Rivolta contro il turismo

 

La rivolta degli abitanti delle grandi città, travolte dal flusso turistico, si sta organizzando e diventa movimento politico. Il turismo che veniva lodato come rimedio economico per i territori non industrializzati viene ora indicato come fonte di nuovo impoverimento e come fattore di ulteriore ingiustizia sociale.  Non si parla di lotta ai turisti come persone (la manifestazione di Barceloneta lo insegna), ma di ferma opposizione a quei grandi agenti economici e alle loro manovre che, sotto il nome di sviluppo turistico, alterano il tessuto delle città turistiche e snaturano la vita delle persone che normalmente vi abiterebbero.

Si è creata una rete sud europea delle città contro la turistificazione: SET (qui la pagina – blog del nodo di Firenze con i link). Per il momento vi aderiscono movimenti, associazioni, gruppi, individui di: Barcellona, Palma de Maiorca, Lisbona, Venezia, Firenze, Valencia, Siviglia, Pamplona, Malaga, Madrid, Napoli. Il I, 2, 3 marzo 2019 vi sarà una riunione a Firenze. Qui il programma.

Il tema centrale è quello dell’espulsione degli abitanti dei centri storici per far posto ai turisti, negli alberghi o nei B&B. Il tema è antico ed ha preso negli anni diversi nomi. Molti decenni fa si incominciò a parlare del fatto che i legittimi abitanti dei centri storici ricevevano lo sfratto per far posto agli studenti fuori sede. Questi protestavano meno per la fatiscenza delle case e pagavano complessivamente affitti più alti. Più recentemente si è diffuso il concetto di “gentrificazione” intendendo con ciò il fenomeno per il quale vecchi quartieri della città vengono svuotati di attività produttive e dei loro lavoratori, per far posto alla borghesia, dopo un processo di “riqualificazione” urbanistica ed abitativa. Come se le fabbriche, i laboratori e gli operai fossero “squalificati” e i professionisti borghesi che andavano ad abitare nei loft fossero “qualificati”. Infine è degli ultimi anni la selvaggia riconversione degli appartamenti dei centri storici che sono finiti in gran numero su Airbnb, mentre i vecchi abitanti, spesso anziani, sono stati costretti a spostarsi nelle anonime periferie. E si badi bene che non sono i piccoli proprietari a mettere la loro abitazione su Airbnb, ma spesso sono gruppi finanziari che comprano molti appartamenti per piazzarli sul mercato dell’affitto turistico. Altri gruppi immobiliari sono allora intervenuti ed in combutta con gli enti locali hanno comprato vecchi edifici abbandonati in posizioni centrali trasformandoli nei cosiddetti “studentati”. Non sono le classiche Case dello Studente come il nome lascerebbe intendere, ma dei lussuosi residence dove una parte delle camere sono per gli studenti, ad alto prezzo. Mentre il resto delle camere è per normali turisti. Ancora una spoliazione del normale tessuto cittadino. Questo il caso di Firenze.

Gli altri, forti, inconvenienti riscontrati dagli abitanti delle città turistiche sono: i normali esercizi commerciali sono stati chiusi; al loro posto vi sono negozi e servizi per i turisti: negozi 24h, fast food o ristorazione dozzinale, souvenir, agenzie di escursioni. Il volto, in senso stretto, delle vie centrali delle città turistiche è completamente cambiato ed in peggio.

I prezzi sono aumentati, i trasporti pubblici sono invasi dai turisti, i servizi per i residenti scarseggiano.  Il turismo è soggetto a stagionalità; quindi i lavoratori sono chiamati con contratti di breve durata ai quali alternano periodi di disoccupazione. Molto diffuso il ricorso a manodopera straniera (soprattutto nelle cucine e come cameriere ai piani negli alberghi), in condizioni ambientali e legali precarie. Intasamento di tutto, presenza dei turisti ovunque, le enormi navi da crociera nella laguna di Venezia, i bus al Piazzale Michelangelo, il porto intasato di Bayahibe.

