repubblica di Macedonia. La regione greca della Macedonia coincide grossomodo con le storico stato macedone. E qui sta la materia del contendere, come vedremo subito sotto.

La Grecia ha imposto alla comunità internazionale di chiamare la Repubblica di Macedonia con lo strano nome  “FYROM”, la sigla inglese per  “Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia”; causando grande scontentezza nei Macedoni.

Mastodontici templi greci.

Ma la disputa Greco – Macedone sulla geografia, in realtà ne nasconde un’altra, ben più corposa, sulla storia. Perchè chi dice Macedonia pensa subito ad Alessandro Magno, il re macedone che sottomise mezzo mondo. in pochi anni. Un eroe di portata mondiale che la Repubblica Macedone vorrebbe come  Antenato Fondatore. Il fatto è che Alessandro e suo padre Filippo, nacquero a Pella, capitale della Macedonia storica, attuale provincia greca. E i due, nell’attuale Repubblica di Macedonia, non fecero altro che fondarci qualche cittadina di minore importanza.

Invece l’attuale classe politica della Repubblica di Macedonia ha voluto appropriarsi senza scrupolo dell’eredità storica di Alessandro Magno. In ogni città vi sono viali a lui dedicati. Ma, soprattutto, ha fatto della ricostruzione del centro della capitale Skopje, un inno al grande Re ed alla sua supposta cultura. In un paese assai povero e bisognoso di moltissime cose più urgenti, è stato speso mezzo miliardo di euro per costruire imponenti edifici in stile greco classico che circondano una enorme statua di un cavaliere brandeggiante la spada. Si tratta evidentemente di Alessandro Magno, ma non potendolo dire per non fare imbestialire i Greci, l’hanno chiamato “Il Cavaliere”.

Villaggio dell’età del bronzo, ricostruito nel luogo dell’originale, con grande fantasia.

Insomma una operazione di ricostruzione fittizia e politicamente sfacciata del proprio passato; hanno scippato la storia greca ed ora la vendono come fosse loro!

L’effetto architettonico è sconcerante: immani palazzi bianchi con colonne doriche o ioniche con dentro uffici ed abitazioni; il nuovissimo Museo Archeologico di gusto classico che domina il vecchio ponte ottomano; il lungo fiume che pare una ricostruzione hollywoodiana dei fori romani; un candido arco di trionfo. L’insieme è pacchianissimo e stona terribilmente con il vechio bazar mussulmano che sta subito dietro. Sembra il trionfo delle cosche vincenti, del narcotrafficante in delirio di onnipotenza.

Pare chiaro il disegno politico del gruppo governante la Repubblica di Macedonia. Costruirsi un passato fittizio in modo da solleticare il nazionalismo del proprio popolo e cavalcare il suo sentmento rivendicativo. Non bisogna, infatti, dimenticare il fatto che ai tempi della Jugoslavia i macedoni erano considerati i parenti poveri ed anche un pò scemi della Federazione. Con la falsa ricostruzione storica di un passato illustre, il popolo macedone trova una fierezza che non probabilmente non ha mai avto. Ed il potere, che ha creato dal nulla tale fierezza, si perpetua in tranquillità. Una operazione politica congegnata con grande freddezza e cinismo. E che ha funzionato.

La frenesia ricostruttiva dei Macedoni non si ferma al centro di Skopje. Sul lago di Ohrid hanno ricostruito un intero villaggio su palafitte dell’età del bronzo; a pochi metri un fortino di epoca romana. La chiesa di San Clemente a Ohrid, dove fu messo a punto l’alfabeto cirillico, è stata rifatta di sana pianta. Il monastero intorno alla pregevolissima chiesa della Santa Madre di Dio a Prilep, è stato bellamente rifatto in cemento armato. E tutto ciò senza una ombra di dubbio, allegramente, con forza ed orgoglio.

