Strani turismi

Caribù. (Foto di Jon Nickles, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=49865)

Si trovano, a volte, dei tipi di turismo che non avremmo mai immaginato. Questo è uno di quelli, nel nostro amato Quebec.

In altri post abbiamo parlato della nascita di questa colonia francese, ora regione canadese francofona, e dei suoi famosi cacciatori di pelli che vagavano in quelle umide foreste boreali, un po’ europei, un po’ indiani, un po’ di sangue misto. Abbiamo visto mille film su questo tema e nella cultura canadese il richiamo delle foreste del nord è ancora molto presente.  Del resto questa parte del paese è sterminata, disabitata, inospitale, inaccessibile, se si eccettuano le grandi installazioni minerarie o idroelettriche, spesso raggiungibili solo in aereo. E’ un quadro che a noi europei risulta quasi incredibile e del tutto estraneo. E’ difficile per noi pensare a sterminate aree, grandi più volte l’Italia intera quasi completamente vuote di persone, case, strade, attività. Un’infinita natura; per noi è una vertigine; per il pianeta un enorme polmone di cui ci si dimentica spesso.

In questo quadro si sono stabilite delle pourvoiries. Ovverosia dei luoghi dove ci si rifornisce di ciò di cui si ha bisogno, secondo il senso stretto del termine; ovverosia delle basi dalle quali si parte per andare a caccia o a pesca, secondo l’attuale senso turistico del termine.  Non sono alberghi, non sono agriturismi, non sono campeggi. Sono la versione moderna delle basi che i vecchi trappeurs usavano nelle loro stagioni di caccia agli animali da pelliccia. Non esiste niente di simile in Italia; al limite può ricordare (molto da lontano) l’edificio centrale di una riserva di caccia.

Solo nel Quebec ce ne sono 600 di queste pourvoiries, tanto è diffuso questo tipo di turismo. La loro associazione ha un bellissimo portale, zeppo di informazioni. Ma lasciamo stare quelle alle quali ci si può arrivare, banalmente, in auto. Andiamo a vedere quelle del nord, raggiungibili spesso solo in aereo, proprio o noleggiato, o fornito dalla stessa pourvoirie.

Ma cosa ci si va a fare in una pourvoirie? A ritrovare un contatto intimo con la natura, a gioire della sua immensità, a perdersi negli sconfinati spazi, a vivere avventure selvagge? Anche, ma temo che questo sia l’aspetto meno importante di questo tipo di turismo. In realtà ci si va per uccidere. Mammiferi come l’orso, il caribù, i cervi, i bisonti. Uccelli di tutti i tipi. Pesci, spesso enormi. Non sono vacanze da famiglia, di coppia. Si formano gruppi di rudi persone (di entrambi i sessi, sia chiaro; ricordiamoci di Sarah Palin) che vanno a passare un certo numero di giorni in quei luoghi e lì ammazzano tutto quello che è consentito loro. Frequenti i gruppi di colleghi. Le bevande alcoliche non sono comprese nel prezzo, vanno portate da Montreal a cura dei partecipanti; ma possono essere acquistate senza tasse all’aereoporto: non oso pensare…..

La sistemazione è spesso spartana, in case prefabbricate di legno o anche di lamiera ondulata, in camerate, senza spazi di intimità, come viene spesso precisato. Ma può essere anche in tenda, su delle barche, nelle roulottes, in rifugi; al limite, anche, in albergo. Se volete vi danno da mangiare, spesso il frutto stesso della vostra caccia o pesca; ma anche molti altri servizi: noleggio di barche, vendita di carburante, noleggio di tutto il materiale necessario. Un mattatoio è a vostra disposizione per preparare la carne da portar via in borse termiche. Del personale specializzato può essere richiesto come guide, macellai, marinai, cercatori delle piste degli animali. Certuni vi offrono la caccia con l’arco o con la balestra; altri la caccia con le trappole o con la carabina ad un solo colpo, per simulare le antiche condizione di caccia. Insomma, tutto quel che ci vuole per farvi sfogare senza limiti.

