Il borseggiatore di Lisbona

L’elettrico che va a Belem, il teatro della vicenda. Foto di xiquinhosilva via Wikicommons.

E’ noto che Lisbona è una città ricca di molto fascino, ma anche di un buon numero di borseggiatori che operano soprattutto sugli autobus. Quindi può succedere che il turista incappi in una vicenda come questa che segue.

Sto camminando verso la fermata del tram (chiamato a Lisbona “o eletrico“, l’elettrico) di Santos, per andare verso Belém. Da lontano lo vedo arrivare, corro, attraverso il viale scansando pericolosamente le macchine e riesco a salirci proprio mentre si chiudono le porte, alle quali do le spalle, ovviamente. Non avanzo perché il bus è pieno. Nello stesso momento ricevo uno spintone alle spalle e avverto chiaramente che qualcuno mi sta sfilando il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni. Le porte ormai hanno finito di chiudersi, io urlo e, d’impeto, afferro il braccio del tipo che sta davanti a me, palesemente estraneo a tutto. Il tipo reagisce malamente, con ragione. L’elettrico non si muove e le porte, immediatamente, si riaprono. Mi giro verso l’esterno e vedo che fuori, sul marciapiedi della fermata, ci sono delle persone, vicino alle porte ormai aperte. Lascio il braccio del tipo all’interno ed afferro quello del tipo più vicino all’esterno, con ancora maggior convinzione e forza.  E’ uno piccolino e magro, lo sto quasi sollevando di peso; mi grida preoccupato di essere un poliziotto. Lo lascio e mi indica il mio portafoglio a terra. Tutto ciò è durato certamente meno di 10 secondi.

La situazione si chiarisce: mentre un complice mi dava una botta alle spalle per disorientarmi, il ladro mi rubava il portafoglio, tre poliziotti sbucavano (da dove?) bloccando complice e ladro. Questi si disfaceva del portafoglio gettandomelo fra i piedi.

Io recupero il portafoglio e scendo dall’elettrico che riparte per i fatti suoi. Io sono molto scettico: non capisco da dove possano essere sbucati i poliziotti e non capisco perché i due ladri si siano tranquillamente seduti sulla panchina della fermata senza essere ammanettati e senza cercare di scappare. Temo una grossa combine ai miei danni. Anche perché mi vogliono portare al commissariato per la denuncia. Penso nettamente ad un rapimento. Mi fanno vedere il distintivo, io mi calmo un po’ e finisco per accettare. Poi mi spiegheranno che fra poliziotti della squadra anti-borseggio e borseggiatori si conoscono perfettamente, anche per nome, ed un tentativo di fuga avrebbe aggiunto al reato di furto anche quello di resistenza, aggravando la posizione. Quindi i ladri erano rimasti calmissimi, certo più dei poliziotti, pieni di adrenalina per l’operazione e di me stesso, vittima della faccenda. Due facce, quelle dei ladri, che sarebbero state benissimo nei film di Pasolini, nelle borgate romane degli anni ’60.

Questo invece è il vecchio tram che va all’Alfama e che è perennemento preso d’assalto dai turisti.

Ci trasferiamo in tre macchine al Commissariato del Rossio, dove la polizia mi obbliga a fare la denuncia. Io non avrei voluto perché accanirsi contro due vecchi borseggiatori mi sembrava da vigliacchi. Mi assicurano che i borseggiatori non finiranno in carcere, che è solo un sistema per dissuaderli, che la polizia deve pur fare qualcosa contro questo fenomeno, che Lisbona è una città turistica e non si possono derubare continuamente i turisti.

Passa un anno, son tornato a Firenze, ho dimenticato la faccenda. Un giorno, un carabiniere mi arriva a casa e mi consegna un mandato di testimonianza del Tribunale di Lisbona nel processo contro Joaquim de Magalhães, per il furto. Devo presentarmi il tal giorno; nel foglio c’è un indirizzo mail del Tribunale. Scrivo chiedendo i soldi del biglietto aereo ed una diaria per dormire, mangiare, spostarmi, durante quei due o tre giorni che sarebbe durato il mio viaggio.

