Delta del Danubio

Casa tradizionale a Mila 23. (Foto di Spiridon Ion Cepleanu da Wikimedia Commons)

Un viaggio insolito in un luogo insolito. Vicino ma fuori dal mondo, toccante ed affascinante. Un altro Delta, quello del Danubio.

Gli ambienti terrestre-fluviale-marino-lacustri mi emozionano, mi mettono una calma frenesia addosso; mi trasmettono la loro natura contraddittoria, complessa, variegata, multiforme. Ne ho parlato molto riguardo al Delta del Po, d’estate e d’inverno. Ma anche di quell’incredibile mondo a sé stante che è il Delta del Tigre a Buenos Aires o lo sbalorditivo Delta del Rio delle Amazzoni a Belém.

Qui si affronta un fiume di ben maggiore importanza, lunghezza e capienza del Po. Ma siamo lontani dal Danubio un po’ artefatto dell’Austria dove traversa linde contrade portando pensionati tedeschi in crociera. O anche da quello cosmopolita e foriero di lusinghe di Budapest o di Belgrado.  Qua siamo proprio in fondo, nell’angolo povero dell’ancor povera Romania, se non, addirittura, in Ucraina. Non ci sono più le paffutelle contadinotte tedesche o le raffinatissime ragazze ungheresi. Qui la fanno da padrone i rudi ed irsuti pescatori romeni con le loro mogli avvezze al freddo, all’umidità, al lavoro. Non ci sono più dighe, chiuse, centrali, banchine ben mantenute con i cigni che si allisciano voluttuosi le bianche piume. Fine delle piste ciclabili con le fontanelle per i ciclisti assetati. Qua siamo nel duro mondo della natura non doma e renitente ad aiutare l’umanità. Natura acquatica che frena i passi e terrestre che frena le barche. Posti durissimi, fin da sempre: Augusto ci mandò in esilio il pettegolo Ovidio, perché in un posto peggiore non lo poteva mandare. Balcani profondi, terre di mille suggestioni.

Io ci andai molto anni fa, in un bellissimo viaggio in una Romania non ancora europeizzata; nel Delta fummo raggiunti dalla notizia della morte di mia suocera, e ciò vela quel ricordo. Per scrivere questo post con notizie più fresche, ho saccheggiato quest’altro articolo di un giovine blogger, che ringrazio.

Foto di Cody escadron delta da Wikimedia Commons

E’ enorme, 3.500 km quadrati, venti volte il Delta del Po; in gran parte parco naturale. Il punto di accesso più facile è la brutta città di Tulcea, in Romania, prossima all’inizio del delta. Da lì partono i tre bracci del fiume, lunghi fra i 70 e i 120 chilometri prima di arrivare al Mar Nero. A differenza del delta del Po, largamente bonificato e coltivato o del delta del Tigre, diffusamente popolato di seconde residenze, il delta del Danubio è selvaggio e relativamente intonso. Il braccio centrale, quello di Sulina, è costantemente dragato per permettere la circolazione delle navi; per il resto è tutto lasciato a se stesso, fortunatamente. Non vi sono strade in tutta quell’enorme distesa che sta fra il braccio superiore, quello di Chilia, a nord e quello di San Giorgio a sud.

Nella muffita città di Tulcea si trovano numerose possibilità per fare un giro nel Delta; ora molte di più di quando ci andai io. Vi sono dei trasporti pubblici per le poche cittadini e villaggi dell’interno del delta; battelli per i gruppi che fanno delle crocerine di qualche ora, motoscafi veloci per i turisti ricchi, barchette dei pescatori per i giri nei canali più piccoli. Molti romeni vanno a Sulima a passare le vacanze al mare: a pochi minuti a piedi vi sono delle grandi spiagge, certo meno care di quelle più rinomate di Mamaia a Costanza. Lungo certi canali sono nate attività per i turisti: baracche dove mangiare, chioschi dove noleggiare barche o kayak, postazioni per l’osservazione degli uccelli; nelle cittadine soluzioni di varie tipo per dormire, anche in case su palafitte. Tutto ciò nello spirito un po’ dimesso e povero, ma molto accogliente, tipico della Romania e di quasi tutti i Balcani. E l’economia, fino a poco tempo fa, esclusivamente basata sulla pesca fluviale o sui trasporti lungo il braccio principale del Danubio, si sta poco a poco trasformando e rinforzando con il turismo. E ciò non può che essere positivo, per evitare lo spopolamento di una zona già tradizionalmente ben poco abitata.