Ma torniate alle pourvoiries perse nell’estremo nord. In questa della Riviere Delay ci si arriva da Montreal con un aereo fino alla loro base del lago Canapiscau. Da lì un idrovolante porta i turisti alla pourvoirie. 1.200 km da Montreal. Si è ospitati in chalet di tre stanze e i pasti vengono preparati dal personale. L’elettricità proviene da un generatore, fino alla 10 la sera. Nella sala comune c’e’ anche un collegamento satellitare Internet. I turisti possono pescare salmoni, trote ed altri pesci tipici del luogo. E si possono cacciare i caribù. Normalmente vi si sta 4 giorni, il costo è di circa 1.000 euro al giorno, assolutamente tutto compreso.

Lo chalet che Mirage offre per la caccia. Si trova a 418 chilometri a nord della pourvoirie principale e si raggiunge in idrovolante. Accoglie 6 persone ed è aperto in estate ed in autunno. E’ dotato di una piccola imbarcazione.

Invece la pourvoirie Mirage è raggiungibile per strada, a 1.600 km da Montreal. L’istallazione è più confortevole della precedente, vi è anche la sauna. Vi si caccia il caribù, l’alce, l’orso nero. Si possono noleggiare aerei, idrovolanti, elicotteri, barche, motoslitte (basta che siano mezzi meccanici e rumorosi). Hanno anche degli chalets in luoghi ancor più isolati e selvaggi, a qualche centinaio di km dalla base; raggiungibili con l’idrovolante. Prezzi ragionevoli: 2.000 euro per una settimana.

Luoghi meravigliosi. Foto tratta dal sito web della pourvoirie del fiume Payne.

Ed infine il campo più lontano, a 1.800 km da Montreal, sul fiume Payne; ormai in territorio Inuit, eschimese. Vi si arriva con un volo di linea fino a Kuujjuaq, hub per gli insediamenti Inuit; poi si continua con un aereo privato per i diversi campi base. Si dorme in baracche, si pescano pesci dalle dimensioni eccezionali; si cacciano vari uccelli e l’orso nero. Sembra che parte del personale sia Inuit. I costi vanno sempre sul migliaio di euro al giorno, più i permessi di caccia e pesca. Ma se l’aereo non può partire per il maltempo non vi prendono niente, per il giorno in più.

Se Dio vuole, dal febbraio 2018 il Governo  ha proibito la caccia al caribù, a tempo indeterminato. Non so come stia quella all’orso o all’alce. Mi chiedo comunque chi controlli, su quelle distanze, ciò che una banda di abbrutiti armati riesca a fare.

Insomma un turismo terribilmente invasivo, rumoroso, dannoso e caro in un ambiente assolutamente naturale. Potrebbe essere un paradiso ecologico, ma con la loro mentalità della frontiera da conquistare e della natura da sottomettere riescono a pesticciare tutto quel che trovano. Va già bene che non diano la caccia agli eschimesi.

Il famigerato piatto quebecois: la poutine.

Immagine per stomaci forti: la poutine. (Di Jonathunder da wikicommons)

La pervicace umiliazione del gusto;  la rinuncia nighittosa  ad ogni funzione culinaria; la voluptas dell’annullamento del piacere del cibo; lo sprofondare negli abissi dell’abiezione gustativa. Ed inorgoglirsene.

Parlo del piatto nazionale quebecois: la famigerata POUTINE.
Non crederete alla ricetta: si friggono delle patate tagliate a bastoncino. Si impiattano e vi si versa sopra abbondante formaggio fresco tipo cheddar a dadini (solido, con i buchini, non cremoso, meglio se scricchiola sotto i denti, assolutamente insapore, comprato già pronto in una busta). Il formaggio con il calore delle patate fonde leggermente. Si irrora con abbondante salsa bruna (tipo barbecue, anche se meno dolce) di origine rigorosamente industriale e si serve.
Solo allo scrivere questa ricetta allibisco di tanta poverta’ gustativa. La salsa rammolisce le patate fritte, il formaggio sparisce con la salsa, molto salata. Patate fritte e formaggio?

