Lambarenè

Tronchi ogue
I tronchi vengono fatti galleggiare fino al mare per essere imbarcati.

Interessantissimo luogo, questa cittadina, su un’isola dell’Ogooué, il fiume madre del Gabon. E’ difficile per un turista viaggiare in Gabon a causa delle vessatorie condizioni per ottenere il visto, della scarsità di operatori turistici, dei prezzi cari e delle poche infrastrutture; ma tutto ciò sarà un piccolo prezzo per ciò che Lambarenè offre, in termini di storia, società e natura africana.

E’ luogo di incontro di numerose tribù di culture diverse: la discesa dei Fang da nord si è fermata qua, arrestati dai francesi coloniali. Che protessero le altre vecchie tribu locali, matriarcali, pacifiche ed esercitanti con convinzione una totale libertà sessuale.  Queste tribu del sud avevano già avuto fra l”800 e il ‘900 importanti rapporti con i commercianti europei: portoghesi, inglesi e, naturalmente francesi. Questi rapporti, non solo commerciali, ma anche molto più intimi, hanno creato una sorta di “classe intermedia” composta da meticci, nati in Gabon, ma di pelle più chiara degli altri. In molti casi i loro padri li fecero studiare o, comunque, li indirizzarono verso attività redditizie. Si sono soprattutto dedicati ai commerci o allo sfruttamento dei pregiatissimi legni di cui la sterminata foresta gabonese è piena zeppa. Gruppo bianco e nero insieme con caratteristiche proprie, spesso complesse e a volte contraddittorie. Questo mondo è molto ben descritto nel libro “La memoire du fleuve” di Christian Dedet.

A Lambarenè arrivò più di un secolo fa, anche il famoso dott. Schweitzer, che fondò il primo ospedale in quelle foreste profonde, diventando mondialmente famoso. L’ospedale esiste ancora e conserva alcuni vecchi padiglioni dei tempi, trasformati in museo.

Ma a Lambarenè, soprattutto, si affitta, mercanteggiando a lungo, una piroga con un bel motore e si fa un giro sui numerosi e grandi laghi che stanno a valle della città; vi si arriva discendendo il maestoso fiume Ogoouè. Tutto è interessentissimo: la foresta in certi punti ancora vergine (ancora per poco: le compagnie forestali asiatiche abbattono tutto quel che trovano), le macchie di maestoso bambu grandi come cattedrali, i villaggi sulle rive, le attività dei pescatori, i non infrequenti ippopotami, i piccoli campetti coltivati.

caccai
Due gazzelle ed una scimmia in vendita sul bordo strada.

Non mancano gli aspetti eno-gastronomici, per quanto peculiari siano. Si beve vino di palma, che è un liquido biancastro, ottenuto dalla fermentazione della linfa delle palme. Vi si aggiunge della corteccia che da un gusto amaro e si beve nei villaggi: dissetante, va giù che è una meraviglia. Si beve a temperatura ambiente e quindi calda; eppure il sapore amarognolo e frizzante è comunque gradevolissimo. I gabonesi sono consumatori accaniti di cacciagione: a Lambarenè vi sono trattorie molto basiche specializzate in questo tipo di carni. Siamo tutti contrari alla caccia, senza dubbio, e mangiare serpenti, coccodrilli, lamantini, facoceri, gazzelle ed anche scimmie, tranquillamente seduti in un ristorante, è una cosa che ci riempe di sdegno. Anche perchè si tratta spesso di caccia di frodo a specie protette. Ci limiteremo quindi ad osservare gli altri mangiare tali animali. Alcuni gabonesi non concepiscono nemmeno la possibilità di mangiare carne allevata: vogliono solo quella di cacciagione e li vedi felici a ciucciare i ditini delle scimmie, uno ad uno.

Bwiti
Nella notte si danza il Bwiti.

Il culmine della visita a Lambarenè si ha se il viaggiatore riesce ad assisere ad una cerimonia del Bwiti, la locale religione. Danze che durano tutta la notte al suono di tamburi e con i danzatori in trance, grazie all’assunzione delle radici dell’Iboga, pianta potentemente psicotropica. Le cerimonie sono del tutto “vere”; non se ne fanno di fasulle per i turisti. Non è facilissimo capitare nel momento buono ed esservi ammessi. Ma l’esperienza è fortissima. Durante tutta la notte i suonatori percuotono con veemenza i tamburi. Di tanto in tanto uno si riposa, mentre gli altri continuano. Anche i tamburi vengono cambiati, posti con la pelle verso il fuoco in modo da asciugarla dalll’umidità notturna e restituirle la tensione e la sonorità voluta. Il fuoco è al centro, c’è sempre qualcuno che mette nuova legna e lo tiene attivo, alto, luminoso. Come legna si usano dei lunghi bastoni, gli stessi che si vedono trasportati lungo le strade, verso il villaggio, dalle donne, sulla testa, riuniti in fagotti. Il bastone, nel fuoco, si consuma e via via viene spinte ulteriormente verso il centro del falò.

Il popolo assiste alla cerimonia in cerchio; c’e’ tutto il villaggio ed anche molti dei villaggi vicini. A volte ci sono visitatori che vengono dalla città e voi come unici veri estranei. In segno di onore vi avranno fatto sedere su delle poltrone, sia pure mezzo sfondate e traballanti. Gli altri sono seduti a terra e vanno e vengono. Fuori dal cerchio del fuoco la notte africana è come una cupola che vi protegge. La stessa notte, gli stessi tamburi che si odono ad Haiti.

Al centro, intorno al fuoco, ballano degli uomini; non molti, meno di dieci.  Sono a torso nudo, dei fazzoletti sulla testa, delle gonnelle di rafia e foglie. Scalzi, ma con dei nastri alle caviglie. Abbonda il colore rosso. Sudano, i corpi sono lucenti. La danza è sempre veloce, atletica, c’e’ un gran gioco di gambe e di movimenti del busto che si inclina e si torce. I danzatori a volte tengono in mano delle torce di materiale vegetale impregnato di pece, che manda il caratteristico odore. Il ritmo dei tamburi varia, rallenta ed accellera. A volte diventa frenetico ed i corpi si agitano come le fiamme del falò. Poi si placa d’improvviso ed i danzatori si calmano. Non si capisce se è la danza che comanda il ritmo dei tamburi o viceversa; forse danzatori e musici sono in perfetta sintonia. Lo spettatore è completamente ipnotizzato dallo spettacolo: la nottè, la stanchezza, i tamburi che non si arrestano mai, il fumo, il bagliore del fuoco, la frenesia incessante della danza, gli odori forti del villaggio, della pece, dei danzatori. Si perde la consapevolezza di sè, si entra in una specie di trance, ci si fa Africa.

Anche i danzatori sono in trance; il loro sforzo è sovrumano, ore d danza scatenata. Uno alla volta si soffermano, bevono, escono dal cerchio di luce; si sa che vanno ad assumere altro “bois sacrè”, la radice magica, l’ibogà. Poi tornano e sembra che comincino a danzare in quel momento, pieni di incontenibile energia. E non sono giovani; sono uomini maturi, i notabili della loro setta segreta, che questa notte fa una cerimonia pubblica.

Arriva l’alba, il fuoco viene fatto spengere, i tamburi rallentano e cessano. I danzatori si dileguano, certamente spossati. Le donne del villaggio cominciano i loro lavori quotidiani. I visitatori se ne vanno, sconvolti da tante emozioni. Indimenticabili.

 

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