Il turista e il Ramadan

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Ecco l’inizio dell’abbuffata del tramonto: datteri e zuppa. A seguire il resto.

Immaginate una nazione  intera, dai ragazzi ai vecchi, nessunissimo escluso. Tutti seduti al tavolo, allo stesso momento, con gli occhi fissi alla televisione che emette su tutti i canali lo stesso programma religioso. Davanti ad ognuno di loro c’è un piattino con tre datteri, una ciotola con una zuppa, un bicchiere con acqua, latte, succo di frutta.

Stanno lì seduti, immobili, con lo sguardo stralunato, le labbra tese, l’aspetto abbattuto. Aspettano per lunghi minuti, i più sconsiderati sono lì da mezz’ora, accarezzando di sottecchi i datteri.

Poi il prete dice qualcosa e, nello stesso istante, milioni di persone bevono un sorso di liquido e mettono in bocca il primo dattero. Milioni di datteri ingurgitati all’unisono. La sinfonia del dattero deglutito.

Siamo nel mese di Ramadan. I musulmani digiunano dal levarsi del sole al suo tramonto e questi precisi istanti sono comunicati dall’Iman, non sono affidati al poco certo criterio di ciascun fedele.

Il menù descritto è quello tunisino, ma la cerimonia si ripete uguale per tutti i quasi due miliardi di musulmani.

Durante quel mese, dal sorgere del sole al suo tramonto non è lecito mangiare, bere, fumare, trombare. È materia di dibattito teologico se si possa annusare profumi. È invece permesso farsi le iniezioni e, si immagina, le pere.

La vita è completamente sconvolta. I normali orari saltano. In Tunisia le attività fervono la mattina, i mercati sono affollatissimi  per la spesa della cena, con i prezzi che aumentano nettamente. Poi le attività si spengono nel pomeriggio: la gente si rintana in casa a soffrire in silenzio e a dormire. La città è spettrale, deserta. Al tramonto scatta la mandibola e non c’è un solo passante nelle vie. Anche chi è di turno come poliziotti, sanitari, receptionist degli alberghi, si addobba un tavolinetto in un angolo e mangia, al via dell’Imam. Degli altoparlanti, nelle strade, diffondono la sua attesa parola. In certe città si spara un colpo di cannone.
Dopo la cena tutti escono, la città pulsa di festa, i negozi riaprono, i cinema, i teatri, i bar si riempiono. Si organizzano concerti, mostre, performances, sfilate di moda, mercatini artigianali ed alimentari.  La prostituzione raddoppia il giro d’affari, nonostante che alcune lavoratrici si astengano, durante questo mese.  Si mangia, si beve ancora. A notte inoltrata si torna a casa e si va a letto, non dopo un ultimo spuntino.

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Anche i poliziotti in servizio nelle strade si preparano con trempo alla “rottura del digiuno”.

Al momento della “rottura del digiuno”, dopo i tre datteri e la zuppa canonica arrivano i piatti forti, ricchi, nutritivi. Il cibo è ridondante, grasso, zuccherino. Ci sono piatti speciali per il Ramadan; vanno moltissimo i dolcetti intrisi di miele.  Molto viene gettato, chi può spreca, si spende e si spande. È il momento per riunire le famiglie, ci si scambiano visite, si mangia tutti insieme. È l’equivalente del nostro pranzo di Natale, solo che è così tutte le sere, per un mese. Chi mangia all’aperto offre qualcosa ai passanti. Anche i gatti hanno digiunato tutto il giorno, ma ora hanno le loro buone porzioni. Aumentano gli infarti, gli ictus, i diabetici vanno in coma.

Ma non solo cibo. Durante il Ramadan, il musulmano è più buono, fa molta elemosina, anche i mendicanti mangiano come lupi. In questo mese non si delinque. I ladri si contengono, i truffatori si limitano, uccidere è doppiamente grave. Si può girare tranquillamente in angoli normalmente da evitare. Le donne circolano ancora più costumate del solito.

