Gli ultimi schiavi

DSC_1408_(4306661433)
Una via della capitale. Da Albert Herring, commons.wikimedia.org

Mentte voi state leggendo queste righe, vi sono uomini e donne che, nel mondo, non dispongono nemmeno di se stessi. E non perche’ siano prigionieri, detenuti, sequestrati, rapiti; più o meno ingiustamente.

No, non dispongono di loro stessi perchè sono degli schiavi. Esattamente così: schiavi. E non impropriamente come si dice a volte: schiavi della droga oppure i nuovi schiavi oppure le schiave sessuali. Questi sono usi metaforici ed impropri della parola schiavo. No, Qui ci si riferisce al vero significato della parola, quello antico. Qui si parla di qualcuno che appartiene a qualcun altro. Sono persone; persone a cui è capitato di vivere in un sistema dove la schiavitù è una norma e loro sono nati dalla parte sbagliata della società. Come a Roma antica, come in Luisiana ai tempi della raccolta manuale del cotone. Solo che succede oggi, in questo momento.

Succede in Mauritania, luogo poco turistico ed oggi anche assai pericoloso per via dei Salafiti che sono degli islamici integralisti con tendenza al rapimento dell’infedele. Luogo che offre poco, salvo lunghi viaggi o trekking nel deserto o la visita alla mirabile Chinguetti e alle sue biblioteche antiche e prestigiose.

La Mauritania sta sulla strada che dalla Spagna porta a sud. Quindi chi volesse andare in Senegal in macchina la deve percorrere in tutta la sua lunghezza. Si prenderà non pochi rischi ed attreverserà i luoghi della schiavitù. Vedrà gli schiavi.

Nouakchott, la capitale è città polverosa e senza capo nè coda. Piena di sabbia e vuota di bar dove bere una birra; l’islamicità dello Stato lo impedisce. La Mauritania non è un vero stato: è una congregazione di beduini dove la Francia la fa da padrona con la sua proverbiale ipocrisia, sfruttandone le importanti risorse naturali, soprattutto bauxite, da cui .

Un gruppo di Mori bianchi nei loro costumi tradizionali. Questi sono ex-salafisti pentiti. Da Magharebia attraverso Wikimedia Commons

Ma veniamo al punto degli schiavi. In Mauritania ci sono tre gruppi etnici ben differenziati. Sono comunemente conosciuti come i Negro-africani, i Mori bianchi e i Mori neri.

I primi, chiamati da tutti proprio in quel modo, senza nessuna sfumatura dispregiativa,  sono una popolazione simile a quella del Senegal. Abitano nella parte meridionale del paese e non sono sostanzialmente differenti da moltissime altre popolazioni della regione. Arrivarono in quelle zone in tempi relativamente recenti, quando già era presente il colonizzatore francese e spagnolo. Sono soprattutto contadini in quelle poverissime terre e vivono abbastanza pacificamente la loro miseria.

Il problema si trova affrontando gli altri due gruppi: i Mori bianchi sono di origine arabo-berbera islamici e chiari di carnagione ed occuparono il paese dopo secoli di lotta contro la popolazione locale nera. Gli sconfitti furono resi schiavi e lo sono ancora: ecco i Mori neri. Sono schiavi a tutti gli effetti. Vivono intorno al loro padrone che fa di loro cio’ che vuole. Lavorano per lui, sottostanno ai suoi ordini, si considerano parte di lui. Perchè la schiavitù sta nella testa, più che nelle leggi. Sono alcune centinaia di migliaia di persone, per dare un’idea delle dimensioni del fatto. Stime ufficiali, benevole, parlano di 150.000 persone nel  2014.

Chinguetti-Vue_Goblale_Vieille_ville
La città di Chinguetti, ricca in biblioteche antiche. Foto di Da François Colin via Wikicommons.

Il padrone Moro bianco ha ovviamente diritti sessuali sulle sue schiave, anche se sono sposate. Ad un suo cenno accorrono ed il marito schiavo si fa da parte, consenziente. La ribellione, rara, provoca la morte, immancabilmente. Vi sono casi documentati.

Il padrone a volte sta in città, a volte sta fra i suoi schiavi. Sono beduini, culturalmente, e vivono in tende. La tenda del padrone sta al centro, le altre intorno. Siedono insieme, mangiano insieme, ma il padrone è lui e gli altri son sottomessi. Ci sono stato in una di quelle tende, a parlare con loro. Il padrone taceva, favìceva parlare uno degli schiavi, uno anziano. Questo mi spiegava le cose, guardando la faccia del padrone per capire se diceva bene. Ed ilpadrone, con l’espressione lo guidava. Alla fine annuì e la tensione fra quelgi uomini si allentò: lo schiavo aveva ben parlato. A pensarci mi si arrovescia ancora lo stomaco.