Mi rispondono subito che la mia testimonianza non è poi così necessaria (notoriamente i portoghesi sono un pò tirati). Me ne rallegro e ri-dimentico la faccenda.

Passano ancora alcuni mesi e mi arriva una convocazione del Tribunale di Firenze per una rogatoria internazionale, che già, detta così, suona malissimo. Sento il mio avvocato: mi dice che se non ci vado o mi mettono 500 euro di multa o i carabinieri mi vengono a prendere di peso. Il giorno fissato mi vesto per benino (non si sa mai) e ci vado. In un aula del Tribunale conveniamo: io, un tecnico in comunicazione, una traduttrice brasiliana con cui il tecnico intesse subito una fitta conversazione, un giudice e una sorta di segretaria. Il tecnico all’ora X stabilisce una connessione audio e video (di pessima qualità) con la corrispondente aula del Tribunale di Lisbona, dove siede un sacco di gente, compreso Joaquim, il giudice, i poliziotti, gli avvocati ed una traduttrice il cui italiano non è proprio perfetto. Il giudice di Lisbona mi interroga (come nei film): ricostruiamo tutta la vicenda con il ruolo di tutti quanti, compreso quel tipo che avevo preso per primo per un braccio e che non c’entrava assolutamente nulla. L’avvocato difensore cerca di rimetterlo in causa e dare tutta la colpa a lui. Dopo aver discusso per una mezz’ora di quel che era successo in meno di 10 secondi, il giudice si dichiara soddisfatto e mi congeda. Il tecnico spenge tutto e si va a casa.

Tutto ciò per un borseggio; mi è rimasta la curiosità di sapere quanto hanno dato al povero Joaquim, che, quel giorno, era uscito di casa solamente per andare a lavorare.

Portogallo

Il baccalà impera in Portogallo, anche nel tost.

Questo blog del Viaggiatore Critico contiene molti post sul Portogallo e sul mondo lusofono. Eccone la lista:

Le casine portoghesi

Ho parlato molto del Portogallo, così ricco di sottile, impalpabile e malinconico fascino. Mi sono lasciato come ultimo tema quello che più mi intenerisce: le casine.

I portoghesi, sia in patria, sia nelle loro numerose e sparpagliate colonie (Brasile compreso), hanno fatto e continuano a fare delle casine che ti fanno star bene. Usano toni pastello ben in armonia con le parti in bianco. Le dimensioni sono ridotte, gli elementi ornamentali frequenti, aggraziati, ma sobri, senza sconfinare nel lezioso Forse unpò, sì) o nel barocco. Le finestre fantasiose, invitanti. Le case, i palazzetti, gli edifici pubblici sono quasi sempre curati, ridipinti di fresco, tenuti in perfetta pulizia. Facciate nette, nitide, pulcre che fanno pendant con la chiarezza del cielo che sfuma verso l’Atlantico.

Son case che ti chiamano per essere abitate in letizia; crederesti che in loro niente di male può avvenire. Passeggi nelle vie dei borghi e ti senti protetto dalla serenità che gli edifici emanano copiosamente.

A volte fanno venire in mente il Rinascimento italiano e la sua tranquilla consapevolezza dell’armonia. Ma il Rinascimento è imponente, a tratti severo, rigido nel ritmo e nelle proporzioni, portatore di messaggi pubblici e politici; l’architettura portoghese è, invede, accomodante, familiare, alla mano, ti bisbiglia. Ti permette variazioni, distrazioni, improvvisazioni.

Quando arrivo in ambiente portoghese mi vien da sorridere, di sedermi in un bar e farmi una birretta. Come se fossi tornato a casa, dopo un periglioso viaggio. Lo dicevo anche nel primo post di questo blog, mi ripeto; passerei la mia vita a parlare di questo tema. Sensazioni dolcissime, un pò zuccherose, forse, ma gradevolissime.

