Dove andare a vivere?

Patagonia

La globalizzazione ha vinto, siamo ormai tutti cittadini del mondo e potenzialmente liberi di andare a vivere dove vogliamo; ormai ci siamo spogliati delle ristrettezze dei patri confini!

Verissimo, ma dove andiamo? Chi è nato nei paesi poveri non ha dubbi! Va nei paesi ricchi. Ma chi è nato nei paesi ricchi, che fa? Il Viaggiatore Critico è una vita che si sta facendo questa domanda e non è ancora riuscito a darsi una risposta. E sta perdendo la speranza di trovarne mai una.

Vediamo i luoghi che ha preferito. La città più bella e più piacevole che abbia mai visto ha un dolce nome: Rio de Janeiro. Paesaggi stupendi, mare meraviglioso, vita frenetica, gente simpatica, un grande paese, molte cose da fare, prezzi abbordabili, non manca niente (buona cucina a parte). Il brasiliano si impara facilmente. Ma gli inconvenienti sono importanti. Il primo è l’insicurezza; tutto il continente, tutto il paese ha un livello di microcriminalità altissimo e soprattutto scellerata. Non si limitano al borseggio, vanno giù duro di rapina e, se reagisci, di omicidio. Non succede tutti i giorni, ovviamente, ma lo straniero è una preda preferenziale e finisce per vivere con il timore costante. Ha paura a passeggiare la notte, si guarda sempre intorno, evita posti che ritiene pericolosi, magari a torto. Insomma, vive malamente e non si gode la vita che si è scelto.

Altro luogo bellissimo: Cadice. Posizione eccezionale, clima buono, città quasi integralmente pedonale e molto affascinante, folclore, prezzi ben inferiori a quelli italiani, gastronomia succulenta, vini eccellenti. Lo spagnolo ce lo abbiamo in tasca, basta aggiungere una s finale alle parole italiane, come ben sappiamo. Il Viaggiatore Critico ben conscio di quanto appena detto ci ha abitato alcuni mesi. Poi gli sono scoppiate le palle dalla noia e se ne è dovuto andare. Popolazione locale affabile ma di scarsa profondità filosofica.

Alla ricerca di gente carina si è spostato a Santiago del Cile, dove gli abitanti sono di una gentilezza e cortesia rimarchevoli. Clima decente, prezzi decenti, capitale e quindi molte cose da fare. Lingua sempre lo spagnolo. Ma ci sono due inconvenienti importanti: per prima cosa si è in fondo al mondo e lo si sente: pare di essere finiti nell’ultima stiva della nave Terra e ci si sente un po’ isolati. Oltre a lì c’e’ solo la Patagonia, per dire…. E poi c’e’ ovunque un senso di abbandono che scoraggia e deprime. E probabilmente i due inconvenienti sono strettamente legati.

Ad esclusione del Cile e di Cuba (dove però, non si può andare a vivere) e parzialmente dell’Argentina (che ha i suoi forti inconvenienti antropologici), tutto il continente sudamericano va scartato dalla lista dei luoghi dove trovare una vita migliore che in Italia. A causa dello stesso problema del Brasile. L’insicurezza. E così ci siamo giocati un continente intero.

Bulgaria

I pensionati italiani hanno a loro disposizione un criterio importante per scegliere la loro nuova residenza: la defiscalizzazione. Chi prende la residenza all’estero non paga le tasse in Italia ed alcuni paesi non tassano i pensionati stranieri che vi si trasferiscono. Le due cose sommate fanno sì che i pensionati italiani, che vi abitano almeno 181 giorni l’anno, si mettono in tasca la pensione lorda e non netta. Una benedizione per un popolo (quello italiano) che ha fatto dell’evasione fiscale il suo massimo valore. Ed in questo caso è anche legale. Questi paesi sono la Tunisia, la Bulgaria, il Portogallo, il Cile, che io sappia. Ci vanno in molti, ma sono ormai troppo anziani ed acciaccati per godersela.

