Il turista e la corrida

Stupendo animale. Foto di George M. Groutas via Wikicommons

Tema di infinita complessità dove si incrociano e spesso si scontrano argomenti diversissimi. Talmente complesso che la ragione si perde e la polemica degenera regolarmente negli insulti. Questa è la corrida; ancor più complesso, il tema quando ad assistervi sono dei turisti, che, per definizione, non capiscono niente della faccenda.

A volte la Spagna, normalmente ritenuto il paese più simile all’Italia (credo a torto), mostra aspetti di difficile comprensione.

Cominciamo col dire che la corrida è certamente uno spettacolo barbaro ed incivile che non ha niente a che vedere con questo secolo. E gli spagnoli mostrano di essere barbari ed incivili; come in quella festa paesana durante la quale buttano una capra viva dal campanile (ora è di panno, ma solo da pochissimi anni).

Ma dobbiamo anche aggiungere che la corrida è lo spettacolo più spettacolo che esista. Lo sviluppo di tutti gli altri spettacoli è abbastanza prevedibile: non si sa quale squadra o auto vincerà, non si sa se quel cantante o attore darà il meglio di se o zoppicherà un pò; è vero. Ma gli spettatori sanno più o meno come andrà a finire la cosa. Nella corrida no: l’incontro fra quel toro e quel torero, proprio quel giorno, può essere sia una cialtronata inguardabile, sia una sublime danza di morte. Fino a che lo spettacolo non prende luogo, non sarà possibile fare alcuna previsione. E ciò provoca negli spettatori una acutissima attesa ed una tensione quasi insopportabile.

Perchè qua, unico caso nel mondo, si parla di morte dell’attore-uomo. E se ciò succede di raro, nessuno può escludere che potrebbe succedere proprio quel pomeriggio. Pochi sanno che le morti sono rarissime, ma che gli incidenti sono frequenti. Poche corride finiscono senza che uno dei partecipanti non ne esca danneggiato.

E comunque muore l’attore-toro: una bestia enorme, bella, possente, intorno ai 600 kg di peso. La cosa è seria; non si tratta delle vili lotte dei galli o dei cani.

Le corride sono un enorme macchina economica: 15.000 eventi, 10.000 lavoratori, 70.000 tori, 3,5 miliardi di euro; ogni anno. In questo mare magnum ogni pratica sordida, scorretta e contraria all’etica viene praticata. Ma gli spettacoli taurini vanno avanti, nel Mediterraneo, da almeno tre millenni, come si vede nei dipinti di Creta.

Il centro della corrida non è la morte. Quel che il pubblico vuol vedere è l’incontro fra un uomo rude ed una bestia feroce che si uniscono in una danza; fatti una sola cosa, durante 10 minuti. La magia di quello spettacolo sta tutto lì. Quando riesce è sublime. Riesce molto di rado. La ragione e la forza che si amalgamano con grazia e temperanza.

Gli spagnoli si stanno accapigliando da decenni sulla liceità o meno di continuare ad uccidere i tori in quel modo. E’ diventata anche una questione politica: in Catalogna e alla Canarie le corride sono proibite. Si affrontano con violenza animalisti che difendono il toro dalla tortura e appassionati che difendono il valore antropologico e sociale di una tradizione antichissima. Non si metteranno mai d’accordo, lasciamoli fare.

Concentriamoci sul turista: deve andare o no alla corrida?

Resterà certamente intristito dalla crudele sorte dei poveri animali (6 per ogni corrida); farà il tifo per loro. Se è alla prima corrida non capirà la successione delle tre fasi nelle quali è suddivisa e non riconoscerà i tre toreri dal resto delle squadre. Non capirà il significato degli squilli di tromba, della eventuale musica, del vociferare del pubblico, dello sbandierare i fazzoletti dei diversi colori. Tremerà al momento in cui il pugnale darà il colpo di grazia tagliando il midollo spinale nel collo dell’animale. Prima si sarà commosso alla vista dei fiotti di sangue che escono dalla nera pelliccia. Non avrà capito il perchè dei passi e dei gesti del torero. Avrà comunque assistito ad uno spettacolo di grande antichità e pregnanza culturale e se non sarà del tutto ottuso, avrà colto con rispetto questo lato della vicenda alla quale ha assistito.

Ma se ha avuto la rara fortuna di assistere ad una buona corrida sarà stato rapito dal duetto che i due attori hanno inscenato per lui. Perchè quella magia la si sente, non c’e’ bisogno di capirla.

Ma è probabile che non abbia avuto quella rara sorte e quindi sarà solo colpito dalla barbarie di quel gioco. Quindi direi che è meglio che non ci vada e che ci risparmi i suoi commenti saputi da turista ignaro di tutto. Potrebbe, invece, leggere questo libro e solo successivamente esaminare la possibilità di entrare in una plaza de toros.