Noi gridiamo allo scandalo, ma lo dobbiamo invece prendere come un ulteriore segno dell’innarestabile vitalità balcanica, che nel tumulto delle vicende continua a spingere verso il futuro, carica di impeto, come un cavallo al suono incalzante del violino tzigano. E tutto ciò mi piace, mi prende, mi mette voglia di vivere.

PS. A fine gugno 2018 c’e’ stato un accordo fra Macedonia e Grecia su come il secondo paese permetterà si chiami il primo. L’incontro fra i capi di Stato si è, giustamente, tenuto a Pescatori. L’accordo è stato trovato sul nome di “Repubblica di Macedonia del Nord”. La Grecia ha ritirato il blocco all’entrata della Macedonia in Europa e le negoziazioni sono partite. Un passo verso la pace di una regione sempre in fermento.

Turismo d’atmosfera nei Balcani

Di qualsiasi popolo siano, i balcanici sono assidui frequentaroi dei bar, sempre molto comodi accoglienti e pien di gente.

I Balcani possono essere un eccellente campo per l’esercizio di un nuovo turismo molto più soddisfacente di quelli che si vedono in giro attualmente. Il turismo d’atmosfera.

Siamo stanchi del mare sovraffollato, appiccicoso e caro; ma anche delle Dolomiti che lo sono altrettanto (affollate). Non ci interessano più le città d’arte, diventate dei parchi tematici, come Firenze. Ci sono venuti a noia i borghi storici, snaturati, leziosi e pieni di negozi di fasulli km 0. E non cadiamo nel trappolone del turismo esperienziale o solidale, concepiti per spennare i poveri turisti con attività bidone.

No, tutto ciò non ci interessa più, lo lasciamo ai forzati dei selfie, basta con quei turismi.

Vogliamo andare in luoghi dove i turisti siano pochi e che qeui pochi siano locali, provenineti da luoghi vicini; quasi più residenti che turisti. Non vogliamo per forza vedere cose eccezionali, quelle che affollano le guide della banale Lonely Planet; vogliamo trovare gente non ancora prostituita dal facile denaro del turismo e resa scostante dalla frequentazione di troppi turisti affrettati e maleducati. Vogliamo gustare, con calma, atmosfere reali, modeste, interessanti, stimolanti. Cose nuove, non ovvie. Se no, resto a casa.

E di turismo d’atmosfera nei Balcani se ne può fare a bizzeffe.

Gli elementi favorevoli sono molti: non ci sono che poche attrazioni clamorose, ma una infinita’ di piccoli gioielli da visitare con piacere ed in tranquillità. I Balcani sono vasti, molti paesi, molti popoli, molte nicchie. E’ possibile inanellare molti viaggi diversi  ripetizioni ed accavallamenti. I Balcani sono poco turisticizzati: è quindi possibile viaggiare incrociando un piccolo numero di altri turisti: pochi internazionali, qualcuno di più, nazionale. Non vi è pericolo che la massa turistica inquini l’atmosfera.

Nei Balcani la cucina è contadina, diretta, vera, abbondante. Non vi rovinerete la cena trovando rivisitazioni, fusioni, esotismi, prese per il culo, porzioncine, piatti gourmet dei miei stivali. Sarà quindi un gran piacere sedersi in ristoranti e trattorie, dove sarete sicuri di mangiare esclusivamente cose che i locali mangiano quotidianamente. Il menu magari sarà solo in lingua locale, ma questo fa parte dell’atmosfera. Infinita la gamma del cibo di strada, da frequentare con assiduita’.Ogni luogo ha le sue specialità e non dimentichiamo che l’hamburger è nato qui, sotto il nome di Pleiskaviza, nel sud della Serbia.

Da non sottovalutare il fatto che nei Balcani si spende poco e che quindi i viaggi possono durare più a lungo senza che il viaggiatore si stressi economicamete.