C’e’ poi la possibilità di trovare dei luoghi remoti, dei villaggi persi nella natura, delle pieghe della geografia dove installarsi e dimenticarsi di se e del mondo. Un sorte di Lete d’oggi. Molti di questi luoghi sono stati trovati dal Viaggiatore critico: Corvo, Pellestrina, Grand’Riviere, Kassos, il Sikkim, la penisola di Paria. Ma li ha abbandonati, per un motivo o per un altro, ma soprattutto per la noia che ti pervade in poco tempo. Che te ne fai di un paradiso terrestre di pochi km quadrati? La calma e la serenità, quanto a lungo puoi sopportarle prima di cominciare ad ululare alla luna?

Bisogna quindi cercare un luogo dove essere attivi, produttivi, intraprendenti; per guadagnare dei soldi e della visibilità sociale? Questo può andar bene per alcuni, ma non per tutti. Per i giovani affamati di quelle cose o per vecchi che continuano a non capire. Si andrà allora in Canada, in Quebec; dove le possibilità sembrano vaste, aperte, allettanti. Aspettano voi, andate. Ma poi ci si ritrova in un contesto sociale di gente gradevole e simpatica, ma straordinariamente semplice e di poche dimensioni. Un europeo non si stressa; vince facile (nel paese dei ciechi l’orbo è re….), ma son posti che gli vanno stretti; oppure è lui ad essere troppo largo di testa per entrarci. E non si parli poi degli Stati Uniti imperiali, arroganti e paranoici.

Resta quindi l’Europa, casa nostra. Il nord continentale ci ha sempre attratto. Come non desiderare la Finlandia? Come non buttare un pensiero agli stati baltici? C’e’ chi agogna l’olimpica serenità della Danimarca, la vitalità di Londra, l’efficienza olandese. Ma poi uno ci pensa meglio e si scoraggia, se non è spinto dall’urgente bisogno di trovare un lavoro che l’Italia infame gli nega. Le lingue locali sono ostiche ed un emigrato finisce per condannarsi all’esclusivo uso dell’inglese, almeno per anni ed anni. Il calore è assente dal clima come dalle genti, e ciò son due pesi grevi. Certo, donne bellissime e questo può essere un valido motivo per scegliere quei paesi. Ma son posti cari, molto. Quindi o si guadagna bene o ci si condanna ad una vita misera, inferiore a quella dei locali. Gli stessi stormi di italiani che lavano i piatti a Londra dividono casucce e stanzette, non se la passano mica bene. E per chi vive senza aver bisogno di lavorare, il nord Europa è, spesso, insopportabilmente caro. Poi bisogna andare a vedere le difficoltà di ogni paese: francesi, tedeschi ed olandesi stanno ben al disotto della soglia della simpatia. I norvegesi ti guardano dall’alto in basso. I baltici sembrerebbero più simpatici, ma sono accoglienti? Mai sentito dire… E così ci siamo giocati anche questa parte di mondo.

Pellestrina

Molti vanno in Asia. Ma pochi ci restano. In Giappone ed in Cina non ti ci fanno stare, in India nessuno ci resiste, mai sentito di stranieri felici in Corea. Certi si accomodano in Thailandia con successo esistenziale. Ma ho sempre avuto l’impressione che restino pesci molto fuor d’acqua. Corpi estranei accettati, ma mai integrati. Deve essere una vita comoda: economica, pacifica, gentile, liscia. Ma il senso di estraneità sarebbe troppo forte per me.

Più facile l’integrazione in Africa, ma le difficoltà quotidiane della vita ed i costi, per voler conservare un livello di vita all’europea, farebbero perder la pazienza a San Francesco. Andrebbe visto meglio il Sud Africa e specialmente Città del Capo; ma anche lì il problema della sicurezza e delle tensioni etnico – sociali non devono essere acqua fresca.

Resta il Mediterraneo, che è ancor più casa nostra dell’Europa. Come non voler vivere nella nostra patria culturale che è la Grecia? E la Tunisia, così vicina, così simile, così diversa?