Eppure piace immensamente ai quebecois, la si trova a tutti gli angoli, si va apposta a mangiarla in locali famosi. Se ne fanno altre versioni, tipo l’italiana, con la pomarola al posto della salsa bruna. Wikipedia si sofferma sulla storia del piatto e dei suoi ingredienti.

Ed alla fine, il panorama gastronomico del Quebec è così fallimentare e disperante che il turista si rifugia in questo piatto come nel minore dei mali (il resto è peggio) e finisce per farselo piacere. VIVA la POUTINE.

Montreal e Quebec City

Montreal: finalmente l’estate!! (da wikicommons CC BY-SA 3.0)

Non c’e’ molto da vedere in Quebec, ma e’ appassionante osservare come vivono i Quebecois. E soprattutto pascersi della loro semplice gentilezza, un pò ingenua, alla buona, sorridente e casareccia.

I minuscoli nuclei storici di Montreal e di Quebec City,  pur interessanti, sono diventati dei parchi tematici per della gente tragicamente priva di storia e che si afferrano ad ogni minima pietra più vecchia del loro nonno. Al di fuori dei piccoli centri storici : grattacieli, palazzoni, stradone.
 A Montreal sono stato affascinato dalla rete sotterranea che percorre molti isolati del modernissimo centro della città.  I grattacieli sono collegati da una serie di ampi passaggi pedonali  sotterranei grazie ai quali si puo’ passare da un grattacielo all’altro. In questo modo si accede ai centri commerciali che occupano i piani bassi e interrati dei vari palazzi oppure scendere nelle diverse stazioni della metropolitana. E’ una eccellente idea per spostarsi in città senza dover affrontare il terribile freddo invernale o l’asfissiante estate quando l’umidita’ trasforma la citta’ in un acquario tropicale. In uno dei centri commerciali avevo trovato una piccola pista di pattinaggio su ghiaccio. Ci andavo spesso a bere una birra e guardavo la superficia bianca e ghiacciata, cercando di dimenticare il forno che mi aspettava all’uscita.
I Quebecois hanno una sfrenata passione per il circo. Non a caso Le Cirque du Soleil e’ nato ed ha sede stabile qui. Gli spettacoli circensi sono  quindi frequentissimi, variopinti ed innovativi, anche se spesso un po’ cenciosi. Organizzano anche volentieri delle sfilate in maschera per le divese ricorrenze: anche lì i costmi sono un pò sfilaccicati, tralti, sudicini e polverosi. L’impressione generale è da poverissima troupe di avanspettacolo, sul bordo della fame. Un pò malinconico, il tutto, sarebbe piaciuto a Fellini.
Sono anche molto civili: se vai al cinema ed il film non ti piace ti rendono il biglietto se esci entro la prima mezz’ora.
Montreal, città modernissima. Qui nella tipica nebbiolina dell’afa soffocante dell’estate. Da Wikicommons

Gli abitanti di Montreal non sono molto eleganti: l’immagine principale che conservo di loro è la seguente: giovane, maschio o femmina, con immancabile caschetto da baseball che conferisce immediatamente un’aria poco intelligente. Carnagione di un bianco malaticcio contro il quale il sole non puo’ niente. Maglietta di colore slavatuccio, un po’ sbrindellata e non esente da patacca. Pantaloni sopra il ginocchio, sformati. Sandalo stanco su piede nudo con unghia orlata da un po’ di nero. Aspetto generale un po’ flaccido, panzetta da cattiva alimentazione. In mano, perennemente, bicchiere da passeggio con coperchio e cannuccia.