Ma questo è solo l’aspetto visto dalla parte dell’abitante della città turistica. Lo stesso selvaggio sfruttamento delle risorse colpisce anche il turista. Estrema massificazione, affollamento insopportabile, prezzi elevati, servizi scadenti e dozzinali sono l’altra faccia della medaglia. Quella che patiscono i turisti.

Succede spesso che nascano delle discussioni fra i lavoratori a contatto al pubblico ed i turisti. Da entrambi i lati vi è esasperazione: da una parte per eccesso di lavoro a basso salario; dall’altra per servizi scadenti a prezzi alti. E le scintille scoccano. Lo sfruttamento regna sovrano.

I cittadini si stanno organizzando per diminuire l’impatto del turismo; per i lavoratori è molto più difficile per la loro parcellizzazione, per essere stranieri, per subire facilmente i ricatti dei contratti stagionali, per essere tradizionalmente una categoria poco organizzata. Per i turisti è del tutto impossibile; il massimo che possono fare è lamentarsi su Tripadvisor. Eppure la resistenza alla turistificazione è la stessa battaglia per tutti.

 

 

Le sfide di Guido. Ce la farà?

La ricostruzione del teatro romano di Firenze.

Segnalo un tentativo innovatore e coraggioso di modificare l’impecorimento delle masse turistiche incolonnate verso le più viete ovvietà turistiche. Un’agenzia cerca di mettere in luce aspetti turistici meno conosciuti, ma molto interessanti. E ciò con un sistema di prenotazione particolare. Ce la farà a crearsi uno spazio?

I love Guido è un’agenzia on-line di visite guidate. Chi è interessato sceglie il giro proposto ed aspetta. Quando si raggiunge il numero di 5 partecipanti il tour è confermato. Quante più persone partecipano (con un limite) tanto più il costo per persona diminuisce. Il costo attuale è chiaramente indicato sul sito. Il vantaggio per il turista è evidente. Il sistema è anche furbo perché il partecipante già iscritto avrà tutto l’interesse a trovare altri turisti; diventa, quindi, il miglior “promotore” del gruppo. Lo svantaggio, molto grave, è che probabilmente non si saprà fino agli ultimi giorni se il tour si farà o no. Il turista rischia di perdere una parte del poco tempo che ha, mancando l’opportunità di vedere ciò che aveva destato la sua curiosità.

Ma l’aspetto più interessante dell’offerta di Guido è aver messo l’accento su temi meno frequentati dal turismo di massa. Ad esempio si cercano i poco visibili resti romani di Firenze, ma fondamentali per il successivo sviluppo medievale e rinascimentale della città. A Parigi si visita il cimitero del Pere Lachaise, a Milano ci si occupa dell’epoca spagnola e della peste del Manzoni. Nel Lazio si visita passeggiando i siti sannitici di Faragola e si contribuisce alla ricostruzione di un museo locale distrutto da un incendio. Lo schema ricorda quello proposto da Migrantour.

La peste di Milano!!

Tutto ciò rappresenta il sogno di molti che si sono occupati di divulgazione di beni culturali e che sono sempre stati soggiogati, affogati e dispersi dalla prepotenza degli attrattori turistici principali: il Rinascimento a Firenze, l’antichità a Roma, il Duomo di Milano, il Louvre e Versailles a Parigi. Per gli altri aspetti non c’è posto. Guido cerca di spingere gli outsider, pur dovendo, per evidente motivi economici, mantenere nel catalogo anche gli “inevitabili”.

I tour si concludono con un riposino in un bar con scambio di impressioni e consumazione a carico del partecipante. Si parla anche di pubblicazione sui social dell’esperienza appena trascorsa. Questo punto rinforza il carattere di condivisione, sharing, della proposta di Guido.

Si tratterebbe, quindi, di una declinazione moderna e più sostenibile dell’offerta turistica, nel solco dell’economia circolare. Il turista dovrebbe avere un’esperienza più vasta, i luoghi sarebbero meno affollati, le guide sarebbero maggiormente a loro agio, beni culturali minori sarebbero maggiormente valorizzati ed i biglietti di ingresso favorirebbero la loro conservazione.

