
Un invito alla Tasmania
Come ben sanno i lettori del Viaggiatore Critico questo blog non ha mai ospitato contenuti commerciali. Non c’è pubblicità, non si vende niente, non si promuove nessuna cosa.
Oggi si fa una eccezione. Il Viaggiatore vi presenta un libro scritto da un amico suo, Alessandro Vergari. La faccenda è curiosa a più livelli e quindi merita di essere conosciuta. È una specie di guida turistica romanzata di un posto lontanissimo e ben poco frequentato dagli italiani: la Tasmania. Ma la cosa ancora più curiosa è che l’autore, in Tasmania, non c’è mai stato. E allora di che scrive? Di vere storie della Tasmania che lui ha raccolto qua e là ed organizzato in una sorta di romanzo. Fa finta di essere in un luogo e lo racconta; ormai c’è veramente bisogno di andare in un luogo per sapere tutto di quel posto? Non esiste forse Google Maps e Street? Il Vergari di queste guide immaginarie ne ha già fatte e pubblicate diverse, dei posti più impensabili, tutte ricche di storie fra le più strane che fanno venir voglia di andarci davvero in quei luoghi.
In questo caso invece di far finta di esserci andato lui in Tasmania, ci dice che ci sia stata sua figlia, in modo da variare la scenografia generale e ringiovanirla.
Ma non solo. Altra particolarità del libro è la formula scelta per pubblicarlo. Con la casa editrice Bookabook che lo farà uscire solo a condizione che raggiunga le 200 copie preordinate. Quindi il lettore ordina e paga il libro, se dopo un certo tempo si sono raggiunte almeno le duecento copie pagate, l’editore mette mano al libro, lo edita, fa la copertina, lo stampa e lo manda. Se non vengono raggiunte le 200 copie rende i soldi e non se ne fa più di nulla. Un modo come un altro per evitare la pubblicazione di libri zombie ed assicurarsi invece che l’opera sollevi un interesse certo presso il pubblico. Quindi ecco che l’autore si sbraccia per dare a conoscere il suo libro ed ecco anche perché ne sto parlando in questo blog. L’operazione è molto interessante.
Ma non solo. Ho anche scoperto che se si acquista (a 10 euro) una copia dell’ebook, questo viene immediatamente inviato dall’editore nella versione non edita. Si riceve quindi il manoscritto dell’autore, salvo poi ricevere la versione edita, impaginata e rimessa in sesto dopo che saranno state raggiunte le 200 copie. Quindi se comprate l’ebook il libro lo leggete subito subito.
Il titolo (provvisorio) del libro è: “Che diavolo ci faccio in Tasmania – Guida semiseria di un paese che non ho mai visitato, ma che conosco come le mie tasche” e per acquistarlo il link giusto è questo: https://bookabook.it/libro/che-diavolo-ci-faccio-in-tasmania-guida-semiseria-di-un-paese-che-non-ho-mai-visitato-ma-che-conosco-come-le-mie-tasche/
E per motivarvi all’acquisto riproduco qui, alla rinfusa, alcuni passi del libro, come antipasto.
“Ci fermiamo un attimo qui, ai Giardini Botanici, ti faccio vedere a fair dinkum plant”. Disse
David.
“Fair dinkum?” chiesi “Si, è un modo di dire per indicare una cosa davvero particolare”.
Entrammo nel giardino dal bel cancello vittoriano che cinge tutta l’area e scoprii, con mia
meraviglia, che era addirittura gratis. David mi portò a vedere il Giardino Giapponese e poi il
giardino con le piante subartiche, provenienti dall’isola di Macquerie, il possedimento più a
sud dell’Australia.
Di questa isola poi ti racconterò una storia molto interessante. Disse David, mentre osservavo
i vari tipi di felci e soprattutto di muschi che formavano come dei giganteschi e invitanti cuscini
verdi.
“Ed ecco qui la Wollemia”. Disse David, presentandomi l’esemplare come si conviene a una
diva del cinema. “Hai di fronte a te una delle piante più rare al mondo, presente in natura solo
in una remota gola del Wollemi National Park. Sembra che in natura ne esistano solo un
centinaio di esemplari, ma ci sono degli esemplari anche in vari giardini, tra cui, se ricordo
bene, all’Orto Botanico di Lucca e nel Giardino dei Semplici della tua città”.
