Bucanieri e resort ai Caraibi

Di quali affari si tratterà? A Dominica

La ciclica e terribile violenza di Haiti, le continue truffe di Santo Domingo e di Barbuda, la mafia di Saint Martin, il razzismo della Guadaloupe, l’inconsistenza della Martinica, le commissioni del 25% al bancomat di Dominica, hanno la stessa causa.  I Caraibi sono state terre di bucanieri, filibustieri, corsari, pirati. I primi erano dei disgraziati che su quelle isole cacciavano, arrostivano e vendevano vacche e capre alle navi che arrivavano dall’Europa. Quel bestiame era stato sbarcato dai primi esploratori e si era riprodotto in liberta. I bucanieri (dalla parola francese boucaner, affumicare)  conoscevano perfettamente i luoghi e diventavano predoni appena ne avevano l’occasione, taglieggiando i naviganti quando sbarcavano.  Quando potevano permettersi un’imbarcazione ed assaltavano in mare le navi di passaggio, venivano chiamati filibustieri. Quando poi avevano un’autorizzazione da parte di una Corona europea diventavano corsari. Se invece si organizzavano bene, per conto loro e diventavano importanti, erano definiti pirati. Comunque delinquenti.

Strutture schiavistiche a Barbuda.

Sulla terra le cose non andavano meglio: una sottile classe di latifondisti dello zucchero schiacciava una massa informe di schiavi. E da nessuna parte, salvo, forse, a Cuba, nacquero strutture statali abbastanza potenti da mettere un pò d’ordine in tanta efferata ingiustizia. I Caraibi son sempre stati terre di nessuno, isole cambiate di mano mille volte, teatro di atrocità. Luoghi di rapina, di violenza, di stratagemmi, di vita fatta di espedienti.  Addirittura, poco prima dell’arrivo dei bianchi queste isole furono conquistate dai Caribi, indigeni centroamericani di abitudini guerriere e cannibaliche, tanto per dire quel che questi luoghi hanno visto.

Son passati secoli ma tanta violenza non poteva non lasciare abbondanti lasciti fino ad oggi. L’individualismo furbesco, l’appropriazione indebita costante, la violenza furtiva, l’inconsistenza dei valori, l’inaffidabilità anche fra prossimi, l’arroganza, l’impulso irrefrenabile alla prevaricazione e all’intimidazione, la corruzione, la sfacciataggine sono il pane quotidiano di quei luoghi. Ma anche, semplicemente, la maleducazione, la cafoneria costanti, l’imperante cattivo gusto.  Un inferno umano collocato in un paradiso geografico, un beffardo scherzo della condizione umana.

Club Meditarranée alla Guadaloupe

Il turista forse non capisce fino in fondo tutto ciò e spesso non ha gli strumenti linguistici per approfondire. Guarda e passa, ma sicuramente  subisce i mille problemi che un ambiente altamente ostile gli causa costantemente. L’insicurezza è ovunque alta; probabilmente non riceverà danni fisici, se non è molto sfortunato, ma il suo portafogli non ne uscirà indenne. In una o più delle molte forme in cui ciò è possibile. Ciò deve essere apparso molto chiaro agli imprenditori turistici che, quindi, hanno interposto un’alta muraglia fra i turisti ai Caraibi e gli abitanti locali.

Hanno quindi costruiti giganteschi villaggi turistici (qua ed ora detti resort) dai quali i turisti non escono, se non scortati durante le famigerate escursioni. E i turisti non ci pensano nemmeno ad uscire, terrorizzati come sono dai racconti, esagerati ad arte, di ciò che succede fuori. Così consumano e spendono sempre ed esclusivamente all’interno del resort.  L’unico punto dove il turista potrebbe entrare a contatto con il mondo esterno è la spiaggia, che proprio non si resce a recintare; ma qua, nerborute guardie li sorvegliano ed allontanano i locali non autorizzati.