In effetti in Quebec si mangia terribilmente male. Durante il mio lungo viaggio fui presto ridotto alla disperazione. Anelavo un McDonald, perchè il resto era peggio. Tutte catene di fast food di quelle trucide, grondanti salse e grasso alla griglia. Pochi ristoranti, ma spesso cari arrabbiati.
Alternativa gradevolissima: la visita dei quartieri etnici, nelle periferie: il quartiere italiano, quello portoghese, l’africano, ecc. Con ristoranti annessi, finalmente decenti. Naturalmente la comunita’ italiana e’profondamente venata da aspetti mafiosi ed e’ molto mal vista.
I passaggi sotterranei che collegano i grattacieli del centro di Montreal. (Di Jeangagnon – Opera propria, Wikicommons)

La poutine, piatto nazionale quebecois, merita sia un articolo a parte che un posto di riguardo fra i crimini contro l’umanita. I supermercati vanno visti: per poi mettersi a piangere. Vi si trovano quasi solo cibi già preparati in confezioni dai colori vivissimi. Sembra che piu’ nessuno sia ormai in grado di cucinare, nemmeno la più banale delle cose. Cibi indistinguibili nei loro componenti affogati in salse grevi di grassi; sapori chimici che provocano certo dipendenza. Triste, disperante, squallido: una funzione umana primordiale ridotta a campo di battaglia di ciniche multinazionali. Poveri!!

I Quebecois sono naturalmente molto vicini alla Francia e nella breve e torrida estate si accavallano festival di diverso tipo con alla base hanno l’uso della lingua francese. Tutti parlano anche l’inglese, ma non ne vanno affatto fieri. Devono parlarlo, ma non è roba loro. Unico caso al mondo di un popolo che ha due lingue madri di questa importanza. Il che e’ un bel culo.
Mille gli eventi estivi: concertoni, sfilate, passeggiate, visite, teatro, cinema, fuochi d’artificio, rievocazioni storiche coloniali, conferenze, circo. Tipica frenesia di chi ha passato un lunghissimo inverno al chiuso. Numerose le feste delle diverse nazionalità presenti in città. Nei parchi sono una accanto all’altro e in un pomeriggio si fa il giro del mondo mangiando cibo di strada di tutti i continenti.
Il centro storico di Quebec City. (By Christophe.Finot – Own work,Wikicommons)

Quindici giorni a Montreal o a Quebec volano! Organizzandosi bene e trovando i posti giusti c’e’ da fare una quantita’ di cose. Il livello sarebbe ampiamente migliorabile, come qualita’ ed esecuzione. Resta in bocca un sapore di arrangiato ed un po’ cialtrone. Ma ancora una volta, il tutto e’ porto con grande gentilezza e cercando di implicare in tutti i modi lo spettatore.

Caro. Perche’ tutto e’ a pagamento. Proprio tutto, tutto, tutto. Anche i fuochi d’artificio che sono fatti lontanissimo dalla città, tanto che il biglietto comprende anche il bus che ti porta. Ed in macchina non ti ci fanno arrivare.
E non puo’ mancare la visita alla via gay animata, festaiola e del tutto democratica.
Insomma un posto civilissimo e gentile che ti fa accettare con grazia proposte cultural/festaiole che altrove non ti attirerebbero.

Quebec

Francesi che abitano in America? Americani che parlano il francese? Una minoranza schiacciata dalla maggioranza anglofona? Il retrobottega di New York? I discendenti di soldati sfortunati e orfane salvate dalla carità del Re? Una bizzarria storico-geografica che causa infiniti problemi di identità e di insicurezza? E gli indiani?

Il Quebec e i suoi abitanti sono tutto ciò e quindi meritano una visita attenta ed incuriosita.

Le straordinarie dimensioni del manicomio di Quebec City. (JOFphoto via Wikimedia Commons)

Un ricordo, fra i molti di un viaggio di alcuni anni fa, sovrasta gli altri.  Tornando a piedi verso il mio albergo di Quebec City costeggiavo un enorme edificio degli inizi del ‘900. Mi pareva tristissimo e mi si stringeva il cuore  ogni volta che ci passavo sotto. Poi, finalmente, chiesi cosa fosse stato. Era il vecchio manicomio! Le dimensioni dell’ edificio (in foto) danno l’idea delle dimensioni dei problemi mentali dei vecchi Quebecois.