Ma il centro dell’interesse del turista d’atmosfera nei Balcani sarà riconoscere le infinite sfumature fra i numerosissimi popoli diversi che abitano la regione, destreggiarsi fra le differenti lingue, tutte strettamente ostrogote, riconoscere le influenze ottomane, slave, austro-ungariche, veneziane, greche, turche, russe, ebree (e tutte le altre che non so). Il turista attento potrà osservare la penetrazione della modernità nei substrati culturali precedenti. Vedere quali sono le culture in espansione e quelle in regressione, luogo per luogo: dove le ragazze sono in minigonna e dove vanno velate; dove le tensioni si stemperano e dove si acuiscono.

Il buon turista d’atmosfera riconoscerà alla prima occhiata il paesino mussulmano, cristiano, albanese, rom, da sempre slavo, socialista, tedesco, russo, d’influenza greca, ecc, ecc, ecc, senza fine.

La pleiskaviza e’ un hamburger, ma molto più antico e saporito, diffuso in tutti i Balcani. Per mangiarlo bisogna andare a Leskovac, in Serbia, dove è nato.

Seguirà il serpentaggiante confine fra l’ospitalità ottomana e la concreta schiettezza slava, non dimenticando le isole della complessità neolatina o della levantinità greca, molto più sfuggenti da percepire. Passerà con disinvoltura dal bazar ottomano al viale cristiano, al quartiere Rom e tutto nella stessa citta’.

E si muoverà come un pesce in questo mare magnum perché ama le differenze e le apprezza, rifuggendo la standardizzazione del  turismo globalizzato. Passerà molto tempo nel bar alternando birra, vino, tè, caffè turco, grappa ed anice; stando attento a non sbagliare la comanda, secondo il luogo! (da evitare di chiedere un grappino in un cafè del quartiere mussulmano).

E dopo un lungo viaggio, non avrà visto nulla che valga la pena di raccontare alle cene, ma avrà annusato la meraviglia della complessità dell’avventura umana in una delle regioni dove è riuscita a dare il meglio ed il peggio di sé. Per saperne un po’ di più sui Balcani si può seguire questo sito, in italiano, pieno di notizie e riflessioni molto serie.

E se non vi interessa il turismo d’atmosfera andate pure in un resort a Malindi a vedere le danza dei Masai sul bordo della piscina. O fatevi una bella crociera ai Caraibi!

​Vertigine balcanica

Alessandro Magno, orgoglio della Macedonia, anche se non ebe niente a che vedere con quel paese….

Sono ancora una volta nei Balcani e son colto da un profondo stupore. Sono attonito e febbrile, curioso di tutto; spaventato dai conflitti che hanno attraversato questa terra; meravigliato dall’unità, omogeneità di questa regione pur lacerata da mille divisioni. In qualche modo l’unità nella molteplicità: i Balcani sono lo specchio della condizione umana. Insomma mi par d’essere un bambino davanti ad un giocattolo miserioso.

Cerco i tratti culturali comuni a queste colture, ed, allo stesso tempo, tento di individuare le fratture, vecchissime o nuovissime. Mi intenerisco vedendo le casette quadrate dei villaggi, ognuna separata dalle altre, tutte con il tetto di tegole rosse, a volte sotto un minareto, a volte sotto un campanile. Dalla finestra della mia camera guardo l’orribile croce luminosa sulla collina che sovrasta Skopje, mentre il muezzim canta la sua faccenda e i macedoni di lingua albanese, in piazza, rivendicano qualcosa sventolando la bandiera albanese.

Sono sbalordito dal numero dei popoli che abitano questa non grande parte di Europa; ogni giorno ne salta fuori uno nuovo, con la sua lingua, la sua zona, la sua storia. Oggi e’ stato il turno degli Arumeni che scopro essere dei Daci romanizzati mescolati un poco con gli slavi. Ieri sono stati gli Aiducchi, milizia anti-ottomana, poi popolo. Gli incroci sono pirotecnici : la stessa Madre Teresa di Calcutta era Macedone, ma di etnia Albanese e di religione né ortodossa né mussulmana, ma cattolica.