Ma quel che è più straordinario è l’enorme divario che c’e’ fra le casine dei portoghesi ed i portoghesi stessi. Che sono persone portate facilmente alla polemica, al conflitto, a contatti rigidi e difficili. Spesso vanno sul tristino, sul depressuccio. Possono essere gentili, calmi ed alla mano, ma non mi sentirei di definirli sereni ed allegri. Mostrano, anzi, a volte, segni di aggressività ed insofferenza. Il litigio stizzoso è frequente.

In tempi recenti ebbero una delle Polizie politiche più terribili della storia e nelle colonie, che volevano diventare indipendenti, commisero delitti innominabili. Dietro alcune di quelle facciate così carine, in quegli edifici così gai, si torturava, si uccideva, si organizzavano terribili massacri.

Ed è questo l’elemento che mi affascina: la contraddizione fra la clarità delle abitazioni e l’oscurità degli animi; fra il fuori ed il dentro.  Come se si cercasse nell’architettura quella serenità che la Storia ha negato a questo popolo.

 

Il sottile richiamo del Portogallo

Il castello di Alandroal.

Sono anni ed anni che giro intorno al Portogallo, senza afferrarlo. Mi incanta, mi chiama, ma riesce a sgusciarmi via come vuole. L’ho preso da tutte le parti: dall’interno, dalle isole lontane, dalla capitale, dalle vecchie colonie. Niente. Capto elementi, ma il complesso continua a sfuggirmi.

Il primo elemento che mi prese fu la vastità del cielo che andava verso l’Atlantico e il colore della luce: nitido, chiaro, vivido. Una luce lucida.

Il secondo elemento che mi stupì fu la lingua. Neolatina, facile da leggere, ma artigliata dalle bocche dei portoghesi e trasformata in una successione di suoni cacofonici. Un popolo intero sembra impegnato a distorcere quelle povere parole, riducendole ad una serie di sibili e scoppiettii sorprendenti. La lotta a certe vocali è senza quartiere, la “e” è ormai in via di estinzione.

Evora

Il terzo elemento che mi sconcertò fu il carattere del popolo portoghese. Forse sbaglio a generalizzare, ma vi è un fondo di gentilezza e ben disposizione nei confronti dell’altro che si mescola con un istinto polemico, irascibile, conflittivo, permaloso, che trasforma qualsiasi malinteso o disaccordo in guerra sanguinosa. Quindi i rapporti o son buoni buoni o son cattivi cattivi. Difficile saper prendere un portoghese per il verso giusto.

Il quarto elemento che mi attrasse fu la malinconia che pervade i luoghi e la gente. Forse determinata dal colore della luce, forse da quella lingua sgraziata, forse dal frequente vento, forse dai difficili rapporti fra le persone, forse dall’esser finiti ai margini dell’Europa, forse dall’esser poveri di beni, ma ricchi di storia. Il Portogallo provoca in me ed in molti uno struggimento dell’animo, una tristezza calda, un desiderio di desiderare, un voler piangere sommessamente in un angolo. Questo sentimento profondo, comune, permanente è chiamato saudade; pervade l’aria ed intenerisce il cuore. Viaggio dopo viaggio, tale sensazione finisce per sovrapporsi all’idea stessa di Portogallo e a farsi tutt’uno con quel paese. Portogallo e saudade finiscono per essere la stessa cosa; un paese che è un sentimento e viceversa! Meraviglioso, no?

Vila Nova de Milfontes.

Il quinto elemento che mi sbalordì fu la bruttezza dei portoghesi. Tracagnotti, ordinari e pelosi gli uomini; insignificanti, sgraziate e slavatucce le donne. Trascurati ed informi nel vestire; popolani nei modi. Come se fosse un popolo uscito or ora dalla preistoria, relegato all’estremo dell’Europa come si faceva con i servi nelle soffitte. (Tristezza su tristezza, ovviamente). Alcuni decenni sono passati dalle mie prime osservazioni e ciò non è più del tutto vero: grazie al maggior benessere, ad Erasmus, alla democrazia, le giovani generazione sono diventate molto più belle ed affabili.

