La caccia alla balena alle Faroer

Abbastanza impressionante. Foto di Erik Christensen via Wikicommons.

Da qualche anno le Isole Faroer, a metà strada fra Islanda, Scozia e Norvegia hanno conosciuto uno straordinario incremento di visite turistiche che rischiano di sconvolgere e non poco l’ovattata atmosfera sonnolenta di queste nordiche terre e dei suoi 50.000 abitanti tradizionalmente pescatori e allevatori di pecore.

Non parleremo di questo, ma di un altro aspetto per il quale le Faroer sono ancora più conosciute e non in termini positivi, almeno per molti. Quando si parla di questo tema le polemiche divampano e quindi cerchiamo di affrontarlo in modo pacato.

Il fatto è che alle Faroer si cacciano e si uccidono una alto numero di balene, ogni anno. Vediamo i punti principale di questa spinosa faccenda:

  1. Vengono cacciati quasi esclusivamente i Globicefali. Sono balene che da adulte raggiungono i 5 – 6 metri di lunghezza per un peso compreso fra 1,5 e 3 tonnellate ciascuno. Se lasciati in pace vivrebbero fra i 45 ed i 60 anni. Normalmente vivono in branchi di una trentina di individui, dimostrando dei notevoli comportamenti sociali. Tanta roba. Sembrerebbe che i globicefali non sono per niente in pericolo di estinzione.
  2. Esistono dei registri delle catture fin dal 1700. Il numero degli esemplari cacciati ogni anno è assai variabile; la caccia dipende da molti fattori diversi. Per avere un’idea, negli ultimi 10 anni si sono cacciati fra i 500 ed i 1000 esemplari l’anno.
  3. L’attività della caccia alla balena è sottoposta a numerose regole, fin dai primi documenti disponibili, del 1298. Oggi le norme sono molte, rigide e la loro applicazione è strettamente controllata dalle autorità delle Faroer ed anche da quelle della Danimarca, paese da cui le Faroer dipendono, sia pure parzialmente. La caccia alle balene è quindi un fatto giuridicamente, socialmente ed economicamente molto importante e coinvolge l’intero corpo sociale degli abitanti delle isole. In nessun modo va considerato un’attività di pochi individui lasciati liberi di agire come vogliono. Non ci sono spazi di manovra per i singoli. E’ un fatto nazionale, non personale.
  4. Attualmente la caccia si svolge in questo modo: quando viene avvistato un branco di globicefali, un buon numero di barche escono dal porto più vicino e da quelli contigui, se necessario e possibile. Sono barche piccole, a motore. Si dispongono a semicerchio intorno alle balene; le circondano e le spingono verso la spiaggia. Quando si sono arenate interviene il personale rimasto a terra e, con dei coltelli particolari, recidono la colonna vertebrale delle balene che muoiono in qualche decina di secondi. Le balene che non si sono spiaggiate vengono uccise in mare e poi trascinate a riva con delle corde; in questo caso l’agonia dell’animale è molto più lunga. Nel recidere la colonna vertebrale si tagliano anche molte vene ed arterie: grandi quantità di sangue fuoriescono e l’acqua del mare si tinge di rosso. Sono state fatte molte foto di questo momento, assai impressionanti, e sono usate dagli animalisti per denunciare le uccisioni delle balene. Questo tipo di caccia fa sì che tutto il branco, o una sua gran parte, venga ucciso durante a stessa battuta. Vengono quindi uccise anche femmine incinte e piccoli. Dal momento che i branchi sono composti normalmente da una trentina di animali, i capi abbattuti saranno numerosi e solo pochi fortunati riusciranno a sfuggire in mare, oltre le barche che li circondano.
  5. Sono 17 le zone dove è consentita la caccia. Si tratta di baie o fiordi che terminano con una spiaggia che scende gradatamente nel mare, in modo da rendere possibile lo spiaggiamento delle balene. Altrove è illegale e proibito.Dopo l’abbattimento i globicefali sono lavorati e la carne ed il grasso vengono recuperati e distribuiti a che ne ha diritto.
  6. Deve esser chiara una cosa. La caccia alle balene alle Faroer non è un’attività sportiva. Non è nemmeno una sorta di rievocazione storica o un
    Idilliaci paesaggi tinti di sangue. La forza di immagini come questa hanno causato lo sdegno degli animalist ed infinite polemiche contro le Faroer. Foto di Erik Christensen via Wikicommons.

    tentativo di mantenere in vita una tradizione morta. Niente di tutto ciò.  E’ un’attività economica finalizzata all’approvvigionamento di carne e grasso commestibili. Per gli abitanti delle Faroer una pesca come tutte le altre. Partecipano alle diverse attività solo gli uomini.

