Finlandia d’inverno

Non vedemmo le aurore boreali. Del resto, come fare a restare all’aperto ad aspettare che comparissero? Questa è nel villaggio della stazione di benzina, alla frontiera. Foto di Bo-Göran Lillandt via Wikicommons

Un viaggio invernale in Finlandia, di molti anni fa, mi produce ancora ondate di ricordi molto intensi. Uno dei viaggi più emozionanti di sempre. E’ un’esperienza che va fatta, ma in autonomia, non con quei tristi giri organizzati che finiscono per portarti sulle moto slitte trasformando il profondo mondo nordico in una squallida giostra. Fu un viaggio molto difficile; avemmo forti momenti di preoccupazione e spendemmo una fortuna. Ma ne valse la pena; i ricordi che ancora conservo ne sono la prova.

Questo blog è esente dalle noiose e stucchevoli descrizioni dei viaggi. Ma questo articolo fa eccezione, perché il senso di estraniamento provato va descritto passo passo, per cercare di renderlo al lettore.

Arrivammo ad Helsinki per Natale e decidemmo di partire per il nord il giorno successivo, con il treno, partendo la sera. Arrivammo la mattina dopo a Rovaniemi, già dopo le nove. Ma il buio era totale. Ci incamminammo verso il centro storditi per la notte in treno e per il mattino che era ancora notte e la neve per terra, scricchiolante sotto le scarpe, congelatissima. Arrivammo in un albergo con una bella sala delle colazioni tutta illuminata con tanta gente che mangiava aringhe con il burro salato e il pane nero. Ne mangiai anch’io e fra un sottaceto ed un bicchiere di latte venne fuori un po’ di chiarore che chiamano giorno. Ma erano le 10 passate.

A mezzogiorno era decisamente giorno e facemmo una passeggiata in un parco urbano in compagnia delle renne. Evitammo la trappola per turisti del villaggio di Babbo Natale e proseguimmo in bus per Inari, molto più a nord. Ci fermammo lì per vedere un museo dei Lapponi molto carino. Deludente invece una passeggiata nella foresta di abeti nella quale sorge il museo. Pensavo di trovare piante colossali ed invece erano alberelli. Solo in seguito ad un viaggio in Canada capii che siamo già troppo a nord per avere delle condizioni climatiche in grado di far sviluppare dei grandi alberi. A Ineri camminammo sul lago ghiacciato, reggeva le motoslitte, ma era comunque terrificante, scricchiolava tutto, come nei film. Le donne, in paese, uscivano con delle specie di carrello del supermercato-slitta. In questo modo si sorreggono per non scivolare sul ghiaccio e, sul piano della slitta, portano la spesa od il bambino nel seggiolino.

Presi da spirito esploratore decidemmo di continuare verso il nord. Da quel momento i ricordi si fanno confusi; la luce sparì ed avevamo solo un’oretta di leggero chiarore intorno a mezzogiorno. Perdendo l’alternanza di giorno e di notte si perde la misura del trascorrere dei giorni. Fu una lunghissima notte; qualsiasi cosa facessimo era notte. Il giorno dopo non esisteva, era la notte dopo. Il corpo si ribella: vuole la luce come vuole il cibo quando ha fame. L’ostilità dell’ambiente ci era evidente.

Alla tappa seguente, continuando a voler andare verso nord ed ormai decisi ad arrivare al Mare di Barents, chiedemmo spiegazioni sugli orari dei bus e su dove dormire. Il personale dell’ufficio della compagnia dei bus ci guardò un po’ strano ed avemmo la netta impressione che si preoccuppassero per noi. Fecero un consulto fra loro e chiamarono l’autista del bus che ci avrebbe portato. Capimmo che il problema era il seguente. Ancora a nord c’era la frontiera con la Norvegia, la Finlandia non arriva al mare. Ma il bus non arriva alla frontiera ed in quella zona non c’erano alberghi. Quindi l’autista ci avrebbe lasciato ad una stazione di benzina dove avremmo chiamato (il roaming non esisteva ancora) un taxi norvegese che ci avrebbe fatto attraversare la frontiera fino alla prima stazione dei bus della loro parte. Ci dissero di stare attenti e di fare come ci avevano detto di fare; dicendolo ci guardavano le scarpe, praticamente da città, e i cappottini da inverno mediterraneo che avevamo.

Foto estiva delle cassette della posta “da lancio” delle campagne finlandesi.

E cominciò il viaggio; il bus era quasi del tutto vuoto. Naturalmente era buio e non vedemmo assolutamente niente di come era fatto il mondo. Il bus si fermava a tutte le rare case esistenti, un po’ ritirate dalla strada principale. Davanti ad ogni casa c’era sempre una grande cassetta postale a cui mancava la parete anteriore. L’autista aveva accanto a se la borsa del postino con le lettere ed i giornali da recapitare. All’indirizzo giusto apriva la porta del bus e senza scendere lanciava la posta (opportunamente appesantita in qualche modo) centrando con maestria la cassetta. Poi ripartiva fino alla prossima casa. Uno stillicidio di fermate. Alla luce dei fari si intravedevano, a volte, delle renne dallo sguardo un po’ ebete.

