Pesantissimo Egitto

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La Piramide più grande, molto grande.

L’Egitto è universalmente conosciuto anche per i dipinti nelle antiche tombe. Quei leggiadri omini e donnine di stanno sempre di profilo, abbronzati e ben fasciati in abitini candidi, fanno immediata simpatia: sembrano raffigurazioni di un paradiso bucolico, ordinato, gaio. Quasi dei fumetti di un bel mondo felice, anche se si parla di morte e di defunti. A fare da cotrappunto ai dipinti, l’immensità delle Piramidi come a testimoniare che un popolo così potente da fare le piramidi era anche così gentile da fare quei dipinti. Credo che sia per questo motivo che l’Egitto risulta simpatico all’opinione pubblica mondiale e che tutti volevano andarci.

Purtroppo non è affatto così e non lo è mai stato. E non mi riferisco ai recenti e tremendi fatti di Regeni.

No, l’Egitto è uno di quei posti maledetti dove l’autoritarismo, la sopraffazione dei deboli, il dispotismo, la disugaglianza, la lotta l’hanno sempre fatta da padrone.

Il viaggiatore avvertito e non beotamente avezzo a non capire mai niente, vivrà male il suo viaggio in Egitto: l’imponenza delle piramidi gli ricorderà la fatica di migliaia di uomini impiegati per glorificarne uno solo. Visiterà Luxor, Karnak e vedrà la pesantezza di quegli sterminati templi da dove la potentissima casta sacerdotale dominava il paese e i suoi miserabili contadini. Si renderà conto di quanto le colonne di quei templi fossero gigantesche, in modo da schiacciare psicologicamente il popolo che vi circolava intorno. E leggerà nelle guide che ampie porzioni di quei templi erano vietati alle persone comuni, che pure le avevano costruite; solo i sacerdoti e il faraone potevano penetrare nelle celle più interne. Il rapporto con la divinità era cosa loro. Ed ovunque quelle scritte coprono ogni spazio possibile magnificando i potenti, che amavano cancellare quelle dei loro predecessori, nell’intento di dominare non solo gli uomini ma anche la loro memoria.  Il turista si renderà conto che questi templi sono agli antipodi da quelli greci e che, invece, si avvicinano a quelli del primo impero romano, funzionali all’installazione del comando unico nelle mani dell’Imperatore. Ancora una volta la religione come mezzo della classe sociale al comando per calpestare le altre.

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Colonne che ti schiacciano.

Queste rovine egiziane sono angoscianti, enormi, disumane nel loro disprezzo del tempo, che per loro passa quasi invano. Se ne esce spossati, privi di forza per continuare, spesso annoiati.

Tornando ai tempi attuali: ovunque polizia con i mitra spianati e guardiani perfidi che si nascondono dietro le colonne per beccare il turista che fa fotografie dove è proibito e carpirgli soldi con le minacce.  Perchè poi non poter fotografare con i cellulari all’interno delle tombe? Culto del sospetto, deliri spionistici; esattemente gli stessi mali di cui è morto Regeni.

E gli egittologi sono presi dalla stessa, antica, megalomania e ricostruiscono senza freni tali templi sotto l’impulso colpevole del Ministero delle Antichità che vuole trasformare, riuscendoci, l’intero Egitto in un parco tematico; basta vedere quel che hanno fatto al tempio di Hatshepsut: una ricostruzione hollywoodian e probabilmente largamente fantasiosa che, però, piace tanto ai turisti e fa incassare molti soldi fra biglietti e souvenir. Ma anche altrove, ricostruiscono come forsennati rovine che dovrebbero rimanere tali anche se così facendo restano poco comprensibili ai paganti turisti.

Ed ancora: tombe al fondo dei lunghi corridoi sotterranei, con le pareti ossessivamente ricoperte delle formule magiche del Libro dei Morti; ospitanti i loro enormi sarcofagi terribilmente pesanti: fatica nel portarli dentro, imponenza schiacciante, nessuna bellezza, solo forza.  Come nell’uso di quei graniti neri o quei porfidi rossi di estrema durezza, intatti e che contengono ancora centinaia di ore di lavoro degli scalpellini di 3.000 anni fa. Oggetti fatti per durare milioni di anni, in disprezzo del tempo, della natura, della ragione. Megalomania ed infinita arroganza. L’arroganza del potere assoluto.

