L’iboga, la sostanza degli antenati

L’arbusto dell’iboga.

Quello allucinogeno è uno dei molti turismi possibili. Ne abbiamo parlato a proposito dell’ayahuasca in Brasile e delle canne in India. E’ un turismo come un altro, esperienziale diremmo. In Gabon si può andare per provare l’iboga, una sostanza allucinogena. L’alcaloide responsabile degli effetti psicotropi è stato denominato, con pochissima fantasia, ibogaina. Si estrae da un cespuglio – alberello dai caratteristici frutti gialli a forma di uovo appuntito. La pianta è originaria dell’Africa Centrale: Gabon, Cameroun, Congo. L’alcaloide è contenuto nella corteccia delle radici. Che io sappia le altre parti della pianta non sono utilizzate.

Intorno all’iboga ruota tutto il mondo spirituale di gran parte dei popoli del Gabon. E’ probabile che siano stati i Pigmei a scoprirne gli effetti. Le conoscenze botaniche di questo popolo sono stupefacenti; si può dire che fanno parte della foresta, che ne sono figli e fratelli. Nei millenni hanno imparato ogni dettaglio delle piante, compreso ciò che produce la masticazione delle radici di questa pianta. Ciò vuol dire che hanno masticato le radici di ogni pianta (ed anche tutte le altre parti) scoprendone gli insospettabili effetti.

Come ogni sostanza psicotropa naturale anche l’iboga è stato arruolato nel mondo spirituale diventando un mezzo per entrare in contatto con gli spiriti. L’uso di questa radice è passato dai Pigmei agli altri popoli che arrivavano in quella foresta oggi gabonese ed, infine, anche ai Fang che sono diventati dominanti nel paese. In quel coacervo di culture si è venuta formando una religione animista e sincretista chiamata Bwiti nelle cui cerimonie l’iboga ha un ruolo centrale. Lo si usa per iniziare le persone che vogliono entrare nella religione (non tutti lo fanno) e poi lo si usa durante le cerimonie collettive ed ancora viene usato dagli sciamani per i riti durante i quali si curano i corpi e gli animi di chi richiede le cure. Lo si chiama “legno sacro” e solo gli adepti possono raccoglierlo, trattarlo, conservarlo, assumerlo. Non ne sarebbe permessa la vendita alle persone estranee al rito che nemmeno avrebbero il diritto di raccoglierlo. Pper questo motivo nessun adepto indicherà ad un estraneo quale sia la pianta dell’iboga e dove la si può trovare.  Inutile di chiedere un pezzettino, giusto per provare. Non è concepibile un uso ludico della sostanza; non si deve consumare al di fuori delle occasioni religiose, magiche, curative, vaticinatorie. L’iboga è, per i gabonesi, una cosa molto seria, tanto che è stata dichiarata “tesoro nazionale” dal Governo del Gabon. Almeno in teoria.

Alla cerimonia di iniziazione, che dura diversi giorni, si somministrano elevatissime quantità di iboga all’iniziando, il quale è recluso in una capanna e sottoposto ad un severo regime alimentare. Fra gli effetti dell’iboga vi è l’insensibilizzazione della pelle. L’iniziatore, allora, punzecchierà l’iniziando con uno spillo e continuerà a somministrare iboga fino a quando questo smetterà di sentire dolore. Invece, durante le cerimonie del Bwiti gli officianti danzano e suonano tutta la notte, fino a quando il cielo divenga ben chiaro. Di tanto in tanto si allontanano dalla scena e si sa che sono andati a masticare un po’ di “lagno sacro” che darà loro la forza di continuare a danzare e a picchiare come dannati sui tamburi.

Gli effetti dell’ibogaina sono molteplici e dipendono molto dalle quantità assunte. A livello fisico si ha: nausea, vomito, difficoltà di dormire, rallentamento della frequenza cardiaca, insensibilità cutanea, incapacità di muoversi. A livello mentale sono molto interessanti: si hanno esperienze oniriche legate al vissuto personale. Nella fase di massima azione della sostanza questi “sogni” sono slegati dalla realtà cognitiva. In una fase successiva si integrano alle vicende cognitive del soggetto. Aumenta fortemente la capacità introspettiva e l’analisi della propria identità. La durata di tali effetti non va oltre le 24 ore, ma la capacità di profonda autoanalisi del soggetto dura anche per mesi. Si hanno allucinazioni solo con l’assunzione di forti dosi.