Insomma, il turismo è riuscito a separare il paradiso geografico, consegandolo ai turisti, dall’inferno umano, lasciato ai locali. Un’operazione raffinata.

Caraibi

Questo post è una guida che conduce verso tutti gli altri post di questo blog che parlano dei Caraibi.

Dapprima bogna distinguere fra i diversi tipi di Caraibi che vogliamo visitare: è possibile farlo qui. Poi bisogna capire cosa vogliamo andare a fare e pensare bene se ne vale la pena, leggendo qui e tenendo presenti anche queste caratteristiche della regione.

Se si vuole andare a Cuba, da questo post è possibile accedere a molti altri. Moneta, donnelocalità, alberghi e casas particulares. Chi volesse andare ad abitarci dovrebbe leggere questo post.

Chi invece seguisse i molti italiani che vanno a Santo Domingo può leggere qui dove andare,  con quali compatrioti  e quali dominicani si troverà a fare.

Se invece vogliamo tralasciare i Caraibi di lingia spagnola, troviamo quelli di lingua francese. Le cossiddette Antille con le loro isole poco interessanti Martinica  e  Guadalupa con i suoi problemi di razzismo e con le difficoltà per il turista. Ma anche con la meravigliosa isola di Marie Galante e con il borgo di Grand’Riviere alla Martinica.

Ci sarebbe anche l’isola di Saint Martin mezza francese e mezza olandes, ma la sua visita è decisamente sconsigliata.

Fra le ex colonie francesi da non dimenticare il fascino difficile di Haiti e della sua capitale turistica (si fa per dire) Cap Haitien.

Anche se marginalmente anche la bellissima e complicatissima Penisola di Paria, in Venezuela, fa parte dei Caraibi.

Vi sono infine le isole anglofone, indipendenti, a volte molto saportie come Dominica, a volte insapori come Antigua e a volte interessantissime come Barbuda.

Questa è la mia classifica delle migliori tre spiagge, mentre le crociere sono nettamente sconsigliate.

Dietro la spiaggia, cosa? Andare ai Caraibi?

La canna da zucchero ai Caraibi, benedizione per i bianchi, maledizione per i neri.

Ma oltre alle spiagge di commovente bellezza sulle quali riposa la fama ed il fascino della parola Caraibi, cosa altro c’e’? Se non ci basta stare in un resort di lusso e passare il tempo a bere rum su una spiaggia bianca, con l’acqua cristallina, all’ombra delle palme arcuate, che altro possiamo trovare?

Ebbene la risposta è straordinariamente difficile e può essere: tutto e niente.

Dapprima bisogna considerare la grande variabilità fra le diverse isole, come geografia, clima, accoglienza, sviluppo, gente, lingua.   Vi è quindi una prima fonte di sorpresa quando si passa da un’isola all’altra e si trovano delle differenze abissali. Già questo potrebbe essere un motivo d’interesse. Se  partiamo con l’idea che i Caraibi sono tutti uguali, ci dovremmo ricredere prontamente e profondamente.

Le tipiche case di legno diffuse un pò in tutte le isole.

Purtroppo è abbastanza difficile (e caro) spostarsi fra le isole. In alcuni gruppi, le isole sono collegate fra di loro da traghetti (Montserrat-AntiguaBarbuda o le Granadine o GuadalupaDominicaMartinica-Santa Lucia o St. Martin-Anguilla-St Barthelemy), ma, in generale bisogna spostarsi in aereo con l’obbligo di passare da certi hub come St. Martin o la Guadalupa. I voli non sono molti e spesso non in connessione. Sono anche cari e con aerei piccoli, di compagnie locali dagli orari a volte molto elastici. In certi casi bisogna telefonare la sera prima per sapere se l’indomani si vola. Tutto ciò fa si che percorrere la catena delle isole diventa complicato, lungo e molto caro. Paradossalmente molte isole sono più facilmente collegate alle loro madri-patrie coloniali (attuali o antiche) che fra di loro.