Tutto bello, quindi. Ma bisogna vedere se i turisti pecoroni accetteranno queste proposte. Certo il gruppo che fa Venezia, Firenze, Roma in 5 giorni non lo potrà fare. Ma si spera che questi gruppi spariscano, come successe agli Unni di Attila. Lo potrà invece fare il turista ragionevole che preferirà una sola città girandosela comodamente.

Vedremo. Nel frattempo Guido dovrà migliorare gli aspetti digitali, ancora un po’ claudicanti e vegliare che le guide incarnino gli aspetti innovativi della proposta senza cadere nella routine della solita visita da sbrigare con rapidità.

 

 

L’orto delle meraviglie

Quando la biodiversità non è una chiacchera per attirare finanziamenti, ma un fatto.

In una Firenze ormai prostituta ed inutile, ho trovato un posticino la cui visita vi consiglio, poveri turisti che avete creduto a quel che vi hanno raccontato su questa città. Ma la consiglio anche ai locali.

E’ a una ventina di chilometri dal centro, oltre Grassina, a Castel Ruggero. E non parlo dell’omonimo lago frequentato prima dagli alternativi ed ora dai gay; tutti nudi, comunque. Poche centinaia di metri oltre il lago vi è un’antica villa-fortilizio al cui fianco troverete un delizioso orto-giardino. E’ una riedizione dell’orto del signore rinascimentale che si dilettava nel far coltivare piante rare e sorprendenti con cui stupire amici e ingelosire gli avversari politici. Fra le corti italiane e poi europee era tutto un fiorire di scambi, furti, spionaggi allo scopo di avere le piante ed i frutti  più strani possibili. Si spendevano fortune per avere bulbi e semi di piante e varietà nuove e sconosciute. Specialmente di agrumi ed è per questo che tutte le ville rinascimentali avevano una “Limonaia” dove quelle piante venivano messe a svernare; e le Limonaie erano di miglior qualità ed estetica delle case dove vivevano i giardinieri. Quella era passione da ricchi annoiati.

In questo caso il signore non rinascimentale, ma attuale, è Nicolò D’Afflitto la cui famiglia possiede da un secolo la villa-fortilizio, insieme a vigneti ed oliveti da cui trae olio e vino. E’ uno dei più importanti enologi italiani, al servizio di marchi importanti. Pur avendo molto altro da fare, lui e la moglie Pascale sono stati colti da divorante e totalitaria passione per l’orto. In 20 anni hanno trasformato un ettaro di terraccia, accanto casa, in un delizioso giardino delle meraviglie. Il pezzo forte è la collezione di pomodori, ormai arrivata alla stupefacente cifra di 500 varietà diverse, rinnovate, ovviamente, tutti gli anni; in misura di una pianta per varietà. Ci si aggira fra i filari trovando infinita gamma di forme, dimensioni, colori. E son tutti pomodori. Mi sono aggirato fra i filari ed avevo licenza di mangiare (ed anche di portar via un sacchetto): una vertigine! Il sapore dei diversi frutti possono essere anche abbastanza diversi, pur essendo sempre pomodori. Ma mettere in bocca tanti frutti diversi per dimensione e colore mi ha dato la stessa gioia che devono provare i bambini quando mettono in bocca tutto quel che trovano. Alla fine del giro ognuno si fa una propria classifica personale e ricomincia il giro per affinarla, modificarla, confermarla, assodarla.

Vi è poi una importante collezione di peonie, molte patate, una bella varietà di amaranti con le bizzarre forme delle loro infiorescenze ed anche cucurbitacee varie. I peperoncini sono in numero di 50, con tutta la gamma della piccantezza. Non mancano alberi di fichi, di mele, di giuggiole e svariati pergolati di uve sotto i quali una vasca e dei sedili invogliano alla conversazione, come in un giardino non solo rinascimentale, ma anche balcanico. Lavanda, fiori, erbe aromatiche, tutto mescolato. Per tradizione familiare nessun estraneo lavora nell’orto, salvo che per certe operazioni particolarmente pesanti. E’ in primis Pascale che se ne occupa a tempo pieno, con il marito ed i figli, quando possono. Gli è presa così, non vanno nemmeno in ferie per non lasciar solo l’orto.