Cerimonia notturna del Bwiti nei pressi di Lambarené. Anni ’90. I danzatori assumevano costantemente piccole quantià di iboga per poter reggere alla fatica di una danza che dura oltre 10 ore praticamente ininterrotte.

Un ulteriore, importantissimo, effetto dell’iboga sarebbe la rapidissima azione disintossicante da eroina e cocaina. Molte fonti riportano che con una o due assunzioni di iboga viene completamente eliminata la dipendenza da quelle sostanze. La cosa sembra miracolosa e, come per caso, la legislazione italiana ha definito illegale il possesso e l’uso dell’iboga nel 2016. Tale utilizzazione dell’iboga potrebbe essere eccezionalmente utile. Dispiace vedere che apparentemente nessuno si occupi di questo aspetto.

Si riportano casi di decessi per l’uso dell’iboga, probabilmente a causa degli effetti sul rallentamento del cuore e per la diminuzione della pressione.

Detto tutto questo, torniamo al nostro turismo allucinogeno. Può un turista andare in Gabon e provare l’iboga? Certamente. Ci sono due vie, una difficile, che io intraprenderei ed una facile. Fate voi.

Quella difficile consiste nell’andare in una cittadina dell’interno (io consiglierei Lambarené, perché ci ho abitato) ma anche Mouila o Fougamou potrebbero andar bene. Ci si installa e si comincia a parlare con la gente, con calma, gentilezza e garbo. In francese. E si comincia a porre, alla lontana, delle domande. Ci saremo forniti di una moto e con quella si andrà in giro nei villaggi, bevendo il vino di palma, Dopo molti giorni o qualche settimana si potrà chiedere dell’iboga. E’ escluso che vi propongano di farvi iniziare; ci vogliono anni per arrivare a quel punto. E’ anche escluso che vi offrano apertamente di darvi dell’iboga: è proibito darlo ai non iniziati. Ma siamo in Africa ed i bisogni sono molti. Prima o poi qualcuno che ve lo rifila sottobanco si trova. E’ molto probabile che vi diano una patacca; bisognerà stare attenti e non pagare se non dopo l’uso (al quale il venditore deve essere presente). Ma questi sono accorgimenti che ogni utilizzatore di sostanze conosce a menadito. Quindi lo potete provare; stando attenti, in presenza di una persona fidata e sobria e, possibilmente, vicino ad un medico.

La seconda via è banale. Andate a trovare Tatayo, a qualche km da Libreville (la capitale del Gabon). E’ un francese che si è fatto iniziare secoli fa e che ha montato una ONG che ha uno spazio dove ospita voi e gente come voi che si fa iniziare. Il soggiorno di una decina di giorni costa qualche migliaio di euro (tutto compreso, s’intende). Un paio di clienti gli sono morti, ma gli altri son contenti. E’ una vera iniziazione? No, certo. Manca completamente il contesto. Il Bwiti è una religione e le religioni non si improvvisano durante un viaggio (checché ne dicano quelli che vanno in India). Ma potrete dire di essere stati iniziati e, comunque, proverete l’iboga.

Non è una cattiva idea.

 

 

 

 

Una bellissima esperienza in Brasile

La preparazione della ayahuasca. Foto di Awkipuma, via WikiCommons

Ebbene, sì! Una delle peggiori esperienze fisiche che ci succedono, il vomito, può invece entrare a far parte di una bellissima esperienza e si può trasformare in vicenda desiderata, invece che detestata.

Tutto ciò succede soprattutto in Brasile, ma anche nel resto dei paesi amazzonici. La cosa è interessantissima e può meritare un viaggio, nonostante tutto quello di terribile che ho detto sul Brasile ed il Sudamerica qui, qui e qui.

La faccenda si basa sulla ayahuasca. Si tratta di una liana amazzonica il cui decotto insieme ad alcune altre erbe, provoca delle vivissime allucinazioni visive. Il bello è che non da assuefazione, disturbi della personalità od effetti collaterali. Salvo, appunto il vomito e, a volte, un pò di diarrea. Ma questo vomito è gradevole, è una liberazione del corpo e lo si fa volentieri; non è accompagnato da quei tremendi conati che accompagnano le indigestioni o le ubriacature selvagge.

