Invito nella ruspante Romania

Il temibile formaggio Branza de burduf all’interno del suo contenitore di corteccia di abete. Foto di Oliver Speks via Wiki Commons.

Il fascino dei Balcani non abbandona il vostro Viaggiatore Critico che vi invita di tutto cuore a visitare la Romania. Dove non troverete grandi cose, ma starete benissimo. Vi sconsiglia di andare a vedere quelle poche e poco interessanti cose legate al Conte Vlad, Dracula. Paccottiglia per turisti ignoranti che vogliono continuare ad esserlo. E non indicherà nemmeno i vieti ristoranti di Bucarest, trappoloni per turisti di bocca buona, che pure tanto successo riscuotono: Caru cu bere e Hanul lui Manuc. Carichi di storia, è vero, ma ormai prostituiti ai gruppi con guida e bandierina. O le terme di Bucarest, moderne, enormi, tecnologiche e del tutto innaturali.  Ed anche la vita notturna del vecchio quartiere centrale di Lipscani, a meno che non siate ragazzotti nordeuropei alcolizzati. O le spiagge tristanzuole di Mamaia, sul Mar Nero.

No, niente di tutto ciò.

Le corde che la Romania sa toccare meglio sono quelle bucoliche, calme, paesane e contadine, un po’ melanconiche ed un po’ cialtrone, ma con grande simpatia.

E vi presento dei quadretti di ciò che mi è rimasto nel cuore.

Sui Carpazi, fra le montagne una vecchia contadina che vendeva, sul bordo della strada, il famoso formaggio Branza de burduf, conservato nella corteccia di pino di cui assume il fortissimo aroma di resina. Quasi immangiabile, ma assolutamente vero. Da accompagnare poi con la mamaliguta cu smantana che sarebbe la polenta con una generosa cucchiaiata di panna acida. Nemmeno questa buona, ma dopo ti senti in grado di montare un puledro a pelo ed andare a combattere contro i turchi.

Foto di Radu Ana Maria via Wikicommons.

E in quelle infinite pianure si trovano (si trovavano) dei pozzi pubblici accanto ai quali si erge un alto palo che ha incernierata una lunga asta orizzontale che fa da bilanciere per calare un secchio nel pozzo. Due lunghi legni scheletrici in croce, visibilissimi da lontano, presso i quali far sostare ed abbeverare il bestiame, i cavalli durante i viaggi.

E parlando di viaggi e di gente del viaggio, si andrà allora a visitare i paesi dei Rom. I più poveri di tutti (come in Slovacchia), con le case sempre senza intonaco, trascurati, fra carcasse d’auto ed immondizia. Ma che testimoniano la straordinaria vitalità di un popolo che da almeno 6 secoli sviaggia in Europa resistendo ai massacri, al razzismo e al disprezzo di tutti. Chapeau. Ed il disprezzo dei romeni verso i Rom è altissimo; parli con un romeno di questo e di quello ma lui cercherà sempre di ficcare nel discorso delle ignominie contro i Rom. E di questo sono molto dispiaciuto. Forse fanno così con gli stranieri, per lasciare ben chiaro che i popoli sono due, del tutto diversi e che nessuno deve associare Romeni e Rom, malgrado l’imbarazzante assonanza dei nomi.

Ma anche battere le campagne per cercare i vecchi villaggi tedeschi, così diversi dagli altri, con le loro chiese fortificate. Tedeschi che hanno abitato lì per secoli e che avevano accolto a braccia aperte l’invasione dei nazisti. Nonostante ciò, il socialismo aveva permesso loro di continuare a vivere nei luoghi tradizionali e di conservare scuola e lingua tedesca. Ma questo popolo, da buoni tedeschi ingrati, appena caduto Ceausescu si è spostato in massa nella Grande Germania, da cui, per altro, erano partiti alcuni secoli prima. Ora quei villaggi sono semiabbandonati e le chiese chiuse ed in declino. Ma vanno comunque visitate, perché sono eccezionali esempi di architettura spontanea.

