Quando il viaggio è rivoluzione

Foto di El Territorio.

In questo caso il viaggio non è turismo e non è per lavoro. E’ un fenomeno di grande  complessità e sta diventando un fatto di rilevante importanza storica.

Mi riferisco all’incredibile marcia che migliaia di centroamercani stanno facendo in queste settimane verso gli Stati Uniti. E’ un fatto totalmente nuovo per l’era moderna, ma non per l’antichità.

Per prima cosa diciamo che è molto diverso dalle traversate del Mediterraneo degli arabi o degli africani. In quel caso il passaggio avviene alla spicciolata, ognuno per conto proprio, al massmo a piccoli gruppi. E fu così anche per i siriani che arrivavano in Grecia. Mille rivoli che si spostavano con mezzi motorizzati e confluivano solo ai posti di frontiera. Inoltre era gente che veniva da un paese in guerra.

In questo caso è una colonna di gente che cammina, aproffittando solo eventualmente dei passaggi dei camion. Non fuggono da una particolare guerra o da una miseria superiore al solito. In Centramercia la violenza è endemica ed i soprusi di una maledetta razza padrona, di poche centinaia di persone, sono sempre stati totali.

Questi hanno deciso di migrare in massa in un altro posto, come le cicogne ad autunno. Questi non sono individui che cercano di sfangarsela individualmente; questi sono un popolo. Almeno, la sua avanguardia. Questi hanno deciso di andare là dove sono i quattrini, dal momento che i quattrini da loro non vanno; Maometto e la montagna.

Questi non sono tristi, impauriti, titubanti ed impacciati come sono gli africani quando sbarcano a Pozzallo. Seguo giornalmente la vicenda sul Canal Sur, la televisione Venezolana/Bolivariana per l’America Latina. Questi sorridono; hanno i piedi in fiamme, ma scherzano e sono allegri. Sono decisi e contenti di aver preso quella decisione. Non sperano di farcela, ma vogliono provarci. Hanno in loro la forza delle imprese storiche, anche se destinate a fallire. E gli abitanti che li vedono passare lo capiscono e li aiutano, danno loro da mangiare, da bere, dove dormire. Oggi è partita un’altra colonna e siamo a quattro. E’ un movimento di massa potenzialmente molto vasto e difficilmente arrestabile, se non con le pallottole.

Questa faccenda rischia di essere lo spartiaque fra come si emigrava negli ultimi decenni e come lo si farà nei prossimi.

Gli esempi storici sono numerosi, ma molto lontani nel tempo. I Goti o i Vandali, che stanchi di fare da manovalanza ai romani (come ora i sudamericani agli americani) decidono, ad un certo momento, inaspettatamente, improvvisamente, di entrare nell’Impero Romano e di insediarsi dove meglio gli pareva. E non furono necessariamente delle penetrazioni armate; furono viaggi di popolo. Solo in alcuni casi arrivarono armati e ci furono battaglie.

Il tipo con il ciuffo manda l’esercito sulla frontiera. Lui la vede già in termini di guerra, anche se non è affatto così. E’ una marcia gioiosa che si trasformerà in scontro solo se non li faranno passare. Difficile ormai sparare sui popoli. Giulio Cesare lo fece: gli Elvezi gli chiesero di entrare nell’Impero per potersi insediare in Gallia. Lui che era lì per conquistarla, disse di no e li massacrò tutti. Ma ora diventa difficile farlo.

Un altro viaggio di massa fu la crociata popolare che precedette la prima crociata. Andavano per vedere il Santo Sepolcro; avevano i loro motivi religiosi come questi li hanno economici. In entrambi i casi andavano; andavano là dove volevano andare, tutti insieme, indifferenti alle conseguenze. Quelli furono tutti massacrati, ovviamente.

Niente a che vedere con gli ebrei che andarono in Palestina; ci arrivavano da conquistadores, come si sarebbe ben presto visto, e sostenuti dal grande capitale mondiale.

Questi sono poveri e lo rivendicano.

Del resto come pensare di fermare queste migrazioni? Prima individuali, poi di piccole masse come questa attuale, diventeranno fiumi di persone.