Preparazione di una carbonaia a Barbuda.

E qua si arriva ad un altro tema di interesse del viaggiare fra le isole caraibiche. La loro storia è abbastanza simile: in tutte le isole gli indigeni furono rapidamente sterminati, vi vennero portati grandi quantità di africani che, comandati da pochi bianchi, coltivarono la canna da zucchero fino all’abolizione della schiavitù. Ci si potrebbe quindi attendere situazioni sociali abbastanza omogenee. Invece si tratta di popoli molto diversi fra di loro: l’influenza dei colonizzatori è stata così grande da aver profondamente modellato quelle società. Quindi fra i benestanti e frequentemente razzisti abitanti della Guadalupa di stile, lingua e passaporto francese e i discretamente poveri abitanti di Dominica di stampo, lingua e guida (a sinistra) inglese, di influenza giamaicana e di nazionalità propria, la differenza è enorme anche se i chilometri di mare che dividono le due isole sono solo 42. Per non parlare poi degli abitanti della Repubblica Dominicana (Santo Domingo), di lingua spagnola, di discreta situazione economica e di facile accoglienza; ben diversi dai loro vicini di Haiti, sulla stessa isola, ma di stretta origine africana, di insopportabile povertà e dalla magia nera facile e temutissima. Ed ancora Cuba, che per la storia recente, ha preso un cammino del tutto prorio ed originale.

I resti di un mulino a vento per spremere la canna da zucchero.

Eppure, nonostante tali differenze permane, indelebile e dolorosa, l’immanenza di un passato fatto di ingiustizia assoluta e di dolori plurisecolari. Una macchia persistente di sofferenza  che la schiavitù ha lasciato sulla popolazione nera. E tale sofferenza, anche se ormai ricoperta da molti strati di tempo colpisce e non ti lascia a tuo agio. Molte di queste isole sono schegge di Africa finite dove non dovrebbero essere. La musica della Guadalupa rende bene l’idea di quel che voglio dire.

Vi è poi la sensazione di insularità, sempre molto forte. Quel misto di intimità che danno i luoghi piccoli e di claustrofobia perchè son troppo piccoli. Quel piacere di esserci e quella voglia di andarsene, in un altro luogo, dove non ci sia perennemente il mare a fermare i tuoi passi. E la doppia insularità in quelle isole che dipendono da un’altra isola (Les Saintes e Marie Galante da Guadalupa, Barbuda da Antigua).

Certo manca ai Caraibi, con l’eccezione di Santo Domingo e di Portorico (e, naturalmente Cuba), ogni traccia di momumento di certo spessore o di edificio antico che non siano le solite fortezze. La storia vi è passata senza lasciar tracce materiali. E non si riesce a percepire un’attività culturale che possa richiamare l’attenzione. Unica eccezione pare essere il Carnevale molto sentito e diffuso; appunto, la più rudimentale delle manifestazioni culturali.

I costumi tipici della Martinica sono di stoffa Madras, proveniente dall’India. Nemmeno questo era fatto localmente.

Pare quasi di poter dire che la cultura caraibica è disegnata sia dall’assenza di caratteristiche stabili quanto dal fluire di mille influenze ondivaghe che piace andare a seguire a naso, a mente libera. Ci si trova, insomma, in una parte di mondo sconquassata da una terribile storia e frammentata in mille isole disomogenee in cui l’interesse, più culturale/antropologico che turistico, sta nell’osservare come questa umanità sta cercando di organizzarsi in società più stabili. Ogni isola a suo modo e con diversi risultati.

Oltre le spiagge quindi non vi sarà niente per il turista affrettato e facilone; ma vi sarà un mondo variegato, sfuggevole, sottile e affascinante per chi vorrà addentrarvisi con il tempo, il rispetto e soprattuto la curiosità necessarie.

 

I molti Caraibi possibili

La villa di una fattoria schiavistica a Marie Galante.

