Corvo, che dolore

L’agognato porto di Corvo, il giorno dopo, a mare calmo.

Il vostro povero viaggiatore è proprio in cattivo stato ed ha passato un’ora brutta brutta. Di buon mattino sono andato al porto di Santa Cruz dell’isola Das Flores con bagagli e biglietto pronto ad imbarcarmi sull’Ariel (il nome deponeva già male, ricordate il lanciere bianco?) verso Corvo. Aspetta, aspetta è stato poi chiaro che l’Ariel non veniva nemmeno oggi per via del mare cattivo. Nessuno mi corre dietro, ma avevo fatto la bocca a partire e mi dispiaceva proprio tornare in albergo scornato. Mi ero gia caricato gli zaini in spalla, come l’Aretino Pietro, uno dietro e l’altro davanti, quando vedo arrivare una macchina con gommone dietro. Quel porto è così poco riparato che ogni oggetto galleggiante viene messo in secco appena arriva.

Osservo un attimo, vedo l’affaccendarsi professionale di due tipi e mi avvicino per capire meglio. E il gommone andava proprio a Corvo, a prendere della gente rimastavi b loccata per il rifiuto del capitano dell’Ariel di partire. Chiedo un passaggio e me lo danno. Ma mi avvertono che il mare, fuori, è proprio cattivo. Il primo pensiero ovviamente è stato: ma se l’Ariel non viaggia, come può viaggiare un gommone, nemmeno tanto grande? Ma il fatto è che una delle due persone intorno al gommone era una fanciulla celestiale. Poi forse nemmeno tanto, ma in confronto alle donne che girano in queste isole, sì, lo era. Quindi lascio da parte la logica e la saggezza e monto su quell’affare del diavolo. Il tipo mi dice che sarebbe stata un’esperienza radicale, ma vai a sapere cosa vuol dire esattamente radicale in portoghese. Sapevo comunque di fare una cazzata, me lo sentivo ed era chiaro che non andava fatto, ma quando uno è fava, è fava.

L’unico centro abitato di Corvo.

Son bastati 10 secondi dalla partenza per pentirmene. Velocità folle. Terrore puro, lottare contro la voglia animale di buttarsi nell’acqua e salvarsi. Poi son cominciate le onde, il tipo al timone (con la fanciulla accanto. A lui, non a me.) ha rallentato la velocità e siamo sfilati sotto falesie altissime e, bisogna dire, meravigliosamente selvagge, dirupe e nere; con tanto di basalti colonniformi come si deve. Naturalmente Christo (così si chiama il tipo sia del gommone, che della fanciulla celestiale) ha sfiorato le rocce, senza nessuna necessità, non so se per fare il macho con la biondina o per farmi cagare sotto a me. O per entrambe le cose.

Ma poi l’isola è finita e siamo usciti allo scoperto. Fin da prima si vedeva, in lontananza, una linea, sempre più vicina. Al di quà della linea, il mare riparato dall’isola, con il gradevole luccichio dell’acqua, al di là una cosa opaca, nera e montagnosa. Siamo arrivati alla linea.

Fino all’arrivo è stata un’ora d’inferno. Uno sbattimento continuo, disordinato, contraddittorio. Un pestaggio organizzato. Dannoso stare seduto; oltre l’onda si precipitava in un buco senza fine ma che poi fine aveva, bruschissima ed a fortissimo impatto sulla colonna vertebrale. Vedevo mentalmente i dischi intervertebrali schiacciarsi come il formaggino fra due fette di pane quando le strizzi per metterle in bocca e ce n’e’ sempre un pò che casca per terra. In piedi nemmeno pensarci. Ho quindi adottato una posizione a metà strada fra il cavaliere al galoppo e il boy scout che defeca in un campo. Più del secondo che del primo. Mi potevo aggrappare ad una barra orizzontale, davanti a me, e lo facevo con le due mani e con tutta la forza. Dopo poco ho cominciato ad avere i crampi alle dita. Meglio sarebbe stato tenere le braccia larghe, mi avrebbe dato più stabilità. Ma sapevo che prima o poi sarei andato a sbattere con i denti sulla sbarra e quindi ho pensato di tenere le mani vicine e davanti alla bocca. Schizzi dappertutto.

Va da se che c’era una gran foschia e di Corvo, in fondo assai vicina, non se ne vedeva traccia. Impossibile quindi calcolare distanze percorse e da percorrere.

L’impossibilità di pensare, di rifiatare, di lamentarsi, financo di girarsi e di chiedere un pò di pietà a Christo. Mascelle strette fino ad aver dolore ai denti. Una sola lotta animale per restare attaccati a quella sbarra limitando i danni. Un pò come si vede fare a quei disgraziati che la polizia infame prende a manganellate. Stanno a terra, si coprono il capo con le mani e sperano solo che finisca.

Ad un certo momento sei o sette delfini vengono anche a prendere per il culo, passando, loro, sotto quelle onde che noi scavalcavamo con dolore. Poi, Corvo si vede e dopo un’eternità di 20 minuti, arriviamo.

Ed ora sono, dolorante, ma contento, nell’accoglientissimo B&B del sindaco di Corvo.

Un pensiero su “Corvo, che dolore

  1. ahahahahahahscusa se rido, ma te la sei voluta… sempre diffidare delle donne celestiali!e comunque complimenti per lo stomaco di ferro che ti ritrovi.riprenditi e mandaci qualche foto di questa corvo tanto agognata.

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