  7. La carne ed il grasso delle balene vengono divisi in un modo complesso, ma strettamente normato. Hanno una parte i pescatori ed i macellai, un’altra va al villaggio che ha ospitato quella partita di caccia. Ma se quest’ultimo ha già ricevuto molti kg di preda negli ultimi tempi, la direzione della caccia può decidere di dare quella parte ad un altro villaggio nel quale non si può cacciare o che non ha avuto fortuna nelle cacce precedenti. Un certo giorno viene dato l’appuntamento per la distribuzione ai beneficiari. Se alcuni di loro non si presentano, la carne avanzata verrà data ad un altro villaggio ancora o a una qualche struttura sociale come case di riposo. Niente viene venduto. Nelle regole della ripartizione vedo criteri simili a quelli utilizzati dalle compagnie dei cacciatori di cinghiali della Maremma. Tutta le parti commestibili della balena vengono consumate e c’e’ chi dice che l’apporto nutritivo e calorico di quel massacro sia importante per il bilancio alimentare delle Faroer ed essenziale per le classi più povere. Ricordiamoci che, a causa del clima, i cibi vegetali prodotti in quelle isole sono assai modesti e quelli importati terribilmente cari. L’ultimo dato che ho trovato risale al 2007. In quell’anno le 633 balene uccise fornirono in media 8 kg di carne e grasso ad ogni abitante delle Faroer. Non moltissimo, ma nemmeno insignificante. La carne generalmente viene mangiata bollita.

Il giudizio su questa faccenda rimane molto difficile.

E’ evidente che è un’attività antica, tradizionale, compiuta ad uso alimentare in un luogo che non offre molto altro cibo a basso prezzo; inoltre le tecniche utilizzate oggi dovrebbero ridurre le sofferenze degli animali.  Del resto la caccia alle balene è stata praticata per secoli ovunque fosse possibile. Ne abbiamo parlato riguardo a Brava (Capo Verde) e alle Azzorre.

D’altra parte gli animalisti si sono scatenati contro le Faroer. Prima Greenpeace, che, poi, ha abbandonato la campagna. Successivamente e fino ad oggi, Sea Shepherd è particolarmente attiva in difesa dei globicefali delle Faroer.

Ognuna delle parti contrapposte ha i suoi argomenti. Il fatto che la caccia alle balene non sia uno sport, ma un’attività che produce cibo al pari degli allevamenti di bovini o di maiali (ma ad un prezzo molto più basso) è certamente un argomento molto forte.

Io non sono mai andato alle Faroer, anche se un pensierino, anni fa, ce lo avevo fatto. Poi le circostanze me lo impedirono.

Ma non ci andrò. Tutti gli argomenti dei cacciatori non bastano ad impedirmi di pensare che su quelle spiagge, in fondo a quelle baie, circondate da spettacolari ed idilliaci panorami, prossime ai caratteristici paesini di pescatori; su quelle spiagge, dicevo, vengono uccise decine di giganteschi mammiferi del mare. Le balene sono come gli elefanti; rappresentano molto di più di quel che sono. E’ la grandezza della natura fatta animale.

La caccia delle balene alle Faroer è come la corrida in Spagna. Viene da lontano, ma ormai è il momento di smettere. La sensibilità moderna lo esige. Anni fa mi trovavo in Svezia. Avevo affittato un appartamento ed andai a fare la spesa al supermercato. Comprai una confezione di una cosa scritta solo in svedese che non capivo cosa fosse. Tornai a casa, la feci al sugo e la mangiai. Solo dopo la padrona di casa mi disse che era carne di balena. Mi dispiace ancora.

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