Le chiese fortificate in Romania

Una strada di un villaggio tedesco in Transilvania. Foto da un sito di approfondimento dei fatti balcanici di cui raccomanda vivamente la visita.

Nell’infinita babele dei popoli balcanici, che non smette di affascinarmi, ve n’è uno che ha lasciato delle opere architettoniche di grande interesse. Si tratta dei tedeschi della Transilvania: vi furono insediati dagli Ungheresi quando questi conquistarono quella regione nel XIII secolo. I tedeschi avevano il compito di controllare il territorio spesso preda delle scorrerie dei turchi e dei tartari, secondo i momenti storici.

Gli immigrati, da bravi tedeschi, si organizzarono perbenino e, nel tempo, costruirono circa 150 villaggi fortificati di cui 100 esistono ancora e 7 sono Patrimonio UNESCO. I villaggi erano composti da due o tre strade che confluivano in una piazza centrale. Le case erano unifamiliari, massicce, ad un piano, squadrate ed erano tutte in fila, vicine l’una all’altra lungo le strade. Il poco spazio fra una casa e l’altra era chiuso da dei robusti muri. In questo modo l’assalitore che avesse percorso la strada vi si trovava intrappolato e poteva uscirne o fuggendo da dove era venuto o proseguendo fino alla piazza centrale sotto il tiro proveniente dalla case; non gli sarebbe stato possibile uscire dalla strada e tagliare per i campi.

Nella piazza centrale c’era la chiesa, gotica ed assai massiccia anche lei.

La particolarità di questi villaggi consiste nel fatto che le chiese sono circondate da un’alta muraglia, a volte spessa molti metri e vuota all’interno. Nello spessore della muraglia trovavano spazio molte stanze dalle cui finestre i difensori bersagliavano gli assalitori. In quei vani trovavano anche ricovero i raccolti agricoli, ben al sicuro. La muraglia aveva delle porte, ben solide e difese.

Possente chiesa e possente mura. Tutto molto tedesco. Foto di Oswald Engelhardt via Wiki commons.

Quando arrivava un forte gruppo assalitore, tutta la popolazione si rifugiava nella chiesa fortificata dove trovava cibo per poter resistere a lungo. Fra la chiesa vera e propria e la muraglia c’era sufficiente spazio per ospitare gli animali.

I complessi delle chiese e delle muraglie sono molto belli, caratteristici ed unici e la loro visita è un momento importante in qualsiasi viaggio si voglia fare in Romania.

Ma la storia dei tedeschi della Transilvania non finisce così.

La fortificazione della chiesa di Prejmer, vista dalla parte interna. Foto di pubblico dominio via Wikicommons.

Mantennero per secoli la loro lingua, senza mescolarsi con i Romeni, al loro solito, ma mantenendo dei buoni rapporti con i vicini. Arrivarono ad essere, prima della II guerra mondiale, diverse centinaia di migliaia di persone. Il nazismo al potere in Germania rovinò tutto. I tedeschi romeni risposero volentieri, molto volentieri, troppo volentieri al richiamo nazionalistico della loro patria, pur essendosene allontanati da mezzo millennio. Accolsero a braccia aperte gli eserciti nazisti, al cui interno furono creati corpi da loro composti. E parteciparono alle nefandezze che quegli eserciti erano soliti compiere. Al momento della ritirata molti dei tedeschi della Transilvania seguirono l’esercito verso la Germania. Per quelli che restarono le cose non furono evidentemente rosee. Ma, passati i momenti più tesi ed arrivato Ceausescu al potere, i tedeschi della Transilvania, sia pure numericamente molto diminuiti, continuarono la loro vita di sempre. Nonostante quel che era successo durante la guerra, continuarono ad avere le scuole in tedesco, a vivere nelle loro case ea non subire discriminazioni. Un bell’esempio di tolleranza della Romania socialista.

Una tipica chiesa fortificata. Foto dal sito del progetto UNESCO.

Al crollo d quest’ultima, i tedeschi decisero di fuggire numerosi verso la ricchezza della loro patria riunificata, lasciando i villaggi fortificati e la miseria ai romeni. Ormai non ce ne sono quasi più, e quelli rimasti sono integrati e del tutto mescolati ai romeni-romeni.

I loro villaggi che non sono protetti dall’UNESCO si trovano in una condizione di grave sofferenza. Le vecchie case sono state occupate dai romeni che, con i soldi guadagnati con l’emigrazione le stanno “modernizzando” snaturandole. Certe chiese sono in rovina. Si perde così un’eccellente opportunità di sviluppo turistico diffuso in quella regione, (troppo spesso associata al solo richiamo di Dracula), come sta avvenendo nel Delta del Danubio.

 

Insospettabili frammenti di storia

La sede della “Commissione Europea del Danubio” a Sulina.

Girando per il mondo si trovano storie insospettabili. Questa riguarda un fiume e la prima Commissione Europea. Siamo nel 1856 e c’entra anche Cavour.