Foto di Ben Skála, Benfoto da Wikicommons

Ricordo di aver visto accampamenti di pescatori su certe rive, fra fiume e laghi, in mezzo al fango: vivevano in tende, pescavano con barche a remi; le mogli affumicavano il pesce. Condizioni di vita poverissime e molto dure. Spero che siano migliorate, ma l’articolo citato dice che gli accampamenti esistono ancora. Isolati, lontani gli uni dagli altri.

Naturalmente si mangia pesce di fiume accompagnata dalla solita mamaliguta cu smantana che sarebbe la polenta con la crema di latte sopra. Oppure le zuppe, che sono una delle specialità romene, ovviamente di pesce.

Ma cosa ci si va a fare in un delta? Perché in effetti, poi, a ben vedere, il paesaggio è assai monotono: tutto piattissimo, infinite rive boscose oltre alle quali poco si vede. Canaletti interni serpeggianti con le solite rive boscose ed acquitrini all’interno. Lìacqua del fiume e dei canali è ovviamente melmosa, caffellatte. Borgate povere e recenti (il fiume ogni tanto spazza tutto) buttate là su rive fangose. Quando la vista si apre appaiono vastissimi spazi nudi di tutto fuorché dell’immancabile fila di alberi, laggiù in fondo.  Certo, nel Delta del Danubio ci sono una infinità di specie di uccelli che vanno a nidificare in quelle tranquille distese e tanti pesci diversi e millanta piante diverse. E’ uno dei luoghi al mondo con la maggiore biodiversità. Ma son cose che possono attirare ornitologi o botanici. Il comune turista non saprà certamente distinguere un uccello da un altro, con la notevole eccezione del simbolo di questa regione: il pellicano.

No, ciò che ci attira nei delta non sono i paesaggi o la flora o la fauna. Quel che ci affascina è la complessità dell’ambiente. Quella irresolutezza della natura che ha giocato con tutti gli elementi senza riuscire a separarli. E’ l’incertezza dell’essere; la situazione amletica del Creato. Ecco, la Genesi ci dice che il terzo giorno Dio separò l’acqua dall’asciutto che chiamò terra. Errore. Nei Delta non fu affatto così: l’acqua e la terra si opposero fermamente alle discriminazioni divine; da un parte i maschi e dall’altra le femmine. Nel delta, acqua e terra vollero rimanere felicemente insieme, a giocare l’una con l’altro. Da questa unione sorsero infiniti esseri che non possono stare senza l’uno e senza l’altro, insieme. I più felici fra loro sono gli uccelli acquatici che stanno con le zampe nell’acqua, grufolano nel fango cercando vermetti e possono anche permettersi di sbattere le ali nell’aria.

E noi ci beiamo di questa felice comunità naturale.

Foto di AcaroDerivative work da Wikimedia Commons

 

 

Il Delta d’inverno

E sono di nuovo sulla bicicletta: cappello, guanti, numerosi strati di tute (compresi i mutandoni lunghi di lana del nonno), sugli argini, sulle strade, sui ponti di barche, sulle spiagge del Delta del Po. E ritrovo fortissime le emozioni di questa terracqua che non dovrebbe esistere. Pedalo con la pioggia, la nebbia, il vento, il freddo, la solitudine; questo posto che mi affascina senza fine.