La fiera di Siviglia

Le casetas con i cavalieri e le dame. Una vera pagliacciata. Horst Goertz attraverso Wikimedia Commons

A prmavera, regolarmente, appaiono sulle riviste cartacee od on-line delle bellissime foto di dame con veletta appollaiate su superbe carrozze ed accompagnate da aitanti cavalieri. Si riferiscono alla Fiera di Siviglia. Attratto da tanto colore e sfoggio folclorico, tipico della Spagna (corride, Pellegrinaggio del Rocio, ecc, ecc) ho colto un’occasione che avevo e sono andato a vedere di che si tratta.

Se il ridicolo uccidesse, ci sarebbe una strage. Rare volte ho visto cosa più puerile, inutile, inconsistente.

La fiera si svolge lontano dal centro, in un vasto spazio suddiviso da tre strade parallele ed alberate e da alcune loro perpendicolari che dividono l’area in una decina abbondante di isolati. I quali sono integralmente occupati da capannoni rettangolari, l’uno a finaco dell’altro, stretti e lunghi, con un lato corto che fa da facciata (adornata da una specie di terrazza rialzata) prospiciente la strada. Tali capannoni, dette casetas, sono in numero (fisso) di 1000 e sono di legno e stoffa, montati in occasione delle Fiera e smontati subito dopo. La caseta è fittissimamente ripiena di tavoli; in fondo il bar ed ancora dietro la cucina. Il fronte della caseta, quello che guarda la strada,  è di 4 o 8 o 12 o 16 metri. Da questa larghezza dipende l’importanza della caseta e, ovviamente il suo prezzo, comunque vertiginoso. Sono tutte molto belle, curate, ridondanti, come piace agli andalusi. Ostentose. Alcune casetas, molto grandi, organizzate dai partiti politici o da qualche istituzione, sono di pubblico accesso; tutte le altre sono private, affittate anno dopo anno da famiglie, gruppi di famiglie, compagnie di amici. Quindi, vi entrano solo i membri del gruppo e per evitare problemi, alla porta vi è un gorilla inflessibile.

A cosa servono le casetas?

Ad andare a bere e a mangiare “fra di noi” lasciando gli altri a guardarci come accattoni, dal marciapiede. La feria di Siviglia è una festa intergenerazionale e passano dalla caseta nonne, zii, genitori, giovani, adolescenti, nipotini. Ognuno alle sue ore.

Gli inconvenienti delle casetas sono numerosi e di diversa natura. Ogni caseta appartengono alla famiglia che paga la manutenzione, l’affitto del terreno e tutti gli altri costi, sempre molto rilevanti. Per cominciare, anno dopo anno, generazione dopo generazione, le famiglie crescono e i vincoli di parentela si annacquano fra secondi e terzi cugini. Quindi la famiglia che aveva incominciato la tradizione, decenni e decenni fa, si è trasformata ormai in un gruppo vasto di persone magari semisconosciute che si trovano solo una volta l’anno, in occasione della Feria. Lo spazio manca regolarmente e la caseta diventa affollata come un autobus nelle ore di punta. Quindi i più avveduti mandano i nonni ad inizio pomeriggio ad occupare un tavolo, al quale poi si siederanno a turno i parenti più prossimi, fino ai giovani all’alba. Il tavolo preferito è quello sulla terrazza, in modo da esser visti da chi passa sulla strada. La notte si spostano i tavoli e si balla il flamenco.

La gestione del cibo e delle bevande è un altro problema e fonte di discussioni infinite. Bisogna far arrivare quantità ingentissime di bevande e preparare buon cibo: le tipiche tapas, l’immancabile prosciutto, il formaggio. E bisogna far pagare tutti, e molto, perchè da quegli introiti deve uscre anche l’affitto dello spazio, il montaggio, la manutenzione della caseta. Vi è sempre un comitato organizzatore, scelto fra i notabili del gruppo, ma ogni anno è un incubo.

I membri delle casetas entrano ed escono, tronfi, dal loro feudo, andando a visitare e a scambiarsi salamelecchi con i membri delle altre casetas. I più ridicoli lo fanno a cavallo che si affittano in un angolo della fiera. Quelli assolutamente sfacciati lo fanno in carrozza, che normalmente è di proprietà e sulla quale si attraversa la città per arrivare alla zona della Feria.

Si fa un giro a cavallo o in carrozza, ci si sofferma ogni dieci passi; si saluta questo o quello, ci si fa offrire bicchierini di vino bianco secco accompagnato da striscioline di formaggio. Dal momento che molti hanno delle gran buzze e vanno a cavallo una sola volta l’anno, non possono scendere perchè non saprebbero risalirci senza scaletta. Passano quindi una o due ore, a seconda della durata dell’affitto, su quel povero cavallo in su e in giu in quelle poche centinaia di metri, impacciati, con in mano il bicchiere, il piattino e le redini. E son costretti a chiedere a qualcuno il favore di riprendersi il bicchiere ed il piattno vuoti. Gli innamorati vanno in due, sul povero cavallo: l’uomo davanti e la donna dietro, seduta all’amazzone.