“Ah si? Incredibile” risposi, “non lo sapevo. Quando torno a casa l’andrò a salutare”.
David poi mi guidò dentro una serra davanti fino a un piccolo arbusto; “ecco la nostra perla
più preziosa, la Momatia tasmanica, che chiamiamo King lomatia. Questa pianta è
probabilmente l’essere vivente più antico del pianeta.” David misurò teatralmente una lunga
pausa, poi aggiunse con modestia “il giovanotto ha circa 43.600 anni.”
“Quarantamila cosa?” Risposi a bocca aperta, non credendo alle mie orecchie.
“Si, hanno fatto più volte delle analisi con il carbonio-14 e tutte confermano la sua antichità.
La cosa più incredibile è che la pianta e sterile, per cui tutti gli esemplari conosciuti sono
derivati da una pianta madre comune. Fu solo la curiosità di Charles Denison “Deny” King, un
cercatore di stagno, che scoprì la pianta in un angolo remoto del Southwest National park. Gli
esemplari che compongono la colonia attualmente nota sono circa 500 e coprono un’area
complessiva di 1,2 km nell’estremo sud-ovest della Tasmania. Naturalmente l’accesso a
quest’area è proibita al pubblico per evitare di danneggiare la pianta, data la sua estrema
rarità”.
“Port Arthur…” sospirò quel nome come se fosse troppo pieno di storie da raccontare.
“Scommetto che nessuno ti ha parlato di quello che è successo qualche anno fa. Altro che
fantasmi!”. “No! Cosa è successo” gli domandai con curiosità.
“Una brutta storia, proprio brutta. Il protagonista è un giovane, Martin Bryant, di 29 anni,
capelli biondi, un passato di disagio psicologico, di vita fatta di piccole violenze e un’assoluta
mancanza di rispetto dell’altro. Devo continuare?”. “Si!” risposi, non immaginando il seguito.
Era una bella giornata del 28 aprile 1996. Siamo al Broad Arrow Cafè a Port Arthur, ci sono
molti turisti contenti di iniziare la giornata di vacanza quando Martin estrasse la sua colt e
iniziò a sparare a tutti, ma proprio a tutti. In due minuti spara 17 volte, uccidendo 12 persone
e ferendone altre 10. Altro che Tarantino!” “Mamma mia” fu l’unica cosa che mi venne da dire
cercando di immaginare il terrore di quelle persone. “Ma non è finita qui! Uscito dal cafè, va
nel vicino negozio di regali e continua a sparare. Il conto sale a 20 morti e 12 feriti. Nel
parcheggio trova un fucile in un’auto e inizia a sparare anche con quello uccidendo altre
persone. Ferma poi una macchina con una madre e due bambine di 6 e 3 anni che fredda con
un colpo in testa, senza pietà. Poi si barrica in una casa poco distante, braccato e circondato
dapiù di 200 agenti della polizia. Si arrenderà il giorno dopo, uscendo con le mani in alto
mentre la casa brucia. Lascia dietro di se 35 morti e 23 feriti, e una scia di orrore mai più
dimenticata dai protagonisti”. “E di lui, cosa ne hanno fatto?”. “Si voleva
proclamare innocente, ma gli hanno dato un ergastolo per ogni vittima.”
Eravamo arrivati a Malaleuca, il posto più remoto della Tasmania.
Salutammo Angel che ripartì subito dopo, con quattro escursionisti sporchi e provati da
evidenti giorni di camino, “sono reduci dal South Coast Track!” mi dissero con una nota di
rispetto e grande considerazione.
Venni a sapere solo dopo che questo percorso, in realtà lungo solo 85 chilometri, è considerato
uno dei più difficili delle terre australi perchè devi essere in completa autonomia e devi lottare
con il vento, la pioggia, i guadi e le zanzare su terreni scoscesi e scivolosi. Insomma, se riesci
ad arrivare alla meta sei davvero un eroe.
