Gli ultimi cannibali, Gabon.

I cannibali ci sono ancora, vanno in giro in SUV e doppiopetto. Tutto ciò succede in Gabon. L’Africa è un serbatoio infinito di storie antiche.

Che sarebbe anche una interessante meta turistica: in piena Africa centrale atlantica ha delle meravigliose foreste tropicali dense di straordinaria variabilità botanica, con esemplari assolutamente maestosi. E’ paese ricchissimo di fiumi e laghi che costellano le suddette foreste, come a Lambarenè. La costa ha infinite spiagge del tutto vergini: la zona di Fernand Vaz da sola vale il viaggio. Un paese poco popolato e pochissimo turistico fornisce grandi sensazioni a chi ci si avventura. Purtroppo caro e con pochi servizi per il viaggiatore.

Ma non sta in questo il fascino nascosto e sulfureo del Gabon. Finito di pacificare dal colonizzatore francese pochi anni prima dell’indipendenza, conseva nelle sue foreste un enorme patrimonio culturale ed antropologico. Mille etnie diverse vi convivono, fra molte difficoltà e conflitti. I primi abitatori furono i pigmei, ancora numerosi e ben poco integrati. A loro si sovrapposero in tempi remoti una lunga serie di etnie sostanzialmente matriarcali. Negli ultimi secoli sono arrivati i Fang, provenienti dagli attuali Cameroun e Guinea Equatoriale ed hanno occupato tutto la parte settentrionale del paese, soppiantando i vecchi abitanti e, letteralmente, mangiandoseli.  Furono i francesi, con le loro delicate maniere a fermare l’avanzata. Perchè i Fang erano una etnia guerriera, espansionista, patriarcale, molto, molto decisa ed anche cannibalesca. Naturalmente i tempi son cambiati, i Fang non fanno più la guerra, ma i modi e le abitudini son dure a morire.

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Si danza il Bwiti.

E qua entriamo nella vertigine dell’antropologia attuale del Gabon, nel suo mosaico di culture che si adattano al mondo moderno, pur conservando fortissime le caratteristiche ancestrali. E se gli altri popoli impressionano per intelligenza e sensibilità ambientale (non scherzo affatto, sono maestri nelle due cose) i Fang hanno conservato l’abitudine delle associazioni iniziatiche segrete degli uomini, come facevano prima fra guerrieri. Sono dei liberi gruppi, sostanzialmente separati dalle normali gerarchie dei clan e che possono assomigliare, per dare un’idea, alle nostre logge massoniche coperte.

I membri di questi gruppi si aiutano fra di loro e godono della direzione di uno stregone/maestro di cerimonie. Dal momento che i Fang puntano fortemente al potere politico, è naturale che in alcuni di questi gruppi si concentrino degli uomini di elevata posizione sociale, economica, politica con tendenza a conservare e ad aumentare tale rilevanza. Vi si ritrovano ministri, direttori di importanti uffici pubblici, commercianti, imprenditori. Non dimentichiamo che il Gabon è produttore di petrolio e di soldi ce ne girano tanti.

I gruppi segreti organizzano cerimonie religioso-magiche; la religione più diffusa del Gabon è il Bwiti, unione sincretistica di religioni animiste e di cristianesimo, basato sul consumo della radice di una pianta (l’Iboga) che produce allucinazioni. A questa pacifica religione i Fang hanno aggiunto i loro vecchi riti cannibalici.

Si consumano solo alcune parti del corpo: il sesso, per rinvigorire la prestanza sessuale; la lingua e le labbra per migliorare l’eloquenza; il fegato e il cuore per rendersi più coraggiosi; il cervello per l’intelligenza. Queste parti vengono tagliati in pezzetti e mescolate ad un’impasto di semi di zucca pestati. L’insieme viene avvolto in un fagotto di foglie di banano e bollito in acqua. Una volta cotto,  si scarta e si condisce con varie salse. Si tratta del cosiddetto “paquet de graines de citrouilles” assai buono e molto diffuso nella sua versione vegetariana.

I fornitori delle parti anatomiche sono dei poveri ragazzi e ragazze che vengono fatti rapire ed uccidere dal capo del gruppo. Ci fu un momento in cui il parcheggio del più grande supermercato di Libreville era chiamato “la macelleria umana” perchè i ragazzi di strada che lo frequentavano per aiutare i clienti a caricare i sacchetti della spesa e chiedere gli spiccioli, venivano attratti in macchina con dei pretesti e sparivano per sempre.

