I Balcani a Firenze: gli Ashkali

I Balcani a Firenze: gli Ashkali

Maggio 8, 2023 5 Di ilviaggiatorecritico
Bandiera Ashkali

Bandiera Ashkali

Per festeggiare il ritorno del Viaggiatore Critico, ecco una delle storie più intricate ed impensabili che abbia mai pubblicato. E, come d’abitudine, è tutto vero, nemmeno una virgola è stata aggiunta di fantasia.

La faccenda è terribilmente imbricata e va dipanata piano, piano, per livelli. Iniziamo dall’inizio, dal mio inizio.

Il chiosco-bar più minimo e malmesso di Firenze si trova dalle parti dell’Argingrosso (nome che già denota luogo privo di finezza e civiltà), a valle del ponte dell’Indiano, lato Scandicci, per intendersi. Vi si accede o per una stradina che parte da Via dell’Argingrosso e muore in un piazzale o da un passaggio pedonale che parte dalla pista ciclabile fangosa che percorre l’argine dell’Arno e sbocca nello stesso piazzaletto. Tutto ciò per dire che è assolutamente introvabile e che nessun fiorentino capiterà lì per caso. Tanto più che la zona è malfamatissima in quanto ospita un campo Rom  (vedremo che non è così). Il Viaggiatore Critico ci è arrivato perché, si sa, lui va a cercare anche sotto i sassi.

Nel piazzale, circondato da campi ed alberi, nessuna casa in vista, sono parcheggiati un paio di furgoni o rimorchi che hanno perso da tempo ogni velleità di mobilità. Uno di questi ha l’aspetto di quei van per la vendita del cibo, l’altro sembrerebbe una cella frigorifera ormai in disuso. Due seggiole due di plastica bianca completano l’allegro quadretto.

La prima volta che ci capitai, in bicicletta, annusai che la faccenda poteva essere interessante e mi installai su una delle due sedie; non allucchettai la bici, per non fare la figura del solito fiorentino che crede che i Rom rubino, ma la misi in modo da non perderla di vista nemmeno per un attimo, non si sa mai i fiorentini avessero ragione, una volta in vita loro. Chiesi un Morettone, bevanda basica quanto quel luogo, del resto non ci doveva essere molto altro. Me la bevvi a boccia, osservando la scena, mentre la scena faceva altrettanto con me.

Nel piazzaletto si appalesavano vecchie auto ed Apini sconquassati da cui uscivano ed entravano rottami di metallo e parti meccaniche in ben povero stato. Qualcuno le portava, qualcun altro le portava via. Si commentavano tali commerci, un po’ in italiano, un po’ in altra lingua da identificare. Gente povera, messa maluccio, un po’ strappata, un po’ sdentata. Una piccola fitta al mio cuoricino. Sul furgone – chiosco concionava un poliglotta giovanotto di bellissimo ed effeminatissimo aspetto il cui fiorentino era largamente più verace del mio. Mi resi conto che la sorta di cella frigorifera accanto al chiosco era un negozio in cui si vendevano beni di prima necessità, soprattutto di origine bosniaca. Io stessi comprai subito un barattolo di ajvar che è una meravigliosa salsa piccante di peperoni da mettere sul lesso (o sul pane, in assenza di lesso).

Ero assolutamente allibito: un mondo altro, una bolla di Balcani a 500 metri dalle Cascine, traffico di rottami metallici, popolo malconcio, spaccio clandestino di generi alimentari con etichette ignare di ogni norma, il rom gay che scheccava ora in fiorentino, ora chissà in che. Mi pareva di esser finito in un frullatore insieme a Pasolini con i suoi ragazzi di vita e a Fellini con i personaggi alla 8 e mezzo. Non mi ripigliavo.

Per intavolare uno scambio anche verbale, presi a pretesto una sorta di grill posto sul furgone. Sarebbe stato possibile mangiar qualcosa con il Morettone? Il ragazzone mi spiegò che per il momento non c’era niente, ma che, a volte, facevano la pljeskavica. La mia eccitazione crebbe a dismisura.

Tale piatto è sostanzialmente il nonno dell’hamburger, ma molto più speziato e di carni miste impastate con la cipolla, quindi ben più appetitoso. Si accompagna bene con il suddetto ajvar. La sua culla è presso la città di Nis, nel sud della Serbia. Ci andai apposta per mangiarne la versione originaria, sul cammino della Macedonia. E mi piacque molto. Ma ancora di più mi piacque la città di Nis in cui arrivai a sera, stanco da una giornata di viaggio. Avevo prenotato un alberghetto; alla reception mi accolsero madre e figlia. Restai di sale con salivazione a zero di fronte a due Divinità della Bellezza; io balbettavo e loro ridevano. La mattina dopo uscii a passeggio in centro; molte le scolaresche in giro, condotte ognuna da maestre e mammine appena uscite dal concorso di Miss Universo. Non avevo abbastanza occhi per impregnarmi di tanta venustà, sembravo scemo, inciampavo sul selciato, lo sguardo dappertutto, per non perderne nemmeno una. Scoprivo ad ogni passo schegge di paradiso cadute fra noi mortali. E tutte carine, gentile, sorridenti, un sogno. Andai poi ad una esposizione dei vini locali e se le ragazze normali erano così non potete immaginare come fossero le hostess della fiera.

