Il sottile richiamo del Portogallo

Il castello di Alandroal.

Sono anni ed anni che giro intorno al Portogallo, senza afferrarlo. Mi incanta, mi chiama, ma riesce a sgusciarmi via come vuole. L’ho preso da tutte le parti: dall’interno, dalle isole lontane, dalla capitale, dalle vecchie colonie. Niente. Capto elementi, ma il complesso continua a sfuggirmi.

Il primo elemento che mi prese fu la vastità del cielo che andava verso l’Atlantico e il colore della luce: nitido, chiaro, vivido. Una luce lucida.

Il secondo elemento che mi stupì fu la lingua. Neolatina, facile da leggere, ma artigliata dalle bocche dei portoghesi e trasformata in una successione di suoni cacofonici. Un popolo intero sembra impegnato a distorcere quelle povere parole, riducendole ad una serie di sibili e scoppiettii sorprendenti. La lotta a certe vocali è senza quartiere, la “e” è ormai in via di estinzione.

Evora

Il terzo elemento che mi sconcertò fu il carattere del popolo portoghese. Forse sbaglio a generalizzare, ma vi è un fondo di gentilezza e ben disposizione nei confronti dell’altro che si mescola con un istinto polemico, irascibile, conflittivo, permaloso, che trasforma qualsiasi malinteso o disaccordo in guerra sanguinosa. Quindi i rapporti o son buoni buoni o son cattivi cattivi. Difficile saper prendere un portoghese per il verso giusto.

Il quarto elemento che mi attrasse fu la malinconia che pervade i luoghi e la gente. Forse determinata dal colore della luce, forse da quella lingua sgraziata, forse dal frequente vento, forse dai difficili rapporti fra le persone, forse dall’esser finiti ai margini dell’Europa, forse dall’esser poveri di beni, ma ricchi di storia. Il Portogallo provoca in me ed in molti uno struggimento dell’animo, una tristezza calda, un desiderio di desiderare, un voler piangere sommessamente in un angolo. Questo sentimento profondo, comune, permanente è chiamato saudade; pervade l’aria ed intenerisce il cuore. Viaggio dopo viaggio, tale sensazione finisce per sovrapporsi all’idea stessa di Portogallo e a farsi tutt’uno con quel paese. Portogallo e saudade finiscono per essere la stessa cosa; un paese che è un sentimento e viceversa! Meraviglioso, no?

Vila Nova de Milfontes.

Il quinto elemento che mi sbalordì fu la bruttezza dei portoghesi. Tracagnotti, ordinari e pelosi gli uomini; insignificanti, sgraziate e slavatucce le donne. Trascurati ed informi nel vestire; popolani nei modi. Come se fosse un popolo uscito or ora dalla preistoria, relegato all’estremo dell’Europa come si faceva con i servi nelle soffitte. (Tristezza su tristezza, ovviamente). Alcuni decenni sono passati dalle mie prime osservazioni e ciò non è più del tutto vero: grazie al maggior benessere, ad Erasmus, alla democrazia, le giovani generazione sono diventate molto più belle ed affabili.

Il sesto elemento che mi interessò fu le connessioni di questo popolo con le colonie africane. Nessun’altra potenza ha mandato così tanti cittadini a colonizzare posti così lontani: erano soprattutto contadini poverissimi, spesso delle Azzorre, i più poveri fra i poveri . Si ritrovarono a possedere grande estensioni di terreno con dentro le popolazioni africane schiavizzate. Dopo pochi giorni dall’arrivo, i coloni si mescolavano agli africani, mangiavano insieme i loro cibi, facevano una montagna di figli con quelle donne. I vicini congolesi, che sono sempre stati dei fini filosofi, dicevano: “Ci sono i bianchi, ci sono i neri e ci sono i portoghesi”. Grande integrazione che non evitò immani crudeltà ed una durissima repressione al momento delle lotte di liberazione. E ritorna la difficoltà di capire il carattere portoghese, già accennato. da una parte si mescolarono intimamente agli africani colonizzati. dall’altro non esitarono a ucciderli e torturali come poche volte è successo al mondo. In quei paesi si formò una innovativa società meticcia che è peculiarità della colonizzazione portoghese e che, dopo l’indipendenza e fino ad oggi, si è in parte trasferita in Portogallo apportando colore e vitalità (e bellezza).

Pascoli e sughere a Freixo do Meio.

Il settimo elemento che mi sta commuovendo in questi ultimi anni è il mondo rurale. Paese collinare ed abbastanza arido, ma ricco di boschi e di enormi pascoli ombreggiati  da sughere, l’interno del paese è poco abitato, le strade son vuote, le distanze fra i centri abitati son grandi. Molte le case vuote nei paesi, a causa dell’emigrazione ininterrotta da molti decenni. Eppure sono quasi tutte ben conservate, con la cura che gli emigrati usano nel mantenere vivo il ricordo di una vita passata, che torna solo per qualche settimana d’estate. Son borghi lindi, dai colori bianchi e pastello, sobri, delicati. Infondono calma, racchiudono intimità, sembra che niente di male possa succedervi. Nella piazza non manca mai una pasticceria con quei dolci di tradizione conventuale dai quali il colesterolo vi assalta a mano armata. Negozietti come da noi negli anni ’60. Ristoranti dove si mangia a dismisura piatti mal preparati, ma a vilissimo prezzo. Sedie rosse della Sagres, in piazza, dove ci si siede a bere piccoli bicchieri di quella birra alla spina. Pochi i passanti, calma, dolce noia, sensazione di sicurezza, qualche chiacchera. La calma vi pervade, benessere.

Elementi di un innamoramento.

 

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