Vomito al vento, fra Fogo e Brava, Capo Verde.

Furna_harbor
Furna, il porto di Brava. Il capoluogo dell’isola è oltre la gola che si vede fra le montagne. Foto di Holger Reineccius – http://www.afrikabild.de. Tramite Wikimedia Commons

All’isola di Brava (Capo Verde) ci si arriva solo per nave. Ci sono alcun collegamenti per settimana da Fogo ed uno da Santiago. Orari molto variabili a causa delle condizioni dell’Oceano. L’Atlantico non è uno scherzo, fa paura.  La nave si prende al porto di Sao Felipe, a Fogo, e vi lascia all’unico porto di Brava, sotto (molto sotto) il piccolo capoluogo. Al porto il turista troverà facilmente un pick-up che lo porterà in paese, seduto dietro, sul cassone. La nave è abbastanza moderna, grande, affidabile; al vederla per la prima volta, il turista si sentirà rincuorato. Le operazioni di imbarco sono lunghe e confuse, come quasi tutto ciò che succede in Africa, ma non destano preoccupazioni. Alla fine si riesce a salire a bordo ed a sedersi.

Fin qua tutto banale. Il problema nasce a bordo, poco dopo la partenza. Per godere del viaggio e per non stare chiusi nel puzzo della nave, tutti quanti preferiscono viaggiare in coperta.

Ora bisogna sapere tre cose, solo apparentemente scollegate fra di loro, ma invece intimamente congiurate per fare la sfortuna del turista che queste cose non le sa. Il viaggio, pur breve, si svolge nel temibile Oceano Atlantico: la nave si muove molto, ci sono quasi sempre delle grandi onde; si soffre molto. Tira anche molto vento: sulla coperta ci saranno zone più esposte ed altre più riparate. Gli Africani, per un motivo sconosciuto, sono di stomaco debole e vomitano per un nonnulla: non sono mai stati dei grandi marinai.

Quindi, immancabilmente, molti passeggeri, per non dire la quasi totalità, vomiteranno durante il viaggio. Non c’e’ bisogno di dire che l’armatore non fornisce nè sacchetti, nè secchi. La nave, quindi, arriva a Brava piena di vomito, ovunque, un girone infernale, che già solo a scriverlo, in questo momento, mi si chiude lo stomaco. Per questo motivo è impossibile stare sotto coperta, l’odore vi è insopportabile.

Sulla coperta, invece, il problema non è rappresentato dall’odore, ma dai vicini che, prima o poi vomiteranno. Bisogna stare attentissimi ed evitare di farsi prendere dal getto di vomito che sgorga dal profondo del loro stomaco.  Il turista accorto li osserverà con attenzione, desumerà dai loro gesti ed espressioni l’avvicinarsi del momento fatale e cerchera, con balzo felino di scansare il getto, ratto come il fulmine. Perchè, naturalmente, nessuno pensa a fornirsi di un sacchetto oppure di correre in bagno o alla spalletta. Il bisogno irriprimibile viene esercitato lì dove ci si trova e, soprattutto, addosso a chi si trova vicino. L’impresa del turista è complessa im quanto la nave è spesso affollata e lui stesso è ridotto maluccio perchè un pò il mare lo soffre anche lui.

Ancor più diffcile è l’impresa se il turista ha scelto di sistemarsi in una di quelle zone  della nave più esposte al vento. In quel caso è necessario non solo osservare i vicini e le loro espressioni, ma anche calcolare dove il vento porterà il getto sparpagliato in infiniti schizzi. Un vento teso può spargere una boccata di vomito su numerosi metri quadrati. I passeggeri si innaffiano vicendevolmente, secondo cicli epidemici di accessi di vomito: parte uno e seguono tutti gli altri, in una sinfonia di fontane.

L’unica posizione sicura del viaggio è la prima verso il vento, a prua, come la vedetta o la polena. Tutti gli altri vi staranno sottovento e si schizzeranno fra di loro. Voi arriverete spettinati ma puliti.

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