Torniamo al chiosco balcanico dell’Argingrosso.

Quella prima volta non approfondii troppo, per non parer sfacciato nella mia spesso inopportuna curiosità. Ma ci tornai ben presto, con la scusa dell’ajvar e del rafano, altra specialità sconcertante serba. E questa volta sfrucugliai a lungo; non c’era il ragazzone clamoroso, ma il padre, fornito di un italiano zoppicante ma sufficiente. La domanda ovvia era: “Ma voi chi (cazzo) siete?” trasformata in una più urbana: “Ma voi, qui, siete Rom?”. Perché, ritornandoci, avevo notato che, alle spalle del chiosco si stendeva una sorta di campo nomadi, che mi ero astenuto dal visitare per non fare l’immondo turista della miseria. Il bar – negozio era quindi di servizio al campo, una faccenda interna loro.

La risposta mi spiazzò e talmente tanto da indurmi a scrivere questo articolo per spiazzare anche i miei pochi, ma affezionati lettori.

“Noi siamo Ashkali”. Che roba sarà mai questa? Chiedo se non sia una varietà di Rom, azzardo. No, per niente, mi spiega il tipo, anche un po’ risentito, e mi racconta che in quel campo prima c’erano Ashkali e Rom e che vi era conflitto fra le due etnie fino a che i Rom sono stati scacciati / se ne sono andati ed ora il campo è monoetnico. La domanda su chi siano resta intonsa e la ripeto. Mi dice che sono egiziani. Comincio seriamente a pensare che mi sta prendendo in giro e taglio corto. Appuro che sono mussulmani e che parlano chi albanese, chi serbo, chi entrambe le lingue, giusto per semplificare. Mi ritiro e comincio a studiare i pochi testi che raccapezzo.

La vicenda che mi vien fuori è la seguente, almeno nella versione più avventurosa.

Siamo nel vasto quadro dell’impero Ottomano dove la tolleranza per le diversità etniche e religiose era la norma, la base stessa sulla quale la Sublime Porta di Istanbul basava il suo imperio, composto da miriadi di popoli che si frammischiavano, pur conservando le proprie caratteristiche. Fra questi i copti, cristiani d’Egitto; ci sono ancora. Un gruppo di questi erano militari al soldo del Sultano: per designarli si usava la parola araba per militari: Askari, come gli stessi italiani chiamavano le loro truppe coloniali. Ad un certo momento (quale e perché, non si sa) un gruppo di questi egiziani copti militari, e quindi solo uomini, si ritrovarono fra l’Albania ed il Kossovo da cui non poterono / vollero tornare indietro. Fu così fondata l’etnia degli Ashkalis. Con il tempo passarono all’Islam e alla lingua albanese pur conservando delle parole arabo nel loro lessico quotidiano.  Secondo un’altra versione verrebbero invece dalla Persia. Non manca chi dice che siano ebrei.

Ad ogni modo non riuscirono mai ad integrarsi veramente con le popolazioni della regione e rimasero sul gradino più basso della scala sociale, addirittura più in basso dei Rom con i quali tentarono di assimilarsi per avere qualche vantaggio. (Da non credere, far finta di esser Rom per migliorare la propria classe sociale. Il mondo è un posto che non finisce di stupire). Tutto ciò fino alla guerra fra Serbia e Kossovo quando i Rom si schierarono dalla parte della Serbia e gli Ashkalis furono per l’indipendenza del Kossovo. Da ciò le tensioni fra i due gruppi, anche nel campo dell’Argingrosso di Firenze.

Il livello di autoconsapevelozza dei membri della comunità Ashkali deve essere piuttosto bassa, così come il loro orgoglio etnico. In questo quadro piuttosto vago, alcuni personaggi hanno avuto agio di creare raggruppamenti o partiti politici che si sono presentati come rappresentanti della comunità al cospetto delle organizzazioni umanitarie largamente attive durante e anche molto dopo la guerra del Kossovo, fino ad oggi. Alcuni di questi partiti si sono autonominati “Egiziani di Albania”; non è per niente chiaro quale sia la differenza fra Ashkali ed Egiziani. Dal momento che mancano del tutto degli studi sulla origine e la storia di questo popolo, gli umanitari hanno deciso di chiamare RAE l’insieme dei popoli Rom, Ashkali ed Egiziani che abitano il Kossovo e dintorni. In questo modo non fanno torto a nessuno e no0n riattizzano le polemiche. Ma l’incertezza continua a regnare sovrana. La terribilmente complessa storia dei popoli balcanici trova con gli Ashkali un nuovo, intricatissimo, capitolo.

E tutto ciò lo si scopre bevendosi un Morettone a boccia all’Argingrosso.