E mi (dis)piace pensare che fossero dovuti alla difficile situazione in cui questo popolo si trova.
Immersi in una marea anglofila che li guarda con sufficenza e disprezzo, discendono dai cacciatori di pellicce che si avventuravano nelle brumose foreste del nord del Quebec; o da torme di militari che il Re di Parigi mandava in quella provincia per difenderla dagli egemoni inglesi. Per tradizione, i militari perdevano il loro cognome e, in sua vece, acquisivano il soprannome che gli era dato dai commilitoni, spesso ridicolo o svilente. Quindi perdita di identita’ e di ogni possibilita’ per i discendenti di ritrovare le radici francesi. Per loro la possibilita’ di tornare a casa, dopo la fine della ferma, era remota, non avendo i soldi per pagarsi il viaggio.
Per tenerli buoni il Re mandava navi e navi di ragazze orfane allevate negli Istituti pubblici e chiamate “Les filles du Roi” e dava alla coppia appena formata una stretta ma lunga fetta di terra che si affacciava, per il lato corto, sull’immenso fiume San Lorenzo. Era essenziale che il lotto avesse accesso al fiume, in quanto questo, per molto tempo, fu la unica via di comunicazione. Li vivevano bene, l’agricoltura era generosa: erano comunità autosufficenti e ben provviste, tanto che il Governo della Colonia aveva mille difficoltà a trovare sul luogo dei dipendenti. Gli abitanti preferivano vivere di ciò che le loro mani producevano piuttosto che sottomettersi agli ordini dei boriosi funzionari francesi. In caso di necessità facevano delle battute di caccia e tornavano con le pregiatissime pellicce.  Finirono quindi per isolarsi completamente per molte generazioni. Il loro francese si trasformò in quella lingua curiosissima che è oggi.
Divennero quindi amichevoli, gentili, accoglienti e socievoli; in una parola: alla mano. Ma rigidi e diffidenti nei confronti dell’esterno e delle novita’ che da li’ arrivavano.  Molto attaccati alle loro regolette e sempre un po’ preoccupati del giudizio altrui. Provinciali, insomma. Ma di gentilezza deliziosa, che il viaggiatore apprezzera’ ad ogni momento.
Il gigante statunitense è proprio lì e li schiaccia. Il fine settimana Montreal si riempe di ragazzi americani maleducati che comprano alcool di tutti i tipi e si aggirano in città urlando e facendo casino come se fosse roba loro. Molti degli introiti del Quebec vengono dall’energia elettrica prodotta dalle grandi dighe del nord e venduta alla città di New York. I Qubecois ci vanno anche a lavorare negli Stati Uniti e ne tornano impressionati ed un pò annichiliti.
Benchè la situazione degli indiani sia tragica anche nel Quebec il riso ed il sorriso abbonda. Dal loro sito, che propone anche turismo autoctono.

L’altra immagine forte del mio viaggio è la risata degli indiani. Qua e là vi sono delle riserve indiane dove nessuno altro vi può possedere cose o svolgere attività. A volte la riserva è rappresentata da un quartiere della città. Sono zone povere, trasandate, con i bambini che giocano per strada. Poco meglio dei campi Rom italiani. Eppure gli indiani ridono: forte, spesso, tutti, con gran gusto. Uno di loro fa una cosa e tutti ridono; un altro dice una frase e tutti ridono ancora e così passano la giornata. Ho visto un omone enorme che sudava a ruscelli e tutti ridevano; lui imprecava per il caldo (asfissiante per davvero) e gli altri che si sbattevano dalle risate. Ho letto che è un tratto caratteristico della loro cultura; una vera e propria manifestazione del loro essere. I quebecois non-indiani presenti fanno finta di niente, fra l’abitudine ed un filo di fastidio.

Non importa dire che la distanza umana fra l’enorme manicomio dei bianchi di Quebec City e le grasse risate degli indiani delle riserve è talmente mastodontica da aprire infiniti spazi di riflessione sulla società quebecoise.