Pellegrini e turisti

San Rocco, pellegrino e protettore dei turisti. (Wiki Commons)

Si fa normalmente risalire l’inizio del turismo all’epoca in cui Goethe e gli altri suoi pari scendevano in Italia boriosi e curiosi di visitare le classiche e rinascimentali bellezze ed i corrotti abiti dei discendenti di coloro i quali quei capolavori avean prodotto.  Il Grand Tour, insomma.

Non è così. Il turismo è ben più antico e si chiamava pellegrinaggio; ma questo era del tutto simile a quello attuale, nel bene, ma soprattutto nel male. Si andava a Roma, a Gerusalemme, a Santiago di Compostela, in molti altri luoghi che conservassero reliquie e ricordi religiosi. Lo si faceva per devozione oppure per espiazione, per scontare un peccato.

In realtà lo si faceva soprattutto per levarsi dalle palle dalla noiosa vita quotidiana. Chi partiva, lasciava a casa i problemi, i debiti, la moglie insopportabile, i figli da sfamare, i mille problemi di una vita complicata. Prendeva due cose e partiva con la bisaccia a tracolla, esattamente come si fa ora con lo zaino in spalla, finalmente liberi! In un colpo solo, tutti i problemi erano risolti e nessuno ti poteva criticare perché era Dio che ti chiamava.

Il pellegrino si dotava di una sorta di passaporto in cuoio rilasciato dall’autorità civile o religiosa della sua città. Quel documento ed il particolare tipo di abiti che portava (saio, sanrocchino, bastone) lo facevano catalogare immediatamente: “Son pellegrino, lasciatemi in pace”. Esattamente come oggi si dice: “Son turista, tutto mi è permesso”. I pellegrini erano vestiti male; vi pare che i turisti siano vestiti bene? I pellegrini erano poveri; quanti turisti si fanno vanto di viaggiare a budget bassissimo, quasi fosse una prodezza?

Ed in effetti il pellegrino ed il turista escono dalla struttura sociale normale: sono per definizione fuori luogo; non possono essere ritenuti responsabili di quel che fanno, perché non conoscono le usanze locali; non entrano in conflitto grave con i locali, perché tanto domani se ne saranno andati; sono quasi intoccabili, Dio proteggeva i pellegrni, i soldi che portano proteggono i turisti; sono addirittura in uno stato mentale particolare. Si comportano in modo leggero, scherzoso; son dei bambini, son degli adulti in libera uscita.

I pellegrini erano molto malvisti e mille sono le leggi che tentano di arginare i loro comportamenti: rubavano nei campi per dove passavano e nelle case dove erano ospitati, fuggendo prima dell’alba; importunavano le donne; se mettevano le mani su del vino, cantavano fino a tardi e armavano un gran casino.  Frequentemente si intruppavano in bande e razziavano dove passavano. Trovate veramente differenze con i giovani turisti attuali?  Dalle antiche cronache traspare chiaramente il fatto che vi erano degli individui che il pellegrino lo facevan di mestiere, campando di espedienti, meglio che lavorare. Del resto i rischi eran deboli: chi alzerebbe le mani su un pellegrino, chi prende oggi a schiaffi un turista?

Le attuali vie dei pellegrini: il Cammino di Santiago, la via Francigena, le altre, sono dei falsi. I pellegrini vivevano di elemosine, di piccoli lavori, di furti, di ospitalità negli ostelli. Non potevano passare tutti negli stessi luoghi, non vi sarebbero state risorse sufficienti per tutti. Si sparpagliavano quindi su tante direttrici diverse, anche se convergenti verso la stessa meta. Era piuttosto un fascio di cammini che pervadevano intimamente il territorio, per la gioia dei suoi abitanti.

Del resto l’etimologia della parola “pellegrino” viene da per agri, “per i campi”. Ad indicare qualcuno che lascia la normale città, il solito borgo, per vagare nelle campagne in cerca di una nuova strada, di una vita diversa, di una libertà preclusa agli altri. Esattamente come il turista.

Nemmeno la Chiesa era contenta del fenomeno: i pellegrini erano troppo liberi e sfuggivano al suo rigido controllo territoriale, ai tempi dei servi della gleba. Poi cercò di cavalcare un fenomeno, che non cessava di crescere, stabilendo dei ricoveri, degli ospedali dei pellegrini, specialmente nei punti più difficili del tragitto; anche nell’intento di diminuire la pressione sulla gente comune e di limitarne il suo malcontento.

Il pellegrino conosce tante cose che la gente comune non sa. E le racconta, durante il viaggio e quando torna a casa, suscitando lo stupore di chi lo ascolta, la stima ed anche un po’ di invidia. Nei racconti, certamente, ci infila anche un po’ di fantasia. Non fanno forse così i turisti quando scassano le palle raccontando dei viaggi precedenti od organizzando le vecchie e famigerate sessioni di diapositive o postando foto attentamente costruite per far passare per belli e solitari dei luoghi orrendamente intasati di gente?

La prima pellegrina famosa fu Elena, la madre del fedifrago Costanitno nel 300 e rotti,  l’ultimo turista sta uscendo di casa in questo momento. La cosa non si ferma.

Eppure il turismo, che sembra in gravissima crisi identitaria, potrebbe trovare nel suo lontano passato i motivi per assicurasi un futuro. Il disperdersi sul territorio; la ricerca di sensazioni di libertà; il vagare a caso, lasciando alla sorte la scelta dei luoghi visitati; il rapporto con la gente locale, magari da rispettare; il perdersi per agri. Esattamente il contrario delle crociere, insomma.

Ecco questa potrebbe essere la via maestra di un turismo che abbia ancora un senso. Il ritorno al pellegrinaggio, ovviamente laico.

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