Ed il turista in tutto ciò?

Soffre abbastanza. Finisce per fare il Ramadan anche lui. Naturalmente nessuno gli chiede di digiunare: se non è musulmano non ha nessun dovere.

Ma…. Ma i bar ed i ristoranti sono del tutto chiusi, fino al tramonto. Non ci si può sedere al bar, non si può entrare in un ristorante. In nessuno. Eccetto quelli di alcuni grandi alberghi, ma sono o lontani, o cari, o entrambe le cose.

È certamente possibile comprare l’acqua e le  merendine nei negozi di alimentari e i dolci nelle pasticcerie, ma poi che fai? Ti metti a mangiare su una panchina di fronte agli affamati? Ti astieni oppure lo fai di nascosto, in camera o in un angolo deserto. Come nel “Fantasma della libertà” di Buñuel; o come fanno molti di loro, nascostamente, perché non bisogna dimenticare che dove c’è religione, c’è ipocrisia.

Eppure, camminando in qualche anfratto della città si ode all’improvviso, durante il giorno, dico, un inconfondibile tintinnare di posate. E si scopre, ben nascosta, una gargotta dove si mangia e si beve senza ritegno. Peccatori, ma felici.  Ma son luoghi che il turista difficilmente riesce a trovare.

Nel pomeriggio è tutto chiuso ed il turista non si diverte a passeggiare nel deserto. Ed in tutta la giornata non ha un bar dove sedere a riposarsi un po’.

Ma anche la cena può essere complicata. Se il tramonto è alle sei del pomeriggio che fai? Mangi a quell’ora con i locali oppure aspetti le otto con il rischio che il ristorante stia chiudendo perché ormai hanno già cenato tutti? Del resto, nei piccoli centri la cena si fa in famiglia ed i ristoranti non aprono nemmeno la sera. Può essere complicata la cosa e la cena del turista si può limitare ad un po’ di cibo di strada.

In Senegal le abitudini sono diverse. La giornata si svolge normalmente e la gente, via via che passano le ore è sempre più disperata per la fame, la sete, la mancanza di sigarette. Mezz’ora prima del tramonto scoppia il caos. Folle di gente inferocita fugge verso casa. Il traffico impazzisce, le persone diventano violente, irascibili, aggressive. Guai al turista che vi si trovi nel mezzo.

Poi c’è il problema dell’alcool. Si trova in quasi tutti i paesi musulmani (ma non in Mauritania) nei supermercati o in certi bar autorizzati. Invece, durante il Ramadan l’alcool sparisce dalla vendita e farsi una birra diventa un gran problema: solo negli alberghi di cui sopra. E dimenticatevi di ordinare una bottiglia di vino al ristorante.

Ci sono poi le tensioni religiose, in Marocco, ad esempio. Lì chi viene trovato ad infrangere il digiuno finisce in carcere, anche a lungo, anche se ha “consumato” in casa propria. E gli integralisti vanno a caccia degli infrattori, sollevando disturbi pubblici. Il turista, ancora una volta, non è implicato, ma l’atmosfera non è propizia.

Insomma, se possibile, evitiamo il Ramadan, è tutto più complicato. Quindi prima di partire, informatevi bene di quando cade il Ramadan. I mesi musulmani sono, infatti, lunari ed ogni anno decalano di una decina di giorni.

Un paese dell’anima

Il parco di Orango. Foto dal sito del Parco.

C’e’ un paese ignoto, appartato, che nessuno conosce e dove nessuno, almeno fra gli italiani, va. A me è carissimo e vorrei portare per mano tutte le persone che conosco a visitarlo. Il paese, ma soprattutto le sue variegate genti. Quando ne parlo mi emoziono, mi commuovo e rimpiango di averci passato troppo poco tempo.