Come è possibile che chi muore di malaria perchè non ha due dollari per comprarsi tre pasticche che lo guarirebbero, non voglia andare a vivere in paese dove si spendono centinaia di migliaia di euro per tenere in vita un ottantenne con demenza senile? Questi sono poveri, mica scemi. Fra stare in un posto dove un maestro semianalfabeta insegna in classi di 80 bambini ed un  posto dove ci sono due laureati per venti bambini; voi vostro figlio dove lo mandereste a scuola? E’ meglio vivere dove esiste uno stato di diritto, anche se largamente imperfetto o là dove il potere di pochi è conservato a forza di abusi, soprusi, violenze, corruzione, forze di polizia asservite e bande di paramilitari incontrollate? Fate un pò voi.

Ma torniamo al viaggio. Ancora una volta il viaggio rappresenta per chi lo fa un momento di grande speranza. Il turista spera di vedere cose belle, il giovane spera di trovar notti di divertimento e di sesso; la coppia di vivere momenti romantici. Questi migranti sperano di dare una svolta alla loro vita. Il viaggio come cambiamento, come rinascita, come nuova vita. Il viaggio come una droga che ti cambia; un trip secondo il linguaggio degli psichedelici.

Quindi il viaggio è rivoluzione: cambia tutto. Le persone, i rapporti fra di loro, la percezione di sè e degli altri. I centroamericani non fanno più la rivoluzione contro i gringos, non dicono più yankee go home., come nei tragici anni ’70 ed ’80. In un insospettabile colpo di scena sono loro che vanno dai gringos, a cercare di prendersi delle briciole di ricchezza. E, paradossalmente, queste quattro colonne di marciatori, inermi e pacifici, fanno più paura dei guerriglieri di Daniel Ortega, del Che Guevara, di Guzman di Sendero Luminoso. Perchè non inseguono una fumosa ideologia di libertà. Cercano il benessere. E i bisogni primari muovono più persone e più convintamente delle spinte ideologiche.

Il viaggio diventa un’arma; il camminare un’affermare la propria presenza. Vedo in queste colonne una consapevolezza dei propri diritti umani che non avevo mai visto finora. Non è una marcia politica; non è una manifestazione simbolica che rivendica delle istanze. In questo caso la gente va a prendersi quel che ritiene legittimamente proprio: il diritto ad una fettina di lavoro, di benessere, di giustizia. E lo fa pacificamente, come sarebbe piaciuto a Gandhi.

Finalmente un viaggio pieno di significato. Io spero che ce la facciano.

Migrantour

In questa epoca nella quale il tema dei migranti sembra esser diventato il centro del mondo, il Viaggiatore Critico segnala una iniziativa turistica che li vede impegnati, come guide turistiche nelle città che sono venuti ad abitare.

L’iniziativa è abbastanza curiosa e può attirare l’attenzione di qualcuno. Nasce nel mondo eticamente molto opaco del “turismo solidale” di cui abbiamo già parlato, indicandone le profonde contraddizioni.
Anche nel caso del Migrantour ci sono di mezzo le solite ONG alla ricerca di qualsiasi tipo di finanziamento per andare avanti e il solito donatore di fondi, in questo caso l’Unione Europea con i suoi fondi per l’integrazione. Vi è quindi tutto un apparato di progetti, studi, pubblicazioni, siti web, bollettini, riunioni, reti plurinazionali, viaggi e scambi. Insomma, tutto il classico blabla che finisce per costare delle fortune e su cui le ONG lucrano.
Eppure l’idea non sarebbe male ed è semplice. Nelle città europee si è creato, negli anni, un mondo parallelo costituito dagli immigrati, delle diverse origini. Ci sono i luoghi di culto, che non sono solo le moschee, ma anche tutte le chiese dell’Europa orientale o i templi asiatici. C’e’ la grande quantità dei negozi cosiddetti di cibo etnico, con tutte le loro differenze continentali: cibi africani, asiatici, sudamericani. Ci sono i ristoranti tipici di certe nazionalità. Ci sono i luoghi di ritrovo delle diverse comunità come bar, associazioni, stanze presso associazioni italiane. Ci sono le cooperative che fanno assistenza ai migranti. Incominciano ad esserci artigiani e piccoli imprenditori di altra origine che si sono conquistati un po’ di spazio sul mercato italiano.
Naturalmente si parla di migranti in senso amplio e non solo del giovane migrante africano che è appena arrivato in qualche modo. Il mondo in cui agisce Migrantour è anche composto (direi soprattutto) da migranti “di fascia alta” come lituani, brasiliani, polacchi, ma ci sono anche arabi, africani e bengalesi.