Seguendo una passerella di legno giungemmo in breve davanti a una capanna di legno,
assediato da un giardino che ormai aveva vita propria. “Ecco la nostra capanna per qualche
giorno!” disse Alex con entusiasmo pensando di farmi una sorpresa. Non facemmo in tempo a bussare che ci aprì una signora dai corti capelli castani e con gli occhiali, ma energica nel fare. “Ben arrivati ragazzi! Ciao Alex, come sta tua madre?” Bene Janet, ti saluta. Questa è Gaia, la mia amica italiana”. Disse Alex con un certo orgoglio. “Piacere Gaia, bel nome. Io sono Janet, la figlia di Deny. Benvenuta nella nostra
capanna a Malaleuca”. “Era l’ora di pranzo e visto che il cielo si era schiarito ci accomodammo
fuori della capanna su delle sedute di legno. Alex aveva preparato dei panini con del ceddar,
Janet prese da casa una lattina di carne con delle verdure. Da queste parti non bisognava
avere molti desideri.
“Qui abbiamo sempre accolto i camminatori” esordì Janet, “Quelle altre due capanne,” e indicò
due piccole strutture prefabbricate simili a dei piccoli hangar di colore verde, “le abbiamo
costruite noi, con altri volontari, per dare un tetto stabile a che percorreva il sentiero. Per
molti è stato l’unico posto, dopo giorni, dove sono potuti stare un po’ all’asciutto. Qui piove una
media di 3 metri d’acqua all’anno e piove 2 giorni su 3!”. Janet preparò un caffè e
appena bevuto si alzò e ci rimise in moto.
“Stasera poi ci racconteremo delle belle storie, ora venite con me lungo il Needwonnee Walk,
un percorso per capire qualcosa di più sui primitivi abitanti di quest’isola.”
Il percorso era breve e seguiva il bordo della zona paludosa tra il lago e il Malaleuca Creek.
Era stato ricreato un piccolo accampamento degli aborigeni, con delle semplici capanne
ricoperte da una singolare erba che cresce con delle foglie sottili e lunghe, come capelli, che in
grosse matasse riescono a rendere impermeabile il tetto. Altri semplici oggetti sono lasciati a
mostrare come fosse primitiva la vita di questi nomadi cacciatori, che nonostante il clima
inclemente, riuscivano a sopravvivere.
Ci fermammo poi a lungo in un angolo per cercare di osservare i rari pappagalli dal ventre
arancione, che in poche coppie sopravvivono solo qui, ma non fummo fortunati.
Il tempo cambiò, inizò a piovere di nuovo e rientrammo in capanna in tempo per il thè delle 5.
Piovve tutta la notte. Chissà se Angel sarebbe tornato a prenderci.
Il sogno di una nuova Gerusalemme
Appena ci fu luce, ci svegliammo e uscimmo fuori dalla camera. Janet era già in piedi intenta
a farsi una tazza di caffè. “Buongiorno ragazzi, i vostri piani oggi?” Alex rispose mestamente
che, visto il tempo, saremmo rimasti qui. Le previsioni non erano incoraggianti. “Allora mi
potete accompagnare. Devo fare un giro della baia e mi piace farlo in compagnia.” “Anche con
questo tempo?” Risposi impensierita. “Se hai fatto i boy scout dovresti saperlo, non esiste
brutto o cattivo tempo. Esiste solo un buono o cattivo equipaggiamento. Vi presto delle cerate.”
E così poco dopo ci trovammo a fendere le tranquille acque del Malaleuca Creek per sbucare
nella più ampia Forest Lagoon e poi nel Bathurst Harbour. “Questa baia ha circa 6 chilometri
di ampiezza, ma il suo fondo è di pochi metri. Non vedete niente perché le acque dei suoi
tributari sono così piene di tannini derivate dai residui vegetali, che rendono l’acqua del colore
di una birra al malto.” ci spiegò Janet urlando per superare il rumore del fuoribordo. Virammo
verso ovest e in breve ci inoltrammo in uno stretto canale. “Questo è il passaggio, lungo 4
chilometri e in un punto largo poco più di 100 metri, che permette di passare nella successiva
Joe Page Bay… vedete quelle due penisolette davanti a noi? Bene” continuo Janet dopo il
nostro assenso, “da lì passa il Port Davey Track, un altro trekking da veri bushman”.