Villaggi completamente differenti da quelli della zona verso il Mar Nero, dove le case sono separate l’una dall’altra, con delle staccionate che ne proteggono il giardino e l’orto. Hanno un sapore che le avvicinano a quelle ucraine, addirittura russe. nelle stradine, fra una casa e l’altra s’aggirano simpaticamente dei maiali liberi come l’aria.

Così come si vedono degli enormi greggi di oche con il loro pastorello che le conduce al pascolo. Povere loro, povero lui, si stringe il cuore al destino di entrambi.

Oppure frequentare le stazioni provinciali del treno o degli autobus, in compagnia dei molti che vanno con i mezzi pubblici perché la macchina non se la possono permettere. Stazioni uscite da alcuni decenni fa, molto modeste, spartane, non necessariamente tirate a lucido (proprio no); gente semplice, un po’ triste, molti giovani. Ma che non rinuncia a muoversi, che spera e persegue con forza un futuro più ricco, con la macchina, ormai fuori dalla lotta quotidiana con il portafoglio. Fra i molti giovani e vecchi, spuntano anche grossi uomini con la barba di una settimana, dalle mani potenti e dalla risata pronta che vi aiuteranno volentieri se non capite qualcosa.

Che pace! Foto di Vmano91 via WikiCommons

E’ facile incontrare romeni che hanno lavorato in Italia e che parlano bene l’italiano. Saranno loro stessi a riconoscervi come italiani ed a parlarvi nella vostra lingua. Ho spesso avuto attimi di imbarazzo: l’insopportabile e crescente razzismo degli italiani può aver fatto danni in queste persone che avrebbero potuto aver voglia di vendicarsi, comprensibilmente, su di me. Non è mai successo, ma, a volte, ho sentito molta amarezza in loro. Fortunatamente riscattata da altri episodi di buona accoglienza e di comprensione umana. Si tratta di emigrati ormai ritornati a casa, con soddisfazione per il risultato raggiunto ed è interessante discutere con loro dell’esperienza vissuta. E tutti hanno dimostrato di apprezzare il fatto che volessi visitare i loro luoghi e che ponessi molte domande sugli aspetti locali, avendo infine trovato qualcuno con cui era facile intendersi. Gli aspetti umani di un viaggio.

C’è tanto spazio in Romania. E’ grande quasi come l’Italia, ma gli abitanti sono meno di un terzo (e molti di questi se ne sono andati). Zone poco abitate, molto naturali. Parchi, riserve. L’incredibile Delta del Danubio, percorribile solo in barca in un misto emozionante di fiume, mare, terra e piante, ma anche storia. I Carpazi con i bellissimi boschi; le valli fresche e verdi della Transilvania; i grandi spazi agricoli del Maramures, e chissà quanti altri posti che non conosco. Si sta larghi, a proprio agio, in Romania. E per aumentare ancor di più questa sensazione di libertà, si può arrivare fino in fondo, verso la Bulgaria, a Vama Veche dove c’e’ una grande spiaggia, tradizionalmente naturista.

Poi si va nei bar a bere qualcosa. E qua ci ritroviamo in pieno nel mondo balcanico – ottomano. Bar dove ci si siede e si passa molto tempo a chiacchierare. Soprattutto gli uomini, ancor di più in campagna. Un po’ come in Grecia, dove però i bar sono molto più belli. Un po’ come in Turchia o nei paesi arabi, ma qui con l’aggiunta dell’alcool. Atmosfere dense di fumo delle sigarette, del maschio odore dei lavoratori all’aria aperta. D’inverno si sta caldi in questi bar e non se ne vorrebbe uscire mai. Il turista è ignorato, ma se vuole attaccar discorso sarà ascoltato con interesse.

Un bellissimo viaggio e si spende pure poco.

Insospettabili frammenti di storia

La sede della “Commissione Europea del Danubio” a Sulina.

Girando per il mondo si trovano storie insospettabili. Questa riguarda un fiume e la prima Commissione Europea. Siamo nel 1856 e c’entra anche Cavour.

Si tratta della cittadina di Sulina, all’estrema estremità del Danubio, proprio alla foce del suo braccio centrale. Ci son finito perché volevo vedere come era il Delta d’inverno. L’ho trovato freddissimo e impraticabile, ma, come al solito, affascinante. A Sulina ci si arriva con una navicella da Tulcea, con tre o quattro ore di navigazione fra delle rive piuttosto insignificanti, almeno d’inverno. D’estate deve esser tutt’altra cosa. Non esiste strada, impossibile arrivarci per via terrestre.