Vecchi che si riposano dopo esser stati al mercato, hanno le borse.

Miscele, miscele, miscele. Una boccata di vitalità nel sopore mortale della globalizzazione che appiattisce tutto in un solo centro commerciale della cultura mercantile. Nei Balcani ognuno resta attaccatissimo alle proprie cosine; e pur coabitando a stretto contatto con gli altri ( a volte in conflitto, ahimè) mantiene la propria identità.

In poche centinaia di chilometri, undici nazioni (Croazia, Serbia, Bosnia, Albania, Montenegro, Kossovo, Macedonia, Grecia, Turchia, Bulgaria, Romania), cinque religioni (ortodossa slava, ortodossa greca, cattolica, mussulmana, ebrea), cinque grandi ceppi linguistici (slavo, turco, latino, greco, albanese) con decine di lingue e dialetti diversi, tre alfabeti (latino, cirillico, greco), quattro enormi imperi nel passato (romano, bizantino, ottomano, austro-ungarico) e un popolo che sfida la storia e che si ritrova ovunque: i Rom.

Un delirio di variabilità, ma con una casa comune: i Balcani. Piatto ricco, mi ci ficco.

(Per seguire i fatti balcanici, consiglio il sito dell’Osservatorio dei Balcani e del Caucaso, in italiano)

I bar mediterranei

Mi piace pensare che la cultura che si è creata intorno al Mediterraneo sia la più antica, la più complessa e quella che meglio incarna l’essenza umana, fra le molte che si sono espresse fino ad ora sulla Terra.

E non ho dubbi che un aspetto centrale di questa multiforme cultura sia il bar. Sulle rive del Mediterraneo la gente sta molto tempo al bar; ci sta bene; ci fa un sacco di cose e gli dispiace andarsene.

Il turista accorto non mancherà di passare molto del suo tempo di viaggio nei bar e dedicherà loro altrettanta, se non maggiore, attenzione che alle chiese o ai musei.

Ogni paese ha il suo tipo di bar e tutti meritano di essere conosciuti. Eccone alcuni, in ordine crescente ed arbitrario di mio aprezzamento:

Il caffè arabo. Naturalmente, non vi si beve vino o birra, ma solo caffè e tè, servito in bicchieri senza piattino e con il cucchiaino dal lungo manico infilato dentro. Non vi si mangia assolutamente nulla. I tavoli sono spesso rotondi e i bar sono grandi, molto affollati a quasi tutte le ore, tanto che vien fatto di chiedersi quando la gente pensa di lavorare. Le donne sono assolutamente assenti e l’aspetto è abbastanza triste, spoglio, un pò squalliduccio. Ma le conversazioni fervono ed è un luogo dove, palesemente, vengono raddrizzati continuamente i destini del mondo. Si ritrovano dal Marocco alla Turchia, alla Bosnia. Il turista non vi si siede volentieri, sia perchè le donne si sentono a disagio in quanto sarebbero le uniche, sia perchè sembra un mondo solo per i locali, da rispettare senza portarci la superficialità tipica dei turisti.

La terrasse. Detto alla francese è il bar lungo il Corso che si può permettere di img_20160609_204441occupare un vasto spazio di suolo pubblico (delimitato da vasi con piante varie e spesso spelacchiate) sul quale sistemare un discreto numero di tavolini riparati da ombrelloni. Questo modello di bar è probabilmente più nordico che mediterraneo ed è poco adatto alla socializzazione con i passanti, nascosti dalle piante di recinzione. Ci si va a coppie o a piccoli gruppi, ci si siede a bere analcolici e si va via un pò annoiati. Più cari di altri tipi di bar, hanno anche camerieri più professionali che alla fine della giornata si son fatti qualche decina di chilometri fra il bancone ed i tavoli. Vi si mangiucchia anche qualcosa.