Pochi dei molti pomodori.

Ma perché lo fanno? Appunto, passione, perché aspetti economici non ce ne son quasi. E’ solo da poco che vendono qualche cesta di frutti vari, oppure cedono a ristoratori vicini dei prodotti. Fanno anche conserve: marmellate, paste di peperoncini e l’ovvia pomarola, nella quale vi sono anche altre verdure, oltre al pomodoro. Ma le conserve non sono vendute. Le consumano in famiglia, le regalano. Ricevono visite di gruppi di appassionati, fanno una festa del pomodoro, accolgono scolaresche con le quali fanno dei laboratori sui semi o sulle piantine, che regalano. Fino a pochissimo tempo fa, il giardino non era nemmeno recintato; si poteva entrare, avvertire e mangiare.  A volte ti danno anche un sacchetto (di carta) in modo che tu possa portar vie le cose con facilità. Hanno messo un cancello a causa di furti di alcune varietà rare e pregiate di peonie.

Insomma, una faccenda da non credere. Evidentemente la famiglia ha entrate dalle altre attività e il mantenimento dell’orto è solo una grande passione: che va condivisa e non “privatizzata”. Qua il loro sito.

Ma c’e’ di più ed è questo il motivo che giustifica questo post, a dir la verità un po’ troppo zuccheroso, finora. La mia stima per quest’orto e per chi lo tira avanti nasce dalla filosofia con cui è gestito. Chi è arrivato fin qua a leggere si sarà immaginato un lindo giardino perfetto nelle linee e nella manutenzione. Pulcro, asettico, lezioso, stucchevole, come se fossimo in Trentino.  Invece non è affatto così. L’orto è certamente ben gestito, ma è anche “lavori in corso”; si bada all’essenziale, che è la produzione e non l’aspetto.  Niente è perfetto, tutto è funzionale. L’occhio non vede la serenità rinascimentale che può essere delle architetture, ma non deve essere della biologia; vede l’imperfezione dell’umano lavoro. Ci sarebbe molto da tagliare, da potare, da sbarbare, da ripiantare, da mettere in ordine. Ma questo verrà fatto domani, la settimana prossima, forse mai. Perché l’agricoltura è scelta delle priorità, risparmio di risorse, rispetto dei cicli, disprezzo della forma ed attenzione ai risultati concreti. Non siamo nel giardino di un archistar, siamo nel campo con il contadino. Ci sono anche le galline, da qualche parte e, si sa, le galline cacano. Ovunque ed in continuazione.

Ed è questo aspetto “fattivo” e non “vetrina” ciò che riscatta quest’orto: non capriccio di ricchi, ma vita vera e pomodori da mangiare schizzandosi la camicia. E la conferma l’ho avuto alla fine della mia visita. Avevo visto un’assenza quasi totale di erbacce. Troppo totale per non sollevare la mia curiosità. Ho chiesto; ebbene si. Si usa la chimica, anche se poca ed oculata. Che non è il diavolo; è ciò che ci vuole quando vogliamo fare frutta e non chiacchere da ecologisti di FB.

Bravi.

Fasulla Firenze

L’Antico Vinaio in Via de’ Neri. Il locale In Italia, in Europa, nel mondo, non so più, con più recensioni su Tripadvisor. Su questa si basa la fama. Il propietario invitato alle conferenze sul successo commerciale. Ora ha paerto altri due locali accanti. Una fabbrica di panini, la coda sempre. Una città piegata al profitto, allo sfruttamento del turista. Che vi si presta, beato e beota….

Firenze è ormai diventata un parco tematico del  Rinascimento. E ciò per la gioia dei suoi bottegai (e degli enormi capitali che vi sono stati investiti in alberghi e in appartamenti per affitti turistici) e per il dolore degli altri abitanti.  Questo stato di cose porta molte aberrazioni, fra le quali una è particolarmente sgradevole, per i turisti; il Viaggiatore Critico si mette sempre dalla loro parte.