Il sesto elemento che mi interessò fu le connessioni di questo popolo con le colonie africane. Nessun’altra potenza ha mandato così tanti cittadini a colonizzare posti così lontani: erano soprattutto contadini poverissimi, spesso delle Azzorre, i più poveri fra i poveri . Si ritrovarono a possedere grande estensioni di terreno con dentro le popolazioni africane schiavizzate. Dopo pochi giorni dall’arrivo, i coloni si mescolavano agli africani, mangiavano insieme i loro cibi, facevano una montagna di figli con quelle donne. I vicini congolesi, che sono sempre stati dei fini filosofi, dicevano: “Ci sono i bianchi, ci sono i neri e ci sono i portoghesi”. Grande integrazione che non evitò immani crudeltà ed una durissima repressione al momento delle lotte di liberazione. E ritorna la difficoltà di capire il carattere portoghese, già accennato. da una parte si mescolarono intimamente agli africani colonizzati. dall’altro non esitarono a ucciderli e torturali come poche volte è successo al mondo. In quei paesi si formò una innovativa società meticcia che è peculiarità della colonizzazione portoghese e che, dopo l’indipendenza e fino ad oggi, si è in parte trasferita in Portogallo apportando colore e vitalità (e bellezza).

Pascoli e sughere a Freixo do Meio.

Il settimo elemento che mi sta commuovendo in questi ultimi anni è il mondo rurale. Paese collinare ed abbastanza arido, ma ricco di boschi e di enormi pascoli ombreggiati  da sughere, l’interno del paese è poco abitato, le strade son vuote, le distanze fra i centri abitati son grandi. Molte le case vuote nei paesi, a causa dell’emigrazione ininterrotta da molti decenni. Eppure sono quasi tutte ben conservate, con la cura che gli emigrati usano nel mantenere vivo il ricordo di una vita passata, che torna solo per qualche settimana d’estate. Son borghi lindi, dai colori bianchi e pastello, sobri, delicati. Infondono calma, racchiudono intimità, sembra che niente di male possa succedervi. Nella piazza non manca mai una pasticceria con quei dolci di tradizione conventuale dai quali il colesterolo vi assalta a mano armata. Negozietti come da noi negli anni ’60. Ristoranti dove si mangia a dismisura piatti mal preparati, ma a vilissimo prezzo. Sedie rosse della Sagres, in piazza, dove ci si siede a bere piccoli bicchieri di quella birra alla spina. Pochi i passanti, calma, dolce noia, sensazione di sicurezza, qualche chiacchera. La calma vi pervade, benessere.

Elementi di un innamoramento.

 

Le eccellenti abitudini dei ristoratori portoghesi

O cozido, caposaldo della cucina portoghese, affastellamento di carni e verdure.

I ristoranti tradizionali in Portogallo  hanno ormai raggiunto la perfetta essenzialità nella difficile arte di ricevere i loro clienti. Un viaggio per comprendere come fanno sarebbe molto istruttivo per i ristoratori italiani, spesso fru-fru.

Il mondo della ristorazione tradizionale portghese è del tutto differente da quello analogo italiano o europeo.

Per cominciare i ristoranti tradizionali portoghesi sono numerosissimi; se ne trovano ovunque, in quantità, anche nei posti più sperduti e lontani da ogni flusso turistico. Ci si chiede come facciano a reggere: nel seguito dell’articolo, la risposta. Poi sono anche bar; riescono quindi ad essere sempre aperti, offrendo i due servizi. E sono molto frequentati dagli abitanti del quartiere per il caffè, la birretta, il vino, regolarmente in cartone. Quindi sono dei veri luoghi di aggregazione popolare, come si diceva un tempo.

La gestione è della famiglia: babbo al banco e a servire, mamma in cucina, figli, nipoti, vicini di casa ad aiutare. Soprattutto non vi sono quei giovani camerieri/e belli, inutili, incapaci, arroganti e malpagati che inquinano la ristorazione italiana.  Camerieri vecchi ed anche malandati, ma di grande capacità e professionalità.

