Il Trentino ha perduto l’anima

Tipica casa trentina di fine ‘800. E’ villa Pischel a Serrada, di cui si parla qui….

Non vi sono solo gli scempi sulla natura creati dall’insostenibile industria dello sci; il Trentino, specialmente quello di montagna, sta perdendo l’anima in molti sensi.

….tipica casa attuale del Trentino montano nello stucchevole stile tirolese, che piace tanto ai turisti.

Forse le radici di questo male sono antiche, in quell’essere terra di confine verso le tedesche genti, barbari prima, esempi di efficenza poi. Miscela di popoli diversi, mal amalgamati, dilaniati dalla I guerra mondiale, sovraccariche di muti, mutui ed antichi rancori che le politiche recenti non riescono ad assopire. Deve contare anche il senso di isolamento, di gente rimasta là, fra le montagne, lontani dal libero circolare di persone ed idee, un pò come in Maremma. Son poi  genti di montagna, per loro natura chiusi e diffidenti: conta anche il leggero disprezzo con cui son guardati i montanari, da coloro che non lo sono. Influisce certo anche la presenza soffocante di una Chiesa bigotta e pervasiva.  Vi sono poi i deleteri effetti collaterali della pioggia di sovvenzioni statali che arrivano grazie allo Statuto Speciale che fa ricca quella Provincia a spese del resto d’Italia.

Si rende giusto onore ai trentini caduti con la divisa austriaca nella I guerra mondiale, ma non sfuggirà il tono polemico della lapide.

Sta di fatto che il Trentino montano ha volto gli occhi a nord, si è riscoperto Austroungarico, tedescofilo ed anche Cimbro. Tutto ciò è puramente immaginario dal momento che il Trentino di quel mondo tedesco non ha mai fatto parte integrante, semmai era terra di confine dei cui abitanti i veri austriaci e tedeschi diffidavano, a causa dei loro costumi, della loro lingua, della loro vicinanza con gli italiani. Dei terroni, insomma, come i Trentini amano definire la metà degli italiani.

Molti Trentini disprezzano gli italiani dai quali sono lautamente mantenuti e vorrebbero essere tedeschi che, a loro volta, li considerano un po’ barbari. Contraddizioni tremende.

Un pò diversa la situazione di pochi borghi intorno ad Asiago e a Luserna, dove sono veramente di origine bavarese: furono portati lì per dissodare quelle perdute valli montane in cui nessuno voleva andare.  Secondo un’altra versione, meno accreditata, sarebbero i resti dei Cimbri danesi che si rifugiarono in quei luoghi dopo essere stati sconfitti dai Romani ai tempi dei Cimbri e Teutoni, di scolastica memoria.  Ma son casi isolati rispetto alla situazione etnica della regione.

Bisogna dire che il turismo ha molta responsabilità in questo fenomeno; il turistame pecorone associa le montagne con le cartoline austriache o dell’Alto Adige e ci resta male se non trova gli stessi stereotipi anche in Trentino.

Felicissimi quindi i Trentini di camuffarsi  da tedeschi; loro lo vogliono, i turisti lo vogliono, perfetta corrispondenza!!

Ma non si diventa tedeschi solo volendolo, al massimo ci si camuffa. Ecco quindi che l’austera ed anche un pò triste, tipica architettura trentina, si trasforma nella leziosa e stucchevole scenografia tirolese; e le cameriere si adornano con i costumi tipici, altrettanto tirolesi; e si organizzano raduni e cerimonie intorno ai famigerati Schutzen che fanno risalire le loro origini alle milizie territoriali Austro-Ungariche, sbandierano la loro fratellanza con i terroristi altoatesini, non disdegnano la loro vicinanza al nazismo ed il disprezzo per l’Italia da cui, comunque, ricevono fondi.

Schutzen trentini che si credono austriaci. (By Daiana Boller via Wikimedia Commons)

E si da grande risalto alla lingua Cimbra che pur essendo un interessantissimo tema di storia delle popolazioni, è ormai un fossile antropologico ormai scomparso dalla vita quotidiana. E si rimpiange continuamente l’Austria; si piangono i morti austriaci della I guerra Mondiale; ci si dispiace infinitamente di essere dal lato sbagliato della frontiera. Pur essendo quasi tutti di evidente lingua, cultura, tradizioni e discendenza italiane. Altre contraddizioni insormontabili.