Che il segreto stia nel cambiare ma non troppo? Andare a trovare delle diversità gestibili, senza perdersi in quelle che ti travolgono e che finiscono per alienarti? Sfuggire dall’Italia ormai insopportabilmente malata, ma senza gettarsi nell’estremo esotico che ti affascina per un momento e ti sfibra a lungo andare. E quelli, invece, che si son persi in America sud/nord od in Asia e che non son mai tornati? Si saranno spiaggiati come balene moribonde in lidi alieni o si saranno fatti il loro nidino di serenità? Incapaci di tornare pur volendolo o felicemente integrati? Io penso la prima; un po’ come l’ergastolano che ha paura di uscire. Non è un bel risultato.

Ed in preda a questi dubbi il Viaggiatore critico si aggira per il mondo, cercando la sua cuccia.

 

 

 

Il bel castello di Kuressaare.

IMG_20160428_181104 IMG_20160429_144817  IMG_20160428_180917 IMG_20160428_182348Un bellissimo castello medievale, proprio come deve essere. E’ quello che ho visto a Kurassaare che è il capoluogo dell’isola di Saaremaa ed è anche la cosa che più mi è piaciuta dell’Estonia. Si iniziò a costruirlo negli anni in cui Dante moriva. E’ bello quadrato, tozzo, alto, massiccio. Fa paura a vederlo, figuriamoci a doverlo espugnare. All’esterno era protetto da due circuiti concentrici di mura, ora spariti. Poi nel 1600, con l’avvento delle armi da fuoco venne costruita una spessa muraglia tutto intorno accompagnata da un fossato con il suo bravo ponte levatoio. Ora nel fossato ci si pesca. Il castello è sul mare. Quel Baltico che vede a poca distanza Svezia, Finlandia e Repubbliche Baltiche in una sorta di Mediterraneo freddo.

E’ opera degli immancabili cavalieri tedeschi che, con la scusa di evangelizzarla, occuparono l’Estonia. Queste erano le abitudini, dure a morire, di quel popolo teutonico. Furono loro a fondare Tallinn.

L’interno è meno interessante, inquinato da un inutile e fazioso museo contro il periodo sovietico, ma l’esterno è affascinante. Certo non è un motivo sufficente, da solo, per andare fino in Estonia; ma una visita la merita sicuramente. Nel borgo non c’e’ nient’altro, salvo delle terme, modeste. Accanto al castello un ristorante in un bellissimo edificio di legno, terribilmente roIMG_20160429_141614mantico.

Vale la pena visitare l’Estonia?

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L’orrido trenino da turisti nel delizioso centro storico di Tallinn.

Alcune considerazioni:

  1. L’unica vera attrazione del Paese è la città vecchia di Tallinn che è un vero gioiello. Purtroppo è iperturisticizzata, piena di ristorantacci e di negoziucci di souvenir. Finisce per essere stucchevole e fastidiosa. E’ una città molto estesa, a volte fra un quartiere e l’altro ci sono delle foreste attraversate dai sentieri che portano al supermercato. O al cimitero….
  2. Il paesaggio in generale è molto rurale e bucolico. E’ un paese piatto fatto da campi e da foreste fittamente intervallate. Con paesini dalle chiese con il campanile acuto. Le case sono sempre distanziate l’una dall’altra, anche nei paesi; non vi è un vero e proprio centro. Case molto belle, spesso di legno. Ma tutto abbastanza monotono, con poche eccezioni.
  3. Gli estoni – estoni sono di una riservatezza che sfiora l’autismo. Difficilissimo averci  quei contatti empatici che fanno parte delle piacevolezze di un viaggio.
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    In costume, al bancomat della banca Svedese. Tutto un programma.

    Non reagiscono a nessun tipo di gentilezza e a dir la verità sembrano anche un pò villani, a volte. Ma forse non lo sono; deve essere l’effetto dell’enorme riservatezza, diciamo. Molte ragazze sono di una bellezza sconcertante. Inoltre, in media, le donne sembrano più alte degli uomini. Ma di colori e di modi molto simili a quelli dei ghiaccioli al limone.  Gli estoni – russi sono molto più espansivi e caciaroni. Si riescono a stabilire contatti.