D’inverno i campi sono lavorati in attesa del mais o del riso; il grano e i foraggi cercano di spuntare come possono. Le enormi distese sono intrise d’acqua che affiora spesso in pozze, fra il fango. La nebbiolina sfuma l’orizzonte, i lontani filari di alberi sono fantasmi; innumerevoli pennuti di svariati generi, specie e piumaggi si aggirano rimpiangendo di non aver migrato sul Nilo.

Le vecchie case sparse nei campi, lontane le une dalle altre, sono perlopiù abbandonate, in cattivo stato, erose dall’umidità, dalla muffa che le annerisce, dalle rampicanti che le sommergono. Quelle abitate cercano di nascondere sotto una pittura di vivaci colori, la disperazione di una colonizzazione agricola che non e’ mai riuscita a rendere ospitale questa zona. Pur vicinissima a Padova, Venezia o Ravenna, resta una specie di terra di nessuno da cui andarsene e dove non andare. In questo momento devo essere l’unico turista di tutto il Delta, penso che si chiedano chi me lo ha fatto fare di venire, cosa ci troverò io e gli altri che sempre più numerosi vengono con la stagione migliore.

Il ponte di barche di Gorino. Dall’Emilia si entra in Veneto: si paga e si prega.

Santa Giulia, San Rocco, Donzella, Cà Mello, Boccasette, Polesine Camerini e molti altri paesini sono fatti da alcuni grandi edifici agricoli delle vecchie fattorie padronali e da casette di quella triste architettura democristiana che voleva dare una casa ai contadini, come in Maremma, come nell’agro pontino. Case spesso chiuse, in vendita, sbiadite. Un bar scoraggiato come unica forma di vita; forse una bottega. I paesi più grandi: Scardovari, Cà Tiepolo, Goro, Gorino in Emilia, dove la pesca e l’allevamento delle vongole portano eccellenti guadagni che non riescono a farli decollare e a rendere gli abitanti orgogliosi di abitarvi. Tristezza, spaesamento, umidità, ignoranza, razzismo, separazione.

Eppoi c’e’ l’argine, immanente e sempre vicino, che ti separa dall’acqua, più alta della terra  che resta tale solo grazie all’incessante opera di decine di idrovore.

Quando sali sull’argine ti vien fatto di volgere le spalle alla terra ed esiste solo quel mondo fatto di fiume, canali, palude, canne, vegetazione palustre, lembi di fango, spiaggie. E la solitudine si moltiplica per cento in questo mondo di impossibile accesso a piedi e di difficile percorribilità in barca.

Una strada asfaltata fa il giro, per una quindicina di km, della Sacca di Scardovari, con le sue coltivazioni di vongole e le baracche su palafitte dei pescatori. Dopo le 10 di mattina non c’e’ più nessuno ed il ciclista può compiere l’intero giro senza incorciare una macchina, una persona. Il grigio piatto dell’acqua si confonde con il grigio del cielo, l’orizzonte non esiste; spuntano alte sull’acqua solo le garitte dei guardiani armati che vegliano contro i furti delle vongole.

Sono andato sulla spiaggia di Barricata, ho fatto un fuoco ed ho arrostito delle salsicce bruciando legni spiaggiati e arrotondati dalla risacca. Boe sfuggite alle proprie ancore, pezzi di reti, scatole per il pesce, tronchi, canne, la sabbia fine del delta, l’acqua torbida.

Si fanno decine di chilometri in bicicletta senza vedere nessuno, fermandosi in un bar a bere un vino frizzante alla spina, chiaccherando con l’uomo del pedaggio del ponte di barche che, durante l’inverno, non arriva a riscuotere dalle auto quel che prende di stipendio. Innumerovoli cadaveri rinsecchiti delle nutrie che si fanno schiacciare dalle poche macchine che passano.

Delta strano, mondo fuori dal mondo, strappato a caro prezzo e senza vera necessità al mare ed alle paludi a cui, credo, finirà per tornare se daremo ascolto al corso della Natura.

Come girare il Delta del Po.

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Pochissimo traffico sulla stragrande maggioranza delle strade del Delta avanzato.