Un numero importante di esercenti, che si dedicano a fornire pessimo cibo ad alti prezzi ai poveri turisti, considerati (con arrogante disprezzo) solo dei pennuti e quindi immediatamente spennati (o delle vacche e quindi munti) ha pensato bene di camuffare i loro tristi antri commerciali da botteghe tradizionali. Un pò come a Las Vegas si ricostruisce il Colosseo o le Piramidi, per estorcere più soldi ai malcapitati.

Incominciò una di quelle nobili famiglie fiorentine che hanno rinverdito (nel senso di verde dollaro) gli allori grazie alle viti e di lì è stato un dilagare senza freni, senza fantasia, senza intelligenza. Una gara a copiare, a fare come gli altri, in una assurda fiera dell’ovvio.

Per prima cosa il nome del locale: “Vecchio” o “Antico” è d’obbligo; poi “Fattoria”, “Bottega”, “Vinaio”, “Vendita”, “Corte”. Poi gli sporti, l’entrata: sempre di legno naturale, di foggia primi ‘900, un pò ridondanti e fasulli come una moneta da tre euro.

Pavimento in finto cotto, arredi da bottega tradizionale: tavolini di marmo, banconi di legno, sedie impagliate. Ma soprattutto l’immancabile e troneggiante affettatrice degli anni ’50, rossa e cromata, o le bilance, della stessa foggia. Tutto fittizio, fintamente alla buona, come casuale; l’impressione generale è leziosa, fasulla, stucchevole, appiccicosa. Io fiorentino, mi sento grandemente preso per il culo, da questi cialtroni. Nemmeno morto entro in quei locali e mi fanno molta pena quei turisti che lo fanno.

La strategia commerciale di questi bottegai è chiara: hanno sentito dire che non bisogna vendere cose, ma trasmettere la cultura che vi è dietro. Questa è la favola che ha permesso il miracolo turistico toscano. Non si vendono cose, ma atmosfere, storia, cultura. E siccome queste cose non hanno prezzo ecco che i prezzi applicati dai bottegai crescono…. La qualità può essere pessima, ma si riempiono la bocca con lo story telling. Una truffa, nient’altro che una truffa.

Anche la macelleria Falorni, a Greve in Chianti, una volta eccellente, è diventata commercialissima. I suoi salumi toscani si sono “tedeschizzati” per incontrare i gusti dei clienti numericamente dominanti.

E’ una enorme panzana che stravolge totalmente la “vera cultura toscana” trasformandola nella “visione che gli stranieri hanno della cultura toscana”.  Hanno trasformato una regione in un esperimento di marketing. E questi ignorantissimi bottegai hanno applicato la ricetta, probabilmente senza nemmeno capirla. Fanno finta di essere qualcosa che loro nemmeno sanno cosa è. Come possono riesumare il passato se non lo conoscono, non lo capiscono e soprattutto hanno come unico interesse guadagnare indebitamente un euro in più sul loro vile panino?

Frigoriferi a vista, diettamente sulla strada, a mostrare la bistecca alla fiorentina. Che tristezza, che povertà, che insulsaggine, che truffe…

Il loro cibo è dozzinale: affettati industrialissimi, focacce che di toscano non hanno niente, magari anche la pizza napoletana o i tramezzini romani, finti cantucci di Prato, schiacciate con l’olio di semi per riparmiare anche su quello. Vini al bicchiere, spesso senza vedere l’etichetta. Prezzi sconsiderati. E i turisti abboccano, come fanno al Mercato di San Lorenzo.  E molti vanno in questi finti alimentari sperando di spender meno che nella miriade di altrettanto falsi ristoranti che imperversano nel centro storico.

E li vedi moltiplicarsi questi buchini, nelle principali vie del centro storico, con una tristissima, ma carissima, offerta gastronomica. E dietro al banco ragazzotti senza nessuna professionalità, ma con una prosopopea vasta come la loro ignoranza.

Questa moda del finto vecchio è durata una ventina d’anni, ora sta finendo e ci si butta verso il minimalista (i bottegai sono perennemente in ritardo sulle tendenze, troppo distratti a contare i soldi), così si risparmia anche sugli arredi.

