Il budello di Oliveira al Pecci di Prato

Il budello di Oliveira al Pecci.

Posate immediatamente quel che avete in mano: tastiera, cazzuola da muratore, borse della spesa, falce e martello, penna, chiave inglese, proprio o altrui pisellone, forbici da parrucchiere o da sarto e correte immediatamente a Prato, al Museo Pecci. (Se non ne eravate al corrente, sappiate che a Prato non ci sono solo tessili e cinesi, ma anche un pregevole Museo di Arte Contemporanea che un mecenate pratese, forte dei guadagni fatti con il tessile – non ancora con i cinesi – fondò alcuni decenni fa in un edificio appositamente costruito e che, pur invecchiato, è pur sempre degno di osservazione ed ammirazione).

Il brasiliano Henrique Oliveira ha costruito, in un salone del museo, una sua opera sconvolgente e meravigliosa che vi ingiungo di visitare ( e di percorrere, è questa la sua peculiarità) subito, o almeno prima che non la distruggono, forse nell’estate 2018. L’opera si chiama Transcorredor, ma il titolo è brutto e poco appropriato.

L’opera è ospitata in una delle enormi sale del museo e di primo acchito il visitgatore nemmeno si accorge della sua esistenza. Incomincia infatti come un normale corridoio posticcio come quelli che vengono costruiti spesso nei musei a fini espositivi. Ed in effetti sulle pareti del corridoio sono appese alcune fotografie che non risveglieranno particolarmente la vostra attenzione. Il corridoio fa una curva a 90 gradi ed nelle bianche pareti e sul pavimento cominciano ad apparire sempre più frequenti i blocchi di cemento ed i mattoni con cui sono stati costruiti. Si continua a camminare ed il corridoio si fa galleria scavata nella roccia, serpeggiante, mal illuminat, sempre più angusta, ed opprimente, passo dopo passo. Il visitatore prosegue ma si trova ormai a disagio in quel budello da cui non sa se riuscirà ad uscire. Ha quasi voglia di tornare indietro. E’ costretto a camminare molto curvo.

Ancora. La roccia lascia il posto a fogli di legno curvi, sfilacciati, sovrapposti, stratificati mentre il tubo diventa sempre più angusto e soffovante; le curve sono ormai stettissime. Il visitatore prova orma dell’angoscia; è in preda alla claustrofobia e si augura che il tormento finisca. Tutto ciò lo ha preso completamente alla sprovvista: pensava di visitare un tranquillo museo e si trova rinchiuso nella vena di una albero che non cessa di diminuire di diametro. Finalmente trova un varco (da cui esce piegato in due) che gli permette di tornare nel salone mentre la vena continua a correre all’interno di un albero secco adagiato sul pavimento del museo. Qui un video (a partire dal minuto 1:30).

L’idea finale dell’albero è piuttosto ridicola, ma il corridoio/cantiere edile/caverna/condotto linfatico dell’albero è geniale. Il visitatore rinasce alla luce dopo aver attraversato molte materie diverse. Una sorta di tubo intestinale del mondo in cui si entra tranquilli, ma da cui si esce stropicciati. Una progressiva metamorfosi esterna che si ripercuote su chi la percorre.

Una esperienza forte, correte a vederla, non la perdete.

Se leggete solo ora questo post sappiate che avete perso una grande occasione. La mostra è stata smontata e sembra che l’opera non esista più o che giaccia smontata da qualche parte senza essere visibile. Sappiate che la vostra vita è più povera di quanto avrebbe potuto essere.

Il meglio della mia Finlandia.

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Bungalow dell’eco-ostello di Linnansaari.
Un approdo, un fuoco, due salsicce….

Noleggiare una piccola barca con un motore da 10 cavalli a Oravi (carucci, ma completi e professionali) e girare nell’intrico di acqua, terra ed alberi fermandosi ad accendere un fuoco ed arrostirsi quel che si vuole (ma solo fuori dal Parco, dentro è proibito). Ancor meglio noleggiare una canoa, la tenda e quanto ci voglia e passare alcuni giorni fra le isole, remando e camminando. Acqua fredda e zanzare fameliche ma tontolone. Andare a sera all’Eco-ostello del parco per fare una sauna e visitare l’interessantissima azienda agricola del parco di Linnansaari, gestita come 100 anni fa.