Si tratta della Guinea Bissau, sulla costa occidentale dell’Africa, subito sotto il Senegal. E’ una ex colonia portoghese e questa lingua vi è relativamente diffusa. E’ un paese molto piccolo (poco più grande della Sicilia), poco abitato (1,5 milioni di persone) molto povero (fra i 10  paesi messi peggio secondo gli indici delle Nazioni Unite). Bissau ne è la capitale ed il paese si chiama Guinea Bissau per non confonderla con la Guinea che era colonia francese e la Guinea Equatoriale che era colonia spagnola. Da non confondere nemmeno con le Guaiane francese e britannica che stanno dalla parte di là dell’Oceano, sopra il Brasile. Il clima e la vegetazione vi sono tropicali. Caldo, umido, pieno di acqua e di vegetazione dappertutto.

La Guinea Bissau, apparentemente, non offre molto al turista. Davanti alla capitale c’e un folto gruppo di isole, anche abbastanza grandi, le Bijagòs, che sono conosciute per essere pescosissime, come fanno in Quebec, ma molto più alla buona. Alcuni imprenditori europei, soprattutto francesi, vi hanno aperto dei modesti resort in cui offrono dei pacchetti di pesca. Altri vi vanno a far del mare. Si tratta soprattutto dei non numerosi expat che abitano Bissau e delle loro famiglie. Diverse di queste isole hanno delle vecchie piste di atterraggio, dei tempi della colonia portoghese. Su queste piste arrivano attualmente dei piccoli aerei pieni di coca in provenienza dalla Colombia. Dalla Guinea la coca poi prosegue verso l’Europa per terra o per mare. Non sembra che la popolazione locale sia particolarmente scompensata dal traffico, come invece accade dalla parte opposta dell’Atlantico.

Ancora vivissime le tradizioni culturali dei popoli della Guinea. Foto di Odile RAPEAU Via Wiki Commons.

Arrivai a Bissau per lavoro, andammo ad un Ministero; aveva piovuto e non riuscimmo ad entrare dal portone principale per essere completamente allagato; passammo da un porticina sul dietro. Accanto c’e’ la vecchia fortezza portoghese, in mattoni. Le pareti, ovviamente verticali, erano completamente coperte da vivaci erbe, del tutto spontanee, come se si fosse trattato di una foresta verticale della moderna architettura europea. Cenavo in uno dei due o tre ristorantini nel vecchio e malandato centro coloniale, per strada, in compagnia dell’ambasciatore cubano, uno dei pochi presenti. Andavo in giro per il paese cercando di trovare rimedi per una profondissima crisi commerciale che colpiva la principale fonte di reddito di molti villaggi: gli anacardi. Produzione di buona qualità comprata soprattutto dagli indiani.

E girando per i villaggi, chiaccherando con questo e quello, mi resi conto del grande valore di queste paese e ne rimasi affascinato. Molti sono i gruppi etnici, in apparente armonia fra di loro. La maggior parte della gente nei villaggi seguono ancora le loro usanze religioso tradizionali; cristianesimo ed islam sono minoritari. Il matriarcato è molto diffuso e c’erano zone in cui il cristianesimo si fuse stranamente con l’animismo tanto che i preti erano delle donne. Pur esistendo la moneta, il famigerato FCFA con cui la Francia strozza quei paesi, la forma più normale di scambio fra le persone e fra i villaggi è il baratto. Solo gli anacardi vengono venduti contro moneta, che serve a comprare in città il riso tailandese, i vestiti, il sapone.

Non ho mai conosciuto un paese così ricco di “capitale sociale” che è l’esatto contrario del “capitale economico”. Si tratta, infatti, di quella reti fitta e ramificata di contatti umani e sociali che permette alle persone ed alle famiglie di mantenere una stabilità e di far fronte alle difficoltà. Si aiutano un casino fra di loro, in poche parole.