Si tratta della cittadina di Sulina, all’estrema estremità del Danubio, proprio alla foce del suo braccio centrale. Ci son finito perché volevo vedere come era il Delta d’inverno. L’ho trovato freddissimo e impraticabile, ma, come al solito, affascinante. A Sulina ci si arriva con una navicella da Tulcea, con tre o quattro ore di navigazione fra delle rive piuttosto insignificanti, almeno d’inverno. D’estate deve esser tutt’altra cosa. Non esiste strada, impossibile arrivarci per via terrestre.

A Sulina ho trovato, inaspettatissima, la seguente storia.

A seguito della guerra di Crimea, nel 1856 fu stabilito un trattato di Parigi che smilitarizzava ed internazionalizzava il Mar Nero, mentre il Danubio passava sotto il controllo dei Principati di Moldavia e Valacchia, i quali, solo nel 1918, alla fine della I guerra mondiale, si riunificheranno nella Romania attuale. Gli infiniti vai e vieni della storia dei Balcani.

I firmatari del trattato decisero di creare una “Commissione Europea del Danubio” che tutelasse la libertà di navigazione. Fra i belligeranti c’era anche il Regno di Sardegna che Cavour aveva voluto inserire in questo grande gioco in modo da arruffianarsi con i francesi e cercando la loro benevolenza riguardo al progetto di riunificazione dell’Italia sotto la corona dei suoi padroni Savoia.

Fu la prima volta che venne istituito un organismo che si chiamasse “Commissione Europea”. Con il garbo che contraddistingueva quei fondatori e che ancora oggi li caratterizza, Germania in testa, i membri del patto non pensarono nemmeno ad invitare il Principato di Moldavia sul cui territorio si trovava il Delta.

Le vecchie case di legno di Sulina.

La sede della Commissione fu posta a Sulina. Ogni paese membro vi inviò un delegato. Un bell’edificio fu costruito per ospitare la sede della Commissione, così come numerose palazzine residenziali per le abitazioni dei delegati e delle loro famiglie. Questi edifici sono ancora tutti lì.

Il porto di Sulina, che altro non è che il lungofiume, divenne importante. Le merci arrivavano con le chiatte che scendevano il Danubio e venivano imbarcate sulle navi che andavano ovunque nel mondo, attraverso il Mar Nero e i Dardanelli. O viceversa.

Fra delegati, agenti marittimi, uffici degli armatori, attività dei cantieri e del porto, Sulina diventò una città piena di fermento. Si costrui’ anche un faro che ormai non serve più a niente, dal momento che il Danubio è avanzato di tre o quattro chilometri.

Le nazionalità presenti, in virtù del Trattato o dei semplici interessi commerciali e marittimi, erano numerose: inglesi, francesi, italiani, tedeschi, greci, maltesi, armeni, turchi. Non mancavano gli ebrei. Ogni religione aveva la sua chiesa, ma il cimitero era uno solo, diviso in zone, secondo nazionalità e religione. Molte tombe sono ancora lì, piene di licheni ed erbacce, in un delizioso quadro decadente. Vi son sepolti anche dei familiari di Ugo Foscolo. Molti italiani della Dalmazia. Sepolti ai confini dell’Europa e mai tornati a casa.

La Commissione andò avanti fino al 1939, la II guerra spazzò via tutto. Alla fine della guerra, Sulina diventò l’armatissima frontiera fluvio-marittima della Romania e molte palazzine di stile sovietico furono costruite per ospitare militari e funzionari.

Con l’arrivo del capitalismo incomincia la rapida e profonda decadenza di Sulina, ridotta ormai ad una sorta di città fantasma. Le merci vanno ormai verso il porto di Costanza, grazie ad un canale artificiale e sono poche e piccole, le navi che passano la notte a Sulina aspettando di risalire il fiume verso Tulcea, il giorno dopo, partendo all’alba.

La spiaggia di Sulina in versione invernale.

Il turismo da qualche speranza, alcuni volenterosi organizzano bei giri nel Delta, con dei motoscafi. A due chilometri dalla città vi è una grande spiaggia che, d’estate, si riempie di turisti romani, per lo più famiglie. L’acqua è bassa e poco mossa, ma è anche assai melmosa e poco salata, così vicina alla foce del fiume. Nel paese ci sono numerose pensioncine ed affittacamere, un paio di alberghi.

Ma il grosso dei turisti internazionali che vogliono visitare il Delta fanno base a Tulcea da dove partono i tour su imbarcazioni più importanti. Anche le crociere sul Danubio si arrestano a Tulcea.

Una delle tombe degli italiani di Sulina, in questo caso della famiglia Foscolo, di Zante, come Ugo.

E Sulina con la sua storia, i suoi edifici e chiese, il suo commovente  cimitero, il suo essere il punto più orientale dell’Unione Europea, sta scomparendo. Un posto da visitare, un luogo della storia e dell’anima.

Per la prossima volta

Avete passato o state per passare, ancora una volta, delle vacanze esecrabili? Vi spennano in cambio di servizi da centro di accoglienza immigrati? Non vedete nulla perchè sempre immersi in una folla sudata ed appiccicosa? E’ perchè non seguite il Viaggiatore Critico.

Ecco delle idee per la prossima volta che volete partire.