Così, un luogo di pace e di benessere è stato trasformato in un concentrato di contraddizioni, falsità storiche e culturali, tensioni, rancori, meschina difesa di una identità che non è la propria. Da evitare.

La straordinaria storia della Forra del Lupo a Serrada, Trentino

La valle di Terragnolo, presa d’infilata dalla trincea della Forra del Lupo.

Segue una storia di estremo interesse e di grande successo che segna una via innovativa e rivoluzionaria per il recupero dei beni culturali ed il loro rapporto con il turismo.

Serrada, comune di Folgaria, sopra Rovereto, in Trentino, era sulla linea del fronte della I Guerra Mondiale, dalla parte austriaca. Domina una valle dalla quale l’esercito italiano avrebbe potuto (è tentò di farlo) invadere gli altipiani soprastanti. L’esercito austriaco costrui, quindi, una lunga trincea, che corre lungo un costone che domina la vallata. La trincea fa parte di un più vasto sistema difensivo dell’Altopiano di Lavarone. Il paesaggio è molto attraente e caratteristico.

Questa trincea, lunga qualche chilometro, sepolta, nascosta dagli alberi, dimenticata, è stata rintracciata, parzialmente riscavata e ripulita, messa in sicurezza, inserita in un sentiero ufficiale, fornita di segnaletica e spiegazioni ed aperta al pubblico. Si è ricostruita l’antica toponomastaica cimbra dei luoghi attraversati. Ha una sua pagina FB, una cartina, un libro che riproduce il diario e le foto di un militare austriaco che vi passò alcuni mesi. E’ stata presentata alla stampa. Una porzione della trincea è particolarmente suggestiva in quanto percorre una profonda spaccatura del massiccio calcareo nel quale è stata scavata (è questo il punto propriamente detto la Forra del Lupo, anche se il nome si è poi allargato a designare tutta la zona).

Un tratto della trincea.

Il successo è stato clamoroso: è diventata la prima attrazione della zona, le visite sono numerosissime: bus e macchine affollano il parcheggio alla partenza del sentiero, commenti entusiasti. Altri luoghi trentini copiano il modello e il ripristino della trincea continua anno dopo anno.

Ma fin qui si tratta, semplicemente, di un caso fortunato di promozione turistica di una risorsa storica-naturalistica, recuperata dall’oblio. Una esperienza del tutto opposta a quelle proposte dal catastrofico turismo invernale.

L’aspetto straordinario della vicenda è che tutto questo lavoro è su base esclusivamente volontaria. Lavoro non da poco: sia intellettuale, per la ricerca delle vecchie foto negli archivi austriaci e per il fortunato ritrovamento del diario dell’austriaco militare; sia per gli aspetti strettamente manuali di spostare metri e metri cubi di terra e roccia, di tagliare gli alberi cresciuti nella trincea, di mettere scalini e protezioni dove necessario ed infine di ripulire tutto quanto, ogni anno, in primavera.

L’iniziatore è stato Paolo Spagnolli, un cultore di storia locale che ha riunito intorno all’iniziativa il sempre solerte e fattivo gruppo degli Alpini, altre Associazioni locali di amanti della montagna, cani sciolti, turisti volenterosi. Da non sottovalutare che il paese di Serrada conta ora 118 abitanti; hanno dato mano, quindi, altre persone da Terragnolo, Folgaria, Rovereto.

La vera e propia Forra, una profonda spaccatura nella roccia, parte integrante della trincea.

Le Istituzione pubbliche non sono intervenute se non con modestistissime forniture di materiali. Il lavoro ed i mezzi sono stati assolutamente privati. Ed ancora più notabile è il fatto che non si è creata intorno alla Forra del Lupo una Associazione specifica con responsabili e dinamiche associative, spesso pesanti ed energivore. Sembra che sia stato una sorta di movimento spontaneo, di lunga durata, di convergenza di interesse e di autonoma coordinazione sul fare.

Un meraviglioso esempio di riscoperta e valorizzazione della storia e della cultura locale (ma inserita a pieno titolo nella grande storia europea) operata da persone e gruppi assolutamente di base senza le interferenze (spesso deleterie) e la generosità monetaria (spesso pelosa) delle istituzione pubbliche. Un recupero autonomo ed autodiretto della propria identità.

