Il Delta d’inverno

E sono di nuovo sulla bicicletta: cappello, guanti, numerosi strati di tute (compresi i mutandoni lunghi di lana del nonno), sugli argini, sulle strade, sui ponti di barche, sulle spiagge del Delta del Po. E ritrovo fortissime le emozioni di questa terracqua che non dovrebbe esistere. Pedalo con la pioggia, la nebbia, il vento, il freddo, la solitudine; questo posto che mi affascina senza fine.

D’inverno i campi sono lavorati in attesa del mais o del riso; il grano e i foraggi cercano di spuntare come possono. Le enormi distese sono intrise d’acqua che affiora spesso in pozze, fra il fango. La nebbiolina sfuma l’orizzonte, i lontani filari di alberi sono fantasmi; innumerevoli pennuti di svariati generi, specie e piumaggi si aggirano rimpiangendo di non aver migrato sul Nilo.

Le vecchie case sparse nei campi, lontane le une dalle altre, sono perlopiù abbandonate, in cattivo stato, erose dall’umidità, dalla muffa che le annerisce, dalle rampicanti che le sommergono. Quelle abitate cercano di nascondere sotto una pittura di vivaci colori, la disperazione di una colonizzazione agricola che non e’ mai riuscita a rendere ospitale questa zona. Pur vicinissima a Padova, Venezia o Ravenna, resta una specie di terra di nessuno da cui andarsene e dove non andare. In questo momento devo essere l’unico turista di tutto il Delta, penso che si chiedano chi me lo ha fatto fare di venire, cosa ci troverò io e gli altri che sempre più numerosi vengono con la stagione migliore.

Il ponte di barche di Gorino. Dall’Emilia si entra in Veneto: si paga e si prega.

Santa Giulia, San Rocco, Donzella, Cà Mello, Boccasette, Polesine Camerini e molti altri paesini sono fatti da alcuni grandi edifici agricoli delle vecchie fattorie padronali e da casette di quella triste architettura democristiana che voleva dare una casa ai contadini, come in Maremma, come nell’agro pontino. Case spesso chiuse, in vendita, sbiadite. Un bar scoraggiato come unica forma di vita; forse una bottega. I paesi più grandi: Scardovari, Cà Tiepolo, Goro, Gorino in Emilia, dove la pesca e l’allevamento delle vongole portano eccellenti guadagni che non riescono a farli decollare e a rendere gli abitanti orgogliosi di abitarvi. Tristezza, spaesamento, umidità, ignoranza, razzismo, separazione.

Eppoi c’e’ l’argine, immanente e sempre vicino, che ti separa dall’acqua, più alta della terra  che resta tale solo grazie all’incessante opera di decine di idrovore.

Quando sali sull’argine ti vien fatto di volgere le spalle alla terra ed esiste solo quel mondo fatto di fiume, canali, palude, canne, vegetazione palustre, lembi di fango, spiaggie. E la solitudine si moltiplica per cento in questo mondo di impossibile accesso a piedi e di difficile percorribilità in barca.

Una strada asfaltata fa il giro, per una quindicina di km, della Sacca di Scardovari, con le sue coltivazioni di vongole e le baracche su palafitte dei pescatori. Dopo le 10 di mattina non c’e’ più nessuno ed il ciclista può compiere l’intero giro senza incorciare una macchina, una persona. Il grigio piatto dell’acqua si confonde con il grigio del cielo, l’orizzonte non esiste; spuntano alte sull’acqua solo le garitte dei guardiani armati che vegliano contro i furti delle vongole.

Sono andato sulla spiaggia di Barricata, ho fatto un fuoco ed ho arrostito delle salsicce bruciando legni spiaggiati e arrotondati dalla risacca. Boe sfuggite alle proprie ancore, pezzi di reti, scatole per il pesce, tronchi, canne, la sabbia fine del delta, l’acqua torbida.

Si fanno decine di chilometri in bicicletta senza vedere nessuno, fermandosi in un bar a bere un vino frizzante alla spina, chiaccherando con l’uomo del pedaggio del ponte di barche che, durante l’inverno, non arriva a riscuotere dalle auto quel che prende di stipendio. Innumerovoli cadaveri rinsecchiti delle nutrie che si fanno schiacciare dalle poche macchine che passano.

Delta strano, mondo fuori dal mondo, strappato a caro prezzo e senza vera necessità al mare ed alle paludi a cui, credo, finirà per tornare se daremo ascolto al corso della Natura.

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