Case tradizionali in Bulgaria.

Costi bassi, Europa, auto propria. I Balcani. Sono la nuova frontiera del turismo europeo. Ci si sta benissimo, si mangia bene, si spende poco, la gente è molto gentile ed accogliente. I luoghi sono poco frequentati dal turismo sborrone ed il livello di sicurezza personale è molto alta (contrariamente a quello che pensano gli italiani). Gli inconvenienti sono la mancanza di lingue in comune e le non molte cose da vedere. E’ soprattutto un tursmo di sensazioni, di atmosfere. Quel che salta principalmente agli occhi è l’aria di passato, anche del nostro passato: scorre sotto gli occhi del visitatore una vita modesta, ma piena di speranze e di voglia di viverla, con semplicità. Una specie di Italia degli anni ’70, se non addirittura ’60, nei luoghi più poveri.

Il miglior modello di turismo consiste nell’andare con la propria auto (passando da Trieste o attraversando l’Adriatico, verso l’Albania o la Grecia) e girare senza meta, annusando l’aria e dando un’occhiata alla guida. Solo un’occhiata, senza impegno. Le spiagge dell’Albania meritano molto, soprattutto  a nord di Saranda. E in Albania si sta tranquillissimi, perchè tutti i loro delinquenti sono in Italia. In Macedonia piaceranno molti i laghi di Ochrid e di Prespa; la regione fra i due è montuosa e gradevole. Una puntatina nel nord della Grecia ci sta sempre bene. La Bulgaria offre molto ed è particolarmente accogliente. La vita notturna di Sofia merita qualche giorno; poi si può andare sul Mar Nero, anche se non è un granchè. Poco lontano c’e’ la grande Romania. Da non dimenticare un giro nelle campagne ungherese, frequentando le loro piccole terme, (qui una lista più o meno completa).  Insomma un viaggio che può essere lungo, vario, divertente, interessante. Soprattutto nuovo.

Dalla finestra di camera, a Pellestrina.

In Italia, stanziali. Pellestrina è il luogo giusto. Soggiornate in un paesino dimenticato da Dio, sulla laguna di Venezia. Da lì potete andare con i vaporetti a Venezia, a Chioggia, al mare del Lido. Ma vedrete che starete così bene, in paese, che non avrete voglia di allontanervene e ci passerete delle belle giornate fra la spiaggia (bruttina), il bar ed il ristorante a mangiar spaghetti alle arselle. Poi potete trasferirvi, in pochi chilometri,  nel Delta del Po, a vedere quel mondo strano, fatto più d’acqua che di terra.  Magari è meglio non andarci d’agosto, per il caldo, l’umidità e le zanzare, temibili. Prezzi contenuti nel Delta, abbastanza alti a Pellestrina; esosi i vaporetti veneziani.

Caraibi. State lontani dalla Cuba insignificante, da Santo Domingo trasformato in bordello a cielo aperto, da Saint Martin affollato, dalle isole anglofone iperturistiche,  dai resort lussuosi e carissimi, dalle stressatissime grandi isole francesi o dalle tremende crociere. Andate invece in un’isola-gioiello dove regna la calma e la serenità. Spiagge molto belle, ricettività familiare, interni agricoli e bucolici, bassissima affluenza. E’ l’isola di Marie Galante; è francese e quindi è come stare in Europa. Ma attenti al problema delle alghe, i famosi sargassi. A volte ne arrivano tonnellate, a riva; marciscono e puzzano rendendo impossibile la vita. Informatevi bene prima di partire. Oppure, la molto basica isola di Barbuda dove la vita del turista è difficile ma le spiaggie sono di commovente bellezza. Prezzi altini, in tutti i casi: più a Barbuda che a Marie Galante.

 

Immensità patagoniche

Patagonia, per sempre. Questo è un viaggione: difficile, lungo, caro, scomodo. Ma vedrete i luoghi più belli del mondo. Paesaggi incredibili, distanze immense, orizzonti infiniti. Deserti, ghiacciai, foreste nebbiose, torrenti impetuosi, mari gelidi. Viaggerete per giorni e giorni su brutte strade, mangerete gli agnelli cotti al riverbero dei falò, conoscerete le incredibili storie della fine del mondo. Chi non ci è stato non può immaginare; chi ci è stato torna con un’altra luce negli occhi. E’ un luogo che non si dimentica; si può finire per odiarlo, ma non ti lascerà più. Non è certo come una vacanza a Gatteo a mare. Ci vogliono dei bei soldi ed almeno tre settimane. Si può discendere la Carrettera Austral cilena o la mitica Ruta 40 argentina. Bisogna comunque arrivare ad Ushuaia. Le grandi attrazioni sono il ghiacciaio del Perito Moreno, la penisola di Valdez con le balene, il Parco delle Torri del Paine. Ma tutto il resto è ancora più interessante. Da programmare per bene, evitando i tour organizzati, cari ed insoddisfacenti. Evitare anche le crociere patagoniche; sono un pò delle truffette. Il meglio è andare in 5 o 6 ed affittare un pulmino robusto, dove, all’occorrenza, ci si possa arrangiare per dormire. E’ il viaggio della vita, obbligatoriamente durante il nostro inverno.