Vi sono i Caraibi delle crociere durante le quali il turista sfiora appena la terra, limitandosi ad una passeggiata nel quartiere del porto di St. Martin, Dominica o Antigua o, al massimo ad un giro guidato a qualche spiaggia o foresta come alla Guadalupa o a Samanà di Santo Domingo. Se ne andrà senza aver visto o capito molto.

Ci sono i Caraibi dei grandi villaggi turistici ormai chiamati resort. Vi si va spesso con viaggi all inclusive durante i quali il turista è trasportato in una struttura e lì mantenuto fino ad essere rispedito a casa. Se vuole può uscire per qualche escursione, in gruppo e caramente pagata. I resort sono su belle spiagge, ma il loro livello medio penso che sia abbastanza inferiore a quanto il turista si aspetta. Alcuni sono enormi come Casa de Campo a Santo Domingo; altri si vogliono di lusso e sono terribilmente cari come a Saint Barthelemy con prezzi superiori ai 2.000 € a notte.  Ma anche quelli più modesti hanno dei prezzi assai elevati, con rapporto qualità/prezzo insoddisfacente.

La spiaggia Les Galets a Marie Galante.

Ci sono i Caraibi delle spiagge bianche e dell’acqua cristallina e questa è la cartolina più conosciuta. Ma ci sono anche le spiagge nere di sabbia vulcanica e quelle con le striature rosa date dai frammenti delle conchiglie (Barbuda, Pink Beach).

Ci sono i Caraibi delle isole piatte ed aride e quelli delle isole montuose e verdissime con foreste primarie intatte. E nella stessa isola, anche se piccola, a volte si trova il lato esposto verso l’Atlantico lussureggiante e quello verso il mar dei Caraibi che è arido. ome succede anche a Sao Tomè.

Ci sono i Caraibi delle isole francesi, dove ci si crederebbe di essere in Europa. Autostrade, ingorghi, centri commerciali, efficienza (relativa) dei servizi, conflitti razziali come in una qualsiasi periferia parigina. Niente di tropicale, salvo il clima.

Grattacieli a Fort de France (Martinique)

Ci sono i Caraibi delle grandi isole di lingua spagnola: Cuba e Santo Domingo. Il vero mondo tropicale, la musica, la gente per strada, le donne disponibilissime, il rum, rapporti facili con le persone. Le solite stupende spiagge, ma anche storia, monumenti e una forte cultura ben radicata. E questo manca nelle altre isole più piccole. Ma a Santo Domingo vi è il problema dell’insicurezza….

Ci sono i Caraibi delle piccole isole semidimenticate come Marie Galante, Barbuda, le Granadine. Le più originali, nelle loro differenze, scomode da raggiungere e da vivere, con pochi servizi e poca ricettività, ma certamente quelle che danno le emozioni più forti.

Ci sono i Caraibi delle isole delle ville e degli appartamenti: Anguilla, St. Barthelemy, St. Martin, Antigua dove benestanti  e ricchissimi (St. Barthelemy) hanno casa, più per avercela che per andarci. Spiagge meravigliose su isole lottizzate e divise in infiniti quadratini dotati di villetta, villa, villona, giardini e personale di Santo Domingo.

Resort Palmetto abbandonato a Barbuda.

Ci sono i Caraibi degli arcipelaghi – Stato: le Granadine, Dominica, St. Kitts e Nevis, Antigua e Barbuda. Strani artefatti della storia coloniale di quella parte di mondo. Mini-stati insulari che destano curiosità e simpatia, molto diversi gli uni dagli altri, spesso poveri, ma più vitali, ad esempio, delle isole francesi.

Ci sono i Caraibi a fortissima predominanza statunitense come le Bahamas, le Isole Vergini americane, Portorico, Turks e Caicos. E pare che, nonostante ciò, abbiano ancora degli angoli pochissimo frequentati.