In cambio di fedeltà, lavoro e sottomissione il padrone è tenuto a non far morire di fame i suoi schiavi. A lui si rivolgono in caso di bisogno e lui deve provvedere. Ma non sempre può, vuole, fa. E’ a sua discrezione. Anche i bambini sono schiavi. Una famiglia di schiavi che vive in città un giorno riceve la visita del padrone che prende il loro figlio decenne per portarlo, lontano, nel deserto, a badare ai suoi numerosi cammelli. I genitori acconsentono (non potrebbero fare altro, ma comunque lo considerano il loro dovere) , il bambino parte; per invoglirlo il padrone gli regala un paio di jeans. Visto con i miei occhi.

Biram ould Dah ould Abeid, figlio di schiavi, attivista contro la schiavitù, condannato nel 2015 a 2 anni di prigione per le sue attività.

Non si tratta della schiavitù brutale delle piantagione di cotone degli Stati Uniti ottocenteschi. Si tratta della schiavitù africana, in cui una popolazione accetta di perdere la libertà un cambio di protezione. E’ la schiavitù antica in cui la sottomissione ha dei vantaggi: cibo e relativa sicurezza. Ma non puo’ più essere tollerata, oggi. Eppure in Mauritania, ogni venti anni aboliscono formalmente la schiavitù e tale frequenza indica che, in realtà niente cambia. L’ultima legge-fantoccio contro la schiavitù, infatti, è dell’agosto 2015.

Il bene più prezioso per i Mori bianchi non sono gli schiavi, ma i cammelli. Il numero dei cammelli è indice della ricchezza, del potere, della forza sociale di un individuo e della sua famiglia.

Il buon beduino Moro bianco vive nella capitale, ha una bella casa, ma nel cortile ha una tenda dove vive, come faceva Gheddafi in  Libia. Nel cortile ha anche alcune cammelle che forniscono il ricercatissimo e salato latte quotidiano. Per nutrirle fanno venire il fieno da lontanissimo, a carissimo prezzo. Il prezzo del prestigio di avere le cammelle nel cortile. La mandria invece sta nell’aridissimo interno del paese, sorvegliata dagli schiavi.

Ma ho visto di peggio.

Ho visitato una regione totalmente desertica, dove viveva un gruppo di schiavi. Mi chedevo cosa ci potessero fare in un luogo così disgraziato. Ebbi la tremenda risposta. Erano stati messi lì dai loro padroni come esca. Gli agenti umanitari, come me, finivano per vederli, morenti di fame, si impietosavano e avrebbero portato loro dell’aiuto umanitario: sacchi di mais come cibo. Che i loro padroni Mori bianchi avrebbero preso in buona parte per dare ai loro preziosi cammelli. Uomini, donne, bambini usati come esca per nutrire i cammelli. Questo fanno i Mori bianchi.

Nel mio gruppo di visitatori umanitari c’era una Mora bianca, funzionaria statale che mi accompagnava. Gli schiavi erano evidentemente disperati dalla fame. Facevano dei miserissimi campicelli di fagioli in una piccola pianura dove una antica diga francese riteneva un po’ di umidità. Ad un certo momento tirarono fuori un mezzo sacco di fagioli e lo regalarono alla ricca e grassa Mora bianca, in modo che intercedesse per loro, morti di fame, presso i loro stessi padroni. La Mora bianca prese e portò via il sacco, frettolosa e sdegnosa. Io non seppi reagire.

In quel miserabile villaggio vi era anche una scuola, naturalmente coranica. Dove, quindi, non vi è altro insegnamento che il Corano, da imparare a memoria in una lingua che non è quella dei bambini (Il Corano è in arabo classico, in Mauritania si parla un dialetto locale, lontanissmo dalla lingua del Corano). Gli alunni erano Mori neri, schiavi, tutti. Il maestro Moro bianco, perchè sia chiaro chi comanda. In un angolo, chi mi accompagnava e cercava di farmi capire, me la mostra con un gesto: una frusta, massimo strumento didattico per i piccoli schiavi.

Armatevi di coraggio, informatevi, prendete i vostri rischi, turisti. Andate in Mauritania, guardate, capite e riportate ciò che avete visto. E’ un bel paese, per chi ama il deserto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...