La Plaza de toros di melilla è facilmente visitabile.

Originale, dove non va nessuno. Melilla, enclave spagnola in Marocco. Vi è una bella spiaggia, la città è molto carina e vivibile, si mangia dell’eccellente pesce e, se si vuole, anche la cucina araba. Se ne può uscire per fare un giro in Marocco, magari a Fez, la cui Medina ritengo essere l’unico luogo interessante di quel paese. Zero turisti, si vive una città multiculturale, multietnica e piena di storie curiose. E’ stata anche sede del Tercio, la Legione Straniera della Spagna: fascistissimi, ma un pezzo di storia. Interessante osservare gli intensi traffici che si svolgono alla frontiera fra la città e il Marocco. Essenziale parlare lo spagnolo, per scambiare con la gente. Una vacanza balneo-antropologica. Ve ne potrete vantare con gli amici, che non sapranno nemmeno dove si trova questa città. Ci si arriva molto comodamente con Ryanair fino a Nador; da quest’aereoporto in 10 minuti di taxi si arriva a Melilla.

A praia da piscina; la spiaggia della piscina a Sao Tomè.

L’Africa possibile. E’ molto complicato andare in Africa; eppure qualche volta nella vita va fatto. E’ pur sempre il continente dove l’umanità è nata. Naturalmente non parlo di Malindi, colonia di italiani o della Namibia dei banali tours organizzati. Propongo una meta pochissimo conosciuta dagli italiani. Un luogo piccolo, raccolto, facile da girare, del tutto sicuro. Le belle isole di Sao Tomè e Principe, dove si trovano delle spiaggie, delle foreste densissime, dei bei panorami, una bella architettura coloniale, una storia intensa. E dove la vita pulsa, come quasi ovunque in Africa. Ci sono buoni alberghi, con delle belle piscine. Una decina di giorni in giro per Sao Tomè sarà una vacanza molto piacevole ed interessante. Ed anche innovativa. Il costo non è bassissimo, soprattutto a causa dell’aereo; obbligatorio passare da Lisbona. Sempre da Lisbona si deve passare per andare in Guinea Bissau. Un viaggio complesso, da professionisti, ma di infinito interesse.

Buon viaggio, questa volta.

I Grandi Laghi Balcanici

La città di Ohrid ed il suo lago.

Grande quasi quanto il lago di Garda, il maggiore della sua regione, il più antico di Europa, il più ricco di specie endemiche del mondo, profondissimo. Questo è il lago di Ohrid. Ma accanto vi sono anche il Grande ed il Piccolo Lago di Prespa, il primo dei quali è poco più piccolo di quello di Ohrid, il secondo, invece è assai piccolo. Il lago di Ohrid è sui 600 metri di altezza, gli altri due, separati fra di loro da una sottile striscia di terra, sono sugli 800 metri. Quindi d’estate non fa caldo e d’inverno c’e’ la neve. I laghi di Ohrid e di Prespa sono separati da una alta, ma stretta, catena montuosa, boscosa e selvaggia. Il piccolo lago di Prespa ospita un gran numero di certi pellicani ed anche un’isoletta ricchissima di storia e di monumenti bizantini e barbarici. L’isoletta si raggiunge con un pontile, fra le canne palustri ed i canti degli uccelli ugualmente palustri. Sulle rive dei laghi di Prespa si fan gran colture di frutta e di fagioli, di molte sorte distinte. Le rive di quello di Ohrid invece sono più alte e montagnose.

La parte greca del lago di Prespa.

Ma dove si trova tutta questa meraviglia di cui nessuno ha mai sentito parlare? Esattamente all’incrocio fra Repubblica di Macedonia del Nord, Albania e Grecia. Nel centro dei Balcani. Vicinissimo all’Italia, ma anche molto esotico, con tutte le peculiarità di quella troppo poco conosciuta regione.

La città di Ohrid è anche l’unico luogo della Macedonia che ha una vocazione turistica, grazie al gran numero di chiese bizantine, con pregevolissimi affreschi. In uno dei suoi monasteri fu messo a punto l’alfabeto cirillico, che tanta pena da al turista. Sulle rive del lago, in prossimità della cittadina, vi è un vero e proprio turismo balneare. Ma poco oltre risiam subito fra pescatori e contadini.

Nella regione vi sono molti villaggi ed alcune cittadine. Nella parte macedone è tutto mescolato: albanesi e slavi, campanili e minareti, quartieri occidentali e bazar ottomani; ci sono ancora dei turchi, dei tempi del loro impero (nei loro ristoranti ci si trova la buonissima ciorba, la zuppa). Regna sovrana in tutta la parte macedone la solita prorompenza e ospitalità balcanica. Dalla parte greca tutto molto più omogeneo e più europeo. Ma girando si trovano angoli veramente fuori dal mondo dove lo spirito delle Ninfe e dei Fauni si fa chiaramente sentire, come verso Psarades. Zone montagnose, aspre, cariche di fascino bucolico.