I locali sono tutti uguali e tutti brutti. Molto alluminio anodizzato, luci al neon, vetrine ed espositori come da noi furoreggiavano negli anni ’60 o ’70. Generalmente stiamo sullo squalliduccio, sul vecchio un pò deprimente: la necessità di un rinnovamento balza agli occhi; non son certo locali accoglienti. Ciò sembrerebbe un punto negativo, ma riflettiamo meglio. Nella grande maggioranza dei casi si va in un ristorante per mangiare qualcosa che ci piaccia: il quadro in cui mangiamo è secondario. Se vogliamo invitare a cena una donna o delle persone che ci sono importanti, andremo comunque in un ristorante di lusso, non tradizionale. Quindi, che ce ne facciamo dell’eleganza nelle trattorie? Perchè poi, a ben vedere, quella ricercatezza fittizia di cui si pavoneggiano molti ristoranti italiani è spesso ripetitiva, stucchevole, provinciale.

La mobilia dei ristoranti portoghesi è così essenziale e standardizzata che i costi per comprarla devono essere molto bassi. Ed anche quelli sono stati sborsati alcuni decenni fa ed ormai largamente ammortizzati.

Ma l’aspetto assolutamente straordinario della ristorazione tradizionale portoghese è la dimensione dei piatti. Quantità mai viste al mondo. In certi luoghi, ancor più tradizionali della media, nel menu ci saranno due prezzi per ogni piatto: uno per la porzione ed uno per la mezza porzione, di poco superiore alla metà del precedente. Ecco, la loro mezza porzione è equivalente ad una nostra bella porzione; la loro porzione intera sfama una famiglia, canino compreso.

I camerieri ti mettono in guardia; se ordini un primo ed un secondo ti indirizzano verso le mezze prozioni perchè nessuno è mai riuscito a mangiarne due intere. Al che io chiedo regolarmente il perchè di tanta quantità se nessuno la mangia. E mi rispondono che ci sono persone che prendono un solo piatto e con quello è giusto che riescano a sfamarsi. Il mio applauso, alla faccia delle porzioncine rachitiche che ti rifilano molti degli imbelli ristoratori italiani.

Ma a costi come si va? Bassi, bassi, bassi. Un primo sta spesso sotto i 3 euro ed un secondo di carne può non arrivare ai 6 euro. Con quelle quantità, è incredibile. Il vino della casa sta sui 5 euro al litro. E’ vero che i costi in Portogallo sono abbastanza più bassi che in Italia, ma  come fanno?  Semplicemente perchè la gestione è familiare, i costi non strettamente legati al cibo sono soppressi e i clienti sono molti.

Quei ristoranti sono sempre affollati di belle tavolate che mangiano e bevono come se non esistesse nè un domani, nè il colesterolo. Si mangia molto e si spende poco; meglio andare al ristorante che mangiare in casa. Molti pensionati preferiscono pranzare al ristorante, piuttosto che preparselo da se. A cena una cosina in casa. Ecco il segreto dei bravi ristoratori tradizionali portoghesi. Cibo tradizionale, tanto, a prezzi bassi e nessun fronzolo. Ricetta imbattibile.

Resta l’ultima domanda: ma come si mangia in quei ristoranti?

Ebbene, si mangia male, perchè la cucina tradizionale portoghese sembra che sia stata concepita dall’uomo di Neanderthal in un giorno di cattivo umore: senza il minimo garbo. Ma non si può avere tutto!

 

Il meraviglioso mondo delle ghiande portoghesi

In almeno un settore il Portogallo è nettamente all’avanguardia in Europa ed è ai primissimi posti nel mondo. Sia come ricerca scentifica, che come applicazioni pratiche e perfino per quel che riguarda gli aspetti commerciali. Parlo del settore delle ghiande come alimento umano. Settore modesto, direte voi, ma certamente destinato a crescere.