Quando entrammo nella Joe Page Bay smise di piovere e aumentò la visibilità. Quello che ci
circondava era un mondo primordiale. Era molto probabile che gran parte di quello che
vedevamo non fosse stato toccato dall’uomo da anni, o forse, da sempre. L’immagine di quel
momento fu una precisa percezione di wilderness, assoluta. Lo dissi ad Alex. “Io ci sono
abituato, ma qui siamo all’ennesima potenza del concetto di wilderness.”mi rispose, alzando
rispettosamente il suo akuba, salutando con rispetto la natura che ci circondava. Lo stretto
diventò di nuovo angusto, a un certo punto quasi sbarrato dalla Munday Island, ma dopo il
Turnbull Point si allargò definitivamente nella grande baia di Port Davey e iniziammo a
sentirne la differenza. Appena usciti dalla protezione delle sottili Breaksea Islands l’pnda
lunga dell’oceano divenne impressionante e, con mia grande consolazione vidi Janet fare
un’accorta virata per tornare indietro.
“E’ troppo mosso, non mi fido a traversare ancora 4 chilometri di baia con queste onde. Ci
fermiamo alla spiaggia di Bramble Cove”. Tornammo quindi un po’ indietro e Janet arenò la
barca su una tranquilla spiaggetta, tirò fuori un fornello a petrolio, una teiera, e mise a bollire
un po’ di acqua. “So che ne avete presa abbastanza di acqua, fuori, ma questa fa bene dentro.”
disse con perfetto humor britannico.
“Sarebbe stato nella baia dove non siamo arrivati che doveva sorgere la nuova Gerusalemme,
la capitale di una nuova terra promessa, per accogliere il popolo ebraico.” Iniziò a dire Janet.
“Non ho mai sentito prima questa storia, ma è vera?” interruppe Alex, “Non è una furphy, una
leggenda metropolitana! Negli anni ’30 del secolo appena passato, sentendosi minacciati in
Europa, alcune organizzazioni ebraiche cercarono alternative libere alla Palestina, preferita,
ma comunque abitata, per dare una patria sicura al proprio popolo. Furono avviati dei
contatti con il governo australiano e fu individuato nello stato del Kimberley, nel nord ovest
dell’isola, allora quasi deserto, una possibilità, ma l’inizio dell’ultima guerra bloccò tutto”.
“E questa baia desolata cosa c’entra?” chiesi. “Siamo molto lontani dal Kimberley”.
“E’ vero Gaia, ma le idee viaggiano lontane e i casi della vita sono imponderabili!” Rispose
Janet. “Si dà il caso che dell’idea venne portata avanti dalla giornalista Caroline Isaacson, che
con la sua bellezza aveva fatto innamorare di se uno stravagante giovanotto, Critchley Parker
Jr. figlio di un benestante editore che aveva scritto il libro “Tasmania: the Jewel of the
Commonwealth”.
“Ci sono tutti gli ingredienti per un dramma”, anticipò Alex.
“Si” continuò Janet, “infervorato dall’idea di creare un nuovo mondo e di essere considerato da
Caroline, Critchley preparò lo zaino con il suo diario e partì per fare una ricognizione proprio
di queste zone, per descriverle e invogliare la venuta dei futuri coloni…” “Ma…?” aggiunsi io,
curiosa di come andasse a finire.
“Il ragazzo era abituato a camminare, ma non qui. Qui la natura non fa sconti.” Disse con
severità Janet.
“Già ammalato di tubercolosi, con una attrezzatura non adeguata, con una scorta di cerini che
finì molto prima del previsto, perennemente bagnato, cercò per ben tre volte di salire sul vicino
Monte Mackenzie per segnalare con un fuoco la richiesta di aiuto, ma inutilmente. Nel suo
sacco a pelo, in attesa della morte, scrisse le sue idee per la nuova Gerusalemme. Il posto si
sarebbe chiamato Poynduk, prendendo spunto dalla parola indigena per cigno, come simbolo
di purezza, tolleranza. Sarebbe stato un posto aperto a tutti, dove lavorare 35 ore la
settimana, con un mese di ferie pagato, e dove per prima cosa sarebbero state costruite scuole
e università. Dove ogni componente ebraica avrebbe portato avanti i lavori che sapeva fare
meglio, si sarebbero sviluppate fabbriche e laboratori e dove sarebbe stato chiamato Le
Corbusier per progettare la città e dove ogni anno si sarebbero tenuti i Tasmanian Games, ma
non di sport, solo competizioni di poesie, di pittura, ceramica, o altra forma d’arte. Insomma,
un incredibile visionario.” concluse Janet, mentre io avevo gli occhi lucidi nel pensare a questo
giovane disperso, solo, in questa immensità. “Ricorda un po’ la storia di Christopher
McCandless, quella raccontata nel film into the wild. L’hai visto tu Gaia?”, mi chiese Alex.