 

Mercati mondiali

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Sao Paulo.

Il Viaggiatore Critico ha notato, come avranno fatto in molti, la profonda modificazione che hanno avuto certi mercati alimentari delle grande città. Quegli edifici, spesso di architettura elegante e leggera, fatti di ferro, ai tempi della Torre Eiffel; oppure di nervature di cemento, se più recenti. Posti sempre nelle zone centrali delle città dove il popolo andava a rifornirsi di verdura, frutte, grani e, quando possibile, carne e pesce.  Luoghi in antico pieni di confusione, spesso di sporcizia, di gente di bassa lega. Sembrava veramente di essere al mercato. Io li visito spesso, mi piacciono e mi piace vedere la verdura esposta: da un sacco di informazioni sulla città.

Poi sono arrivati gli urbanisti, gli architetti, gli assessori, gli imprenditori. In poche parola: la turistificazione. Probabilmente il primo caso è stato Les Halles di Parigi, poi hanno seguito tutti gli altri.  Cosa sono diventati?

In quasi tutti i casi il popolo vociferante ne è stato estromesso, relegato ai discount di periferia. In certi casi, subdolamente, è stato lasciato un angolo “naturale”; una specie di riserva indiana dove trovare un pò di banchi ed un pò di popolo a far colore.

Vi sono fortemente penetrati i venditori di cibo e paccotiglia varia da turisti. I banchi sembrano vecchi e tradizionali, ben sistemati, ben illuminati; ma vi si trovan cibi che non entrano in nessuna casa di gente del luogo. Prezzi sconsiderati o cibi fasulli; decorativi e non nutritivi; da turisti, appunto.  Anche i mercati delle città turistiche dei paesi arabi sono diventati così. Mucchi enormi di variopinte spezie, sforzi scenografici imponenti per il turistame di bocca buona. In Marocco sono particolarmente abili.

In tutti i mercati vi è sempre stato qualche banco che faceva da mangiare: piatti semplici, popolari, veri. Qualche banco. Ora sono straordinariamente aumentati di numero. Ed anche di varietà. I vecchi menu si sono allungati, vi sono stati inseriti piatti prima impensabili in un mercato. Vi si mangiavano piatti economici, da gente di mercato, non certo care prelibatezze. Vedere servito il salmone selvaggio nel mercato del vecchio porto di Helsinki è un insulto alla storia di quel luogo. Così come a Beirut i vecchi souks sono stati distrutti dalla guaerra e ricostruiti dal capitalismo più sfacciato diventando negozi e ristoranti di gran lusso. Stessa cosa a Vienna.

In alcuni casi è tutto il mercato ad esser diventato una sorta di ristorante, di food corner da centro commerciale. E’ l’indecoroso caso del secondo piano del Mercato di San Lorenzo a Firenze.  Più raffinato, ma altrettanto fasullo anche il mercato di Lisbona, dove rinomati chefs si sfidano lungo il perimetro dell’enorme salone pieno di gente, seduta ai tavoli, esattamente, ancora una volta, come nei centri commerciali. Piatti cari. Banchi di delikatessen di altissimo livello a Kiev, in mezzo alla povertà di una città ancora in molte difficoltà: un mercato che è passato da vendere le patate delle vecchine ad offrire i gamberetti freschi del Sud America. Indecente.

In altri luoghi, miracolosamente, un certo equilibrio si è mantenuto, come a Budapest. Il mercatone, in pieno centro, è ancora pieno di veri banchi con vera verdura ed i molti banchi di cibo pronto, pur destinati ai numerosi turisti, hanno mantenuto un’aria popolana, da mercato. Vi si mangia male, ma a poco prezzo e nel mezzo alla confusione. Lo stesso a Sao Paulo dove c’e’ un po’ di robaccia da turisti, ma anche molta vita vera di gente vera. In Vietnam, poi, il mercato tradizionale ed i suoi cibi, regnano sovrani; un gran piacere!