A Sulina ho trovato, inaspettatissima, la seguente storia.

A seguito della guerra di Crimea, nel 1856 fu stabilito un trattato di Parigi che smilitarizzava ed internazionalizzava il Mar Nero, mentre il Danubio passava sotto il controllo dei Principati di Moldavia e Valacchia, i quali, solo nel 1918, alla fine della I guerra mondiale, si riunificheranno nella Romania attuale. Gli infiniti vai e vieni della storia dei Balcani.

I firmatari del trattato decisero di creare una “Commissione Europea del Danubio” che tutelasse la libertà di navigazione. Fra i belligeranti c’era anche il Regno di Sardegna che Cavour aveva voluto inserire in questo grande gioco in modo da arruffianarsi con i francesi e cercando la loro benevolenza riguardo al progetto di riunificazione dell’Italia sotto la corona dei suoi padroni Savoia.

Fu la prima volta che venne istituito un organismo che si chiamasse “Commissione Europea”. Con il garbo che contraddistingueva quei fondatori e che ancora oggi li caratterizza, Germania in testa, i membri del patto non pensarono nemmeno ad invitare il Principato di Moldavia sul cui territorio si trovava il Delta.

Le vecchie case di legno di Sulina.

La sede della Commissione fu posta a Sulina. Ogni paese membro vi inviò un delegato. Un bell’edificio fu costruito per ospitare la sede della Commissione, così come numerose palazzine residenziali per le abitazioni dei delegati e delle loro famiglie. Questi edifici sono ancora tutti lì.

Il porto di Sulina, che altro non è che il lungofiume, divenne importante. Le merci arrivavano con le chiatte che scendevano il Danubio e venivano imbarcate sulle navi che andavano ovunque nel mondo, attraverso il Mar Nero e i Dardanelli. O viceversa.

Fra delegati, agenti marittimi, uffici degli armatori, attività dei cantieri e del porto, Sulina diventò una città piena di fermento. Si costrui’ anche un faro che ormai non serve più a niente, dal momento che il Danubio è avanzato di tre o quattro chilometri.

Le nazionalità presenti, in virtù del Trattato o dei semplici interessi commerciali e marittimi, erano numerose: inglesi, francesi, italiani, tedeschi, greci, maltesi, armeni, turchi. Non mancavano gli ebrei. Ogni religione aveva la sua chiesa, ma il cimitero era uno solo, diviso in zone, secondo nazionalità e religione. Molte tombe sono ancora lì, piene di licheni ed erbacce, in un delizioso quadro decadente. Vi son sepolti anche dei familiari di Ugo Foscolo. Molti italiani della Dalmazia. Sepolti ai confini dell’Europa e mai tornati a casa.

La Commissione andò avanti fino al 1939, la II guerra spazzò via tutto. Alla fine della guerra, Sulina diventò l’armatissima frontiera fluvio-marittima della Romania e molte palazzine di stile sovietico furono costruite per ospitare militari e funzionari.

Con l’arrivo del capitalismo incomincia la rapida e profonda decadenza di Sulina, ridotta ormai ad una sorta di città fantasma. Le merci vanno ormai verso il porto di Costanza, grazie ad un canale artificiale e sono poche e piccole, le navi che passano la notte a Sulina aspettando di risalire il fiume verso Tulcea, il giorno dopo, partendo all’alba.

La spiaggia di Sulina in versione invernale.

Il turismo da qualche speranza, alcuni volenterosi organizzano bei giri nel Delta, con dei motoscafi. A due chilometri dalla città vi è una grande spiaggia che, d’estate, si riempie di turisti romani, per lo più famiglie. L’acqua è bassa e poco mossa, ma è anche assai melmosa e poco salata, così vicina alla foce del fiume. Nel paese ci sono numerose pensioncine ed affittacamere, un paio di alberghi.