533
I vecchi e brutti bar portoghesi, ma così cari al cuore.

Il bar popolare in Portogallo. Sono innanzitutto molto brutti. Sovrabbondano i banconi di lamiera nichelata affittati e pieni di vetri graffiati dall’uso. E di sciarpe e gagliardetti del Benfica e delle altre squadre. Atmosfera fredda, poco accoglienti. Sul banco, delle vetrinette con crocchette di patate, polpettine di baccalà, sofficini di formaggio. Si beve soprattutto birra alla spina, la più economica dell’Europa Occidentale. Qualche tavolino, un pò dentro ed un pò fuori, regalato dalla birra Sagres, sedie scompagnate, abbastanza disordine, pulizia largamente migliorabile. Dietro al banco il proprietario, da solo o con un aiutante; entrambi di aspetto dimesso. Ma è facile mettersi a chiaccherare e venire a sapere tutti i dettagli del quartiere. E soprattutto vi si avverte quella sottile malinconia dimessa che finisce per scaldare il cuore.

Il bar greco tradizionale. E’ la foto che i turisti italiani hanno in mente della mio-nokia1082Grecia: un enorme olivo alla cui ombra tre o quattro tavolini quadrati ospitano un vecchio Pope e qualche pensionato seduti su sedie impagliate dipinte di azzurro. Sul fondo una casa a cubo bianchissima. Ve ne sono rimasti ormai pochi, sostituiti dai bar moderni che vedremo più sotto. Vi si beve il caffé, la birra, la grappa; soprattutto il vino portato al tavolino nei caratteristici boccali cilndrici di lamiera colorata di rosso o di azzurro, molto simili ai nostri vasi da cimitero. Il padrone, solitamente anzianotto, panzuto e con la barba di qualche giorno, vi porterà un piattino con dei pezzi di cetriolo e di pomodoro. In certi casi, accanto al bar, un macellaio arrostisce spiedini. Voi vi siederete, berrete il Retsina, il vino resinato, penserete ad Omero e vi sentirete malinconicamente felici.

Il bar sport italiano. Luogo notissimo agli italiani e teatro di infiniti libri, film, scene di vita ed appuntamenti importanti o no di ognuno di noi. Pur in crisi per l’avvento dei nuovi tipi di locale, resta l’ossatura del sistema-caffé italiano. Una sia pur breve visita rimette al mondo anche i più disperati.

Il bistro francese. Non strettamente mediterraneo, nasce a Parigi, ma poi si diffonde anche a sud. Locale vasto, principalmente al chiuso, ma con possibili tavolini fuori.  Lunga barra di legno con proprietario normalmente incazzato. I tavolini sono molto piccoli, quadrati e vicinissimi gli uni agli altri, per cui si ascoltano (ma non vi si partecipa!) le conversazioni dei tavoli vicini. In alcuni casi vi è una grande tavolo tondo dove chi è da solo si siede per chiaccherare con gli altri avventori, anche se sconosciuti. Si beve vino e pastis, il tremendo aperitivo all’anice. Poi è diventato anche ristorante, prima rapido ed economico, poi anche ricercato e relativamente caro. Molto accogliente, risente un pò dei modi francesi, non sempre urbanissimi.

img_20160217_221223
I piattini del bar de tapas.

Il bar di tapas spagnolo. Da non confondere con il bar de copas, dove solo si beve, è quel luogo meraviglioso dove ci si siede alla barra e si ordinano piccole porzioni dei numerosi cibi offerti. Questi sono esposti in vetrinette sul banco o annunciati in lavagne. E’ una delizia di piatti regionali, tradizionali, popolari. Il locale è solitamente al chiuso, spesso grande, sempre lungo per permettere la massima estensione della barra, con poca attenzione all’estetica e scarsa considerazione della pulizia. Infatti i clienti gettano a terra tovagliolini, stecchini, noccioli di oliva, bucce di ogni tipo; poi il ragazzo spazza. Si beve principalmente birra o vino, secondo le regioni. Il servizio è estremamente rapido e conciso, a volte ruvido. I prezzi sono molto variabili, da modestissimi ad assai cari.