Ci vogliono alcuni giorni. Inutile andare affrettatamente, non si capirebbe niente. Almeno tre notti bisogna dormirci. E ci vuol pazienza, perchè il turismo non è la prima preoccupazione della gente del Delta, fortunatamente.

Gli alberghi sono più frequenti all’inizio del Delta: ad Adria, Porto Viro, Rosolina; ma li sconsiglio. Se si vuole vedere il vero Delta bisogna andarci a dormire nel mezzo. Qui gli alberghi sono pochi: alcuni B&B, degli affittacamere, degli agriturismi, due ostelli.  Poche cose e poco pubblicizzate, alcune non sono nemmeno su Booking. Io consiglerei di dormire nell’isola della Gnocca, attualmente rinominata dal perbenismo veneto in Donzella. E’ centrale. Io sono stato più volte all’Hotel Bussana: nuovo, pulito, funzionale, economico.

L’ideale è spostarsi in bici, sugli argini. Ci sono 400 o 500 km da fare senza troppe ripetizioni. Tutto piano, ma con gli insidiosi strappi delle salite sugli argini, brevissime ma traditrici. Occhio al vento. Se no, anche in macchina, ma con l’avvertenza di andare piano, di fermarsi spesso e di viaggiare sugli argini anche se è proibito. E’ un luogo da prendersi con calma, non c’e’ da arrivare da nessuna parte. A piedi, no; troppo monotono.

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La “corte” di Polesine Camerini.

Da fare: il giro delle isole della Gnocca/Donzella e di Polesine Camerini. Il bellissimo percorso Ca’ Venier – Ca’ Pisani – Scanarello – Porto Levante. Il lungo fiume da Ca’ Venier a Pila con il giro dell’isola ed il suo porto. Il giro della sacca di Scardovari seguito dal primo ponte di barche di Santa Giulia e dal secondo di Gorino veneto per arrivare a Gorino con il suo faro e a Goro con il suo porto. Guardate, ma non comprate niente in questo luogo: se non hanno voluto 12 donne e 8 bambini richiedenti asilo politico non meritano i vostri soldi.  La spiaggia di Boccasette, il museo della Bonifica oltre il ponte di Ca’ Tiepolo. Le “Corti”, i vecchi centri aziendali delle tenute veneziane. Girare intorno alla centrale dell’ENEL dell’isola di Polesine Camerini per vedere cosa sono stati capaci di fare in un luogo come questo; ora è abbandonata, dopo aver seminato cancro nel Delta. Osservare l’asta del pesce ai mercati di Goro, di Pila e di Scardovari; fra le due e le tre di pomeriggio, dal lunedi al giovedi. L’oasi naturalistica di Valle Bonello non è entusiasmante. Cercare di visitare una valle da pesca, se vi riesce.  Un pò discosto, il Bosco della Mesola.

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L’asta del pesce a Goro. Il prezzo della cassetta, indicato nel tabellone, diminuisce automaticamente fino a che un commerciante, seduto davanti al banco, schiaccia il pulsante. La cassetta è sua.

I paesini non hanno niente di interessante, salvo il fatto di esistere in un luogo simile. Le visite ai bar permettono di capire un pò di sociologia locale. La gente è accogliente e ci si fanno delle grandi chiaccherate.

Nei porti organizzano dei giri con delle barche grandi o piccole; valgono la pena, bisogna informarsi sul posto, ma normalmente ci sono solo il sabato e la domenica.

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Garages acquatici a Boccasette.

Scegliere la stagione è problematico. D’estate l’afa è soffocante e le zanzare spingono al suicidio. D’inverno il freddo umido penetra nelle articolazioni arrugginendole, ma la magia di quei momenti è impagabile. Le mezze stagioni sono raccomandabili. Andare provvisti di mantelline per i ciclisti e di antizanzare per tutti.

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E la nebbia cala….