E’ la sostanza su cui si basano tutte le culture sciamaniche del bacino amazzonico (lo stesso da cui viene la chicha de yuca). La sua importanza culturale è assolutamente fondamentale per tutti quei popoli, pesticciati dalla colonizzazione spagnola e portoghese.  Quindi il suo consumo era rigidamente normato e perfettamente conosciuto. Durante le cerimonie lo sciamano l’assumeva ed aveva delle visioni sulla base delle quali curava e guidava il suo gruppo.

Gli ingredienti del beverone. La ayahuasca è quella in alto. Si tratta di una grossa liana legnosa che si riconosce per essere attorcigliata su se stessa. Le foglie apportano il DMT, mentre la liana apporta gli inibitori dei distruttori del DMT prolungando il suo effetto.  Foto di Awkipuma via wikicommons.

In effetti le visioni sono potentissime: avvengono sia ad occhi chiusi che aperti. Il soggeto che l’assume è sempre presente a se stesso e può muoversi e parlare tranquillamente . Ma difficilmente lo farà perchè è assolutamente assorto dalla meraviglia di ciò che vede e dalla vividezza dei colori. Si è trasportati in un mondo fantastico, gradevole, meraviglioso. Non si ha paura, non ci sono nemici od angosce. Il mondo percepito è bello e amichevole. Ricordo di essere stato sovrastato da un enorme gorilla che mi stava proteggendo o di aver assistito ad una cerimonia religiosa in una pagoda giapponese in cui l’officiante era una ieratica amantide religiosa rivestita da un chimono. Bellissime visioni.

L’effetto dura una mezz’oretta, poi si vomita e si torna lucidi; ma una nuova ondata di visioni, sebben attenuate, ritorna fino ad un nuovo vomito. Così per due o tre volte. Se ne esce freschi e contenti come fringuelli.

Durante il ‘900 sorsero dei movimenti, in Brasile, che fondarono sulla ayahuasca dei movimenti religiosi sincretisti dove si mescolavano cattolicesimo, riti degli schiavi africani e pratiche sciamaniche. L’esponente fu un certo Mestre Irineu  il cui messaggio era comunque molto positivo, di pace, fratellanza, rispetto e sensibilità ecologica. L’assunzione del beverone trova, infatti, il suo miglior ambiente nel pieno della meravigliosa foresta amazzonica che diventa, alla volta, fornitrice e quadro delle visioni. E’ una sorta di abbraccio fra umanità e foresta.

Da un punto biochimico la faccenda è assai complicata: l’agente allucinogeno è il DMT che ha molto a che vedere con la serotonina e la psilocibina ed è anche normalmente prodotto dal corpo umano, durante la fase REM. Il DMT è in realtà assunto dalle altre erbe che compongono il beverone. La ayahuasca fornisce un altro composto che protegge il DMT, ne rallenta la metabolizzazione e quindi permette le visioni. A ben vedere si tratta, quindi, solo di sogni da svegli. E difatti la ayahuasca è più o meno permessa in quasi tutti i paesi. Si ritiene che il DMT prodotto naturalmente dal corpo sia alla base delle esperienze mistiche che si ritroano in tutte le religioni. Una sorta di ormone della spiritualità. Quindi i mistici sarebbero degli individui a forte produzione di DMT.

E bravo Mestre Irineu, da figlio di schiavi a Papa di una religione! Foto di Santo Daime via WikiCommons

Il centro di Irineu furono gli stati estremi del Brasile verso la Bolivia: Arce, Rondonia. Il punto di ingresso alle varie comunità è la città di Rio Branco. Creò dei centri religiosi; i suoi continuatori, sia pure fra divisioni e polemche sono ancora là, ma anche nelle grandi città. Evidentemente i movimenti prima psichedelici e poi new age della fine del’900 si gettarono sulla faccenda (anche da un punto di vista scientifico) ed i centri del Santo Daime (così chiamano la sostanza in Brasile) ebbero grande rilevanza. Esistono ancora ed è possibile passarci giorni e giorni di bevute, visioni, riflessioni mistiche (e vomito). Ma sono accetti anche quelli che vanno per semplice curiosità verso le sostanze.