Il Bar greco moderno. Raggiunge il massimo del confort e dell’accoglienza. E’ esterno ed ampio, ben riparato da eleganti tettoie o da vasti ombrelloni; ha delle poltrone e dei divani molto ampi, comodi, rilassanti. Non vi è fretta, ci si può stare molto a lungo con una sola consumazione. E’ frequentato da ogni genere e da ogni età. Il servizio è disteso e cortese, efficente. I prezzi sono contenuti, soprattutto in relazione alla qualità delle poltrone e del servizio. Alcuni sfiorano il lusso, pur mantenendo prezzi accessibili. La bevanda principale è il caffè, ma servito in molti modi diversi. Non vi è cibo, salvo noccioline o patatine, offerte.

I mali di Creta

mio-nokia1119
Questo non è la terrazza di un ristorante; è la banchina del porto di Retimno, occupata integralmente da un ristorante.

Creta, la cui visita è pur consigliabile, ha un sacco di problemi da un punto di vista turistico. E’ un eccellente esempio di come non bisognerebbe fare. Le cause sono molte, come sempre quando si parla di iperturistificazione.

Per prima cosa vi arrivano, con un gran numero di voli, diverse compagnie low cost. Viaggiano da aprile ad ottobre, Ryanair ha la ua base a Chania, altre ad Iraklion. La quantità di gente che arriva è impressionante. Molti sono ragazzotti/e del Nord Europa che si sfondano d’alcol aggirandosi abbrostoliti e vociferanti per la stradine di Chania, esattamente come fanno a Firenze. Il porto di Chania, gioiello veneziano e turco, è ridotto ad un luna park di ristoranti, barretti e bancarelle.

Altri turisti, più organizzati e meno alcolizzati, lasciano Chania e si sparpagliano per il resto dell’isola, affittando auto a bassissimo prezzo (almeno non nel pieno della stagione) o usando i bus pubblici. Ed è il tracollo della circolazione e dei trasporti. E non potrebbe essere altrimenti in un’isola molto montagnosa, dalle strade difficili, vecchie e fatte male. Fortunatamente il popolo delle creme solari staziona soprattutto sulla costa settentrionale, spingendosi in pochi luoghi di quella meridionale. Lasciando quindi un pò di spazio ancora libero a chi ha un pò di naso.

mio-nokia1292
Pessima edilizia turistica fin sulla spiaggia in un borgo della costa meridionale di Creta. Eppure il luogo sarebbe bellissimo.

Ha un forte peso il fatto che il greco sia un popolo levantino, certo poco incline a fornirsi di regole ed ancor meno a rispettarle. Quindi si è edificato dove, come, quanto e quando si poteva. Creta è una sorta di babele di scatole di cemento malamente sovrapposte. A volte lo si vuol chiamare “stile cicladico”, ma è una farsa. Costruzioni quasi sempre fatte al risparmio, quindi brutte, tirate via, di materiali di scarsa qualità ed in via di rapido degrado. Il problema non è nemmeno tanto la cementificazione, anche se selvaggia: è la cementificazione selvaggia bruttissima. Tanto i suddetti ragazzotti/e sono talmente ubriachi che non se ne accorgono nemmeno e dormono ovunque. Della famosa architettura greca tradizionale, con le sue casine bianche sovrapposte è rimasta l’idea di base; ma l’esecuzione è catastrofica.

Sui fianche di queste aride colline a mare, degradano cascate di camere, terrazzini e ristoranti soffocati da insegne arrugginite dal salmastro che si contendono lo spazio con bouganville polverose. Scoraggiante, di fronte all’azzurro del mare che Omero cantò.

mio-nokia1117
Fortunatamente c’e’ sempre l’insalata greca che ci salva dalla pessima cucina per turisti….