Ci sono i Caraibi periferici: quelle isole più lontane dal grande arco che tutti abbiamo in mente: Giamaica, Trinidad e Tobago, Curaçao, Bonaire e Aruba, le isoline della Colombia e dell’Honduras, la penisola di Paria in Venezuela. Alcune di queste sono iper turistiche, altre sembra che conservino aspetti molto interessanti.

Insomma, i Caraibi non sono affatto una unità, ma una infinita gama di possibilità; un mondo a volte affascinante, a volte ributtante. Un ventaglio in cui perdersi.

 

​La calamità delle crociere

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La nave è più grande di Roseau, la capitale di Dominica.

Le crociere sono il fenomeno piu’ nefasto e devastante del turismo moderno.  Sono l’opposto e la negazione  del concetto di viaggio.  Sono il trionfo del peggior capitalismo, sfacciato e vigliacco. Le compagnie di navigazione prendono in giro i turisti, schiavizzano i lavoratori, distruggono le economie dei porti visitati,  inducono alla prostituzione le politiche di quelle città.

Se ci fate caso vedrete che molti dei croceristi sono obesi.  Infatti, il maggior richiamo delle compagnie e’ il cibo: ottimo,  abbondante,  a tutte le ore e soprattutto compreso nel prezzo.  Si va in crociera per uccidersi di buffet pantagruelici.  Mi dicono che ci sono sprechi assurdi.

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Navi come palazzi a St. John’s di Antigua.

Se ci fate ancor più caso vedrete che i croceristi, una volta a terra, si guardano intorno con sospetto. Sono infatti persone,  molto spesso, impaurite del nuovo e timorose dell’estero.   Vi si avventurano solo se protetti nella pancia della loro nave-mamma, meglio se battente la propria bandiera e parlante la propria lingua.  Quando la lasciano e’ solo per poche ore,  ben intruppati, organizzati e si affrettano a ritornarvi.

Queste enormi navi navigucchiano la notte e passano la giornata nei porti, spesso di piccole cittadine.  Due o tre mila persone vi scendono ed hanno due possibilità: passeggiare nelle vie del borgo o partecipare alle famigerate escursioni, organizzate dalla nave o proposte dagli avidi tassisti locali.

In entrambi casi affollerranno luoghi non fatti per simili moltitudini.  Poi i turisti se ne andranno,  avendo comprato pochi oggetti fatti in Cina e bevuto una bottiglia d’acqua.  Il pranzo si fa a bordo, gratis! Tassisti e commercianti di cianfrusaglie ricadono nel dormiveglia,  in attesa della prossima nave.  Ma il borgo intorno al porto ha ormai perso l’anima, acquisendo l’aspetto di centro commerciale.

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I turisti sbarcano e si aggirono nelle via del borgo del porto, trasformato in povero centro commerciale..

Lasciano poco i croceristi,  ma comunque qualcosa lasciano.  Ed ecco che gli amministratori locali si fanno in quattro e piangono e si sbracciano e chiedono soldi al Governo fino ad avere il molo che permetterà a queste gigantesche navi di pirati di attraccare nel loro porto.  E quando questo  succede sono felici e si aspettano la rielezione.  Salvo accorgersi,  come e’ successo a Cadice, che quando i croceristi sbarcano i negozi sono chiusi,  essendo l’ora della siesta; e nei ristoranti, che pur sarebbero aperti, i croceristi non ci vanno, avendo gia’ pranzato a bordo.

Pare inoltre che la vita a bordo sia piuttosto noiosa,  che la piscina sia una pozza,  che manchino gran divertimenti e che si cerchi di appioppare ai clienti batterie da cucina ed elisir di giovinezza.

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Lo scandalo delle navi da crociera a Venezia.