I prezzi in Macedonia ed in Albania sono molto bassi ed i servizi, almeno in Macedonia, sono del tutto soddisfacenti. Si mangia molto bene, forse un pochino monotono, con tutta quella carne ai ferri. Vegetariani astenersi.

Un viaggio da fare in macchina, senza aspettarsi niente di eccezionale, ma con la sicurezza di aggirarsi in una regione piena di bellissimi scorci, di pace, di atmosfere ormai perse in Italia da molti decenni. Una soffusa delizia per l’anima e, al tempo stesso, un grande stimolo che fornisce questo variegatissimo e rurale mondo dei Balcani profondi: traversando tre frontiere in pochi chilometri, navigando su tre laghi, camminando fra bellissimi boschi. Non so immaginare niente di più gradevole.

Sull’isola greca di Sant’Achille sul piccolo lago Prespa.

 

 

 

Macedonia, paese in cerca di storia e geografia.

Il Museo archeologico di Skopje
Il classicheggiante lungo fiume di Skopje.

Nel turbinio dei Balcani, nel mare infinito degli sconvolgimenti della loro storia, il toponimo  “Macedonia” ha contraddistinto numerose regioni diverse situate fra l’Albania, il nord della Grecia e il Mar Nero. Tutte le zone comprese fra questi tre punti di riferimento si sono chiamate, prima o poi, a lungo o brevemente con il nome di Macedonia. Per lunghi periodi di tempo  questo nome è anche rimasto dimenticato, non utilizzato, negletto.

L’attuale Repubblica di Macedonia corrisponde, più o meno, a quella regione che, in un periodo dell’Impero Ottomano, era chiamata Macedonia di Vardar, dal fiume che scorre in quei paraggi. Un nome geografico, più che politico. Poi, quando è nata la Jugoslavia è spuntata la Repubblica di Macedonia come facente parte della Federazione Jugoslava; era la regione più meridionale. E nessuno se ne lamentò; la Juogslavia era troppo importante per non assecondarla. Ma con la dissoluzione della Jugoslavia qualle che era semplicemente la sua componente macedone si autonominò Repubblica di Macedonia attirandosi le veementi proteste della Grecia.

Che non ha tutti i torti ad opporsi a quel nome;  lo usurpa, infatti, alla regione greca della Macedonia che fu la culla storica di quella denominazione. La regione greca della Macedonia sta immediatamente a sud della Repubblica di Macedonia. La regione greca della Macedonia coincide grossomodo con le storico stato macedone. E qui sta la materia del contendere, come vedremo subito sotto.

La Grecia ha imposto alla comunità internazionale di chiamare la Repubblica di Macedonia con lo strano nome  “FYROM”, la sigla inglese per  “Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia”; causando grande scontentezza nei Macedoni.

Mastodontici templi greci.

Ma la disputa Greco – Macedone sulla geografia, in realtà ne nasconde un’altra, ben più corposa, sulla storia. Perchè chi dice Macedonia pensa subito ad Alessandro Magno, il re macedone che sottomise mezzo mondo. in pochi anni. Un eroe di portata mondiale che la Repubblica Macedone vorrebbe come  Antenato Fondatore. Il fatto è che Alessandro e suo padre Filippo, nacquero a Pella, capitale della Macedonia storica, attuale provincia greca. E i due, nell’attuale Repubblica di Macedonia, non fecero altro che fondarci qualche cittadina di minore importanza.

Invece l’attuale classe politica della Repubblica di Macedonia ha voluto appropriarsi senza scrupolo dell’eredità storica di Alessandro Magno. In ogni città vi sono viali a lui dedicati. Ma, soprattutto, ha fatto della ricostruzione del centro della capitale Skopje, un inno al grande Re ed alla sua supposta cultura. In un paese assai povero e bisognoso di moltissime cose più urgenti, è stato speso mezzo miliardo di euro per costruire imponenti edifici in stile greco classico che circondano una enorme statua di un cavaliere brandeggiante la spada. Si tratta evidentemente di Alessandro Magno, ma non potendolo dire per non fare imbestialire i Greci, l’hanno chiamato “Il Cavaliere”.

Villaggio dell’età del bronzo, ricostruito nel luogo dell’originale, con grande fantasia.

Insomma una operazione di ricostruzione fittizia e politicamente sfacciata del proprio passato; hanno scippato la storia greca ed ora la vendono come fosse loro!

L’effetto architettonico è sconcerante: immani palazzi bianchi con colonne doriche o ioniche con dentro uffici ed abitazioni; il nuovissimo Museo Archeologico di gusto classico che domina il vecchio ponte ottomano; il lungo fiume che pare una ricostruzione hollywoodiana dei fori romani; un candido arco di trionfo. L’insieme è pacchianissimo e stona terribilmente con il vechio bazar mussulmano che sta subito dietro. Sembra il trionfo delle cosche vincenti, del narcotrafficante in delirio di onnipotenza.