Lo stato greco è impoverito dalla corruzione dei vecchi governanti e dalla tracotanza dei tedeschi che hanno dettato le regole dell’Unione Europea. Non si può certo sperare che vi siano soldi per il decoro degli spazi pubblici. Non meraviglia quindi lo stato di abbandono, sporcizia, degrado, sciatteria in cui versano strade, vie, piazze, subito fuori dai centri. Proprio là dove sorgono le nuove babeli turistiche. Stridono particolarmente i molti negozi che fiancheggiano le arterie dell’isola dove si vendono pellicce in cirilloco; per i numerosi turisti russi, ricchi e spendaccioni. Pellicce a Creta, vien da piangere.

Molto ben tenuti, invece, i centri delle città e di alcuni paesi, con le caratteristiche strade accompagnate da filari di aranci amari. .

mio-nokia1114
Il bel porto di Chania, carico di storia è ridotto ad un mercato. Un brutto mercato.

Il turismo è un commercio ed i commercianti sono spesso senza freni. E ciò, in un contesto dove il potere pubblico c’e’ poco o guarda colpevolmente altrove, provoca delle aberrazioni. Ovunque i lungomari e le banchine dei porti sono occupati da bar e ristoranti. I tavolini sono talmente fitti che per i passanti resta uno stretto corridoio da dividere con i camerieri dalle braccia piene di piatti e dai buttadentro che ti sbarrano il cammino per farti sedere ai loro tavoli. Insopportabile, insostenibile, una indecente gazzarra.  E ciò proprio in Grecia che è il luogo dove il concetto mediterraneo di bar ha raggiunto dei meravigliosi apici di comodità e di raffinato buon gusto. Infatti i bar per i greci sono comodi, larghi, con bellissime poltrone e buon servizio a prezzi modici, ma nelle strade interne. Quelli per i turisti sono angusti, ristretti, sovraffollati, di cattiva qualità e cari; ma sul lungomare.

Un’altra croce è il cibo. La cucina greca avrebbe anche degli aspetti gustosissimi; ma in quei ristoranti/mangimifici per turisti si mangia male: pochissimi piatti, cibo tirato via e che insulta la varietà ed il gusto della cucina greca tradizionale. Perchè non riescono a fare niente di meglio? Non offrono la cucina greca, ma ciò che il turista immagina sia la cucina greca. Come gli spaghetti Alfredo per la cucina italiana.

Le versioni sul carattere dei greci, in generale, sono assai contrastanti. C’e’ chi li adora in quanto figli dei nostri padri culturali e chi li detesta in quanto inaffidabili e pien di sotterfugi. Come che sia, i cretesi che si dedicano al difficile mestiere di mungere i turisti, sono spesso sgarbati, altezzosi, sbrigativi e scostanti. Da augurargli che i turisti li disertino.

I prezzi a Creta restano comodi. Ma arbitrari. Le camere, al di fuori dei centri principali, hanno una specie di prezzo fisso, che siano belle o brutte, al mare o in montagna, in un bel posto o in uno brutto. Nessuna politica dei prezzi; assalto ai turisti, a prescindere da quel che gli si da.

In una situazione come quella greca non ci si può aspettare una politica turistica che punti a diminuire la concentrazione dei turisti sulla costa, spostandoli nell’entroterra; e nemmeno una promozione dei prodotti locali. Non si pensa ad una differenziazione delle mete per favorire i trekking (che non siano nelle affollattissime gole di Samaria) o a favorire dei soggiorni in montagna per sfuggire al caldo. Non parliamo poi di navette turistiche per diminiire il traffico verso le spiagge.

Ed infatti quasi niente di tutto ciò esiste. E’ un arrembaggio continuo in cui un luogo con grandi potenzialità paesaggistiche o culturali viene consumato nel peggiore dei modi, svilendo il turista e deprimendo i cretesi. Una via senza rimedio, una sconfitta certa, un gran peccato.

Creta merita comunque un viaggio, ma mi vien da piangere a pensare a come l’hanno ridotta.