In cosa consiste l’iniziativa? Vengono organizzate delle visite, in alcune città europee, al mondo dei migranti. E le visite sono guidate da uno di loro. Ogni città ha tre o quattro giri diversi, ma abbastanza simili. Si toccano dei luoghi di culto, i negozi, si fanno degli assaggi dove possibile, si parla con i migranti, si vedono le associazioni. Questo giro dovrebbe portare gli abitanti “normali” della città (o dei turisti molto attenti), a capire che c’e’ una parte del loro ambiente che gli era assai sconosciuto. A vedere la loro città come non l’avevano mai vista. Naturalmente le guide sono, per definizione, plurilingue e possono condurre dei gruppi di visitatori, a loro volta, multiculturali; sono anche di un certe livello culturale, ovviamente.
Recentemente hanno fatto un “welcome tour” prendendo degli immigrati appena arrivati e facendo fare loro un giro per conoscere il luogo dove erano arrivati. Una specie di commistione fra migrazione e turismo, dove il vecchio migrante diventa guida ed il nuovo potrà diventarlo.

Il costo è di circa 12 € per ogni persona, per una visita di un paio di ore, e sui 150€ per un gruppo che arriva già organizzato. Ci si iscrive a partire da FB o dal sito Migrantour. Le città implicate sono Roma, Milano, Genova, Marsiglia, Bologna, Napoli, Firenze, Torino, Valencia, Lisbona, Parigi e forse altre. Fanno anche gite scolastiche. Per le città italiane l’organizzazione di tutta la faccenda sembra saldamente in mano a strutture italiane.

Almeno in Italia la cosa non sembra funzionare molto. I giri in agenda sono pochissimi e non è chiaro se poi vengono eseguiti o finiscono per andare deserti.
Quindi, ancora una volta, un’iniziativa che è servita a dare un po’ di lavoro e visibilità alle ONG che l’hanno promossa e che si son fatte finanziare il lancio. Poi la cosa si è spenta e magari va a morire nell’indifferenza. Ancora una volta, una cosa fatta in nome dei migranti, che hanno messo la loro faccia esotica e sorridente sul sito, ma dalla quale, loro, non ci hanno cavato quasi niente.

Traffici di frontiera a Melilla.

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La multiple barriera fra Melilla e il Marocco.

Melilla (con Ceuta) è l’unica frontiera terrestre fra l’Europa ed il mondo arabo. Se all’interno della città vi è una lodevole situazione di mutua accettazione fra genti diversi, sulla frontiera succedono cose veramente strane e turbanti.

La città è isolata dal resto del Marocco con una tripla o quadrupla linea di rete di notevole altezza accompagnata dal filo spinato, rinforzato da tremende lame. Vi sono tre varchi dei quali uno, solo pedonale. La frontiera è controllatissima sia da una parte che dall’altra.

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Il Marocco, di là dalle reti, al valico del Barrio Chino.

Dal lato marocchino vi è una modesta montagna, il Gurugù, sul quale vivono accampati centinaia di africani ed arabi che cercano il modo di passare le reti. Fanno blitz, aspettano le circostanze favorevoli (notte oscura, maltempo, forti venti che abbattono le barriere), attaccano contemporaneamente in diversi luoghi, si feriscono, si fanno massacrare di botte dai feroci poliziotti marocchini, alcuni ci muoiono, alcuni ci riescono. Ma in pochi. E’ una guerra continua. Le reti le ha pagate l’Unione Europea. E’ praticata l’espulsione immediata dopo lo scavalcamento; ancor prima di sapere chi è l’immigrato.

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Le indicazioni per il passaggio dei portatori. Nel disegno sembrano agili turisti con lo zaino. Non è così.