Il Presidente della Repubblica, in tornata elettorale, con il cappellino simbolo della sua etnia. Foto di Nammarci, Wiki Commons

Ogni etnia ha le sue abitudini e se le conserva care, mentre i membri delle altre la prende in giro per certe stranezze. I miei lunghi viaggi in macchina erano rallegrati da questi racconti ironici e gai sulle abitudini etnologiche di questi e di quelli. Una di queste etnie è facilmente riconoscibile perché tutti gli uomini vanno in giro con un pesante cappello di maglia con il pompon di colore rosso acceso. Il filato è certamente sintetico ed il cappello è sicuramente importato, ma per un qualche motivo è diventato il simbolo della loro etnia. Lo usano assolutamente tutti e sempre, anche sotto il sole africano; uno degli ultimi Presidenti della Repubblica era di quell’etnia ed alle cerimonie ufficiali dello Stato lo vedevi con il suo cappello rosso con il pompon. Un’altra etnia è invece molto permissiva con i giovani. Permettono loro di ubriacarsi, di dire parolacce, di essere maleducati, di insidiare le donne sposate, anche di rubacchiare. Lasciano correre. Ma poi si sposano e devono diventare perfetti cittadini. Questa è saggezza! In una altra etnia le ragazze hanno dei figli abbastanza presto, sono ancora giovani, vogliono divertirsi, ballare, girare, devono studiare, lavorare. Non si possono occupare dei bambini. Li affidano alla nonna che li alleverà. Loro alleveranno, anni dopo, i loro nipoti. Maternità differita di una generazione. Non son cose meravigliose?

Bello il centro coloniale di Bissau, anche se ridotto in condizioni pietose. Foto di jbdodane, Wiki Commons.

Insomma una infinità di storie e di abitudini curiose riempiono questo paese. La gente è gentile e ben disposta, si sta volentieri a parlare con loro. Conobbi un prete italiano che fu mandato in Guinea come missionario; proprio nelle isole Bijagòs. Lì ripensò a tutta la faccenda, trovò moglie e figli e si spretò. Lo raccontava come la migliore decisione della sua esistenza, trasportato dal fiume impetuoso della vita africana. Non mi sembrò un posto pericoloso, anche se la politica e l’esercito sono a volte turbolenti; bene informarsi della situazione del momento, prima di andare. Ma degli italiani di una ONG che avevo conosciuto, furono rapinati in casa e purtroppo malamente riempiti di botte, mentre ero lì. D’altra parte, tornando verso la capitale, facemmo un frontale, su una strada mezza distrutta ed arrivò la polizia con rotella metrica e blocco da disegno e fece un perfetto rilievo! Non credevo ai miei occhi.

Per un turista scendere in profondità in Guinea è difficile, un po’ come in Gabon. Ci vuole tempo, pazienza ed il portoghese. Ed anche soldi perché le poche strutture in cui un europeo possa andare sentendosi a suo agio sono care. Alcune piccole agenzie organizzano dei giri nei numerosi parchi naturali del paese, certamente molto belli; ma ho trovato questa che fa un interessante giro culturale / antropologico che mi sento fortemente di consigliare. I prezzi non sono nemmeno eccessivi.

Andate in Guinea Bissau, è il più bel consiglio che posso dare.

I retroscena poco etici del turismo solidale

[Continua da qui]

Alcune ONG attive nella cooperazione internazionali dettero vita a cavallo del 2000 ad una agenzia che poi è divenuta “Viaggi Solidali”, a sua volta membro dell’Associazione Italiana Turismo Responsabile”, AITR, in sigla.

Il fatto che questa agenzia nasca come diretta espressione di ONG per la cooperazione internazionale e’ un primo segnale per comprendere come funziona la faccenda.

Che il lettore veda per prima cosa alcuni esempi di Viaggi Solidali, scelti senza particolare cattiveria, nel paniere di quelli disponibili per il 2018.

Ma perche’ nasce questa nicchia del turismo solidale? I motivi sono diversi e convergenti.