Feci di si con la testa, poi chiesi a Janet, “e poi?”
“Fu trovato sei mesi dopo la morte da un cacciatore, il suo cane aveva fiutato il suo corpo
ormai decomposto in quel che restava di un sacco a pelo. Il suo diario però era ancora leggibile
e nelle sue ultime note c’era scritto questo; quando sei in dubbio, fai una cosa coraggiosa.”
Ritornammo al capanno ancora sotto la pioggia, ma questa volta, per fortuna, era di spalle.
Dopo cena accendemmo la stufa a legna per toglierci l’umidità di dosso. Janet ci offrì un
bicchierino di un liquido scuro e denso e ci invitò ad assaggiarlo. “Provate e ditemi cosa ne
pensate. E’ il mio nocino. La ricetta me l’ha data una ragazza italiana vedendo le noci
dell’albero che avevamo piantato qui nel dopoguerra. Non ero una patita di questi superalcolici,
ma l’assaggio fu assai gradevole e aumentò il piacere di una serata passata a guardare le
ipnotiche fiamme della stufa dallo sportello di vetro.
Furono forse le strisce cangianti del fuoco che a un certo punto mi richiamarono un animale
leggendario di quest’isola di cui avevo visto una foto in bianco e nero. “Ma tu hai mai visto la
tigre della Tasmania?” domandai a bruciapelo a Janet.
Ci mise un po’ di tempo a rispondere, poi iniziò a raccontare. “Era il 10 febbraio del 1964, me lo
ricordo bene perché era il mio compleanno, ed eravamo con mio fratello sulla Pandora Hill, il
primo rilievo a sud est di qui. Eravamo sul bordo di una piccola radura, da cui osservavamo la
fauna e prendevamo appunti sugli avvistamenti fatti che all’improvviso gli uccelli dal lato
opposto a noi si alzarono in volo, spaventati evidentemente da qualcosa.
Era l’imbrunire, quindi le condizioni di luce non erano più ottimali, ma a un certo punto uscì
dal bosco un curioso animale, grande come un cane, anzi simile quasi a un levriero, agile e
snello, con una serie di strisce sulla schiena, una caratteristica unica della tigre della
Tasmania”.
Il legno scoppiettò con vigore, quasi a dare un segno di imprimatur alla storia, ma Janet si
affrettò a precisare, ma forse erano solo le ombre delle foglie sul dorso di un cane selvatico. In
effetti l’ultimo esemplare noto era morto nel 1936, ma altri sporadici avvistamenti erano stati
fatti anche nel dopoguerra”. Mi venne in mente la riproduzione che avevo visto al Salamanca
Market. Doveva essere emozionante vederla in natura, libera.
“E Deny cosa disse?” chiesi a Janet. “Senza prove sicure non si poteva dire niente. La sua
fantasia e la sua voglia e desiderio di vedere in natura questo animale era così forte che forse
non fu altro che il frutto di una potente suggestione”.
“Sembra addirittura che vogliano clonarlo” intervenne Alex, “gli scienziati hanno abbastanza
materiale genetico per provarci, ma sono esperimenti pericolosi.”
La sera, attraverso la radio avevamo saputo che il tempo aveva una schiarita e, con buona
probabilità, Angel sarebbe venuto e così la mattina rimanemmo nei pressi del capanno.
“Arrivederci ragazzi, io vado a fare un po’ di birdwatching. Spero di rivedervi presto” ci salutò
Janet allontanandosi, poi giratasi un attimo ci domandò; “avete visto la foresta di remi di mio
padre? No? Allora seguite questo sentiero fino al prossimo boschetto. G’day!”
Incuriositi ci avviammo per lo stretto sentiero e in poco tempo arrivammo in questo
gruppo di alberi, che emergeva rispetto al piano palustre in mezzo ai quali erano stati
piantati decine di remi dalla parte dell’impugnatura, lasciando le pale, di varia lunghezza e
larghezza, all’aria, dando l’impressione di steli, intagliate da chissà quale falegname, in gran
parte ormai completamente colonizzate da muschi e licheni.
Feci qualche foto da mandare a mio padre. Pensai che poteva essere un ottimo spunto per le
nuove installazioni del suo orto.
Il suono lontano di un motore ci fece sobbalzare e ritornare alla capanna a prendere i nostri
zaini, Angel stava arrivando!