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Case e campi, a Luxor.

Ma il disagio continua anche fuori degli scavi. Si percorre con il treno, di giorno, la valle del Nilo, dal Cairo verso Luxor e la fatica si impossessa nuovamnte di te. La terra è fertilissima, ma è solo un lungo budello, stretto fra sterili colline di sabbia E’ sfruttata in ogni centimetro con ostinazione e fatica; direi con l’horror vacui,  come fosse un altare barocco. Le case, le strade, i canali, la ferrovia rubano spazio ai campi che si prendono tutto cio’ che resta. Non uno spiazzo incolto, non un angolo abbandonato, non una distrazione. La lotta per mangiare spinge il povero contadino egiziano a piantare qualcosa su ogni zolla e chi osserva ne sente la disperazione per non avere più spazio.  Sembrano contadini ingabbiati. Non vi è gioia bucolica in campagna, vi è ansietà; del resto la popolazione è così numerosa che non c’e’ nemmeno vera e propria campagna, ma un affastellarsi continuo di borghi e appezzamenti.

Son tempi duri per gli egiziani e il turista se ne accorge facilmente. Decine di navi per le crociere sul Nilo sono ormeggiate inoperose e arrugginite sulle banchine di Luxor. Alla biglietteria del Museo del Cairo aspettano voi, mentre fino a poche tempo fa serpeggiavano le code. I grandi alberghi del Cairo fanno prezzi da pensioncina, pur di aver clienti. Venditori, guide, tassisti, negozianti, ristoratori si affannano ad acchiappare turisti che finiscono per sentirsi come fagiani il primo giorno di caccia: impallinati da tutte le parti. Non c’e’ bisogno di dire che i prezzi si moltiplicano alla vista del turista occidentale: sempre, ovunque, comunque, immancabilmente.

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I Colossi di Memnone.

Vi è poi questa ulteriore faccenda: in Egitto fa caldo, la polvere impera. Cosa di meglio di una bella birra per rasserenare la gola dopo la visita alle martorianti rovine? No. La birra si vende solo in pochissimi luoghi e comunque di nascosto, in locali chiusi alla vista del pubblico. Quindi vi toccherà un bel karkadé, maledizione! Eppure il paese ospita molti cristiani copti ed è produttore di vino (non buonissimo, ma accettabile). Invece il perbenismo mussulmano vieta di vendere la birra allo scoperto e voi vi terrete la gola riarsa. Ed il cibo di strada sarebbe anche buonissimo.

La dominazione dell’uomo sull’uomo non è ovviamente finita con i Faraoni. Tralascio, per mia ignoranza crassa in materia, ciò che avvenne con la dominazione romana, araba e turca ed arrivo ai giorni nostri.  I ricchi e le ricche egiziane sono grassi e grasse, melliflui, d’aspetto viscidone. Li vedi negli alberghi, al bar, a bere, nei negozi, nelle macchinone e capisci che usano il loro potere senza ritegno o pietà. L’egiziano comune è magro, rapido, lo si intuisce terribilmente incazzato. A loro va la tua simpatia, ma non vi è terreno comune di intesa. Tu straniero sei il ricco, l’oppressore, l’infedele, la puttana bianca, il responsabile della loro miseria. Come intendersi?

L’oppressione non ha confini. Cavalli, asini e vacche sono ancora molto usati in Egitto ed anche al Cairo. Vedi ovunque passare calessi, carretti, asini montati. E il turista che ha occhi vede come sono maltrattati, con inutile crudeltà e come le loro groppe recano i segni di anni di frustate, di carichi troppo pesanti o mal posti, che li hanno feriti.

Unica eccezione:i gatti, che sono ancora trattati con rispetto ed affetto. Il loro antico status di animali sacri si è mantenuto. Sviaggiano nelle moschee come se fossero a casa loro.

No, non andate in Egitto (anche Alessandria non deve essere meglio). E’ terra triste e sfortunata. Non sarà colpa loro, ma non andiamoci. Risprmiamoci quelle pesantezze, tanto non possiamo fare nulla per alleviarle.

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