Ed inoltre, ancora più importante, i visitatori conoscono la storia del recupero della Forra e del ruolo dei volontari; e per questo motivo apprezzano ancor di più la visita e sentono questo luogo proprio, in quanto nato dalla volontà del corpo sociale e non da decisioni degli Uffici. Ciò lo si legge nel libro di visite, posto nel punto più imponente della Forra.

Un modello da diffondere: 10, 100, 1000 Forre del Lupo!!

E le morti stagioni e la presente. Morta, anche lei, a Rovereto

Intimi angoli pastello del centro storico di Rovereto.

“E le morte stagioni, e la presente. E viva, e il suon di lei.” Dice il vecchio Leopardi nella più famosa poesia della letteratura italiana tutta. E mi viene in mente Rovereto, in Trentino.

Le morte stagioni sono quelle che vengono illustrate dai documentari presentati dalla pregevolissima Rassegna del Cinema Archeologico che ogni anno, da 28, si tiene a Rovereto. Per alcuni giorni un’alluvione di documentari da tutto il mondo mostrano il meglio della cinematografia su temi archeologici. E’ fra i primissimi Festival del genere nel mondo e richiama professionisti ed appassionati per 8 ore giornaliere di proiezioni. Si parla dalla più antica preistoria alla prima epoca industriale. Le morte stagioni, appunto.

Poi si esce dalle proiezioni, che hanno luogo nel bellissimo anfiteatro del Museo di Arte Contemporanea di Rovereto e ci si immerge, un pò frastoranti, nella “presente stagione, e viva, e nel suon di lei” del centro di Rovereto.

Il fatto è che codesta stagione presente pare, anche lei, poverina, defunta e sepolta.

Il centro storico di Rovereto è delizioso; un misto di influenze austriache e veneziane, ai cui Stati fu alternativamente sottoposta, che non presenta niente di particolarmente monumentale, ma che è omogeneo, raccolto, romanticamente vetusto, ben tenuto, gradevolmente illuminato durante la notte, silenzioso, ricco di angolini remoti, per lo più, scarsamente frequentato. Vi si passeggia come fuori dal mondo, dimentichi della presente stagione, aspettandoci di incontrare ad ogni angolo il giovane Mozart che qua tenne il suo primo concerto italiano. O il Vescovo Conte in procinto di andare ad eleggere l’Imperatore del Sacro Romano Impero. O Cesare Battisti, preso dalle sue foghe antiaustriache.

Composta festa dello street food nel centro di Rovereto. Tutto molto come si deve.

Il centro storico è un pò più animato nel lato verso il Corso Rosmini, il centro moderno. Vi sono alcuni bar in cui composti gruppi di giovanili Roveretani, compostamente seduti, bevono aperitivi compostamente serviti.

Perchè il problema è proprio questo: Rovereto, cittadina palesemente ricca, borghese, benestante, ampiamente protetta dal welfare diffuso che l’autonomia della Provincia di Trento permette (anche a spese del resto degli italiani), pare che abbia perso di vista la vita. Pochi i passanti e silenziosi; preponderanti le donne, da sole, giovani o giovanili, spesso in bicicletta, curate, eleganti, molto carine ma non appariscenti, che attraversano il centro come ectoplasmi.

L’irrisolta questione dell’identità di questa terra. Indubbiamente italiana, ma con il rimpianto di non essere tedesca.

Negozi dal sapore un pò vecchiotto che propongono merci inessenziali come cappelli vintage, strumenti musicali ottocentesci, ceramiche artigianali un pò kitsch. Un’aria un pò asettica, una luce un pò fredda, rumori un pò diffusi, un’atmosfera un pò distante. Decisa la gente, ma non frettolosa; si affrettano, ma con calma. Anche i numerosi immigrati paiono inamidati, irrigiditi per contatto (a distanza) con la popolazione autoctona. E queste sensazioni si spargono dal centro verso le prossime periferie. Tutto ordinato, ma sembra più per dovere socialmente imposto, che per propria e sovrana decisione.

Sensazioni strane, alternanti fra la comodità di tanta riservatezza e il desiderio di quella vita che non pare frequentare questo luogo. Tanto che mio padre ed alcuni amici suoi, volevano mettere del sapone (ai tempi assolutamente non ecologico) nella fontana in fondo al Corso Rosmini, che con i suoi zampilli l’avrebbe fatto schiumeggiare fino a sommergere l’intero centro portandovi un soffriggere di fantasia.