Naturalmente la cosa è stata portata anche in Europa e in Italia. Vi sono dei centri a Milano e a Roma, sia pure sommersi dalle polemiche sulla natura del loro operato. La ayahuasca sarebbe soprattutto una faccenda mistica; gli organizzatori europei sembrano invece, sotto una vernice new age, particolamrente interessati all’aspetto meramente economico dell’iniziativa. D’altra parte gli sciamani amazzonici rivendicano le loro royalties tanto culturali quanto, a loro volta, economiche.

Il meglio è quindi volare nella Amazzonia brasiliana e continuare a volare con la sorpendente ayahuasca.

PS.

Per il viaggiatore interessato alla ayahuasca di Mestre Inrineu la situazione è un pò complessa. Infatti, dopo la sua morte, la chiesa si divise in due branche. La prima, da ritenersi quella autentica, ha come figura centrale la vedova di Irineu (una diciassettene che lui sposò quando aveva più di 60 anni, alla faccia del misticismo) ed è estremamente riservata e lontana dai mezzi di comunicazione. Su Internet si trova poco cercando Madrinha Peregrina (il nome della mogliettina) o CICLU (la sigla della Chiesa, quella scissionista si chiama CEFLURIS ). Pur apparendo poco, il numero dei loro seguaci e la potenza di questa chiesa è enorme. Per non contaminarsi con il mondo non hanno centri al di fuori di Rio Branco. La seconda linea (o linhagem, come dicono loro) è una sorta di chiesa scissionista, molto più aperta al mondo, ai social, all’economia, ai soldi, in poco parole. I centri del Santo Daime sparsi per il Brasile ed il mondo appartengono a questa setta.  Il percorso normale degli adepti è avvicinarsi alla ayahuasca per la via della setta scissionista e quando arrivano a Rio Branco, per il vero contatto con la Chiesa, cercano la linea di Peregrina, quella più autentica.

In ogni caso la faccenda sembra molto amichevole: niente fondamentalismi, molta libertà, ognuno fa un pò quel che vuole. Magari non fatevi riconoscere come i soliti tossici che non gliene frega niente, se non di avere le allucinazioni.

Se mi fate un fischio nei commenti vi do un pò di contatti personali.

Gli ultimi cannibali, Gabon.

I cannibali ci sono ancora, vanno in giro in SUV e doppiopetto. Tutto ciò succede in Gabon. L’Africa è un serbatoio infinito di storie antiche.

Il Gabon sarebbe anche una interessante meta turistica: in piena Africa centrale atlantica ha delle meravigliose foreste tropicali dense di straordinaria variabilità botanica, con esemplari assolutamente maestosi. E’ paese ricchissimo di fiumi e laghi che costellano le suddette foreste, come a Lambarenè. La costa ha infinite spiagge del tutto vergini: la zona di Fernand Vaz da sola vale il viaggio. Un paese poco popolato e pochissimo turistico fornisce grandi sensazioni a chi ci si avventura. Purtroppo caro e con pochi servizi per il viaggiatore.

Ma non sta in questo il fascino nascosto e sulfureo del Gabon. I francesi finirono di pacificarlo del tutto pochissimi anni prima dell’indipendenza; si può dire che è stato il paese che più a lingo ha resistito alla furia colonizzatrice degli europei. Il Gabon conserva nelle sue foreste un enorme patrimonio culturale ed antropologico. Vi abitano ancora dei gruppi di Pigmei con i quali è sempre piacevole scambiare quattro chiacchere. I Pigmei furono i primi abitatori, poi sopraggiunsero, per le intricate vicende della sconosciuta storia dei popoli africani, mille etnie diverse ancora vi convivono, fra molte difficoltà e conflitti. Le prime etnie che arrivarono sono di cultura matriarcale. Successivamente arrivarono i Fang, una etnia proveniente dagli attuali Cameroun e Guinea Equatoriale che occuparono tutta la parte settentrionale del paese, soppiantando i vecchi abitanti e, letteralmente, mangiandoseli.  Furono i francesi, con le loro delicate maniere a fermare l’avanzata. Perchè i Fang erano una etnia guerriera, espansionista, patriarcale, molto, molto decisa ed anche cannibalesca. Naturalmente i tempi son cambiati, i Fang non fanno più la guerra, ma i modi e le abitudini son dure a morire ed ancora persistono nel Gabon moderno. Capita di leggerene nelle conversazioni di certi gruppi gabonesi su Facebook.