Le ghiande sono un alimento con eccellenti caratteristiche nutrizionali, sono abbondantissime in tutto il mondo temperato ed assolutamente sane, indenni da ogni pratica agricola e chimica.  La mamma delle ghiande è la quercia, che è un  meraviglioso albero, protettore del suolo e del clima e caro a molte religioni ancestrali.

Purtroppo sono cattive e di complicata elaborazione; se non fosse per questi due motivi noi continueremmo ad andare a ghiande, come facevano nella preistoria, invece che a pane e riso.

Ma vi sono molti sistemi moderni per renderle buone ed inserirle stabilmente nella dieta umana. Ci proviamo in molti paesi, ma è in Portogallo che vediamo i migliori risultati. Ed un viaggio ghiando-gastronomico in quel paese è del tutto consigliabile.

La regione principale è l’Alentejo con i suoi ondeggianti pascoli ricchi di sughere produttrici di belle ghiande, meno amare delle altre. Il centro è la grande aziende cooperativa Herdade do Freixo do Meio. Loro producono farina di ghiande: integrale, tostata o normale; patè di ghiande; biscotti. Da loro ho mangiato un eccellente cozido (uno dei pilastri della cucina portoghese) contenente ghiande bollite.

Bolota viva produce invece una farina da usare come caffè e una bevanda alle ghiande.  Moinho de Pisoes fa farina, biscotti e dei cioccolatini tipo Baci Perugina con dentro una miscela d farina di ghiande, cacao e zucchero. Pastelaria Landroal a Alandroal fa dei dolcini tipici portoghesi usando farina di ghiande invece che di grano.

Insomma tutta una varietà di cose di grande interesse, bontà e futuro.

Il lato oscuro di Sao Tomè

La villa padronale di una azienda del cacao, as roças.

L’isola di Sao Tomè non è solo un gradevole e piccolissimo paese perso nell’Atlantico equatoriale. Dietro vi è una storia piena di dolore, che è bene che il turista sappia.

Quando i portoghesi vi arrivarono, l’isola era deserta; gli africani non hanno un gran spirito marinaresco e non l’avevano mai raggiunta, troppo lontana dalle coste africane. Per qualche decennio non successe molto: ci mandarono solo un pò di ebrei che scomodavano in patria. Tanto che delle famiglie ebree sono ancora presenti nel paese e lo era anche, per parte di madre, il presidente Fradique, quello che barattava frittura mista per cacao.

Prima della metà del ‘500, la cosa si mosse rapidamente. Sao Tomè divenne produttore di zucchero: merce ricchissima in Europa, a quei tempi; entrava in tutti i piatti, anche in quelli che per noi, ora, sono salati. In mancanza di popolazione autoctona, i lavoratori della canna erano schiavi africani. L’isola divenne anche base per le navi commerciali che, dalle colonie dell’Angola e poi del Mozambico, andavano in Portogallo. Ed infine era un porto sicuro per i traffici negrieri verso il Brasile.

Il delizioso edifico del vecchio aeroporto, nel tipico stile portoghese dei tempi di Salazar.

Il commercio dello zucchero saotomeense venne a deperire a causa dell’inarrestabile concorrenza del Sud America e vi fu una stasi. Alla quale subentrò rapidamente la sfrenata corsa al cafè e al cacao che ricoprì ogni angolo adatto dell’isola, suddivisa in quei mini-stati che erano diventate le grandi fattorie coloniali, chiamate as roças. Organizzazione capillare del territorio, degli uomini, delle costruzioni; tutto per il cacao del quale Sao Tomè divenne uno dei primi produttori mondiali. A forza di schiavi. Questi venivano dalla Nigeria, poi dal Congo, dall’Angola; meno dal dirimpettaio Gabon, i cui popoli avevano fama di essere di pessimo carattere e di scarsa propensione al lavoro. Dal Gabon veniva del cibo, perchè a Sao Tomè tutta la terra coltivabile era dedicata al cacao e non c’era spazio per coltivare il riso o le banane. L’isola è molto scoscesa ed intere zone, non coltivabili restavano jungle impenetrabili.

