Quebec

Francesi che abitano in America? Americani che parlano il francese? Una minoranza schiacciata dalla maggioranza anglofona? Il retrobottega di New York? I discendenti di soldati sfortunati e orfane salvate dalla carità del Re? Una bizzarria storico-geografica che causa infiniti problemi di identità e di insicurezza? E gli indiani?

Il Quebec e i suoi abitanti sono tutto ciò e quindi meritano una visita attenta ed incuriosita.

Le straordinarie dimensioni del manicomio di Quebec City. (JOFphoto via Wikimedia Commons)

Un ricordo, fra i molti di un viaggio di alcuni anni fa, sovrasta gli altri.  Tornando a piedi verso il mio albergo di Quebec City costeggiavo un enorme edificio degli inizi del ‘900. Mi pareva tristissimo e mi si stringeva il cuore  ogni volta che ci passavo sotto. Poi, finalmente, chiesi cosa fosse stato. Era il vecchio manicomio! Le dimensioni dell’ edificio (in foto) danno l’idea delle dimensioni dei problemi mentali dei vecchi Quebecois.

E mi (dis)piace pensare che fossero dovuti alla difficile situazione in cui questo popolo si trova.
Immersi in una marea anglofila che li guarda con sufficenza e disprezzo, discendono dai cacciatori di pellicce che si avventuravano nelle brumose foreste del nord del Quebec; o da torme di militari che il Re di Parigi mandava in quella provincia per difenderla dagli egemoni inglesi. Per tradizione, i militari perdevano il loro cognome e, in sua vece, acquisivano il soprannome che gli era dato dai commilitoni, spesso ridicolo o svilente. Quindi perdita di identita’ e di ogni possibilita’ per i discendenti di ritrovare le radici francesi. Per loro la possibilita’ di tornare a casa, dopo la fine della ferma, era remota, non avendo i soldi per pagarsi il viaggio.
Per tenerli buoni il Re mandava navi e navi di ragazze orfane allevate negli Istituti pubblici e chiamate “Les filles du Roi” e dava alla coppia appena formata una stretta ma lunga fetta di terra che si affacciava, per il lato corto, sull’immenso fiume San Lorenzo. Era essenziale che il lotto avesse accesso al fiume, in quanto questo, per molto tempo, fu la unica via di comunicazione. Li vivevano bene, l’agricoltura era generosa: erano comunità autosufficenti e ben provviste, tanto che il Governo della Colonia aveva mille difficoltà a trovare sul luogo dei dipendenti. Gli abitanti preferivano vivere di ciò che le loro mani producevano piuttosto che sottomettersi agli ordini dei boriosi funzionari francesi. In caso di necessità facevano delle battute di caccia e tornavano con le pregiatissime pellicce.  Finirono quindi per isolarsi completamente per molte generazioni. Il loro francese si trasformò in quella lingua curiosissima che è oggi.
Divennero quindi amichevoli, gentili, accoglienti e socievoli; in una parola: alla mano. Ma rigidi e diffidenti nei confronti dell’esterno e delle novita’ che da li’ arrivavano.  Molto attaccati alle loro regolette e sempre un po’ preoccupati del giudizio altrui. Provinciali, insomma. Ma di gentilezza deliziosa, che il viaggiatore apprezzera’ ad ogni momento.
Il gigante statunitense è proprio lì e li schiaccia. Il fine settimana Montreal si riempe di ragazzi americani maleducati che comprano alcool di tutti i tipi e si aggirano in città urlando e facendo casino come se fosse roba loro. Molti degli introiti del Quebec vengono dall’energia elettrica prodotta dalle grandi dighe del nord e venduta alla città di New York. I Qubecois ci vanno anche a lavorare negli Stati Uniti e ne tornano impressionati ed un pò annichiliti.
Benchè la situazione degli indiani sia tragica anche nel Quebec il riso ed il sorriso abbonda. Dal loro sito, che propone anche turismo autoctono.

L’altra immagine forte del mio viaggio è la risata degli indiani. Qua e là vi sono delle riserve indiane dove nessuno altro vi può possedere cose o svolgere attività. A volte la riserva è rappresentata da un quartiere della città. Sono zone povere, trasandate, con i bambini che giocano per strada. Poco meglio dei campi Rom italiani. Eppure gli indiani ridono: forte, spesso, tutti, con gran gusto. Uno di loro fa una cosa e tutti ridono; un altro dice una frase e tutti ridono ancora e così passano la giornata. Ho visto un omone enorme che sudava a ruscelli e tutti ridevano; lui imprecava per il caldo (asfissiante per davvero) e gli altri che si sbattevano dalle risate. Ho letto che è un tratto caratteristico della loro cultura; una vera e propria manifestazione del loro essere. I quebecois non-indiani presenti fanno finta di niente, fra l’abitudine ed un filo di fastidio.

Non importa dire che la distanza umana fra l’enorme manicomio dei bianchi di Quebec City e le grasse risate degli indiani delle riserve è talmente mastodontica da aprire infiniti spazi di riflessione sulla società quebecoise.

2 pensieri su “Quebec

  1. Denys Arcand, uno dei piú grandi cineasti del Québec commentando il suo ultimo film “La caduta dell’impero americano” ,pellicola magari non felice come Il declino dell’impero americano o le invasioni barbariche ,afferma che dopo la rivoluzione culturale del Québec negli anni 60 dove la gente svuotó le chiese e fece brillare ” l’obscure province” con l’accento contadino come dicevano i fratelli maggiori francesi, restó solo il denaro come riferimento con il perdersi dei valori giudaico-cristiani…La societá del Canada francese vive in effetti un imbarbarimento con eccessi di secolarizzazione dove a volte il politically correct rasenta il grottesco…percorrendolo notai che é attraversato dal 45 parallelo come Voghera…..Vi sono credo molte somiglianze tra il profondo Québec e la provincia italiana del nord….la cultura conservatrice ormai pseudo cattolica, con le bestemmie anticlericali il loro “ostie” e il nostro imprecare contro i preti….i tanti campi verdi solitari e tristi,il San Lorenzo come il Po,gli inverni lunghi e da suicidio…
    Da notare che io con il Québec ci lavoro nonostante viva altrove ovvero letteralmente “Le Québec me donne à manger”….

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    • In Qubec, inoltrem c’e’ questo perenne sentimento di accerchiamento da parte degli anglofoni, di inadeguatezza davanti alla boria degli stessi, il loro basso profile in confronto agli altri, rampanti. Ancora una volta una immigrazione di disperati; orfane, “les filles du Roi” e militari dosgraziati che non avevano i soldi per tornare a casa, finita la ferma. nei due casi, gente buttata al di là dal mare. E per colmo di perdita di identità veniva anche cambiato loro il cognome….

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