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Si danza il Bwiti.

E qua entriamo nella vertigine dell’antropologia attuale del Gabon, nel suo mosaico di culture che si adattano al mondo moderno, pur conservando fortissime le caratteristiche ancestrali. E se gli altri popoli gabonesi impressionano per intelligenza e sensibilità ambientale (non scherzo affatto, sono maestri nelle due cose) i Fang hanno conservato l’abitudine delle società iniziatiche segrete fra uomini, come facevano prima, ai tempi dei guerrieri. Sono dei liberi gruppi, sostanzialmente separati dalle normali gerarchie dei clan e che possono assomigliare, per dare un’idea, alle nostre logge massoniche coperte.

I membri di questi gruppi si aiutano fra di loro e godono della direzione di uno stregone/maestro di cerimonie. Prima il mutuo aiuto si aveva in caso di guerra, ora lo si da nelle vicende della vita civile e politica. Infatti, i Fang puntano fortemente al potere politico, ed è naturale che in alcuni di queste società segrete si concentrino degli uomini di elevata posizione sociale, economica, politica con tendenza a conservare e ad aumentare tale rilevanza. Vi si ritrovano ministri, direttori di importanti uffici pubblici, commercianti, imprenditori. Non dimentichiamo che il Gabon è produttore di petrolio e di soldi ce ne girano tanti. Succede in queste società segrete quel che succede nelle logge massoniche da noi; ma con una forte presenza dei retaggi culturali Fang tradizionali.

I gruppi segreti organizzano cerimonie religioso-magiche. La religione più diffusa del Gabon è il Bwiti, unione sincretistica di religioni animiste e di cristianesimo, basato sul consumo della radice di una pianta (l’Iboga) che produce allucinazioni. A questa pacifica religione diffusa in tutto il paese e probabilmente originatasi in ambiente Pigmeo, i Fang hanno aggiunto i loro vecchi riti cannibalici.

Si consumano solo alcune parti del corpo: il sesso, per rinvigorire la prestanza sessuale; la lingua e le labbra per migliorare l’eloquenza; il fegato e il cuore per rendersi più coraggiosi; il cervello per l’intelligenza. Queste parti vengono tagliati in pezzetti e mescolate ad un’impasto di semi di zucca pestati. L’insieme viene avvolto in un fagotto di foglie di banano e bollito in acqua. Una volta cotto,  si scarta e si condisce con varie salse. Si tratta del cosiddetto “paquet de graines de citrouilles” assai buono e molto diffuso nella sua versione vegetariana.

I fornitori delle parti anatomiche sono dei poveri ragazzi e ragazze che vengono fatti rapire ed uccidere dal capo del gruppo. Ci fu un momento in cui il parcheggio del più grande supermercato di Libreville era chiamato “la macelleria umana” perchè i ragazzi di strada che lo frequentavano per aiutare i clienti a caricare i sacchetti della spesa e chiedere gli spiccioli, venivano attratti in macchina con dei pretesti e sparivano per sempre.

Non bisogna credere che il fenomeno sia residuale od aneddottico. Di queste pratiche la società gabonese è completamente intrisa nei suoi vertici. Vi sono prove? E vi pare che poliziotti e magistrati si mettano contro i vertici del paese, di cui i loro stessi capi fanno parte? Nell’azienda di colui che scrive venne trovato il cadavere di una donna a cui era stato asportato il pube….. Sembrava una scena da Mostro di Firenze.

L’aspetto intrigante è la totale commistione del piano ancestrale con quello moderno e del mondo rurale con quello cittadino.  Infatti lo stregone, il capo del gruppo, è spesso un oscuro contadino in un misero villaggio, che però organizza cerimonie per ministri e miliardari, nel buio delle notti tropicali, nel fitto della foresta. Cerimonie nelle quali vengono consumate le parti umane, come vengono chiamate….