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Parco di Linnansaari.

Viaggiare in macchina, o in bus per quelle infinite strade deserte, costeggiate da fiori o da neve, nella perenne luce o nel perenne buio, in quella che sembra una sola infinita foresta, chiazzata da acqua o da modeste radure; talvolta dei campi o dei pascoli rasati. Scarso il traffico, ordinatissimo e rispettoso di ogni regola immaginabile. Quasi mai dei paesi, rare le cittadine ed anche quelle semi-deserte, con pochi passanti. Ovunque un’atmosfera chiara; di luoghi che sembrano stare in un altro mondo rispetto a quello che abbiamo conosciuto fino a quel momento. Senso di estraneamento, ma gradevole, pacifico. Pare che nessuno abbia fretta o che sia particolarmente interessato a fare quel che sta facendo. E’ un paese astratto, rarefatto, diafano, liscio, accomodante, riservato. Ti senti sempre a tuo agio e ti chiedi perchè non ci sei venuto prima. Poi a viverci, magari, sarà un incubo per la mancanza di rumore e di emozioni forti; ma almeno per il tempo di un viaggio da turisti mi sembra un paradiso di beatitudine.

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Il municipio di Saynatsalo di Alvar Aalto del 1949.

E la stessa sensazione la danno gli interni, quelli nel famoso stile finlandese. Di grande semplicità e luminosità, sono altrettanto rarefatti del mondo esterno.  Negli alberghi, nei ristoranti, nei negozi, a volte anche nei ristori lungo le strade. Luoghi dove ti sembra che niente di male può avvenire, esattamente come in quella natura boscosa e lacustre dove i pericoli sembrano banditi dalla mano benevola delle Fate del Nord.  Atmosfere senza conflitti ed aggressività.

E la magia della notte fonda alle 11 della mattina, d’inverno, oltre il circolo polare, con il ghiaccio che scricchiola sotto le scarpe e la vita che pare scorrere normalmente: i bambini a scuola, gli adulti al lavoro, le nonne che vanno a fare la spesa con una specie di carrello del supermercato a forma di slitta che permette loro di sostenersi e di non scivolare. Poi viene un pò di chiarore e si vedono le renne nel parco cittadino di Rovaniemi e, più a nord, i laghi completamente ghiacciati dove duri uomini si divertono a correre sulle motoslitte.  E’ luce fugace, dopo un paio di ore di chiarore si torna al buio pesto e non sai più che momento della giornata sia e quando verrà il prossimo domani. Un viaggio sempre di notte; anche nel ricordo non si riesce a collocare gli avvenimento nel corso della giornata. Della nottata, per meglio dire. Non ci si capisce più niente ed il senso di stranezza è totale; dopo una settimana cominci anche a stare un pò maluccio.

Ma bello anche il Chiasma, il museo di Arte Contemporanea ed il teatro accanto, pieno di attività per tutti e tutte le ore. Del Chiasma, confesso che mi piace anche la caffetteria, affollata a pranzo, che da l’idea che anche quello spuntno che vi si prende sia un pò artistico. Ma mi piace anche il fatto che i bar siano spesso self-service, con tutta una serie di macchine sul bancone che dispensano svariate bevande e che vai poi a pagare alla cassa. Ed almeno l’acqua è gratis: ho visto giovani che stavano a lungo seduti ad un tavolino bevendosi solo un bicchier d’acqua. Pare che tutti si fidano di tutti e nessuno cerca di fregare nessuno.

E mi piace moltissimo  Arto Paasilinna, lo scrittore finlandese che riesce a dare nei suoi romanzi, esattissima, l’atmosfera che trovo nella natura finlandese. E’ uno di quei pochi casi in cui l’esprienza del lettore e quella del viaggiatore combaciano quasi perfettemente. Consiglio: Il bosco delle volpi, Il mugnaio urlante, Lo smemorato di Tapiola. Il suo editore italiano è Iperborea.

Kahre
L’incredibile opera di Markus Kahre esposta al Chiasma. (Qui in una versione esposta a Liverpool nel 2012).

Cito infine l’artista Markus Kahre e la sua straordinaria opera dello specchio, ospitata al Chiasma.