​L’isola di Marie Galante sfiora la perfezione

img_20170210_150638.jpgNumerose spiagge d’una bellezza commovente,  che non si riesce ad esprimere come si deve.  Quell’acqua cristallina,  contenta e sbarazzina. Quei riflessi ondivaghi dal colore celestiale.   Quella sabbia bianca che dispiace togliersi dai piedi.  Quelle palme che ombreggiano la spiaggia come fossero state piantate dall’Ufficio del Turismo. Quelle onde oceaniche che si infrangono lontano,  sulla barriera corallina,  ed arrivano a riva scodinzolando.

img_20170211_115203.jpgPiccolina (due terzi dell’Elba)  e rotondetta, l’isola di Marie Galante e’ francese e sta fra la Guadalupa e la Dominica,  nelle Antille,  ai Caraibi.

Ma non solo le spiagge.

L’interno e’ un altipiano vallonato agricolo e bucolico.  Vi si coltiva quasi esclusivamente la canna da zucchero,  soprattutto per farne del rum,  reputatissimo in Francia.  Le distillerie Bielle e Bellevue sono visitabili e si possono fare degli assaggi. I prezzi di certe bottiglie sono largamente superiori a quanto ci si potrebbe attendere. Ma ciò fa parte un pò della retorica tutta francese delle meravigliose isole delle Antille con il suo rum e le sue ragazze dalla pelle ambrata. Una delle quali arrivò perfino ad esser moglie di Napoleone: Josephine de Beauharnais che fu anche regina d’Italia, giusto per dire. Nata alla Martinica.

Prima schiavi,  poi lavoratori,  ora spesso piccoli proprietari,  la popolazione di Marie Galante vive in belle case sparse in campagna ed e’ attaccatissima alla img_20170209_162639.jpgtradizione.  Si vogliono ancora utilizzare i carri trainati dai buoi, si alleva del bestiame in modo antichissimo, si rifiuta il catasto affidando la prova della proprietà alla memoria collettiva, si rifiutano con grande fermezza i tentativi di speculazione immobiliaria-turistica (che hanno distrutto Saint Martin). Mi dicono che i locali non vendono terre o case ai forestieri. Al massimo affittano per brevi periodi. Solo dopo molto tempo acconsentono a vendere a delle famiglie che hanno dimostrato, anno dopo anno, di comportarsi come si deve: ormai quegli stranieri sono diventati di casa ed è concesso loro comprare. Questo è un atteggiamento assolutamnte anticommerciale ed diseconomico, ma che ha permesso all’isola di restare un luogo di pace e non un bordello a cielo aperto. Grande rispetto per questi abitanti.

Oltre la canna da zucchero, pochissime altre attività;  un po’ di turismo,  discreto e poco visibile: molte case in affitto, pochissimi alberghi e di piccole dimensioni.

Tre borghi, sbiaditi dal sole e tramortiti da perenne siesta. Scalcinati come tanti borghi marinai nel Mediterraneo degli anni ’60.

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Le casette in campagna sono spesso colorate e graziose. In molti casi attendono i proprietari, emigrati in Francia e che vi ritorneranno ormai in pensione.

Quindi pochi abitanti, delinquenza quasi inesistente, traffico simbolico,  una grandissima calma, rapporti facili con le persone.  Una deliziosa situazione di serenità, pace,  familiarità’. Pare di aver vissuto da sempre su queste plaghe felici e di non volersene andar mai. Peccato qualche lieve accenno di razzismo contro i bianchi, come alla Guadaloupe.

Questa isola merita,  da sola e di gran lunga,  un viaggio ai Caraibi.

Esiste un lato negativo (oltre al fatto che la sera non c’e’ niente da fare).  Come in tutte  le altre isole francesi manca completamente il sapore tropicale,  la musica,  la voglia di vivere,  la gente in strada,  la calda confusione delle notti, tipiche di questa parte di mondo.

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Resti di un molino a vento per macinare la canna da zucchero.

Il benessere, il welfare, l’emigrazione facile, gli infiniti aiuti agli individui,  alle famiglie,  alle attività agricole;  la pressione,  tipicamente francese e fortissima, contro ogni espressione culturale che non sia quella nazionale elaborata nei salotti parigini; tutto ciò ha fatto di questo popolo un insieme di piccoli e benestanti francesi.

Meglio cosi’ per loro,  certamente, ma insipido per il turista.

Son poi venuto a sapere che, purtroppo, quest’isola presenta una difficoltà inattesa: i sargassi. A certe epoche dell’anno grandissime quantità di queste alghe arrivano a riva, sul lato di Capesterre, dalla parte dell’Oceano, e vi si fermano. Finiscono per marcire ed un insopportabile odore di zolfo si spande nell’aria. Gli stessi abitanti sono costretti a lasciare le loro case e a trasferirsi da parenti all’interno dell’isola. Il Comune cerca di portare via le alghe, ma le quantità sono talmente grandi che il lavoro è lungo, difficile ed eccessivamente costoso. Quel poco di turismo che c’e’ langue e gli esercizi devono chiudere. Poi la situazione si risolve, ma nel frattempo son passati dei mesi. Una polemica senza fine contrappone gli abitanti della zona all’Amministrazione statale che non è abbastanza rapida nell’agire. Ma si sa che i francesi trattano questi luoghi come colonie, come posti da ex-schiavi.

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