Domenica pomeriggio con i Pigmei

Pigmeo Africa centrale
Non ho fotografie mie di quella domenica. E detesto le foto dei “selvaggi”: sono persone. Ho deciso quindi di mettere un disegno, risalente ai viaggi degli esploratori bianchi in Africa Centrale. Si tratta di un documento storico.

Cosa c’e’ di meglio che passare il pomeriggio della domenica in compagnia dei Pigmei, nella foresta? E’ la domanda che ci facemmo con la mia fidanzata, quando abitavamo a Lambarené, in Gabon.

Avevamo saputo di un gruppo di tale simpatica gente che si era insediato lungo una pista forestale, non lontano dalla città. Mi feci indicare qualcuno che frequentava quella zona, lo contattai e fissammo. Da persone civili quali siamo, mi feci consigliare su cosa portare, per non arrivare a mani vuote. Acquistai quindi un paio di lampade a petrolio, tipo minatori di carbone, un po’ di stoppino e una stagnina di petrolio; aggiunsi un sacchetto di qualche chilo di riso.

La storia era questa, press’a poco. I Pigmei sono gli antichi abitatori della densa foresta pluviale del Gabon (e non solo). Il loro territorio è stato eroso dalle successive invasioni dei popoli del sud del paese e poi dall’ultima invasione dei temibili Fang che hanno occupato la parte nord del paese mangiando (letteralmente) tutti quelli che non fuggivano. Tutti questi popoli sono agricoltori e sono sempre rimasti ai margini della foresta; abitavano le zone dove c’era almeno un po’ di savana, nella quale si sentivano più a loro agio, pur coltivando (e distruggendo) scampoli di foresta (che trasformano rapidamente in savana).

I Pigmei, no. Loro stanno dentro la foresta, non ne escono e ci si trovano benone. E’ il loro regno e lo conoscono alla perfezione. Gli altri Gabonesi sono spaventati dai pericoli insiti nella foresta (uno dei quali sono i Pigmei stessi) e riconoscono a questa gente delle straordinarie doti di adattamento a quell’ambiente. Dicono che un pigmeo può nascondersi dietro ad una sola foglia.

La domenica prendiamo il tipino con il pick-up 4×4, andiamo verso sud e poi deviamo su una di quelle piste che le compagnie forestali aprono per poter penetrare nella foresta e tagliare quei pochi alberi che conveniva loro vendere. Oggi la situazione è assai cambiata; sono entrati i cinesi che tagliano e portano a casa assolutamente tutto ciò che spunta dalla terra. Basti pensare che in questi mesi stanno comprando anche gli abeti (il cui legno è poco pregiato) abbattuti da Vaia, in Italia, nonostante i costi italiani.

In una oretta arriviamo al villaggio pigmeo, composto da tre o quattro capannucce di frasche, tipo capanni da cacciatori dell’Appennino. Una dozzina di persone fra uomini, donne e bambini stanno lì intorno. Ci accolgono con il sorriso e grande gentilezza. Sono piccoli, ma non piccolissimi; minuti nelle membra e nel volto, sembrano molto agili, si intuiscono scattanti. Si muovono un pò a scatti; per certi aspetti mi ricordano gli indigeni della foresta amazzonica, a dimostrazione che l’ambiente condiziona anche l’umanità. La pelle è molto più chiara di quella degli altri gabonesi ed i tratti del volto ci appaiono simpatici. Sono vestiti di stracci. Devo dire che mi vergogno un po’ di aver fatto questa descrizione fisica dei Pigmei come se fossi un antropologo anglosassone ottocentesco, ma so che ciò risponde alle domande, magari inespresse, dei lettori.

Accoglienza gentilissima, quindi. parliamo soprattutto con gli uomini, sorridenti e dai modi molto civili. Ricevono con piacere le nostre lampade e le mettono nelle capanne. Il tipino che ci accompagna deve essere imparentato con loro e traduce abbastanza facilmente fra la loro lingua ed il francese. Cerco soprattutto di capire per quale motivo hanno deciso di lasciare la foresta per stabilirsi lungo la pista. Intuisco le ragioni e mi riempio di tristezza, ma anche di solidarietà umana.

Oigmei, Repubblica Centrafricana
Questa foto si riferisce ad un luogo di vita di Pigmei della Repubblica Centrafricana. Si tratta di una foresta molto meno umida, densa e sviluppata di quella gabonese di cui si parla nell’articolo. Si noti la forma tradizionale della capanna, ma anche la presenza di elementi moderni: una stagna, delle pentole. Foto di Jmgracia100 via WikiCommons.