  4. E’ un paese che si gira molto bene. Buone strade, ben indicate, trasporti pubblici eccellenti: regolari, frequenti, economici, pochissimo affollati. Il traffico è sempre modestissimo ed ordinatissimo.
  5. Della cucina se ne parla qua. Ma è meglio non farci conto.
  6. L’atmosfera è molto bella. Vi è quella chiarezza di colori, quella nitidezza della luce, quella leggerezza dell’aria che sono caratteristiche del nord e che commuovono l’animo, come in Finlandia. Vi è pace in quel paese, ci si rasserena. Il tramonto, quando soleggiato, è una festa per il cuore.
  7. Tanto che gli estoni paiono veramente molto calmi: si muovono lentamente, non vedi persone affrettate, non vi è che poco traffico, i trasporti pubblici sono
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    A Tallinn, fra un quartiere e l’altro vi possono essere delle foreste!!

    puliti, in orario, poco affollati. Nei negozi vi è sempre molto personale ed i clienti non si accalcano; i negozi hanno orari lunghissimi, tutti i giorni della settimana. Molti i negozi deserti, con la commessa seduta dietro il banco che guarda nel vuoto, ci si chiede come faccia fine mese. La gente passeggia molto, con andatura decisa, ma rilassata. In generale non danno l’idea di essere molto vispi, paiono andare in crisi con ben poco. Molti i bar dove si fa sussurata conversazione. Pochi sorridono, ridere è escluso. La loro sembra una vita lontana dallo stress e dalle preoccupazioni. Una sensazione di calma pervade il visitatore. Ma si sente la mancanza della vita.

  8. E’ certamente un paese ancora un pò povero. I prezzi sono di qualcosa inferiori a quelli italiani, ma vi è un’organizzazione della vita che permette di spendere relativamente poco: oltre ai ristoranti vi sono i bar nei quali si può sempre mangiare ad un livello del tutto simile a quello dei ristoranti, ma ad un prezzo assai modico. E vi sono anche dignitosissimi alberghi a prezzi molto ragionevoli.
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    La campagna, un po’ monotona.

    Inoltre è chiaro che una parte della popolazione (direi soprattutto i russi) è ancora in difficoltà; vi è quindi una certa aria di fatica che umanizza il quadro, per altri versi idilliaco, della vita estone. E tale fatica fa la differenza con la perfezione della Scandinavia a cui l’Estonia fa evidentemente riferimento, dal momento che gli abitanti si dicono scandinavi e non slavi (estoni – russi a parte, s’intende).

  9. Il visitatore ha quindi la possibilità in Estonia di vivere l’algida serenità scandinava, ma trovandola un pò meno algida ed un pò più umana. E tutto ciò senza farsi terribilmente pelare dai terribili prezzi scandinavi. Questo pare il punto centrale di un viaggio in Estonia: cogliere uno stile di vita che a noi pare quai perfetto. Questo stile di vita è di recente istallazione, iniziato dopo l’uscita dell’Estonia dall’Unione Sovietica e sta evidentemente cercando una sua completezza. Sta cercando la perfezione; sperando che non cada nella disumanità scandinava. E in questo gli Estoni mi son piaciuti.
  10. Non bisogna dimenticare la travagliatissima storia di questo piccolo paese, mai indipendente, o quasi. Ce l’hanno molto con il periodo sovietico dandogli tutte le colpe di questo mondo e dimenticando i grandi pregi che ebbe in campo
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    Il povero mercato dei russi.

    culturale ed architettonico. La Storia farà giustizia, prima o poi: L’estonia deve quel che è oggi anche (molto) all’appartenenza all’Unione Sovietica. Ad esempio, è riuscita a sfuggire al capitalismo efferrato degli anni ’60 e ’70 che ha devastato le nostre città conservando qui le vecchie e deliziose case di legno.