Due città molto vicine, due mercati del pesce con destini contrapposti: Santiago del Cile e Valparaiso. Il primo è diventato un insieme di ristoranti fighetti. Il secondo è popolarissimo, con tutti i prodotti veri e con un angolo di bettole. Ma a Santiago c’e’ il mercato generale, enorme, incasinatissimo e sporco dove ci sono le trattorie da mercato in piena regola. E di turisti, solo io.

Il premio per il miglior mercato va a quello di Pontevedra, in Galizia, Spagna. Si può comprare il pesce e farselo cuocere sul posto. Roba da turisti: zero.

Pucci, Emilio e il Battistero di Firenze. A far cassa!

A Firenze, in questi giorni si svolge Pitti Uomo e in questi mesi si sta ripulendo il Battistero, monumento più antico di ogni altro a Firenze. Come è uso da qualche tempo, il cantiere è stato rivestito da teli su cui sono stampate foto a grandezza naturale del monumento sottostante, in modo che il turista, anche se non vede l’originale, ne può facilmente immaginare l’aspetto nel suo contesto naturale.

Mio nokia1530La concomitanza di Pitti e del restauro del Battistero ha fatto nascere l’idea alla Fondazione Emilio Pucci di ricoprire i teli originali con altri che riproducono un, dicono, famoso foulard che Pucci disegnò nel 1957 ispirato dal Battistero stesso. Come si vede nelle foto. Ciò dura solo per i pochissimi giorni della fiera di Pitti, poi tolgono tutto. Ovviamente la Soprintendenza ed il Comune devono aver dato il permesso per mettere i lenzuoloni.

Mio nokia1531Il risultato è certamente gradevole, divertente ed Emilio Pucci è sicuramente una delle glorie fiorentine come promotore dell’industria della moda. Da notare però che la firma Pucci è ora in mani francesi.

Comunque questa semplice vicenda dimostra ancora una volta come tutta Firenze sia piegata allo spirito mercantilistico più sfrenato. Il patrimonio storico pubblico è utilizzato come immagine di imprese private con l’avvallo delle autorità statali e comunali. Il passato intero di una città diventa pubblicità commerciale di un singolo gruppo. L’omaggio di Pucci ad un monumento della sua città si è ingigantito fino a coprire il monumento stesso. L’oggetto moderno, commerciale, oblitera l’oggetto antico, culturale. E’ tutto in vendita in questa Firenze puttana.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Mercato Centrale a Firenze: mai!

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La folla si accalca per avere il suo piatto.

Si sa che ormai Firenze non è altro che un parco tematico basato sul Rinascimento, inserito in un centro commerciale grande quanto la città e gestito dalla potentissima categoria dei bottegai fiorentini.

E, come in ogni buon centro commerciale, non poteva mancare il food corner, la zona adibita al cibo rapido.  Lo hanno appena aperto, al piano superiore dello storico edificio del Mercato Centrale, a sua volta circondato dall’insopportabile mercato di San Lorenzo con le sue bancarelle piene di pattume da turistame. Bancarelle ormai in mano alla mafia di Sri Lanka che gestisce il mercato in modo assolutamente illegale con il silenzio del Comune. La tradizione e la legge vorrebbe che una persona non abbia più di un banco. Certi proprietrai attuali ne hanno fino a sette, giocando sui prestanome e sugli errori nelle trascrizioni dei loro nomi.

Una grande navata, con soffitto altissimo; tutt’intorno banconi dove si trova il cibo: vegetariano, pesce, carne, fritti, panini, pizza, lampredotto, pane e pasticceria, gelati. Così tutti i gusti son coperti e nessuno può dire di non trovare ciò che vuole. Al centro un bancone bar. Ovunque tavolini, numerosi quelli alti dove ti siedi su scomodi sgabelli, in modo che il cliente se ne vada alla svelta e lasci il posto al prossimo.

Sempre pienissimo, si lascia una persona a presidiare il tavolino e gli altri si lanciano all’acquisto di un piatto: ogni bancone ha la sua cassa a cui si fa lo scontrino e ci si mette in fila, nella bolgia, in attesa di essere serviti. Con il piatto si torna al tavolo dove si troveranno o meno gli altri commensali, a seconda della lunghezza delle loro rispettive code.  Sconosciuta la convivialità del consumare il cibo insieme. Ognuno si fa le proprie code e si trangugia, nel via vai, il proprio piatto.