Le strade si riempiono rapidamente di un bello strato di cacca di cavallo il cui puzzo si mescola con quello dei gamberi alla brace e delle patatine fritte.

Le donne vestite con l’abito da flamenco che fascia i fianchi, ma con il capo o le spalle coperte dalle preziose e bellissime mantillas. Gli uomini da cavalieri tipo il babbo di Zorro.

E chi non ha una caseta ed è anche privo di amici che ne abbiano? Vaga come un povero disperato, in mezzo alla cacca, a guardare come i ricchi si divertono. Cerca di entrare in una delle poche casetas pubbliche dove sedersi e bere qualcosa, sia pure a caro prezzo. Ma la grande folla e le poche casetas pubbliche fanno si che spesso non ci riesca e se ne vada triste, stanco ed assetato.

E tutto ciò per sei giorni di fila. Le abitudini degli andalusi sono notturne. La festa dura fino all’alba, almeno per quelli che non son vecchi. Il giorno dopo si ricomincia, magari andando alla corrida prima di spostarsi alla caseta. E’ un tour de force dal quale ne escono fisicamente distrutti ed economicamente devastati.

E’ istruttiva la Feria di Siviglia; si capisce l’importanza di apparire, si vedono i riti di una società basata sull’arroganza, la boria, l’alterigia, la supponenza. Un mondo di sborroni ridicoli ed inutili. Il prevalere dell’apparire facendo riferimento ad un inesistente passato di nobiltà. Sì, perchè questa fiera è una invenzione relativamente recente. Uno spettacolo di infinita tristezza, dove la miseria umana impera.

Due giornatucce a Terceira

Il torello ed il giovane. (foto di José Luís Ávila Silveira/Pedro Noronha e Costa da Wikimedia Commons)

Ho passato due giorni a dormire, più morto che vivo. Non riuscivo a stare in piedi, in equilibrio, senza sorreggermi alla parete. Cominciavo già a pensare ad un ictus al cervelletto che avesse fatto andare a pallino il senso dell’equilibrio. Poi ho telefonato al medico e il malanno è stato derubricato alla più semplice intossicazione alimentare. Probabilmente dovuta ad un intingolo di polpo, apparentemente buono, ma che lasciava notare, ad osservazione approfondita, una notevole antichità. Così imparo a mangiare nei ristoranti per turisti fuori dall’epoca dei turisti. Nelle bettole dei locali bisogna mangiare! Ma lì, il mio amato polpo non ce l’hanno.

Peccato perchè ho perso stamattina, domenica, una camminata organizzata dal locale gruppo trekking “Os Montanheiros” con barbecue finale alla quale mi avevano molto amabilmente invitato.

Non avendo quindi fatto nulla in questi due giorni, se non russare, e dal momento che ora sto un pò meglio, vi ammanisco dei video (da Youtube) sulla passione che anima le estati di quest’isola Terceira, anche autonominata “Capitale atlantica del toreo”.

La festa, sentitissima, consiste in cio’: in certe  domeniche, vengono lasciati scorribandare, nelle vie dei paesi, dei torelli, trattenuti solo da una lunghissima e robusta corda, mantenuta da sei o sette nerboruti ed esperti pastori. La corda viene lasciata lasca ed il torello sentendosi libero e fiero si lancia contro i giovani che gli si fanno sotto, in modo provocatorio, un po’ come fanno a Pamplona (ma quelli sono tori veri, tre volte piu grandi e pesanti come locomotive!!).

Quando il torello arriva ad estendere al massimo la corda, questa viene violentemente tirata e l’animale torna vicino ai pastori per cominciare un nuovo galoppo. Le punte delle corna del torello sono opportumente coperte in modo che non facciano troppi danni ai frequenti incornati, cmq ricevere addosso duecento chili di toro può fare molto male. Il gioco consiste nello sfidare, nello sbeffeggiare il toro e scappare prima di essere raggiunti. I pastori sono i maestri del gioco e la loro capacità sta nel massimizzare lo spettacolo, evitando, al contempo dei danni troppo gravi agli astanti.

La popolazione virile gioisce nello sfidare il selvatico animale e prende spesso delle gran botte.  Non temano gli animalistianimalisti. A fine giornata i torelli tornano nei loro pascoli, un pò contusi anche loro, ma certamente soddisfatti di aver passato una domenica diversa.

watch?v=v2lJ-S71-rw&p=2BEAD456AC535589&index=37&feature=BF

http://www.youtube.com/watch?v=F3QlWGYZSQA&list=QL&feature=BF

http://www.youtube.com/watch?v=dogKXKEXP1U&feature=related