Si dice che le crociere siano a buon mercato.  Ciò non e’ del tutto vero.  Le compagnie riprendono con le carissime ed inevitabili escursioni ciò che lasciano sul soggiorno. Ed inoltre hanno l’odiosa pratica di esigere un ulteriore 10% del prezzo, come mancia obbligatoria, per il personale.  Che, comunque,  e’ filippino,  in larga misura, ed ha orari e salari asiatici.

Il fenomeno delle crociere e’ particolarmente triste ai Caraibi dove la gente sarebbe molto ospitale e dove l’economia locale avrebbe un gran bisogno di turisti che riempiano alberghetti e ristorantini. Invece vedo questi mastodonti schiacciare i piccoli quartieri del porto. Li ho visti ovunque: Samanà a Santo Domingo, Pointe à Pitre alla Guadalupa, Fort de France alla Martinica, Roseau a Dominica, Saint John’s ad Antigua, Philipsbourg a Saint Martin. Ma anche a Venezia ed in Croazia. I turisti scendono, fanno un passeggino e risalgono a bordo, braccati dal caldo e dal sapore dei tropici. Tornaranno a casa e cosa avranno visto? A che serve viaggiare in questo modo?

[Altro sulle crociere in Patagonia, sul Danubio, invernale a Capo Nord]

​L’isola di Marie Galante sfiora la perfezione

img_20170210_150638.jpgNumerose spiagge d’una bellezza commovente,  che non si riesce ad esprimere come si deve.  Quell’acqua cristallina,  contenta e sbarazzina. Quei riflessi ondivaghi dal colore celestiale.   Quella sabbia bianca che dispiace togliersi dai piedi.  Quelle palme che ombreggiano la spiaggia come fossero state piantate dall’Ufficio del Turismo. Quelle onde oceaniche che si infrangono lontano,  sulla barriera corallina,  ed arrivano a riva scodinzolando.

img_20170211_115203.jpgPiccolina (due terzi dell’Elba)  e rotondetta, l’isola di Marie Galante e’ francese e sta fra la Guadalupa e la Dominica,  nelle Antille,  ai Caraibi.

Ma non solo le spiagge.

L’interno e’ un altipiano vallonato agricolo e bucolico.  Vi si coltiva quasi esclusivamente la canna da zucchero,  soprattutto per farne del rum,  reputatissimo in Francia.  Le distillerie Bielle e Bellevue sono visitabili e si possono fare degli assaggi. I prezzi di certe bottiglie sono largamente superiori a quanto ci si potrebbe attendere. Ma ciò fa parte un pò della retorica tutta francese delle meravigliose isole delle Antille con il suo rum e le sue ragazze dalla pelle ambrata. Una delle quali arrivò perfino ad esser moglie di Napoleone: Josephine de Beauharnais che fu anche regina d’Italia, giusto per dire. Nata alla Martinica.

Prima schiavi,  poi lavoratori,  ora spesso piccoli proprietari,  la popolazione di Marie Galante vive in belle case sparse in campagna ed e’ attaccatissima alla img_20170209_162639.jpgtradizione.  Si vogliono ancora utilizzare i carri trainati dai buoi, si alleva del bestiame in modo antichissimo, si rifiuta il catasto affidando la prova della proprietà alla memoria collettiva, si rifiutano con grande fermezza i tentativi di speculazione immobiliaria-turistica (che hanno distrutto Saint Martin). Mi dicono che i locali non vendono terre o case ai forestieri. Al massimo affittano per brevi periodi. Solo dopo molto tempo acconsentono a vendere a delle famiglie che hanno dimostrato, anno dopo anno, di comportarsi come si deve: ormai quegli stranieri sono diventati di casa ed è concesso loro comprare. Questo è un atteggiamento assolutamnte anticommerciale ed diseconomico, ma che ha permesso all’isola di restare un luogo di pace e non un bordello a cielo aperto. Grande rispetto per questi abitanti.

Oltre la canna da zucchero, pochissime altre attività;  un po’ di turismo,  discreto e poco visibile: molte case in affitto, pochissimi alberghi e di piccole dimensioni.