Non bisogna pensare che i Pigmei siano privi di contatti con il resto della popolazione: forniscono agli altri gabonesi gli animali cacciati e le erbe medicinali. In cambio ricevono vestiti, pentole, machetes, lampade, alcool, medicine, sale. Stare vicino alla strada facilita di molto questi scambi. Ma vi è anche un motivo più profondo ed è ciò che provoca la mia tristezza. Quel gruppo di pigmei è caduto nella seduzione del modo di vita occidentale. I nostri mezzi, la velocità del nostro vivere, l’apparente onnipotenza della nostra cultura (sia pure mediata dagli altri gabonesi) ha vinto sulla cultura vecchia di molti millenni dei Pigmei. Hanno dato le dimissioni da ciò che erano e si sono accodati al nostro treno. E’ la loro scelta, non possiamo obbligarli a restare nella loro “riserva indiana”, ma è evidente che un pezzo di umanità è stata perso. Vorrei consigliare loro di lasciar perdere e di seguire i loro antenati; ma non solo non mi compete e comunque non mi darebbero retta; ma non sono nemmeno sicuro che non abbiano ragione a volersi integrare nella globalizzazione. Il problema è che non ci riusciranno e finiranno sgretolati dalla macchina del progresso.

A questo punto succede una delle faccende più curiose a cui abbia mai assistito. La mia fidanzata era ecuatoriana e si dilettava nell’uso di piante medicinali, con un certo livello di esperienza. Si mette quindi a discuterne con un pigmeo, sempre grazie alla traduzione del tipo. Parlano delle virtù dell’albero della papaya presente tanto in Ecuador, quanto in Gabon. Viene fuori una discussione anche accesa sul fatto se siano più medicamentose le foglie ed il frutto (come dice la mia fidanzata) o le radici (come sostiene il pigmeo). La discussione si fa calda ed il traduttore fatica un po’ a stare dietro ai due che finiscono per comunicare più semplicemente a gesti. Ognuno difende la propria cultura fitomedicinale con veemenza ed io li osservo sbalordito, ma felice: non esistono frontiere fra la gente, ed ancor meno fra la gente tropicale!

Un altro pigmeo mi fa provare il suo arco. E’ un bastoncino ricurvo di meno di 60 centimetri; il filo è un tendine di animale; la freccia una sorta di spiedino da arrosto in bambù. Mi mostra una scatolina dove c’e’ del cotone imbevuto di veleno. Mi spiega che intingono la punta della freccia per avvelenare l’animale. E’ una caccia da foresta: si avvicinano in silenzio all’animale (scimmiette, uccelli, piccole gazzelline) e tirano la freccia avvelenata. Non è affatto necessario che colpisca organi vitali, del resto è troppo piccola e leggera per farlo. Basta che ferisca. Il cacciatore seguirà l’animale fino a che cadrà morto per avvelenamento. Mi fa un po’ di tiro al bersaglio contro un albero e mi regala il suo arco con una decina di frecce contenute in una faretra di bambù da appendersi al dorso con delle funicelle tipo vimini. La faretra mi si romperà appena arrivata a Firenze, schiantata dalla mancanza di umidità di un appartamento riscaldato.

Vado a vedere un campicello che hanno preparato, fra le capanne ed il fiume. Diventando stanziali ed abbandonando il loro modo di vita tradizionale, hanno fatto il passo da cacciatori / raccoglitori a contadini. Ho potuto vedere con i miei occhi il passaggio fra il Paleolitico ed il Neolitico: l’inizio della dannazione dell’umanità; la scoperta del lavoro. Per loro Adamo aveva appena mangiato la mela.

Non avevo mai visto un campo così strampalato. Invece di abbattere gli alberi per far posto alle colture si erano arrampicati fino ad una decina di metri di altezza e li avevano capitozzati (in modo da durare meno fatica). Sotto avevano seminato assolutamente alla rinfusa quel che era capitato loro sottomano, lasciando che le erbacce prendessero il sopravvento. Apprendisti contadini. Il cuore mi si strinse.

E mi si stringeva ancora di più al pensiero di ciò a cui i temibili Fang sottopongono queste mitissime persone. Sono convinti che il mal di schiena di un uomo si curi scopando una pigmea. Quindi vanno nei loro villaggi, violentano la prima donna che trovano e se ne vanno.

Alla fine del pomeriggio, ci salutammo come cordiali vicini e ce ne andammo. Non tornammo più ed io sono sicuro che quelle persone sono tutte morte di alcolismo, AIDS, mendicità, malattia, alienazione e tristezza.

Gli ultimi cannibali, Gabon.

I cannibali ci sono ancora, vanno in giro in SUV e doppiopetto. Tutto ciò succede in Gabon. L’Africa è un serbatoio infinito di storie antiche.

Che sarebbe anche una interessante meta turistica: in piena Africa centrale atlantica ha delle meravigliose foreste tropicali dense di straordinaria variabilità botanica, con esemplari assolutamente maestosi. E’ paese ricchissimo di fiumi e laghi che costellano le suddette foreste, come a Lambarenè. La costa ha infinite spiagge del tutto vergini: la zona di Fernand Vaz da sola vale il viaggio. Un paese poco popolato e pochissimo turistico fornisce grandi sensazioni a chi ci si avventura. Purtroppo caro e con pochi servizi per il viaggiatore.