Per ultimo il cibo. Purtroppo non pare vi sia una vera e propria cucina locale, eppure i prodotti, per primi quelli del mare, non mancano. Chioggia è vicina, ma la sua straordinaria cucina è lontanissima. Nel Delta il piatto principe sono gli spaghetti alle vongole. Seguono il fritto di mare, lo scoglio, i pesci arrosto, seppie e calamari, le anguille. I ristoranti ritenuti migliori sono L’Arcadia a Santa Giulia, eccellente, ma con porzioni microscopiche, il dirimpettatio Sospiri; Ocaro; bellissima la posizione di Canarin. Gli altri navigano a mezz’acqua, passando da ottimi piatti se si ha fortuna a modesti se non la si ha; purtroppo molti sono anche pizzeria.

Il mondo del Delta del Po.

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Cielo, acqua, terra, nebbia. L’essenza del delta del Po.

Pare incredibile, ma in fondo alla pianura padana ed al mondo industriale del nord d’Italia vi è un luogo semideserto, curiosissimo, dotato di una atmosfera rara ed affascinante. E’ un mondo molto diverso da quello al quale siamo abituati; da avvicinare con calma e pazienza. Non ci sono luoghi spettacolari, ma piuttosto, un insieme di ambienti inusuali da conoscere con rispetto. Aspetti naturalistici, agricoli, ma anche umani, tutti molto particolari.

L’attuale Delta del Po nasce il 16 settembre del 1604 alle 19. In quel momento viene aperto un canale scavato dai Veneziani (timorosi che il Po si congiungesse all’Adige e finisse nella loro laguna) che muta radicalmente il corso del fiume. Da quel momento il fango portato dall’acqua comincia a costruire quel che vediamo oggi.

Le bocche del Po sono 6 o 7 e formano fra di loro delle sorte di isole, molte delle quali, nei secoli, sono state circondate da argini. Pur essendo più basse del livello del fiume e del mare sono mantenute all’asciutto da un imponente sistema di 139 idrovore che scaricano nel fiume sia l’acqua piovana che quella che si infiltra dal sottosuolo delle isole. Altre zone non sono chiuse da argini e sono quindi preda del vai e vieni delle acque dolci o marine.

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Grandi spazi vuoti, senso di libertà.

Gli argini sono quasi sempre agibili: a volte asfaltati, a volte sterrati, altre ancora inerbiti. Percorrerli in bicicletta procura grande gioia: da una parte vi è una campagna sterminata, piatta, con pochi alberi, disseminata dalle case tutte uguali delle diverse fasi della bonifica e della ripartizione dei poderi ai contadini. Un paesaggio un pò triste e monotono, ma che con la nebbiolina molto frequente prende un aspetto vellutato, estraniante, intimo. Dall’altro lato dell’argine, invece, il mondo naturale dei fiumi, delle paludi, dei bracci e specchi d’acqua, dei boschetti sulle terre emerse. Uccelli in quantità, nutrie, pesci.

In pochi metri si passa dall’ordine umano della campagna perfettamente coltivata all’anarchia della natura libera di sfogarsi. Di questo contrasto si pasce il visitatore ciclista.

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I complessi sistemi di controllo delle acqua e di pesca delle “valli”.

Fra le zone non prosciugate alcune sono state adibite a “valli di pesca” e di caccia. Sono zone di terra ma soprattutto di canali, predisposti in secoli di lavoro, dove entrano naturalmente anguille, orate ed altri pesci che vengono poi spinti in camere chiuse e facilmente pescati. Sistemi molto complessi, di grande fascino. Purtroppo sono private, recintate e di difficile accesso. Nelle stessi valli è molto praticata la caccia alle anatre e sul fondo della palude ci deve essere uno strato di pallini da caccia, di piombo prima, di acciaio ora. Le valli erano di proprietà delle grandi famiglie veneziane; ora spesso dei grandi nomi della industria padana. Possederle e portarci gli amici a caccia da grande prestigio. I Benetton, fra gli altri.