Tre borghi, sbiaditi dal sole e tramortiti da perenne siesta. Scalcinati come tanti borghi marinai nel Mediterraneo degli anni ’60.

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Le casette in campagna sono spesso colorate e graziose. In molti casi attendono i proprietari, emigrati in Francia e che vi ritorneranno ormai in pensione.

Quindi pochi abitanti, delinquenza quasi inesistente, traffico simbolico,  una grandissima calma, rapporti facili con le persone.  Una deliziosa situazione di serenità, pace,  familiarità’. Pare di aver vissuto da sempre su queste plaghe felici e di non volersene andar mai. Peccato qualche lieve accenno di razzismo contro i bianchi, come alla Guadaloupe.

Questa isola merita,  da sola e di gran lunga,  un viaggio ai Caraibi.

Esiste un lato negativo (oltre al fatto che la sera non c’e’ niente da fare).  Come in tutte  le altre isole francesi manca completamente il sapore tropicale,  la musica,  la voglia di vivere,  la gente in strada,  la calda confusione delle notti, tipiche di questa parte di mondo.

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Resti di un molino a vento per macinare la canna da zucchero.

Il benessere, il welfare, l’emigrazione facile, gli infiniti aiuti agli individui,  alle famiglie,  alle attività agricole;  la pressione,  tipicamente francese e fortissima, contro ogni espressione culturale che non sia quella nazionale elaborata nei salotti parigini; tutto ciò ha fatto di questo popolo un insieme di piccoli e benestanti francesi.

Meglio cosi’ per loro,  certamente, ma insipido per il turista.

Son poi venuto a sapere che, purtroppo, quest’isola presenta una difficoltà inattesa: i sargassi. A certe epoche dell’anno grandissime quantità di queste alghe arrivano a riva, sul lato di Capesterre, dalla parte dell’Oceano, e vi si fermano. Finiscono per marcire ed un insopportabile odore di zolfo si spande nell’aria. Gli stessi abitanti sono costretti a lasciare le loro case e a trasferirsi da parenti all’interno dell’isola. Il Comune cerca di portare via le alghe, ma le quantità sono talmente grandi che il lavoro è lungo, difficile ed eccessivamente costoso. Quel poco di turismo che c’e’ langue e gli esercizi devono chiudere. Poi la situazione si risolve, ma nel frattempo son passati dei mesi. Una polemica senza fine contrappone gli abitanti della zona all’Amministrazione statale che non è abbastanza rapida nell’agire. Ma si sa che i francesi trattano questi luoghi come colonie, come posti da ex-schiavi.

Martinica, chi? 

Altra isola francese ai Caraibi,  prossima alla Guadalupa, la Martinica e’ un posto del tutto eccezionale. Sono infatti pochi, al mondo, i luoghi così totlamente privi di interesse. I Caraibi sono altrove,  le spiagge anche.

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Navi da crociera e grattacieli nel porto di Fort de France.

Piu’ piccola della Guadalupa,  ma molto piu’ ricca, sviluppata e frenetica. Grandi zone industriali, autostrade,  svincoli, ingorghi, incidenti,  stress in quantita’. Misteriosi i motivi di tanta attivita’ economica.  Popolazione molto meticciata nei geni,  nella mentalita,  nei costumi rispetto alla Guadalupa, dove due popoli si fronteggiano, quindi meno razzismo.

Assoluta mancanza del sapore tropicale. Invasione di pensionati francesi, ogni coppia nella sua villetta, in stile finto caraibico con la barchetta parcheggiata nel giardino.

Qualche spiaggia modesta,  paesi brutti,  gli stessi problemi di bassa qualita’ di vita della Guadalupa,  un vulcano che nel 1902 fece 26.000 morti, prezzi alti.

La piaga delle navi da crociera che sbarcano per poche ore torme di turistame famelico di attrazioni che non troveranno.

Nient’altro. Con una eccezione.