Ma non sta in questo il fascino nascosto e sulfureo del Gabon. Finito di pacificare dal colonizzatore francese pochi anni prima dell’indipendenza, conseva nelle sue foreste un enorme patrimonio culturale ed antropologico. Mille etnie diverse vi convivono, fra molte difficoltà e conflitti. I primi abitatori furono i pigmei, ancora numerosi e ben poco integrati. A loro si sovrapposero in tempi remoti una lunga serie di etnie sostanzialmente matriarcali. Negli ultimi secoli sono arrivati i Fang, provenienti dagli attuali Cameroun e Guinea Equatoriale ed hanno occupato tutto la parte settentrionale del paese, soppiantando i vecchi abitanti e, letteralmente, mangiandoseli.  Furono i francesi, con le loro delicate maniere a fermare l’avanzata. Perchè i Fang erano una etnia guerriera, espansionista, patriarcale, molto, molto decisa ed anche cannibalesca. Naturalmente i tempi son cambiati, i Fang non fanno più la guerra, ma i modi e le abitudini son dure a morire.

bwiti 2
Si danza il Bwiti.

E qua entriamo nella vertigine dell’antropologia attuale del Gabon, nel suo mosaico di culture che si adattano al mondo moderno, pur conservando fortissime le caratteristiche ancestrali. E se gli altri popoli impressionano per intelligenza e sensibilità ambientale (non scherzo affatto, sono maestri nelle due cose) i Fang hanno conservato l’abitudine delle associazioni iniziatiche segrete degli uomini, come facevano prima fra guerrieri. Sono dei liberi gruppi, sostanzialmente separati dalle normali gerarchie dei clan e che possono assomigliare, per dare un’idea, alle nostre logge massoniche coperte.

I membri di questi gruppi si aiutano fra di loro e godono della direzione di uno stregone/maestro di cerimonie. Dal momento che i Fang puntano fortemente al potere politico, è naturale che in alcuni di questi gruppi si concentrino degli uomini di elevata posizione sociale, economica, politica con tendenza a conservare e ad aumentare tale rilevanza. Vi si ritrovano ministri, direttori di importanti uffici pubblici, commercianti, imprenditori. Non dimentichiamo che il Gabon è produttore di petrolio e di soldi ce ne girano tanti.

I gruppi segreti organizzano cerimonie religioso-magiche; la religione più diffusa del Gabon è il Bwiti, unione sincretistica di religioni animiste e di cristianesimo, basato sul consumo della radice di una pianta (l’Iboga) che produce allucinazioni. A questa pacifica religione i Fang hanno aggiunto i loro vecchi riti cannibalici.

Si consumano solo alcune parti del corpo: il sesso, per rinvigorire la prestanza sessuale; la lingua e le labbra per migliorare l’eloquenza; il fegato e il cuore per rendersi più coraggiosi; il cervello per l’intelligenza. Queste parti vengono tagliati in pezzetti e mescolate ad un’impasto di semi di zucca pestati. L’insieme viene avvolto in un fagotto di foglie di banano e bollito in acqua. Una volta cotto,  si scarta e si condisce con varie salse. Si tratta del cosiddetto “paquet de graines de citrouilles” assai buono e molto diffuso nella sua versione vegetariana.

I fornitori delle parti anatomiche sono dei poveri ragazzi e ragazze che vengono fatti rapire ed uccidere dal capo del gruppo. Ci fu un momento in cui il parcheggio del più grande supermercato di Libreville era chiamato “la macelleria umana” perchè i ragazzi di strada che lo frequentavano per aiutare i clienti a caricare i sacchetti della spesa e chiedere gli spiccioli, venivano attratti in macchina con dei pretesti e sparivano per sempre.

Non bisogna credere che il fenomeno sia residuale od aneddottico. Di queste pratiche la società gabonese è completamente intrisa nei suoi vertici. Vi sono prove? E vi pare che poliziotti e magistrati si mettano contro i vertici del paese, di cui i loro stessi capi fanno parte? Nell’azienda di colui che scrive venne trovato il cadavere di una donna a cui era stato asportato il pube…..

L’aspetto intrigante è la totale commistione del piano ancestrale con quello moderno e del mondo rurale con quello cittadino.  Infatti lo stregone, il capo del gruppo, è spesso un oscuro contadino in un misero villaggio, che però organizza cerimonie per ministri e miliardari, nel buio delle notti tropicali, nel fitto della foresta. Cerimonie nelle quali vengono consumate le parti, come vengono chiamate….

Può il turista penetrare tali arcani? Certamente no, ma con una buona guida potrà sentire storie che non immaginava nemmeno esistessero.