Posate di plastica. Tutto esattamente come nei centri commerciali.

Prezzi molto più alti di quanto è lecito attendersi in un fast-food e self-service. Il servizio ai banchi è tirato via, affrettato, scortese. E ciò è ovvio, vista la fiumana di gente che passa di lì, tutti turisti che non torneranno mai più.

Qualità del cibo molto, molto, molto modesta.  Una nuova macchina per far soldi a spese dei poveri ingenui che pensano che Firenze sia un luogo da visitare.

Aggiornamento, 2018.

Dopo alcuni anni lo squallido food corner del Mercato Centrale è ancora lì. All’inizio ci andavano anche i fiorentini, per la curiosità. Ora non ci vanno più. La struttura è invecchiata, usurata, stinta. E’ ancora più squallida. D’inverno è freddissima e quindi la impacchettano con dei teli di plastica: sembra di essere all’interno di una vaschetta di carote. D’estate asfissiante, non c’e’ e non ci può essere l’aria condizionata. Finita l’aria un pò boheme, un pò cosmopolita è sempre più mangimificio per turistame. Ma ha l’appoggio della cupola politica della città e quindi dorme sogni tranquilli. Anche se, dietro ai banchi, vi sono facce che incanterebbero Lombroso. Ormai è pieno degrado.

Trattoria Aroma di Vino, Prato. Consigliato!

A poche decine di metri di fianco al Duomo di Prato vi è questa trattoria, poco visibile e piuttosto piccola, del tutto a conduzione familiare. E’ una di quelle trattorie che hanno voluto restare tali, pur dandosi un tocco di modernità, nell’arredamento, che vuol essere rustico, ma carino; semplice, ma non banale. Vi è quindi tutto un bric-à-brac di oggetti, libri, bottiglie, sedie spaiate e quadri in vendita: tutto come alla rinfusa, ma invece, credo, attentamente studiato. Il risultato finale è forse un po’ lezioso, ma, certo, mette l’avventore a proprio agio e ben lo predispone ad un carta che è senz’altro avvincente. Un po’ perché è informalissima: scritta a mano su dei foglietti spillati ad un foglio più grande, ma soprattutto perché contiene piatti di strettissima tradizione toscana, spesso introvabili. Sedani ripieni di carne, tipica ricetta pratese, collo di pollo ripieno, che da quando smise di farlo mia nonna, una quarantina di anni fa, non lo avevo mai più rivisto, pasta e trippa, pasta e papero, guancia di vitella in umido, minestre di verdura, torte di verdure di stagione. Serve il proprietario con ampie e gradevoli spiegazioni, in cucina moglie e figlia.

Le preparazione sono proprie quelle dei vecchi piatti della domenica: lunghe, elaborate, con salse dense, scure, cotte per molte ore. La mano non è pesante in fatto di olio e grassi, ma sono piatti importanti che si devono imporre all’attenzione di colui che li mangia e del suo stomaco. Non troverete insulse insalatone e miseri carpacci, come quelli che ammanniscono ai turisti beoti al Mercato di Firenze. Troverete quel che voleva mangiare il Sor Priore, la domenica, dopo la messa e prima di una lunga ronfata un po’ avvinazzata.

Una bella esperienza per i toscani di una certa età che ritroveranno piatti, sapori e consistenze quasi dimenticate e per chi vien da fuori che si farà una idea molto precisa non di una alta cucina, ma della vera cucina rurale toscana della domenica.

Anche interessantissimi i dolci, questi innovativi: un eccellente crema allo zenzero, degli spinaci dolci con le noci e una torta di pere e cioccolato. Vino della casa del tutto in linea con la rusticità dei piatti. In fondo un aleatichino. Sui 10 euro i primi, sui 13 i secondi. Andateci e farete come me : ci ritorno!

(Prima pubblicazione 7 aprile 2014)