Pare chiaro il disegno politico del gruppo governante la Repubblica di Macedonia. Costruirsi un passato fittizio in modo da solleticare il nazionalismo del proprio popolo e cavalcare il suo sentmento rivendicativo. Non bisogna, infatti, dimenticare il fatto che ai tempi della Jugoslavia i macedoni erano considerati i parenti poveri ed anche un pò scemi della Federazione. Con la falsa ricostruzione storica di un passato illustre, il popolo macedone trova una fierezza che non probabilmente non ha mai avto. Ed il potere, che ha creato dal nulla tale fierezza, si perpetua in tranquillità. Una operazione politica congegnata con grande freddezza e cinismo. E che ha funzionato.

La frenesia ricostruttiva dei Macedoni non si ferma al centro di Skopje. Sul lago di Ohrid hanno ricostruito un intero villaggio su palafitte dell’età del bronzo; a pochi metri un fortino di epoca romana. La chiesa di San Clemente a Ohrid, dove fu messo a punto l’alfabeto cirillico, è stata rifatta di sana pianta. Il monastero intorno alla pregevolissima chiesa della Santa Madre di Dio a Prilep, è stato bellamente rifatto in cemento armato. E tutto ciò senza una ombra di dubbio, allegramente, con forza ed orgoglio.

Noi gridiamo allo scandalo, ma lo dobbiamo invece prendere come un ulteriore segno dell’innarestabile vitalità balcanica, che nel tumulto delle vicende continua a spingere verso il futuro, carica di impeto, come un cavallo al suono incalzante del violino tzigano. E tutto ciò mi piace, mi prende, mi mette voglia di vivere.

PS. A fine gugno 2018 c’e’ stato un accordo fra Macedonia e Grecia su come il secondo paese permetterà si chiami il primo. L’incontro fra i capi di Stato si è, giustamente, tenuto a Pescatori. L’accordo è stato trovato sul nome di “Repubblica di Macedonia del Nord”. La Grecia ha ritirato il blocco all’entrata della Macedonia in Europa e le negoziazioni sono partite. Un passo verso la pace di una regione sempre in fermento.

Turismo d’atmosfera nei Balcani

Di qualsiasi popolo siano, i balcanici sono assidui frequentaroi dei bar, sempre molto comodi accoglienti e pien di gente.

I Balcani possono essere un eccellente campo per l’esercizio di un nuovo turismo molto più soddisfacente di quelli che si vedono in giro attualmente. Il turismo d’atmosfera.

Siamo stanchi del mare sovraffollato, appiccicoso e caro; ma anche delle Dolomiti che lo sono altrettanto (affollate). Non ci interessano più le città d’arte, diventate dei parchi tematici, come Firenze. Ci sono venuti a noia i borghi storici, snaturati, leziosi e pieni di negozi di fasulli km 0. E non cadiamo nel trappolone del turismo esperienziale o solidale, concepiti per spennare i poveri turisti con attività bidone.

No, tutto ciò non ci interessa più, lo lasciamo ai forzati dei selfie, basta con quei turismi.

Vogliamo andare in luoghi dove i turisti siano pochi e che qeui pochi siano locali, provenineti da luoghi vicini; quasi più residenti che turisti. Non vogliamo per forza vedere cose eccezionali, quelle che affollano le guide della banale Lonely Planet; vogliamo trovare gente non ancora prostituita dal facile denaro del turismo e resa scostante dalla frequentazione di troppi turisti affrettati e maleducati. Vogliamo gustare, con calma, atmosfere reali, modeste, interessanti, stimolanti. Cose nuove, non ovvie. Se no, resto a casa.

E di turismo d’atmosfera nei Balcani se ne può fare a bizzeffe.

Gli elementi favorevoli sono molti: non ci sono che poche attrazioni clamorose, ma una infinita’ di piccoli gioielli da visitare con piacere ed in tranquillità. I Balcani sono vasti, molti paesi, molti popoli, molte nicchie. E’ possibile inanellare molti viaggi diversi  ripetizioni ed accavallamenti. I Balcani sono poco turisticizzati: è quindi possibile viaggiare incrociando un piccolo numero di altri turisti: pochi internazionali, qualcuno di più, nazionale. Non vi è pericolo che la massa turistica inquini l’atmosfera.

Nei Balcani la cucina è contadina, diretta, vera, abbondante. Non vi rovinerete la cena trovando rivisitazioni, fusioni, esotismi, prese per il culo, porzioncine, piatti gourmet dei miei stivali. Sarà quindi un gran piacere sedersi in ristoranti e trattorie, dove sarete sicuri di mangiare esclusivamente cose che i locali mangiano quotidianamente. Il menu magari sarà solo in lingua locale, ma questo fa parte dell’atmosfera. Infinita la gamma del cibo di strada, da frequentare con assiduita’.Ogni luogo ha le sue specialità e non dimentichiamo che l’hamburger è nato qui, sotto il nome di Pleiskaviza, nel sud della Serbia.

Da non sottovalutare il fatto che nei Balcani si spende poco e che quindi i viaggi possono durare più a lungo senza che il viaggiatore si stressi economicamete.