Non bisogna credere che il fenomeno sia residuale od aneddottico. Di queste pratiche la società gabonese è completamente intrisa nei suoi vertici. Vi sono prove? E vi pare che poliziotti e magistrati si mettano contro i vertici del paese, di cui i loro stessi capi fanno parte? Nell’azienda di colui che scrive venne trovato il cadavere di una donna a cui era stato asportato il pube…..

L’aspetto intrigante è la totale commistione del piano ancestrale con quello moderno e del mondo rurale con quello cittadino.  Infatti lo stregone, il capo del gruppo, è spesso un oscuro contadino in un misero villaggio, che però organizza cerimonie per ministri e miliardari, nel buio delle notti tropicali, nel fitto della foresta. Cerimonie nelle quali vengono consumate le parti, come vengono chiamate….

Può il turista penetrare tali arcani? Certamente no, ma con una buona guida potrà sentire storie che non immaginava nemmeno esistessero.

Lambarenè

Tronchi ogue
I tronchi vengono fatti galleggiare fino al mare per essere imbarcati.

Interessantissimo luogo, questa cittadina, su un’isola dell’Ogooué, il fiume madre del Gabon. E’ difficile per un turista viaggiare in Gabon a causa delle vessatorie condizioni per ottenere il visto, della scarsità di operatori turistici, dei prezzi cari e delle poche infrastrutture; ma tutto ciò sarà un piccolo prezzo per ciò che Lambarenè offre, in termini di storia, società e natura africana.

E’ luogo di incontro di numerose tribù di culture diverse: la discesa dei Fang da nord si è fermata qua, arrestati dai francesi coloniali. Che protessero le altre vecchie tribu locali, matriarcali, pacifiche ed esercitanti con convinzione una totale libertà sessuale.  Queste tribu del sud avevano già avuto fra l”800 e il ‘900 importanti rapporti con i commercianti europei: portoghesi, inglesi e, naturalmente francesi. Questi rapporti, non solo commerciali, ma anche molto più intimi, hanno creato una sorta di “classe intermedia” composta da meticci, nati in Gabon, ma di pelle più chiara degli altri. In molti casi i loro padri li fecero studiare o, comunque, li indirizzarono verso attività redditizie. Si sono soprattutto dedicati ai commerci o allo sfruttamento dei pregiatissimi legni di cui la sterminata foresta gabonese è piena zeppa. Gruppo bianco e nero insieme con caratteristiche proprie, spesso complesse e a volte contraddittorie. Questo mondo è molto ben descritto nel libro “La memoire du fleuve” di Christian Dedet.

A Lambarenè arrivò più di un secolo fa, anche il famoso dott. Schweitzer, che fondò il primo ospedale in quelle foreste profonde, diventando mondialmente famoso. L’ospedale esiste ancora e conserva alcuni vecchi padiglioni dei tempi, trasformati in museo.

Ma a Lambarenè, soprattutto, si affitta, mercanteggiando a lungo, una piroga con un bel motore e si fa un giro sui numerosi e grandi laghi che stanno a valle della città; vi si arriva discendendo il maestoso fiume Ogoouè. Tutto è interessentissimo: la foresta in certi punti ancora vergine (ancora per poco: le compagnie forestali asiatiche abbattono tutto quel che trovano), le macchie di maestoso bambu grandi come cattedrali, i villaggi sulle rive, le attività dei pescatori, i non infrequenti ippopotami, i piccoli campetti coltivati.

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Due gazzelle ed una scimmia in vendita sul bordo strada.

Non mancano gli aspetti eno-gastronomici, per quanto peculiari siano. Si beve vino di palma, che è un liquido biancastro, ottenuto dalla fermentazione della linfa delle palme. Vi si aggiunge della corteccia che da un gusto amaro e si beve nei villaggi: dissetante, va giù che è una meraviglia. Si beve a temperatura ambiente e quindi calda; eppure il sapore amarognolo e frizzante è comunque gradevolissimo. I gabonesi sono consumatori accaniti di cacciagione: a Lambarenè vi sono trattorie molto basiche specializzate in questo tipo di carni. Siamo tutti contrari alla caccia, senza dubbio, e mangiare serpenti, coccodrilli, lamantini, facoceri, gazzelle ed anche scimmie, tranquillamente seduti in un ristorante, è una cosa che ci riempe di sdegno. Anche perchè si tratta spesso di caccia di frodo a specie protette. Ci limiteremo quindi ad osservare gli altri mangiare tali animali. Alcuni gabonesi non concepiscono nemmeno la possibilità di mangiare carne allevata: vogliono solo quella di cacciagione e li vedi felici a ciucciare i ditini delle scimmie, uno ad uno.