In quelle cerimonie, attentamente organizzate, si rinsaldano i legami fra i partecipanti. La loro comune e profonda sottomissione al capo spirituale (più propriamente al padre spirituale) fa sì che i quelle persone diventano fratelli ed in quanto tali obbligati al mutuo aiuto ed appoggio. Se volete non è affatto diverso da quel che succede nella cerimonia della Messa dove non viene mangiata una parte di un povero ragazzo, ma addirittura di Dio. I partecipanti alla cerimonia gabonese, dopo il pranzo cannibalico si sentono più forti, più potenti e con questa rinnovata energia si gettano nelle loro attività politiche ed economiche.

Gli altri popoli gabonesi sono perfettamente al corrente della vicenda e sanno che i Fang continuano a mangiarli nello scopo di dominarli ancora di più. E di questo sono profondamente impauriti, scontenti ed infastiditi.

Può il turista penetrare tali arcani? Certamente no, ma con una buona guida potrà sentire storie che non immaginava nemmeno esistessero.

Lambarenè

Tronchi ogue
I tronchi vengono fatti galleggiare fino al mare per essere imbarcati.

Interessantissimo luogo, questa cittadina, su un’isola dell’Ogooué, il fiume madre del Gabon. E’ difficile per un turista viaggiare in Gabon a causa delle vessatorie condizioni per ottenere il visto, della scarsità di operatori turistici, dei prezzi cari e delle poche infrastrutture; ma tutto ciò sarà un piccolo prezzo per ciò che Lambarenè offre, in termini di storia, società e natura africana.

E’ luogo di incontro di numerose tribù di culture diverse: la discesa dei Fang da nord si è fermata qua, arrestati dai francesi coloniali. Che protessero le altre vecchie tribu locali, matriarcali, pacifiche ed esercitanti con convinzione una totale libertà sessuale.  Queste tribu del sud avevano già avuto fra l”800 e il ‘900 importanti rapporti con i commercianti europei: portoghesi, inglesi e, naturalmente francesi. Questi rapporti, non solo commerciali, ma anche molto più intimi, hanno creato una sorta di “classe intermedia” composta da meticci, nati in Gabon, ma di pelle più chiara degli altri. In molti casi i loro padri li fecero studiare o, comunque, li indirizzarono verso attività redditizie. Si sono soprattutto dedicati ai commerci o allo sfruttamento dei pregiatissimi legni di cui la sterminata foresta gabonese è piena zeppa. Gruppo bianco e nero insieme con caratteristiche proprie, spesso complesse e a volte contraddittorie. Questo mondo è molto ben descritto nel libro “La memoire du fleuve” di Christian Dedet.

A Lambarenè arrivò più di un secolo fa, anche il famoso dott. Schweitzer, che fondò il primo ospedale in quelle foreste profonde, diventando mondialmente famoso. L’ospedale esiste ancora e conserva alcuni vecchi padiglioni dei tempi, trasformati in museo.

Ma a Lambarenè, soprattutto, si affitta, mercanteggiando a lungo, una piroga con un bel motore e si fa un giro sui numerosi e grandi laghi che stanno a valle della città; vi si arriva discendendo il maestoso fiume Ogoouè. Tutto è interessentissimo: la foresta in certi punti ancora vergine (ancora per poco: le compagnie forestali asiatiche abbattono tutto quel che trovano), le macchie di maestoso bambu grandi come cattedrali, i villaggi sulle rive, le attività dei pescatori, i non infrequenti ippopotami, i piccoli campetti coltivati.

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Due gazzelle ed una scimmia in vendita sul bordo strada.

Non mancano gli aspetti eno-gastronomici, per quanto peculiari siano. Si beve vino di palma, che è un liquido biancastro, ottenuto dalla fermentazione della linfa delle palme. Vi si aggiunge della corteccia che da un gusto amaro e si beve nei villaggi: dissetante, va giù che è una meraviglia. Si beve a temperatura ambiente e quindi calda; eppure il sapore amarognolo e frizzante è comunque gradevolissimo. I gabonesi sono consumatori accaniti di cacciagione: a Lambarenè vi sono trattorie molto basiche specializzate in questo tipo di carni. Siamo tutti contrari alla caccia, senza dubbio, e mangiare serpenti, coccodrilli, lamantini, facoceri, gazzelle ed anche scimmie, tranquillamente seduti in un ristorante, è una cosa che ci riempe di sdegno. Anche perchè si tratta spesso di caccia di frodo a specie protette. Ci limiteremo quindi ad osservare gli altri mangiare tali animali. Alcuni gabonesi non concepiscono nemmeno la possibilità di mangiare carne allevata: vogliono solo quella di cacciagione e li vedi felici a ciucciare i ditini delle scimmie, uno ad uno.