In primo luogo vi e’ una certa idea di sviluppo turistico che ha avuto, negli ultimi decenni un particolare sviluppo in Toscana. (Per questo motivo va sotto il nome di “modello Toscano”). Si tratta di un turismo fatto di individui, coppie, famiglie, al massimo piccolissimi gruppi che si muovono agilmente sul territorio, visitando borghi e campagne e appoggiandosi per mangiare e per dormire a B&B, a piccoli ristoranti, a trattorie piu’ o meno familiari, soprattutto ad agriturismi o a piccoli alberghi familiari nei paesini del Chianti, della Maremma, meno del Valdarno. In questo tipo di turismo si congiungono, ora dopo ora, gli aspetti culturali (chiese, borghi, musei), quelli paesaggistici (il famoso paesaggio toscano fatto di dolci colline tempestate di vigneti ed oliveti) e quelli enogastronomici sia per il consumo immediato nelle trattorie e negli agriturismi, sia per l’acquisto di olio, vino e salumi per il successivo consumo a casa propria. E’ un modello di grande successo che fa vivere molte zone. Da notare che tale turismo non e’ per niente a buon mercato.

Torniamo alla cooperazione internazionale: i progetti sono alla perenne ricerca di idee su come imbastire azioni che possano rinforzare le povere economie dei famiglie sulle quali agiscono i progetti stessi. In questa ricerca, spesso diperata, si fa ricorso alche al turismo che tanta importanza ha ormai nel mondo e che pare sia la gallina dalle uova d’oro.  Alcuni progetti sono quindi diretti a far nascere e sviluppare iniziative turistiche di base. E non solo! I progetti di cooperazione internazionale hanno alcune caratteristiche intrinseche: hanno a che fare con piccole realtà locali, portano molta attenzione alle famiglie, hanno forti legami con il territorio e dispongono di modesti capitali da investire. Si da il caso che siano assolutamente le stesse caratteristiche che contraddistinguono il modello turistico toscano.

E’ stato quindi naturale che i progetti turistici escogitati dalla cooperazione internazionale abbiano preso a modello quanto veniva fatto in Toscana. A prima vista poteva essere un connubio efficace, tanto più che si poteva aggiungere alla parte turistica anche quella agricola che avrebbe prodotto cibi da vendere ai turisti; esattamente come si fa in Toscana. In quel caso sarebbero stati cacao, caffè, spezie o altro.

Sulla base della concezione fin qui esposta, alcuni donatori di fondi per la cooperazione internaionale come il Ministero degli Affari Esteri italiano o l’Unione Europea hanno pensato di stanziare dei soldi per lo sviluppo turistico dei paesi del sud. E le ONG vi si sono buttate a capofitto. Vi sono stati dei progetti a Capo Verde,  in Sierra Leone, in Senegal, in America Centrale ed altrove.

Pochi hanno funzionato. Soprattutto perchè l’analisi della situazione era completamente sbagliata. Infatti il modello toscano funziona perchè la Toscana è ricchissima di attrazioni turistiche storiche ed artistiche, perchè il paesaggio toscano gode di grande fama e perchè le dimore rurali vi sono spesso cariche del fascino dell’antico. Ben diversa la situazione nei paesi del sud dove poche sono le cose da vedere e di poco interesse, il paesaggio è meno attraente o più monotono e si soggiorna in capanne o casucce. Quindi pochissime le cose degne di attenzione da parte di un turista. Ed infine, il turista medio, quello dei selfie su Facebook è molto fiero di dire di essere stato in Toscana; molto meno di vantarsi di essere stato in Sierra Leone.

Di fronte alle difficoltà di far decollare quei progetti alcune ONG fondarono quella che sarebbe poi divenuta l’agenzia “Viaggi Solidali”; fu un estremo tentativo di chiamare turisti verso quei progetti che non riuscivano a produrre risultati concreti per le tasche delle popolazioni locali, che pure erano state illuse di diventare degli imprenditori turistici. Si volle, in altre parole, diventare non solo fornitori di proposte turistiche, ma anche organizzatori di viaggi. E dal momento che quei luoghi, quelle realtà, offrivano poche attrazioni turistiche se ne fabbricò di sana pianta una nuova:  la solidarietà!