Bwiti
Nella notte si danza il Bwiti.

Il culmine della visita a Lambarenè si ha se il viaggiatore riesce ad assisere ad una cerimonia del Bwiti, la locale religione. Danze che durano tutta la notte al suono di tamburi e con i danzatori in trance, grazie all’assunzione delle radici dell’Iboga, pianta potentemente psicotropica. Le cerimonie sono del tutto “vere”; non se ne fanno di fasulle per i turisti. Non è facilissimo capitare nel momento buono ed esservi ammessi. Ma l’esperienza è fortissima. Durante tutta la notte i suonatori percuotono con veemenza i tamburi. Di tanto in tanto uno si riposa, mentre gli altri continuano. Anche i tamburi vengono cambiati, posti con la pelle verso il fuoco in modo da asciugarla dalll’umidità notturna e restituirle la tensione e la sonorità voluta. Il fuoco è al centro, c’è sempre qualcuno che mette nuova legna e lo tiene attivo, alto, luminoso. Come legna si usano dei lunghi bastoni, gli stessi che si vedono trasportati lungo le strade, verso il villaggio, dalle donne, sulla testa, riuniti in fagotti. Il bastone, nel fuoco, si consuma e via via viene spinte ulteriormente verso il centro del falò.

Il popolo assiste alla cerimonia in cerchio; c’e’ tutto il villaggio ed anche molti dei villaggi vicini. A volte ci sono visitatori che vengono dalla città e voi come unici veri estranei. In segno di onore vi avranno fatto sedere su delle poltrone, sia pure mezzo sfondate e traballanti. Gli altri sono seduti a terra e vanno e vengono. Fuori dal cerchio del fuoco la notte africana è come una cupola che vi protegge. La stessa notte, gli stessi tamburi che si odono ad Haiti.

Al centro, intorno al fuoco, ballano degli uomini; non molti, meno di dieci.  Sono a torso nudo, dei fazzoletti sulla testa, delle gonnelle di rafia e foglie. Scalzi, ma con dei nastri alle caviglie. Abbonda il colore rosso. Sudano, i corpi sono lucenti. La danza è sempre veloce, atletica, c’e’ un gran gioco di gambe e di movimenti del busto che si inclina e si torce. I danzatori a volte tengono in mano delle torce di materiale vegetale impregnato di pece, che manda il caratteristico odore. Il ritmo dei tamburi varia, rallenta ed accellera. A volte diventa frenetico ed i corpi si agitano come le fiamme del falò. Poi si placa d’improvviso ed i danzatori si calmano. Non si capisce se è la danza che comanda il ritmo dei tamburi o viceversa; forse danzatori e musici sono in perfetta sintonia. Lo spettatore è completamente ipnotizzato dallo spettacolo: la nottè, la stanchezza, i tamburi che non si arrestano mai, il fumo, il bagliore del fuoco, la frenesia incessante della danza, gli odori forti del villaggio, della pece, dei danzatori. Si perde la consapevolezza di sè, si entra in una specie di trance, ci si fa Africa.

Anche i danzatori sono in trance; il loro sforzo è sovrumano, ore d danza scatenata. Uno alla volta si soffermano, bevono, escono dal cerchio di luce; si sa che vanno ad assumere altro “bois sacrè”, la radice magica, l’ibogà. Poi tornano e sembra che comincino a danzare in quel momento, pieni di incontenibile energia. E non sono giovani; sono uomini maturi, i notabili della loro setta segreta, che questa notte fa una cerimonia pubblica.

Arriva l’alba, il fuoco viene fatto spengere, i tamburi rallentano e cessano. I danzatori si dileguano, certamente spossati. Le donne del villaggio cominciano i loro lavori quotidiani. I visitatori se ne vanno, sconvolti da tante emozioni. Indimenticabili.