Bwiti
Nella notte si danza il Bwiti.

Il culmine della visita a Lambarenè si ha se il viaggiatore riesce ad assisere ad una cerimonia del Bwiti, la locale religione. Danze che durano tutta la notte al suono di tamburi e con i danzatori in trance, grazie all’assunzione delle radici dell’Iboga, pianta potentemente psicotropica. Le cerimonie sono del tutto “vere”; non se ne fanno di fasulle per i turisti. Non è facilissimo capitare nel momento buono ed esservi ammessi. Ma l’esperienza è fortissima. Durante tutta la notte i suonatori percuotono con veemenza i tamburi. Di tanto in tanto uno si riposa, mentre gli altri continuano. Anche i tamburi vengono cambiati, posti con la pelle verso il fuoco in modo da asciugarla dalll’umidità notturna e restituirle la tensione e la sonorità voluta. Il fuoco è al centro, c’è sempre qualcuno che mette nuova legna e lo tiene attivo, alto, luminoso. Come legna si usano dei lunghi bastoni, gli stessi che si vedono trasportati lungo le strade, verso il villaggio, dalle donne, sulla testa, riuniti in fagotti. Il bastone, nel fuoco, si consuma e via via viene spinte ulteriormente verso il centro del falò.

Il popolo assiste alla cerimonia in cerchio; c’e’ tutto il villaggio ed anche molti dei villaggi vicini. A volte ci sono visitatori che vengono dalla città e voi come unici veri estranei. In segno di onore vi avranno fatto sedere su delle poltrone, sia pure mezzo sfondate e traballanti. Gli altri sono seduti a terra e vanno e vengono. Fuori dal cerchio del fuoco la notte africana è come una cupola che vi protegge. La stessa notte, gli stessi tamburi che si odono ad Haiti.

Al centro, intorno al fuoco, ballano degli uomini; non molti, meno di dieci.  Sono a torso nudo, dei fazzoletti sulla testa, delle gonnelle di rafia e foglie. Scalzi, ma con dei nastri alle caviglie. Abbonda il colore rosso. Sudano, i corpi sono lucenti. La danza è sempre veloce, atletica, c’e’ un gran gioco di gambe e di movimenti del busto che si inclina e si torce. I danzatori a volte tengono in mano delle torce di materiale vegetale impregnato di pece, che manda il caratteristico odore. Il ritmo dei tamburi varia, rallenta ed accellera. A volte diventa frenetico ed i corpi si agitano come le fiamme del falò. Poi si placa d’improvviso ed i danzatori si calmano. Non si capisce se è la danza che comanda il ritmo dei tamburi o viceversa; forse danzatori e musici sono in perfetta sintonia. Lo spettatore è completamente ipnotizzato dallo spettacolo: la nottè, la stanchezza, i tamburi che non si arrestano mai, il fumo, il bagliore del fuoco, la frenesia incessante della danza, gli odori forti del villaggio, della pece, dei danzatori. Si perde la consapevolezza di sè, si entra in una specie di trance, ci si fa Africa.

Anche i danzatori sono in trance; il loro sforzo è sovrumano, ore d danza scatenata. Uno alla volta si soffermano, bevono, escono dal cerchio di luce; si sa che vanno ad assumere altro “bois sacrè”, la radice magica, l’ibogà. Poi tornano e sembra che comincino a danzare in quel momento, pieni di incontenibile energia. E non sono giovani; sono uomini maturi, i notabili della loro setta segreta, che questa notte fa una cerimonia pubblica.

Arriva l’alba, il fuoco viene fatto spengere, i tamburi rallentano e cessano. I danzatori si dileguano, certamente spossati. Le donne del villaggio cominciano i loro lavori quotidiani. I visitatori se ne vanno, sconvolti da tante emozioni. Indimenticabili.