  11. Detto tutto ciò, riaffermata la gradevoleeza del viaggio, espressa la simpatia verso il popolo estone e sottolineata la preoccupazione per la non floridissima situazione della parte russa della popolazione; detto tutto ciò, si conclude che un viaggio in Estonia si giustifica solo se non avete veramente niente di meglio da fare.

La cucina Estone

Pesce del Baltico
Bruttissimo pesce del Baltico. Usatissimi i pesci affumicati, ma non so bene in quale preparazione vadano a finire.

Alcune gioie, ma anche molti dolori nella cucina dell’Estonia.

Gioia assoluta con le zuppe, varie e buonissime. Ve n’è una di nome Seljanka  che è di bontà commovente; sembra che sia una mezza parente del Borsch russo. Ma anche le altre zuppe si difendono molto bene. Sono di salmone, di polpette, di crema di barbabietole rosse.

L’aringa ha una grande importanza ed è sempre fonte di grande piacere. Te le ammanniscono in molte manienre diverse: fresca o conservata, fritta, arrosto o mescolata con mille salse diverse. Di gusto sempre molto più leggero di come la conosciamo noi. Non è quindi un piatto molto forte, ma diventa una pietanza delicata.

piatto della cucina estone
Salsiccia di sanguinaccio con rotelle di cipolla ai ferri, marmellata di frutti di bosco e panna acida. Uno dei migliori piatti provati.

Buona la pasticceria, di risonanza tedesca, anche se un pò mappazzona. E qui finiscono le note positive.

Per il resto è una catastrofe. I ristoranti hanno pochissimi piatti e sempre gli stessi: filetti di bovino, di maiale, di pollo, di agnello o di anatra ai ferri e poco altro. Monotonia infinita.  Il formaggio fritto è spesso presente.

Il piatto onnipresente è soprattutto il filetto di maiale in padella con salse varie. Immancabilmente stopposo e durissimo. Diffusissimo, apprezzatissimo e quasi immangiabile.  Non si capisce come riescano a farlo immanabilmente così cattivo.

Di poco migliore il sult che è una sorta di maiale lesso e sfibrato in galantina, di pochissimo gusto. Gia meglio le salsicce di sanguinaccio, ma difficili da trovare. Una gradita sorpresa: le orecchie di maiale (che ricordano tanto las tapas spagnole)  fritte a striscioline. Centrale il pane di segale, di quello che pesa come il piombo. Si sposa bene con le aringhe, ma alla fine viene assai a noia. Molto formaggio insulso, così come i salumi, d’aspetto industriale e spesso affumicati.

Dispiace che non vi siano ristoranti con la cucina locale, contadina, tradizionale, regionale, nemmeno a Tallinn. E’ tutto uniformato sul modello carne ai ferri all’americana. Oppure sulle altre cucine: molto l’italiana, le orientali, la georgiana. Un’infnità di pizzerie e kebab. Anche su questo aspetto l’Estonia è molto simile alla Finlandia: tutto il settore ristorazione è caduto nell’omologazione più triste e di basso livello.

Filetto di maiale, piatto estone
Il famigerato filetto di maiale tagliato grosso, qui con patate e salsa di mele.

Al mercato centrale, apparentemente in mano ai russi, vi sono un paio di chioschi, assai tristi, ma dove si trova la cucina russa, di ben altra importanza.

Nelle città, i posti dove mangiare, sono sostanzialmente di due tipi: il ristorante classico e il “bar” dove si puo’ anche mangiare. I piatti sono  grosso modo gli stessi, con prezzi a prezzi un pò più bassi al “bar” che è molto più informale. In questi locali è normale alzarsi ed ordinare al banco e dopo aver finito riportarvi il piatto. I camerieri sono spesso abbastanza screanzati.  Al ristorante il servizio è decisamente migliore; i prezzi sono più elevati, ma restano di un qualcosa inferiori agli italiani; non di molto.

Dopo qualche giorno in Estonia, la disperazione si installa nel turista, perchè l’uomo non può vivere solo di zuppa e di dolci.

 

La case di Tallinn

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Una casa del tempo sovietico, semi abbandonata. Assomiglia molto a quelle viste in Ucraina.