Ma il centro dell’interesse del turista d’atmosfera nei Balcani sarà riconoscere le infinite sfumature fra i numerosissimi popoli diversi che abitano la regione, destreggiarsi fra le differenti lingue, tutte strettamente ostrogote, riconoscere le influenze ottomane, slave, austro-ungariche, veneziane, greche, turche, russe, ebree (e tutte le altre che non so). Il turista attento potrà osservare la penetrazione della modernità nei substrati culturali precedenti. Vedere quali sono le culture in espansione e quelle in regressione, luogo per luogo: dove le ragazze sono in minigonna e dove vanno velate; dove le tensioni si stemperano e dove si acuiscono.

Il buon turista d’atmosfera riconoscerà alla prima occhiata il paesino mussulmano, cristiano, albanese, rom, da sempre slavo, socialista, tedesco, russo, d’influenza greca, ecc, ecc, ecc, senza fine.

La pleiskaviza e’ un hamburger, ma molto più antico e saporito, diffuso in tutti i Balcani. Per mangiarlo bisogna andare a Leskovac, in Serbia, dove è nato.

Seguirà il serpentaggiante confine fra l’ospitalità ottomana e la concreta schiettezza slava, non dimenticando le isole della complessità neolatina o della levantinità greca, molto più sfuggenti da percepire. Passerà con disinvoltura dal bazar ottomano al viale cristiano, al quartiere Rom e tutto nella stessa citta’.

E si muoverà come un pesce in questo mare magnum perché ama le differenze e le apprezza, rifuggendo la standardizzazione del  turismo globalizzato. Passerà molto tempo nel bar alternando birra, vino, tè, caffè turco, grappa ed anice; stando attento a non sbagliare la comanda, secondo il luogo! (da evitare di chiedere un grappino in un cafè del quartiere mussulmano).

E dopo un lungo viaggio, non avrà visto nulla che valga la pena di raccontare alle cene, ma avrà annusato la meraviglia della complessità dell’avventura umana in una delle regioni dove è riuscita a dare il meglio ed il peggio di sé. Per saperne un po’ di più sui Balcani si può seguire questo sito, in italiano, pieno di notizie e riflessioni molto serie.

E se non vi interessa il turismo d’atmosfera andate pure in un resort a Malindi a vedere le danza dei Masai sul bordo della piscina. O fatevi una bella crociera ai Caraibi!

​Vertigine balcanica

Alessandro Magno, orgoglio della Macedonia, anche se non ebe niente a che vedere con quel paese….

Sono ancora una volta nei Balcani e son colto da un profondo stupore. Sono attonito e febbrile, curioso di tutto; spaventato dai conflitti che hanno attraversato questa terra; meravigliato dall’unità, omogeneità di questa regione pur lacerata da mille divisioni. In qualche modo l’unità nella molteplicità: i Balcani sono lo specchio della condizione umana. Insomma mi par d’essere un bambino davanti ad un giocattolo miserioso.

Cerco i tratti culturali comuni a queste colture, ed, allo stesso tempo, tento di individuare le fratture, vecchissime o nuovissime. Mi intenerisco vedendo le casette quadrate dei villaggi, ognuna separata dalle altre, tutte con il tetto di tegole rosse, a volte sotto un minareto, a volte sotto un campanile. Dalla finestra della mia camera guardo l’orribile croce luminosa sulla collina che sovrasta Skopje, mentre il muezzim canta la sua faccenda e i macedoni di lingua albanese, in piazza, rivendicano qualcosa sventolando la bandiera albanese.

Sono sbalordito dal numero dei popoli che abitano questa non grande parte di Europa; ogni giorno ne salta fuori uno nuovo, con la sua lingua, la sua zona, la sua storia. Oggi e’ stato il turno degli Arumeni che scopro essere dei Daci romanizzati mescolati un poco con gli slavi. Ieri sono stati gli Aiducchi, milizia anti-ottomana, poi popolo. Gli incroci sono pirotecnici : la stessa Madre Teresa di Calcutta era Macedone, ma di etnia Albanese e di religione né ortodossa né mussulmana, ma cattolica.

Vecchi che si riposano dopo esser stati al mercato, hanno le borse.

Miscele, miscele, miscele. Una boccata di vitalità nel sopore mortale della globalizzazione che appiattisce tutto in un solo centro commerciale della cultura mercantile. Nei Balcani ognuno resta attaccatissimo alle proprie cosine; e pur coabitando a stretto contatto con gli altri ( a volte in conflitto, ahimè) mantiene la propria identità.

In poche centinaia di chilometri, undici nazioni (Croazia, Serbia, Bosnia, Albania, Montenegro, Kossovo, Macedonia, Grecia, Turchia, Bulgaria, Romania), cinque religioni (ortodossa slava, ortodossa greca, cattolica, mussulmana, ebrea), cinque grandi ceppi linguistici (slavo, turco, latino, greco, albanese) con decine di lingue e dialetti diversi, tre alfabeti (latino, cirillico, greco), quattro enormi imperi nel passato (romano, bizantino, ottomano, austro-ungarico) e un popolo che sfida la storia e che si ritrova ovunque: i Rom.

Un delirio di variabilità, ma con una casa comune: i Balcani. Piatto ricco, mi ci ficco.

(Per seguire i fatti balcanici, consiglio il sito dell’Osservatorio dei Balcani e del Caucaso, in italiano)

Viva i Bulgari.