Ci si riallacciava alla vecchia tradizione cattolica e missionaria seconda la quale i devoti volentorosi andavano a passare le proprie vacanze a lavorare nelle Missioni, ad aiutare i poveri, in Africa o nel Mato Grosso.

Ma come quasi tutto ciò che imbastisce la cooperazione internazionale anche l’esperienza tristica solidale fallì rapidamente. Tanto che Viaggi Solidali è poi diventata un’agenzia come molte altre che di solidale mantiene solo il nome e poche attività di facciata all’interno del programma dei viaggi.

Tutta l’operazione nasce quindi più per un sostegno alle attività delle ONG italiane che per lo sviluppo di quel turismo. Era in sostanza un’attività di autopromozione e di facciata delle ONG. Un modo per dimostrare ai donatori dei fondi dei progetti che si era voluto integrare l’intera catena: fumo negli occhi. Nessuno si interessava molto ai beneficiari nei paesi del sud ed ai turisti.

Ma vi è un altro aspetto ben più grave da un punto di vista etico. L’italiano medio (ma anche quello un pò più avvertito) non conosce praticamente niente delle condizioni di vita nei paesi del sud del mondo. Vi si reca, a volte, per delle brevi vacanze balneari o sessuali; per molti l’Africa è Malindi e l’America Latina sono le ragazze di Cuba o di Rio.  Inoltre gli italiani non sanno più, fortunatamente per loro, distinguere le 50 sfumature della povertà.

Mettere delle persone siffatte a contatto con i progetti sociali nel sud è un abominio. Non sono pronti a vedere, non sapranno giudicare, capiranno poco e male. L’operazione è subdola: si colpisce all’anima sensibile del turista (ignorante delle cose del mondo) per alleggerirgli il portafoglio.

All’interno di una vacanza si vedranno miserie umane che non si sapranno inquadrare nel loro contesto sociale ed economico; si cerca la pietà, non la solidarietà. E si ripropone il vecchio stereotipo del bianco buono che aiuta il povero negro. E’ una trappola infernale.  Che immagine di quel paese riporterà a casa quel  turista? Cosa avrà capito dei meccanismi della cooperazione internazionale che finanzia quei progetti, a volte per scopi inconfessabili?

Peggio ancora per i locali che saranno mostrati ai gruppetti di turisti come esempi di qualcosa e non come persone.  In questo circo faranno la parte dei poveri, dei malati, dei disgraziati. Un teatrino che accresce le distanze invece che attenuarle. Un gioco delle parti fra il morto di fame ed il turista che non vede l’ora di farsi un Daiquiri sulla spiaggia, sentendosi molto buono per i 70 € che ha donato.

Un’operazione commerciale. E vi pare etico il turismo solidale?

Alcuni viaggi “solidali”

Particolarmente importante nel mondo del turismo solidale italiano è l”agenzia Viaggi Solidali che propone un viaggio di 11 giorni in Casamance, la zona più meridionale del Senegal. E’ un tour normale a cui vengono aggiunte le visite a dei produttori di anacardio, ad un centro per gli handicappati, ad un’iniziativa di sartoria di base, ad un asilo e a degli orti.  Sono previsti dei giri in bicicletta che si trasformare per magia di marketing in “appoggio all’imprenditoria giovanile locale impegnata nella salvagiardia ambientale”. Si tratta di imprenditori più semplicemente definibili come “noleggiatori di biciclette”. Il costo del viaggio è molto alto: 1.680 euro senza viaggio aereo e dormendo in condizioni a volte definite bisognose di “capacita’ di adattamento”. Sono previste anche “docce con il pentolino”, che consiste nella fornitura di un secchio d’acqua da cui si prende l’acqua con un pentolino per tirarsela sulla testa. E’ il modo più comune per farsi la doccia in Africa; questi ci ricamano su come fosse una avventura. Molto pittoresco, ma a prezzi da numerose stelle in uno dei paesi più economici del mondo.  La quota comprende i 70 € solidali dei quali non si dice la sorte. (questo era un viaggio del 2016, attualmente ve ne sono altri qui). I prezzi attualmente (2019) si sono abbassati e vanno sui 100 euro al giorno che, comunque, non sono pochi, in Senegal. Anche le visite ai progetti sono diminuite, forse perchè di progetti ce ne sono sempre meno, forse perchè, in tempi di salvinismo, sono diventati meno simpatici.  Attulamente si vende come “plus solidale” il fatto che i turisti appoggiano l’economia delle famiglie che hanno attività economiche che li ospitano per dormire o per mangiare. Esattamente quel che succede quando si va a mangiare un panino al chiosco sotto casa; ma in questo caso nessuno si rende conto di diventae un benefattore dell’economia del proprio quartiere.

