La fine di un amore

Ho dedicato molti post al Portogallo. Ho parlato del fascino impalpabile di quel paese. Mi sono commosso descrivendo l’atmosfera che strega chi ci va. Ma ora ho capito; era infatuazione e non amore. Tutta colpa della pisserità.

Per anni ho cercato di capire quale fosse l’essenza del Portogallo, perché mi attirasse tanto. Ed anche quali fossero le sue peculiarità, quel suo essere così diverso dal resto di Europa. Tutta diversa, ma mai così diversa come il Portogallo.

Ho girato, ho letto, ho parlato, ho riflettuto, ho chiesto, ho guardato ed ho visto. Alla fine ho capito.

Parto da questa foto. E’ un bar, prossimo al centro di Porto. E’ un tipico bar portoghese, di buon livello. Ce ne sono molti così. La sua caratteristica è di essere vecchio; non antico, vecchio. Ha quell’aria da anni sessanta, con i neon, le sedie tipo formica o imbottite di similpelle, gli spazi vasti ed un po’ disadorni. Secondo le abitudini di quell’epoca è molto funzionale, asettico, ma anche poco accogliente. E’ completamente fuori tempo, il suo anacronismo è la sua forza attuale. Lo straniero vi entra come si va ad un museo del design; ci si prende un caffè come se si stesse aspettando che arrivi il nonno. Siamo anche un po’ intimoriti da quest’aria trapassata. Ed i camerieri, vetusti, brutti, incattiviti dalla stanchezza ribadiscono l’effetto “viaggio nel tempo”. I locali ci vanno perché sono abituati a farlo. Per molti di loro quel bar è sempre esistito, è sempre stato così, è rassicurante.

Si potrebbe pensare che il proprietario di quel bar è un gran furbastro che gioca sul vintage per adescare turisti beoti. Non è così. Il Portogallo è stracolmo di questi esercizi commerciali che vengono direttamente da 5 decenni fa, quando il paese era ancora un Impero coloniale. Il primo nato nella storia dell’umanità, l’ultimo a scomparire.

Ma non è solo l’estetica di quel bar ad essere attardata; è anche il modo di fare in generale; l’essenza di un paese.

Dopo essermi soffermato su questo punto, mi è venuta in mente la seguente domanda: ” Ma a me (e a tutti gli altri numerosissimi italiani attratti dal Portogallo) questa apparenza vintage piace perché è bella o perché siamo nostalgici di un tempo passato?” La risposta non può che essere una: è la nostalgia che prevale, non può certo essere la bellezza, che è assai rara.

Una chiesa a Porto.

Quindi noi associamo il Portogallo ad una nostra nostalgia dei tempi passati; ciò appare straordinario se si pensa che quel paese asserisce di essere la patria della saudade, che sarebbe una delle molte forme diverse della nostalgia. Quindi al solo osservare quel bar di Porto (e tutti i suoi numerosissimi simili) noi avremmo colto l’essenza del Portogallo che si riverbera nel nostro animo provocando lo stesso sentimento, sia pure momentaneo, che pervade perennemente l’animo dei portoghesi. Siamo stati accalappiati dalla portoghesità!! Noi nostalgici ci ritroviamo bene in un paese che fa della nostalgia la propria filosofia di vita. Che vive, come dice Tabucchi, nel disio dantesco ricordando il passato ed aspettando il futuro.

E con questo ci avviciniamo al punto centrale della faccenda.

Vivere nella nostalgia e nella malinconica attesa di un futuro che lo richiami non è sano. Non possiamo far finta che il presente non esista o che sia solo un fastidio. Io sono un convinto assertore del hinc et nunc. Qui ed ora, solo e sempre. La nostalgia, la suadade, può essere il gioco di un momento, lo sfizio dell’annoiato; non può essere la condizione esistenziale del popolo portoghese e di chi si è avvicinato a quel paese.

Quando invece questo malsano stato d’animo prende il sopravvento, i danni sono enormi. Ed ecco che il portoghese diventa pissero e la portoghesità diventa pisserità.

Parola poco usata ma che disegna efficacemente colui che è perbenino in tutte le sue manifestazioni; che non si spreca in niente; che è tutto un po’ compunto e da poca relazione agli altri; che vuole apparire decente, ma che è semplicemente modesto e non perché sia povero, ma perché è limitato nei gusti, nell’animo, nell’intelletto. Gli oggetti pisseri non sono né belli né brutti, ma vorrebbero essere belli senza arrivare ad esserlo; sono però molto decenti e non faranno sfigurare. Ma daranno tristezza, perché vorrebbero esser di più, ma non sono riusciti ad esserlo. Né carne, né pesce; mai allegri, mai arrabbiati, sempre in una via di mezzo; un po’ presuntuosi della loro virtù e della loro storia, che però non hanno. Un abito pissero te lo puoi mettere, ma nessuno si accorgerà né di lui, né di te che lo indossi. Con una persona pissera non ci farai mai grandi discorsi, né grandi leticate; ha poco da dire, e quel poco lo dice in modo poco interessante. Ma non perché sia stupido; è semplicemente trattenuto, poco generoso nei sentimenti, restio ad esprimersi con chiarezza e espansività. Una persona anonima, bruttina, che non attira gli sguardi, che passa inosservata, che non ha alti e bassi.  Un pissero, in poche parole.

Un’aula dell’Università di Evora.