Ma il grosso dei turisti internazionali che vogliono visitare il Delta fanno base a Tulcea da dove partono i tour su imbarcazioni più importanti. Anche le crociere sul Danubio si arrestano a Tulcea.

Una delle tombe degli italiani di Sulina, in questo caso della famiglia Foscolo, di Zante, come Ugo.

E Sulina con la sua storia, i suoi edifici e chiese, il suo commovente  cimitero, il suo essere il punto più orientale dell’Unione Europea, sta scomparendo. Un posto da visitare, un luogo della storia e dell’anima.

Bulgaria si, ma perchè?

Frequentissime le strade alberate.
Frequentissime le strade alberate.

Paese poco turistico, è da consigliare di tutto cuore, per i luoghi, la cucina,la sua gente.

Non c’e’ niente di assolutamente eccezionale, ma vi è un’aria di vecchi tempi, di uno stile di vita che altrove non esiste più, di speranza di un futuro migliore.  Quindi un viaggio quasi più sentimentale che turistico.

E in un’atmosfera da Balcani profondi che già di per se si presenta come ben differente rispetto a quella dei paesi dell’Eurpa Ocidentale. Le influenze ottomane sono enormi: l’architettura strana che sa di Austro-Ungheria ma che non lo è affatto; l’impianto urbanistico contorto e delizioso, rotto com’e’ da moschee, chiese, mercati, giardini. E pur essendo ricco di brutti edifici monumentali ottocenteschi, questi sono contornati e resi più leggeri da stradine alberate che fanno della città quasi un luogo di campagna.

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Il teatro di Plovdiv.

Insomma, siamo pienamente in Europa, ma il vento orientale vi ha soffiato a lungo e vi ha lasciato una languidezza difficile da descrivere, ma immediata da sentire. Si avverte una saggezza del vivere quotidiano che mai si trova nelle città occidentali.

E per quanto quella ottomana fosse dominazione, par di capire che non schiacciò più di tanto ed, anzi, portò elementi di tolleranza e di coabitazione fra popoli. Cristiani, mussulmani, ebrei, slavi, turchi, gitani, impero russo, impero ottomano, impero sovietico, socialismo, capitalismo, mafia. Mille elementi diversi e contrastanti che si intrecciano nelle terre balcaniche. In Bulgaria sembrerebbe che questi elementi hanno ormai trovato la pace. Mentre nella vicina Macedonia dei contrasti persistono.

Chiesa di Nesebor.
Chiesa di Nesebor.

Ed in campagna, i paesi, fatti di case quadrate, solide e grandi, mai appoggiate le une alle altre, ma invece separate dagli orti ricchi di alberi da frutta e di noci. In questi orti si ritrova l’incanto del giardino chiuso, privato, in cui il guerriero o il commerciante turco si riposava con la sua famiglia dopo le fatiche delle guerre e dei viaggi in contrade sterili e polverose. E dove invitava volentieri amici e sconosciuti secondo la regola orientale del dovere di ospitalità, così poco presente da noi.

Sono le atmosfere da ricercare in Bulgaria, non i grandi monumenti. Certo, è tutto un pò povero, sporco, sciagattato; ma non è forse proprio così la vita stessa?

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Vigorose le foreste di conifere sui monti Rodopi.

Ma anche atmosfere più moderne. I centri di Sofia e di Plovdiv hanno delle zone con una quantità impressionante di deliziosi locali moderni. Barretti, ristorantini, posticini estremamenti rilassanti, gradevoli, accoglienti, intimi, caldi, ben arredati, con gusto moderno. Niente di pretenzioso, di pacchiano, di sborrone. Il genere di locale che si vorrebbe avere sotto casa per andarci tutti i giorni. Ed il fatto che un popolo così marginale e bistrattato come i bulgari riesca a creare dei luoghi così carini è una bellissima scoperta. Attenzione: non mi sto riferendo ai bar classici delle passaggiate centrali delle due città (Sofia e Plovdiv), pur piacevoli, ma alle stradette intorno.

Sofia non offre molto, apparte un Museo Archeologico con pezzi Traci meravigliosi, molte chiese ed un bel mercato (quello “delle donne”, non quello centrale). Plovdiv merita molto di più: l’ippodromo e il teatro romani, la città vecchia sono da non perdere.

