Viaggio in Serbia

Un tipico monastero ortodosso serbo nel parco di Fruska Gora. Foto di Vanipiza da Wikicommons.
Da un pò di tempo il Viaggiatore Critico avverte un frequente ed irresistibile impulso a prendere la propria macchina ed a dirigersi verso i Balcani. Prende l’Autostrada del Sole, arriva a Bologna, prosegue verso Venezia e poi per Trieste. Arriva fino a Basovizza, un nome che ha per lui un dolce suono ed entra in Slovenia, senza pagare la vignetta per le autostrade, ma acquistando l’economica benzina slovena. Si fa una quarantina di chilometri su una strada provinciale, attraversando l’Istria ed arriva in Croazia dove trova immediatamente l’autostrada. Prosegue quindi verso Zagabria, poi Slavonski Brod ed infine Lipovac dove si entra in Serbia. Sono un migliaio di chilometri che si possono anche fare in una sola giornata, se proprio si vuole. Tanto che il Viaggiatore ha un suo albergo preferito a Ryma, all’inizio della Serbia, con una spa per rimettersi a posto le ossa dopo tanti chilometri. A quel punto i Balcani si aprono davanti alle smanie pellegrine del Viaggiatore ed ogni volta è un gioco, un itinerario, una destinazione nuova. Per il momento si diverte così, poi gli verrà a noia e non ci andrà più.
Questa volta, verso fine inverno, gli è venuta voglia di girare per la Serbia: ne è venuto fuori uno strano viaggio, senza capo nè coda. Niente Belgrado per evitare il casino della grande città; si cercavano piuttosto le atmosfere rurali. Fine inverno vuol dire giornate grigie, non fredde. ma comunque poco solatie. Campagna ancora ferma, con poco verde e molto marrone dei campi bagnati. Sulle strade secondarie il fango importato dai trattori. Gli alberi spogli, solo alcuni cespugli con una voglia di verde in cima ai rametti. Zone pianeggianti, apena mosse. Insomma, un quadro abbastanza triste che aggravava lo stato d’animo del Viaggiatore, afflitto da un insopportabile mal di schiena che gli ha rovinato mesi e mesi di vita.

In estate la spiaggia di Novi Sad sul Danubio è affollatissima.
E’ venuto quindi un viaggio piuttosto inutile e privo di spunti interessanti. Il Viaggiatore si è aggirato senza meta nella parte nord del paese. Non ha mancato di passare qualche ora sul Danubio, che resta una delle sue grandi passioni. E ciò è successo a Novi Sad dove ha ucciso più di una birra seduto al bar della spiaggia pubblica, frequentata da quei pochi che si erano fatti illudere da una giornata di timido solicino. Ed ogni volta che il Viaggiatore osserva le tranquille acque del Danubio non può non pensare al fatto che quelle stesse acque godono dello statuto di internazionalità. In effetti il fiume può essere risalito senza che le pattuglie degli stati attraversati abbiano il diritto di fermare le imbarcazioni e chiedere il passaporto o il visto. Una imbarcazione che non toccasse terra potrebbe arrivare fino a Vienna ed oltre senza poter essere importunata. E’ come viaggiare in mezzo al mare, in acque internazionali. Meraviglioso.
Poi si è aggirato in certe valli ricche di conventi ortodossi. Con la consueta poca soddisfazione che tali complessi fanno nascere nel suo animo. I conventi ortodossi son tutti ugualmente poveri di interesse. Una chiesetta al centro, solitamente buia e recentemente affrescata (continuano a rifare gli affreschi, ridipingendoci sopra) circondata da un giardino ben curato che ospita edfici ad un paio di piani, bianchi e silenziosi. Il tutto circondato da una muraglia con grossi portoni. Atmosfera tranquillissima, nessuna attività apparente, forse uno o due monaci che vanno e vengono. I monasteri sorgono spesso isolati in aperta campagna e sembrano c0mprendere fattorie lì vicino. Quando ne hai visto uno li hai visti tutti; quando ne hai visti dieci non ne vuoi vedere più. In sottofondo c’è tutta una faccenda politica con la destra che rivendica le radici religiose del paese, in opposizione al recente passato socialista durante il quale questi fenomeni superstiziosi venivano scoraggiati.
Non è stato nemmeno possibile trovare delle zone vinicole dove comprare un pò di vinelli serbi che pure non dovrebbero esser male se qualcosa è passato dalla vicina Ungheria con i suoi a volte ottimi vini. E nemmeno il Viaggiatore ha potuto lustrarsi i suoi miopi occhi con le bellezze che lo avevano frastornato in un altro suo viaggio a Nis; evidentemente per questo aspetto ci sono nette differenze regionali.

Architetture moderne in Serbia. In questo caso è un albergo.
Ma una particolarità ha attirato l’attenzione del Viaggiatore. Aspetto che è difficle da spiegare. Chiamiamo tale fenomeno “l’affermazione della tamarritudine rurale”. Come si manifesta? Lo sviluppo economico dei paesi della ex-Jugoslavia è stato enorme dopo la fine della guerra civile nel 1995. In certi paesi come Slovenia e Croazia si sono avuti grandi investimenti, soprattutto tedeschi, che hanno orientato quello sviluppo in un senso più europeo. Anche il molto turismo proveniente dai paesi occdentali ha finito per omologare Slovenia e Croazia al resto dell’Europa occidentale. Non così per la Serbia, che continua a guardare al suo grande fratello, la Russia e che ha avuto uno sviluppo maggiormente endogeno e meno “importato”. Si sono conservati quindi quei caratteri di ruralità sanguigna e robusta che ritroviamo come forte impronta nei film di Kusturica. Una vitalità che non si cura del buon gusto, caratteristica esangue dell’Europa Occidentale. Hanno cominciato a circolare dei soldi e sono stati investiti anche nelle zone rurali e nelle piccole città, ovviamente. Edifici, alberghi, ristoranti. Di un gusto esecrabile, pieni di vetri fumé, di specchi, di metalli anodizzati, di scale di marmo, di legni torniti e lucidissimi. E’ tutto bruttissimo, ma di imponente vitalità. Si ostenta il denaro conquistato non si sa bene se legalmente e si invitano gli altri a far parte della nuova, rutilante e rumorosa cuccagna. Si va quindi nei nuovi ristoranti scintillanti e si mangiano grossi piatti sovrabbondanti di carni rosse, grasse, fritte. Ci si concentra volentieri in questi nuovi locali alla moda, parcheggiando vistose auto in piazzali imperfettamente asfaltati. Una borghesia appariscente, terribilmente vestita e caciarona che occupa molto spazio e dichiara palesemente di volerne occupare ancora di più. La vecchia classe parca e tradizionalista uscita dalla Jugoslavia di Tito, sparisce e si fa insignificante nei loro bar demodé e polverosi. E non dimentichiamoci che tutto ciò avviene in Serbia dove la sincerità e la mancanza di peli sulla lingua oltrepassa ampliamente (molto ampliamente) quelli che per noi sono i limiti della cortesia e del rispetto fra persone. Ogni fenomeno viene quindi aumentato dalla ruvidezza del tratto umano.
Bene. Chi è dunque il Viaggiatore sia pur Critico per criticare i costumi arrembanti della nuova borghesia della Serbia rurale del nord? Evidentemente nessuno e quindi si limiterà a questa descrizione che viene di fare ed aspetterà un vicino futuro per osservarne l’evoluzione. Ed ai suoi lettori dice di andare a vedere e a scriverne nei commenti.