Mi sto fissando sulle case di Tallinn. Sarà a causa del clima ostile che invoglia ad interessarsi delle case, dal momento che fuori si sta prorpio male; sarà che ho una passione per l’architettura delle case, molto di più di quella dei palazzi; sarà che non c’e’molto altro da vedere. Ad ogni modo mi sembra che le case a Tallinn siano importantissime e dicano molto sulla storia della città e del paese: l’Estonia.

 

 

Ecco un pò di foto commentate sulle case di Tallinn:

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Di fronte alla casa della foto precedente c’e’ questa, recentissima, in stile del tutto finlandese. DEl resto Helsinki è a pochissime ora di nave davanti a Tallinn e la Finlandia è un punto di riferimento molto imporante per tutto il paese che sembra voler essere più scandinavo che baltico.
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Poco lontano dalle due case precedenti, una vecchia villozza dei tempi della presenza dei russi zaristi che venivano in questo quartiere da Pietroburgo a passare l’estate. Lo stesso Pietro il Grande ci venne in alcune occasioni. Il quartiere è pieno di alberi, ogni casa ha un grande giardino, ci sono alberi imponenti. E’ ancora oggi il quartiere nobile della città. Siamo vicinissimi al mare; in questi gorni freddo, plumbeo, sepolcrale. Forse in piena estate è più gaio. Forse….
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Quartiere dell’epoca sovietica. Deve essere degli anni ’70 ed è molto più vivibile degli equivalenti quartieri coevi in Italia. Grandi spazi verdi, un laghetto al centro, andamento circolare che spezza le prospettive. Ci ho camminato a lungo, osservando i bambini che giocavano. Ed anocra di più le loro mammine. Posto gradevole ed accogliente. alla faccia di chi denigra l’architettura residenziale sovietica chiamando questi edifici “casermoni”. Poco traffico, aria pulita.
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Ai margini della città è stato creato il museo all’aria aperta delle vecchie case rurali del paese. Era una abitudine molto diffusa nelle capitali sovietiche, per mostrare le tristi condizioni di vita del popolo contadino e le sue capacità costruttive ed artigianali. Solo conoscendo il passato si può operare nel presente per migliorare il futuro, compagni. Questa è una casa di metà dell’800, successiva di pochi anni all’abolizione della servitù della gleba. La casa è autentica, presa da dove era e ricostruita qua. Questo museo all’aria aperta è molto vasto, in campagna, fra gli alberi, con molte e belle vecchie case ricostruite. Didattico e piacevole, perfetto per una giornata all’aria aperta. C’e’ anche un ristorante.
Casetta degli anni'30 che serviva anche da negozio rurale. E' mstato usato questo tipico color rosso a base di rame che proteggeva il legno e che è molto usato in Finlandia e in Svezia per gli edifici rurali, amcora oggi.
Ancora al Museo all’aria aperta di Tallinn è stata trasportata questa deliziosa casetta degli anni’30 che serviva anche da negozio rurale. E’ dipinta con la tipica pittura da esterni di color rosso a base di rame per proteggere il legno. Tale pittura è molto usato in Finlandia e in Svezia per gli edifici rurali, ancora oggi.
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Invece nel centro storico di Tallinn l’impianto urbano e le case sono del tutto tedesche. La città, infatti fu prima danese, poi svedese, tedesca, russa, sovietica. Ma i dominatori, quelli che lasciarono l’impronta più forte, nei secoli della formazione dell’impianto della città, furono i tedeschi della Lega Anseatica.
Ma anche i morti hanno la loro casa. Nel bosco, senza recinzioni, nella pace. Molto commovente.
Ma anche i morti hanno la loro casa. Nel bosco, senza recinzioni, nella pace. Molto commovente. Ci si fa una passeggiata, fra gli alberi, riposando seduti a terra, fra le tombe, leggendo le lapidi. L’insieme non da l’impressione dell’abandono, ma nemmeno quella di una cura esagerata. L’esatto opposto del cimitero di Santiago del Cile.