In forma legale avviene invece l’altro e più incredibile fenomeno ai tre varchi della frontiera, soprattutto a quello pedonale del Barrio Chino.

Bisogna sapere che gli abitanti della provincia marocchina esterna a Melilla hanno la possibilità di entrarvi  senza visto. Non vi possono passare la notte e, naturlamente, non possono prendere la nave per andare in Europa. Ma in Melilla possono entrare ed uscire come vogliono.

Inoltre una legge marocchina, di infinita ipocrisia, dice che gli oggetti portati dalle persone (e non dai mezzi)  sono esenti da tasse ed imposte doganali.

Ed infine, per la legislazione spagnola, Melilla è porto franco e, quindi, le merci extracomunitarie vi entrano con poche tasse di importazione.

IMG_20160222_131946Il risultato diabolico della combinazione di queste tre norme di due nazioni è che nel polveroso e sudicio piazzale sul lato spagnolo della frontiera arrivano camion e camion di tutti i tipi di merci, sbarcate dalle navi che attraccano nel porto, sempre dal lato spagnolo. Le merci vengono  caricate sui gropponi di uomini, ma soprattute donne, che si mettono in lunghissima e penosa fila per passare la frontiera verso il Marocco. Persone trasformate in bestie da soma, tanto che vengono chiamate Mulas.

IMG_20160222_131959Queste donne sono spesso anziane (ne ho vista una cieca, accompagnata da un’altra), vanno piegate in due sotto carichi enormi e pesantissimi e ricevono 3 o 4 euro per ogni viaggio. Ad ogni passaggio devono dare una moneta alla Polizia marocchina. Il percorso è lungo qualche centinaio di metri fra il luogo di carico e quello di scarico, dal lato marocchino; la fila è lenta e le interruzione frequenti; durante le interruzion non riescono a scaricare il fardello perche’ non c’e’ nessuno che le può aiutare a rimetterselo sulle spalle; in un giorno non riescono a fare più di tre o quattro viaggi; ci sono calche, sgomitate, cadute, soprusi; la polizia spagnola mantiene l’ordine con i manganelli in mano; dal lato marocchino è certamente peggio, l’arbitrarietà vi regna sovrana: la fila scorre o si arresta secondo i capricci della polizia.

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Si trasporta merci anche sull’autobus.

Da qualche tempo sono permessi anche carrellini, tipo quelli per fare la spesa, anche se si muovono male sullo sterrato dei piazzali. Alcuni usano una tavola di skateboard su cui appoggiano balle e lavatrici. I frigoriferi sono smontati, trasportati e rimontati dall’altra parte. Nell’ultima parte del percorso i portatori passano fra imponenti sbarre con delle pericolose porte a tornello: vengono chiamate “le gabbie”. Nessuna facilitazione, nessuna tettoia per l’ombra, nessuna rampa per superare gli scalini. Solo urla e manganelli. Ci sono stati casi di morte da fatica o da calca. Ricoveri a causa delle botte.

Queste formichine spostano volumi enormi di merci; navi intere, fagotto dopo fagotto. Riforniscono i mercati di tutto il Marocco. Si dice che 500.000 persone vivono grazie ai commerci che i portatori hanno permesso. Melilla, certamente, è ricca grazie a loro. Il Medioevo.

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Nei pressi dei valichi di frontiera magazzini di merci e di cibo destinati al Marocco.

Altra storia al valico di Farhana. E’ piccolo, ma si rimane colpiti da una lunghissima fila di grosse auto in sosta, cariche di merci, sulla strada di accesso al valico, con i guidatori seduti al volante. Non capivo cosa aspettassero, la porta di uscita era aperta e libera. Alla fine me l’hanno spiegato: aspettano tutti un cenno che arriva dal lato marocchino. Ad un certo momento scatta un meccanismo, certo truffaldino, per cui si interrompe il controllo sull’entrata dei veicoli. Quindi, rapidissimamente, tutte quelle vetture si mettono in moto e passano come fulmini dall’altra parte, senza controllo (e spese) doganali. Per questo motivo gli autisti sono al volante: il passaggio deve essere compiuto in tempi fulminei, prima che torni il controllo.

Melilla, città da conoscere…..