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La grande delicatezza di mettere un bicchiere a disposizione dei passanti assetati.

Nel lodevole tentativo di risollevare la nomea  dei maltrattati Bulgari vediamone i numerosi lati positivi.

E’ vero che a prima vista sembano simpatici quanto un calcio nelle palle; ma, riflettendo, par di capire che sono semplicemente molto riservati. E ciò è comprensibile dopo tutto quel che hanno passato nella storia. Soprattutto i contadini ed i poveracci; i giovani e le persone colte sembrano molto più aperte. Comunque sia, in caso di bisogno, ti aiutano volentieri. Basta chiederglielo con decisione; infrangere la scorza che li protegge.

Anche l’ultimo dei choschi ti da lo scontrino fiscale. Quindi non sono degli evasori compulsivi come gli italiani.

Si fidano. Quando ti danno da bere al bar o lo spuntino al tavolo non vogliono immediatamente i soldi, come i meschini bottegai italiani. Aspettano che tu abbia finito e poi li paghi con comodo; dei veri signori. Un ulteriore esempio dell’ospitalità di origine ottomana.

I bulgari mangiano benissimo. Raramente ho trovato una cucina così vera, reale, attenta agli ingredienti poveri, gustosa e variata. Niente di raffinato, ma una vera meraviglia, una festa di sapori. La cucina bulgara si merita un post a se stante. E naturalamente un viaggio, che, da sola, la cucina giustifica ampiamente, un pò come nel triste Vietnam.

I bulgari non se la tirano. Sembrano persone semplici, educate, rispettose, alla mano. Fra di loro ci si sente in famiglia, per niente intimoriti. Questo è uno dei principali elementi del fascino del mondo balcanico.

E nemmeno sono stressati. Si fanno tranquillamente i fatti loro con lentezza e dedicazione. Non sembrano affatto schizzati. Tutto il contrario, a volte sembrano anche un pò eccessivamente lenti. Eccellente per chi vi va in vacanza. Dovendo lavorare con loro, forse, si finisce per erdere la pazienza.

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Numerosi e belli i bar con i tavolini all’aperto sotto gli alberi e le tende.

Sono sempre al cellulare, addirittura più degli italiani. Segno che sono affabili, fra di loro.

Ci sono ragazze spettacolari. Mi dicono che non sia più così facile come anni fa, ma il panorama è delizioso. Ed anche avanzando negli anni conservano il fascino. Perchè non sembrano freddi bistecconi come le slave classiche. L’apporto di sangue turco, greco, armeno, ecc, ecc ha scurito i colori e fortemente aumentato lo charme.

Sembrano affascinati dall’Italia. Le insegne dei negozi, i nomi dei prodotti, i piatti nei menu dei ristoranti moderni, gli elementi delle pubblicità, sono molto spesso italiani. E quando sanno che lo sei si illuminano in volto. Chissa cosa gli hanno raccontato, poveri….

I prezzi sono molto, molto bassi ed uscendo dai circuiti turistici lo sono ancora di più. Ma i servizi, gli alberghi, i ristoranti sono di eccellente livello e di alta professionalità. Quindi il rapporto qualità/prezzo è elevatissimo. E ciò non può che far piacere. Per questi motivi la Bulgaria è una delle mete dei pensionati italiani, come il Portogallo, l’Albania, Santo Domingo. In Bulgaria hanno certo un livello di vita molto migliore che in Italia, grazie ai prezzi molto più bassi. Ma ci si chiede come facciano con l’ostrogota lingua e con i tanto diversi costumi. Forse finiranno per stare sempre fra di loro, in una sorta di ghetto, anche se di benestanti, in confronto con il livello di vita circostante.

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Penne ai quattro formaggi in italiano, ma in cirillico.

I bulgari devono esser persone tolleranti. Si scoprono infatti zone a forte presenza di mussulmani che convivono in grande armonia con gli altri. Si vedono insieme veli e minigonne ed anche birra venduta davanti alla moschea. Un gran piacere.

Certo si vedono in giro degli investimenti che puzzano da lontano di riciclaggio e succede anche di trovare ristoranti riservati a cene con fuori macchinoni molto, molto dubbi. Ho nache trovato una chiesa in cui si svolgeva una “Messa Privata”; mi hanno impedito di entraci. Ma, scagli la prima pietra…..

Diffusissima la cultura dei bar all’aperto, con comode poltroncine, vasto spazio, bei tendoni ed alberi. Sempre con persone che conversano in tranquillità.

Le strade sembrano di decente livello e senza troppo traffico; di macchine vecchie non se ne vedono molte; la polizia poco visibile e di modi tranquilli. Qualche carretto con il cavallo, nelle zone rurali.

Eccetto un pò di borseggi non si hanno notizie di danni ai turisti. E su un autobus ho visto un poliziotto in borghese che faceva opeazione di controllo sui borseggiatori; come mi successe in Portogallo.

Insomma, i Bulgari sembrano rovesciare agevolmente tutti i luoghi comuni negativi e hanno pienamente conquistato la mia stima e simpatia.