Molti uomini bianchi e poche donne bianche; le africane schiave che diventavano le concubine dei portoghesi venivano liberate; lo stesso accadde ai primi schiavi arrivati sull’isola (os forros) in quanto si vollero apparentare, in qualche modo, ai primi coloni. Si formò, quindi, una sorta di società fortemente meticciata di uomini e donne libere che fecero da cinghia di trasmissione fra i proprietari terrieri, i commercianti, gli artigiani e gli amministratori portoghesi e la grande massa degli schiavi agricoli o domestci. Dei kapò, in altre parole.

Alcuni schiavi riuscivano a fuggire ed a sopravvivere nell’inferno verde delle zone più montagnose dell’isola; nonostante i tremendi castighi inflitti ai fuggitivi ricatturati e le altrettanto tremende storie che venivano messe in giro sulla presenza di serpenti giganteschi che abitavano le impervie foreste. Divennero un gruppo etnico e linguistico ancora esistente, che si chiama Os Angolares.

Nel 1875 finì la schiavitù nelle colonie portoghesi, ma a Sao Tomè non se ne accorse nessuno. Non vi era altro lavoro che quello agricolo, tutta la terra fertile era in mano alle aziende del cacao, i loro proprietari facevano evidentmente cartello. Che altro poteva fare uno schiavo se non continuare ad esserlo?

La produzione del cacao continuava a crescere e as roças avevano bisogno di ancor più manodopera. Venivano importati lavoratori dall’Angola e dal Mozambico con contratti capestro che finivano per assomigliare di molto alla stessa schiavitù. Delle ribellioni finivano con centinaia di morti fra i rivoltosi; l’ultima, tremenda, nel 1953. Gli inglesi, con infinito cinismo, organizzarono un boicottaggio al cacao di Sao Tomè in quanto prodotto da lavoratori in condizioni servili; in questo contesto è calato il romanzo “Equatore” di Tavares che tanto successo ebbe qualche anno fa e che tanti turisti portò a Sao Tomè. In realtà gli inglesi non facevano altro che tentare di diminuire la concorrenza che quel cacao faceva al proprio.

Edifici coloniali nel centro della capitale.

Per aumentare ulteriormente la pressione sui lavoratori, i portoghesi importarono dei sorveglianti da Capo Verde. Erano meticci, razzisti e spietati; l’odio fra le due comunità fu feroce. Quando il paese divenne indipendente e socialista, nel 1975, il potere passò alla parte nera della popolazione; i capoverdiani rimasti se la videro bruttissima e vissero per anni in condizioni pietose.

Non va infine dimenticato che la colonizzazione portoghese fu caratterizzata da due elementi: da una parte una grande propensione al meticciamento ed alla convivenza fra coloni portoghesi e popolazioni africane, quando invece francesi ed inglesi mettevano rigide distanze. Ma dall’altra parte vi era una durezza, una crudeltà, una scelleratezza senza pari; sadismo, direi, esercizio patologico del potere.

Insomma, Sao Tomè è terra d’Africa, ma dove gli africani sono altrettanto stranieri di quanto lo furono i coloni portoghesi. Ma questi se ne sono andati. Invece gli africani ci son rimasti, creando un paese ed una cultura propria, frutto di un profondo meticciamento fra elementi portoghesi, a cominciare dalla lingua, la religione (e, curiosamente, la pasticceria) ed elementi delle diverse origini africane degli schiavi e dei lavoratori importati.  E’ successo a Sao Tomè, in piccolissimo, quel che è successo, in grandissimo, in America Latina: la creazione di nuove culture. Per questo Sao Tomè è così interessante.

Nonostante le infinite sofferenze provate, gli abitanti di Sao Tomè sono calmi, ragionevoli e gentili. Ma il turista deve sapere quel che quella terra ha visto, anche se oggi appare un’oasi di pace e di tranquillità.