Un altro viaggio è in Argentina. Il momento solidale più importante è assistere alla settimanale manifestazione delle Madri di Plaza de Mayo. Riescono così a vendere uno dei momenti più importanti e tragici della storia recente di quel paese, come se fosse un’attrazione turistica; ci si va in gruppo, fra un museo ed uno spettacolo di tango. Il viaggio, di 15 giorni, non è affatto solidale con il pianeta, in quanto prevede, oltre al volo intercontinentale, ben 4 voli interni con un dispendio energetico fantastico. Ma su questo punto si sorvola, è il caso di dire. Il viaggio presenta un itinerario del tutto ovvio, uguale a quello di tutte le agenzie. La parte solidale è ridotta alla visita di un paio di musei, all’osservazione delle Madri di Piazza di Maggio e, forse, a visite di progetti dell’ONG italiana ICEI. I 70 euro del donativo vanno all’agenzia turistica argentina che segue il viaggio!!! Da non credere; si fa l’elemosina all’operatore turistico locale che ti organizza il viaggio. Il viaggio è carissimo: 2500 euro senza nessuno dei sei voli e senza pranzi e cene.  (anche in questo caso è un viaggio del 2016. I viaggi attuali (2019) sono qui, la sostanza non cambia.

Anche San Suu Kiy è finita nel tritacarne del turismo solidale. Foto da Wikicommons

Non poteva mancare un viaggio nella martoriata Birmania (si usa ancora il vecchio nome). Le attività solidali sono un corso di cucina(!), la visita al partito di San Suu Kyi, mangiare con dei monaci e visitare un ospedale al quale vanno i 70 euro di solidarietà. Tutto qua, per il resto il solito, banale e usurato giro in Myanmar.

Insomma la più vieta banalità turistica con una spruzzata di miserie altrui, un prezzo alto, una elemosima con destino oscuro. E si è costruito il viaggio solidale.

Di un altro tipo il viaggio in Mozambico proposta dall’ONG Humana. Sono 15 giorni tutti da passare in un Istituto Tecnico appoggiato dall’ONG. Si è vicini alla spiaggia, ma si lavora come imbianchini (come se in Mozambico mancasse la manodopera, forse pensano che non ha voglia di lavorare. Oppure preferiscono non pagare un italiano che pagare un Mozambicano, sempre nell’ottica dello sviluppo dell’economia locale). Oppure si diventa animatori nelle scuole, agli ordini del responsabile. I bambini parlano portoghese, i turisti l’italiano, ma che vuoi cha problemi ci siano? Avere un bianco che ti anima non può che fare un gran piacere ai bambini mozambicani. Si visitano vari progetti, si fa colazione alle 7h30. Sono obbligatori due incontri prima della partenza ed uno dopo il ritorno. Costo modesto di 900 euro (aereo escluso) dei quali 350 vanno alla scuola. Insomma, si va in vacanza a far finta di fare i missionari, poi si torna al lavoro vero.

Ma perchè tutto ciò?