Tristissime ed ovunque le bancarelle a Sunny Beach.
Tristissime ed ovunque le bancarelle a Sunny Beach.

I monti Rodopi mi sono piaciuti molto. Senza cime dolomitiche, sono ricchi di fiumi e di pascoli. E delle foreste di conifere fra le più belle che abbia mai visto. Il clima è favorevole e lo sviluppo degli alberi impressionante. Purtroppo i paesi sono un pò bruttini, bisogna cercar bene. Alcuni centri termali. Assolutamene eccezionale, invece, il paesino di Kovachevitsa, che merita un post a parte. Carino anche Shiroka Laka, con il suo liceo musicale dedicato alla fisarmonica e alla cornamusa.

Resta il problema del Mar Nero. Andarci o non andarci? In alcuni punti (Sunny Beach, Sozopol) è una specie di Riviera Romagnola e quindi no. Ma altrove ha anche un suo fascino decadente, a Burgas con grandi parchi sul mare e passeggiate da pensionati. Oppure il delizioso paesino di Nesebar, purtroppo contaminato dal turismo d’assalto. O Varna, la città più importante e vivace. Molti turisti russi o comunque slavi. Vi è molto da osservare.

Si gira bene in bus; frequenti, diffusi e in orario. Ma il meglio è avere una macchina.

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Il paesotto di Shiroka Laka.

Ripeto, paese poco turistico. Può succedere di avere cartelli, insegne, menu in solo cirillico. Una studiatina previa a quell’alfabeto può essere consigliabile. Ed utile, perchè la lunga presenza romana ha lasciato un sacco di parole per noi comprensibili, una vota decifrate in cirillico

Prezzi molto, molto contenuti. rapporto qualità/prezzo eccellente. Cucina eccellente. Sicurezza sembra molto buona, da temere solo i borseggi.

Svanezia: cultura, turismo e gastronomia

IMG_20150830_133114A quanto detto qua si aggiunga una ulteriore particolarità che rende, di fatto, la Svanezia un luogo unico al mondo e molto speciale.

La valle principale della Svanezia è lunga molte decine di chilometri; è percorsa da un fiume che sbocca in un pianuira che da sul Mar Nero. L’imbocco della valle, a partire da tale pianura, è difficilissimo. L’nizio della valle è strettissimo e le pareti che la finacheggiano sono alte ed erte. Ancora oggi la strada che vi penetra è piuttosto precaria; durante l’inverno, la valle può restare del tutto isolata, a causa della neve ed in primavera od autunno le forti piogge provocano frane che interrompono la strada anche per alcuni giorni consecutivi. Insomma, è un postaccio, per andarci, scomodo. In questo ricorda Scanno la cui valle ha la stessa configurazione e gli stessi problemi, sia pure molto più in piccolo.

Per quale motivi gli antichi si intestardirono a volerla abitare? Ebbene, nella Svanezia c’era l’oro e ce n’era tanto. La pianura sottostante è l’antica Colchide e il mito del vello d’oro di Giasone nasce proprio dall’oro della Svanezia. Mirabile cosa: una regione che sembra persa ai confini del mondo, in realtà era importante e conosciuta già dagli antichi greci.

Divenne quindi un luogo ricco, importante frequentato. Si creò in questa lunga valle della Svanezia una civiltà peculiare. Pur essendo intrinsecamente georgiano, il suo popolo ha una lingua propria, una cucina particolare, un bellissimo artigianato del legno (ormai abbandonato) e un orgoglio fierissimo. Anche troppo, a dir la verità: gli uomini mi son sembrati assai cafoni. Gradevolissime ed efficacissime, invece, le donne.