 

Appena un accenno di lapide nel cimitero delle celebrità nazionali, divisi per categoria.
Appena un accenno di lapide nel cimitero delle celebrità nazionali, divisi per mestiere. Un semplice ricordo nella natura. Più essenziale non si può. MI ha molto colpito e mi è molto piaciuta questa semplicità.

Tallinn, la complessa.

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La città è di impianto tedesco. Furono i commercianti della Lega Anseatica a svilupparla.

Mi son fatto il mio nido a Tallinn, un appartamento in centro. Casa di tipo sovietico, non rimodernata, abitato da una ragazza che me lo ha affittato. Vetusti e fatiscente, proprio come piace a me. Con in frigorifero un sacco di vasetti con resti di roba strana, fra il disseccato ed il muffito. Esco di casa e vago per la città e i dintorni. Fa freddo, per il 25 Aprile son venuti anche due fiocchi di neve. Ma giro, guardo, cerco di capire, mi diverto.

Strano posto questo paese, l’Estonia. Mai indipendente, salvo fra le due guerre mondiali ed ora, dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica. Anche differente dalle altre due repubbliche baltiche. Un gran miscuglio di cose, pare.

Tallinn è stata messa su dai mercanti tedeschi della Lega Anseatica; il centro storico è proprio una città tedesca.  (L’Estonia ha spesso un sapore tedesco, anche altrove, al di fuori della capitale). La città è poi è diventata svedese, poi russa: i nobili di San Pietroburgo ( a 350 km per via terra o per via mare) venivano a passarci l’estate, in un quartiere sul mare (come sarà stato da loro, per venire qua??). Poi la città è stata ampiamente sovietizzata. Ora sta subendo moltissimo l’influenza finlandese soprattutto dal punto di vista culturale (Helsinki è a 76 km di facile mare).

I nobili russi, nell'ottocento passavano la loro estate in queste ville di legno, sulla spiaggia.
I nobili russi, nell’ottocento passavano la loro estate in queste ville di legno, sulla spiaggia.

La stessa popolazione ritiene essere scandinava e non slava, come la lingua. Ma vi è pur sempre una forte minoranza di russi, che parlano russo e che sembrano essere rimasti abbastanza sovietici. Quindi bilinguismo. Ma anche bi-gastronomia.

Gli estoni-russi sembrano essere più gioviali (non ci vuol molto) degli estoni-estoni, ma anche più poveri. E li vedo soprattutto nei luoghi di architettura più sovietica, come il mercato o certi bar dall’aspetto un pò triste. Come se fossero rimasti attaccati all’idea del grande impero sovietico e volessero continuare a frequentarne i luoghi simbolici. Forse anche a rivendicarne l’importanza. Un edificio sovietico è più importante degli altri. Si tratta del Linnahall, enorme complesso sportvo costruito per le Olimpiadi del 1980 che si tennero a Mosca. Qua vi furono organizzate le gare di vela. Immensa struttura di cemento, a gradoni, piena di scale verso altri gradoni. L’interno non è visitabile. In assoluta decadenza, ha un enorme fascino da rovine moderne. Contro questa struttura si scagliano i vetero anticomunisti viscerali, senza capire che tale struttura è probabilmente la cosa più originale di questa citta. Ed il Governo, per lo stesso motivo non vi mette mano.

Il design simil-finlandese (ma molto più rozzo) impera.
Il design simil-finlandese (ma molto più rozzo) impera.

Gli estoni-estoni invece sembrano molto interessati a ricevere grossi traghetti in provenienza da Helsinki. Arrivano più volte al giorno carichi di finlandesi che vengono a comprare alcool a casse intere ed anche a godere delle belle estoni, a giudicare dalla densità di bordelli intorno al porto. Il modello del turismo è questo: scendono dalla nave, vanno nel bordello, si ubriacano al bar, risalgono sulla nave; tutto ciò in 500 metri.

Una nave al giorno per Stoccolma, per San Pietroburgo una alla settimana ed un paio di bus al giorno.

Insomma, la storia qui ha fatto un gran rimescolio.