Ed ecco che, improvvisamente, i portoghesi, generalizzando, mi sono sembrati pisseri e pissero il loro paese. Tutto molto bellino, con le belle casine dai colori pastellino e le mattonelline dipinte ovunque. Ma mai (o quasi) un acuto verso il sublime o verso l’orrido; sempre tutto perbenino. Tutti un po’ bruttini (un po’ meno le nuove generazioni) ma che ci tengono a comportarsi decentemente con i loro prolissi ed infiniti giri di parole per non dire : Tu o Lei o Voi. Una lingua ricercatissima e leziosa che spende mille parole dove cento sono sufficienti, per evitare di dire con chiarezza quel che si ha sul cuore. L’enorme difficoltà ad avere rapporti diretti, franchi, forti, decisi con i portoghesi. Permalosi, mai spontanei, sempre un po’ impacciati; più formali che gentili. Sempre molto prevedibili.

Ma anche la loro grande suscettibilità; mai varcare quegli stretti confini che dividono le persone se non si vuole avere reazioni stizzose. Ma anche in questo caso, stizzose, non forti. Sempre contenute, mai veramente spontanee; rari i moti dell’anima. Reazioni pissere, appunto.

E’ per questo che si rifanno ad un passato mitizzato, che ci vogliono ancora vivere dentro, come in quel bar di Porto. La nostalgia di un passato imperiale, il desiderio di tornare ad essere grandi; disio, macerazione dell’anima.

E tutto ad un tratto il Portogallo mi è sembrato un paese pissero, sostanzialmente triste ed inutile. Non bello, ma lezioso. Non interessante, ma presuntuosetto.

Ed il mio amore è svanito. Ho capito che non era vero sentimento, ma mero desiderio di capire un luogo. Non ne parlerò più.

 

 

 

 

 

 

 

La temibile francesinha

Ecco il mostro.

Se in fatto di cibo venisse usata la parola kitsch, questo piatto se la meriterebbe a pieno titolo. Si tratta della francesinha, piatto tipico di Porto; è una delle manifestazioni nelle quali la cucina portoghese da il peggio di se stessa. Pare un incubo gastronomico; a vederla in foto si ha paura. Seconda solo alla poutine quebecoise, per orrore.

Si prepara in una terrina bassa da forno che poi va al tavolo. Vi sono molte versioni; la più classica prevede due fette di pane da toast. La prima viene accomodata sul fondo della terrina; sopra vi si mette una braciolina all’olio. Tale braciolina è uno dei capisaldi della dieta portoghese e si chiama prego, che vuol dire chiodo. Esiste in due versioni: prego no prato se è servita in un piatto; prego no pao se si mangia in un panino. Sempre braciolina all’olio, è.

Torniamo alla francesinha. Oltre alla braciola ci viene messa una bella fetta di prosciutto cotto, della salsiccia, del salamino piccante e una bella fetta di mortadella. Si badi bene che ho detto e…e…e, non ho detto …o…o…o.

Poi una sottiletta di formaggio. Si aggiunge la seconda fetta di pane da toast. Si aggiunge, sopra al pane, un uovo al tegamino. Sulla sommità e sui fianchi di questa montagna di cose si dispongono numerose sottilette di formaggio da fondere.

Si mette la terrina nel forno: le sottilette si fonderanno e ricopriranno integralmente il toast, colando lungo i lati e allargandosi sul fondo della terrina.

Si sforna la terrina. Nel frattempo avremo preparato un bel brodo grasso, molto particolare, i cui ingredienti sono i seguenti: birra, porto, whiskey, vino bianco, margarina, latte, pomodoro, rosso d’uovo, fecola di mais, dado, peperoncino, alloro; una vera bomba.

Il brodo molto caldo verrà abbondantemente versato sul toast completamente ricoperto di formaggio. Lo bagnerà e formerà una bella pozzetta sul fondo della terrina dove incontrerà il resto del formaggio colato dai lati del toast.

Se tutto ciò vi sembra leggerino, sappiate che la francesinha viene accompagnata da patate fritte che, spesso, vengono messe  a mollo nel brodo della terrina, in modo che anche loro diventino una specie di pappa, esattamente come il pane del toast.

E’ un obbrobrio culinario, degno di eterna ignominia. La sua creazione ha un colpevole del quale sappiamo nome e cognome. Si tratta di Daniel David Silva che, dopo aver lavorato nelle cucine francesi, (immaginiamo come lavapiatti) tornò in patria, a Porto, e nel 1953 preparò per la prima volta questo mostro, ispirandosi al croque-monsieur parigino.

La francesinha appartiene a quel tipo di piatti che sfidano chi li consuma; mangiarlo finisce per diventare una prova di forza, una questione da uomini valorosi, una specie di rito di iniziazione. La mangiano i ragazzi in vena di prove di ardimento. Mangiarne due consecutivamente diventa spunto di racconti e vanterie.

Il gusto è indefinibile; come tanti colori tutti insieme sfumano in un anonimo grigio. Vi si ritrovano i difetti capitali della cucina portoghese: l’accatastamento degli ingredienti quasi che la varietà fosse sinonimo di bontà (e ciò lo ritroviamo anche nella famigerata cucina brasiliana); la presenza di brodo in moltissime preparazioni, che meglio risulterebbero asciutte; il grande utilizzo del pane bagnato, senza nemmeno abbrustolirlo, che si trasforma in una pappa un po’ disgustosa.

Ma in qualche modo è anche la rivincita di un paese poverissimo che cercava, in quegli anni, di uscire dalla nera miseria. Ci riuscirà molti decenni dopo, poco tempo fa, grazie all’Europa ed alla modernità. Benessere che ora festeggia permettendosi piatti come la francesinha: pantagruelici, smodati, surreali, ipercalorici, stracolesterolici.

Un inno alla vita, alla gioia di vivere, prima che un ictus ti blocchi.