IMG_20150830_150726Civiltà montanara: ancora oggi si fa il fieno con la falce fienaia e lo si porta in paese sulle mulattiere con delle slitte tirate dai buoi. Si fa il formaggio e la grappa di frutta. Nei paesi girano cavalli, asini e mucche e si respira a pieni polmoni la sana fragranza delle loro cacche, come avveniva decenni fa sulle Alpi, prima della stucchevole tirolesizzazione avvenuta negli utlimi tempi. Le case della Svanezia sono grandi, a due piani, con molto legno e grandi terrazze aperte, a volte con delle cassapanche intagliate degne di un museo. Dopo la caduta della Unione Sovietica la vita è diventata durissima essendo finite le forme di redistribuzione socialista del reddito nazionale. L’emigrazione è diventata feroce. Molte case sono abbandonate; a volte lo sono dei paesini interi, specialmente quelli più in alto, di più difficile accessibilità. La gente è emigrata, prima altrove nell’ex Unione Sovietica, ora a Tiblisi e in Europa.

A Mestia vi è un bel museo, ben curato e con dei bellissimi pezzi, sulla cultura specifica della Svanezia. Si resta meravigliati dal livello delle loro produzioni artigianali.

IMG_20150902_182448I turisti che arrivano in Svanezia sono, per tradizione, quasi sempre trekkers: russi, nord europei, giapponesi (che non camminano), israeliani. Arrivano a Mestia e da lì partono diversi itinerari che arrivano fino a Ushguli ed oltre. Le possibilità sono diverse, ci sono varianti. Ci si può facilmente passare una settimana, di villaggio in villaggio, scavalcando i crinali fra le valli laterali. Chi cammina meno può percorrere in macchina il fondo valle ed arrivare comunque abbastanza lontano. Si può anche andare a cavallo.

Tutto è molto rustico e spartano; non ci sono alberghi se non a Mestia. Le case che offrono ospitalità sono spesso rudimentali: un solo bagno in fondo al cortile, ci si lava con l’acqua (fredda) che va a finire nell’abbeveratoio delle bestie, si dorme tutti insieme in camere molto alla meglio. Alcune case cominciano ad organizzasi e ad essere più accoglienti.

Difficile prenotare: camminando non si sa fin dove si arriverà la sera, complicato trovare i numeri dei cellulari giusti, eccessivo sperare che gli svaneti dei villaggi più remoti riescano a gestire professionalmente un certo numero turisti tutti insieme. Molti difficile capirsi: escluso qualche giovane che sa l’inglese, la lingua internazionale è il russo. Ho visto camminatori disperati che non sapevano più come fare a trovar un letto. Noi stessi, in un villaggio, non riuscivamo a trovare la casa prenotata: siamo dapprima finiti in quella sbagliata. Ed in un altro caso non ci volevano accogliere perchè non riuscivamo a far capire loro che eravamo stati noi a prenotare.  Il costo per dormire e cenare va sui 25 euro a persona, che è poco per noi, molto per loro.

IMG_20150830_135828E mangiare è un altro, l’ennesimo, asso della Svenezia. Si mangia benissimo, nelle case dove si trova ospitalità. Non si sceglie: la padrona di casa mette in tavola una decina di pietanze diverse, a suo estro. I piatti sono sempre più o meno gli stessi, ma ogni cuoca ha la sua mano. Il pane viene sempre fatto sul momento e sono focacce morbide; vi è poi l’immancabile cacciapuri (focaccia con il formaggio o altro dentro), tante melanzane a volte con una deliziosa crema di noci sopra, formaggio (spesso salato arrabbiato), fagioli, insalate varie, ceci, yoghurt, sciroppi casalinghi di frutta e tante altre cosine spesso molto buone. Quasi mai la carne. La Svanezia non produce vino, solo distillati di frutta. Quelle cene, per i camminatori stanchi son una vera festa. L’atmosfera è bucolica al 100% e la padrona di casa è sempre gentilissima ed allegra.

Con una camminata assai lunga, di tutta una giornata, o con alcune ore di macchina molto robusta si può passare dalla Svanezia superiore a quella inferiore. Questa è una vallata molto meno aspra, più temperata, agricola e ricchissima di vegetazione. Turismo zero, bellissime case in campagne che possono offrire spartana accoglienza, ma ottimo cibo. Qualche giorno di oblio bucolico. Basta andare in giro a chiedere chi può ospitare. Del resto la Georgia è terra di scambi ed accogliere dei viandanti fa parte della sua cultura.

La Svanezia è un eccezionale mondo a parte, la cui visita è più che consigliatissima, anche se non siete camminatori.

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