Altre zone ancora sono invece delle lagune aperte al mare come la sacca di Goro e quella di Scardovari. Qua vi allevano le cozze e le vongole. In alcuni paesi come Goro, Pila, Scardovari vi sono porti di pesca in mare anche assai importanti. Accanto al porto, il mercato dove viene fatta l’asta pubblica del pescato, nel primo pomeriggio. Ovunque pescatori con la canna, sugli argini. Gran movimento di barchini che, spesso, vengono ricoverati in sorte di garages acquatici, in fila ai piedi degli argini.

Insomma, una gran varietà di attività abbastanza esotiche per chi non vive su un grande fiume.

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Una delle 139 idrovore che permettono ai terreni agricoli del Delta di non finire sott’acqua, immediatamente. Secondo Wikipedia solo di energia elettrica tutto ciò costa più di un milione e mezzo l’anno.

Via via che ci si inoltra nel Delta la campagna diventa più desolata, gli alberi più scarsi, i suoli più argillosi ed intrisi d’acqua. Si arriva, infine, al mare ed alla spiaggia. Difficile da raggiungere in quanto bracci di acqua la separano dall’ultimo argine percorribile. Quando ci si arriva si trova una spiaggia del tutto naturale, senza stabilimenti od orrori simili. Una spiaggia come dev’essere, con i tronchi portati dal mare e i pezzi delle reti perdute dai pescherecci. L’acqua, ovviamente, è opaca per l’argilla portata dal Po.

La popolazione del Delta è altrettanto particolare. Sottoposta alle vessazioni della grandi famiglie veneziane che controllavano il territorio e godevano dei diritti esclusivi su caccia e pesca; sottomessa dai capricci del fiume che la alluvionava spesso; schiacciata dalle pressioni politiche di una Domocrazia Cristiana onnipresente che assegnava i lotti bonificati seconde le clientele; annullata da una miseria proverbiale (la storia dell’aringa attaccata al soffitto su cui strofinare la polenta è nata qui). Per difendersi da tante sciagure, questa gente è diventata molto particolare. Gli esecrabili fatti di Gorino sono recenti; l’ignoranza leghista regna sovrana; da sempre cacciatori e pescatori di frodo l’intolleranza alle regole e l’illegalità spicciola è massima. Ancora oggi gli allevamenti di vongole sono controllati da uomini armati appostati su garitte in mezzo all’acqua: di notte, nella nebbia, si rubano i mollusci e si spara. Abituati a combattere un ambiente molto ostile il rispetto verso di esso è basso. L’individualismo diffuso ostacola il consorziarsi in larghi progetti. L’aver dovuto vivere nella miseria del giorno per giorno fa sì che la intraprendenza in attività turistiche sia scarsa. Questa terra è nuova e come in tutti i posti di frontiera la cultura locale è gracile, malferma, preda di eccessi facinorosi (razzismi, leghismi).

Poi, in certi luoghi, un improvviso benessere: arrivò, grazie ad un prete di Goro, la vongola giapponese che cresce molto più rapidamente della nostrale. E i poverissimi pescatori divennero ricchi lavorando due o tre ore la mattina a raccoglierle e a portarle al mercato. Ciò permise di rimettere in sesto le case della bonifica, tristi e muffite, ma fece anche molti danni. Erano i tempi dell’eroina e fra i figli dei pescatori i caduti furono molti.

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I paesi del Delta sono recentissimi e denotano una povertà da poco allontanata.

Nel Delta ci sono pochi paesi e piccoli, salvo Ca’ Tiepolo. Tutti moderni, chè prima le case eran di frasche. Insignificanti, ma che la dicono lunga sulla storia di povertà di questo posto. Vecchie e molto belle le cossidette “Corti”: i centri aziendali delle fattorie delle grandi famiglie veneziane.

Tutti questi elementi fanno del Delta un luogo specialissimo, in cui passare alcuni giorni a scoprire ambienti ed abitudni che difficilmente avremmo immaginato a così breve distanza da noi.

Ma dove andare e cosa fare?  Lo dico qua, e per l’inverno, qua.