Arrivammo finalmente alla stazione di benzina. Non doveva esser troppo tardi (comunque era buio), ma non passava nessuno, freddo intenso, neve ghiacciata, intorno non si vedevano case. Per non trascinare i bagagli sul ghiaccio volli restare sul bordo della strada mentre mia moglie andava nell’ufficio per vedere di telefonare al taxi norvegese. Poche volte mi son sentito così incongruo, fuori posto ed imbecille come in quell’occasione. Per quale motivo mi dovevo io trovare su una strada dell’estremo nord della Finlandia, in piena notte, a fine anno, con la valigia ai piedi e l’incertezza totale sulle prossime ore? Che cosa stavo facendo? Mi sentivo proprio strano.

Le cose poi girarono bene, arrivò il taxi che con costi sanguinosi ci portò alla successiva stazione dei bus dove ne prendemmo uno fino a Vadso. Tutto facile: mentre il nord della Finlandia è disabitato, quella parte della Svezia è ricca di attività, avendo davanti alla costa le piattaforme petrolifere.

Andammo a visitare, un po’ fuori dalla città, nella neve, il pilone dal quale partì Nobile con il suo dirigibile nel 1928 per il viaggio che si concluse tragicamente con l’episodio della Tenda Rossa. Scarsamente illuminato da qualche lampione, non vedemmo quasi nulla, tutto deserto intorno, la neve non toccata da piede umano. Ma fu gradevole camminare in paese popolato da molti nigeriani occupati nelle piattaforme petrolifere

Il viaggio pareva ormai tranquillo quando capimmo che l’albergo dove eravamo avrebbe chiuso il 30 dicembre. Ed insieme a lui, tutti gli altri della città e dei dintorni. E non potevamo andarcene perché anche i trasporti erano in ferie. Fummo colti da profonda disperazione. Io proposi chiaramente di andare dalla Polizia e di chiedere una cella dove passare le notti del 30 e del 31. Non potevamo dormire sulle panchine ad alcuni gradi sottozero. Poi trovammo, fortunatamente, una donnina che ci affitto una molto semplice stanza. E a quel punto ci sorse la bellissima idea della crociera dell’ultimo anno, narrata qui.

Viaggio strano: tutto quel perenne buio che diveniva, notte dopo notte, angosciante e patologico. La neve ghiacciatissima che cantava cristallina sotto i piedi e gli pneumatici. Quella gente che viveva come se niente fosse. La chiara percezione dell’impossibilità di vivere fuori dai luoghi riscaldati; come se oltre le porte ci fosse una belva di freddo che ti osservava pronta a portarti via al primo inconveniente. La natura ostile.

Viaggio meraviglioso, sensazioni nuovissime.

Le scritture degli analfabeti: Povoa de Varzim e Lapponia

Viaggiare con calma ed attenzione porta a delle scoperte emozionanti. Come questa che lega pescatori portoghesi e allevatori lapponi di renne. Analfabeti e scrittori.

Il primo luogo da visitare è Povoa de Varzim, a una trentina di chilometri a nord di Porto, in Portogallo. Ci si arriva facilmente con i frequenti trenini suburbani/metropolitana di Porto. E’ anche una buona alternativa per chi non volesse abitare nella cara e confusa Porto.

Povoa de Varzim è ora diventata un’anonima cittadina balneare, ma, in passato, fu un importante centro di pesca sia per la famosa sardina portoghese, che per gli altri pesci. Erano centinaia le famiglie di pescatori che si dividevano la spiaggia, dove tiravano in secco le barche ed il lungomare, dove asciugavano, riparavano, conservavano le reti e gli innumerevoli attrezzi del loro difficile mestiere.  Siamo sul temibile Atlantico che uccide più della guerra.

Gli attrezzi erano ovviamente tutti uguali o molto simili e dovevano essere resi riconoscibili dai rispettivi proprietari senza lasciare spazio a dubbi e a dissapori che una comunità in costante necessità di mutua solidarietà non si poteva permettere

Alcune sigle dei pescatori di Povoa. (Foto da http://www.freguesiapovoavarzim.pt/uniao-das-freguesias/freguesias/simbolos/ )

I poveri pescatori erano analfabeti e quindi non potevano usare delle scritte. Nei secoli si affermò quindi l’usanza di scegliere un simbolo geometrico come “firma” da apporre su ogni oggetto. Ogni pescatore aveva il suo simbolo e lo incideva sui suoi oggetti. I figli di quel pescatore adottavano lo stesso simbolo, aggiungendovi una linea, il primo figlio, due il secondo e così via. In quella società vigevano delle regole ereditarie stranissime: si potrebbe dire l’esatto contrario della salica. Ad ereditare gli attrezzi di pesca del padre (alla sua morte o al suo ritiro dal lavoro, se era così fortunato da arrivarci) era l’ultimogenito. Mentre gli altri fratelli uscivano a pesca con il padre (almeno fino a che non si erano fatti la propria famiglia e la propria barca) l’ultimo nato restava a casa in compagnia della madre. In questo modo, anche se gli uomini della famiglia fossero periti in mare, tutti insieme,  almeno uno sarebbe rimasto per mantenere la madre. Quando, poi, il padre, avesse deciso di smettere di pescare e fosse rimasto a casa, tutti i suoi beni, compreso il simbolo, sarebbero passati al minore dei figli che avrebbe cominciato la sua vita di pescatore. La conseguenza di questa tradizione sta nel fatto che il simbolo non avrebbe avuto bisogno di essere modificato nel passaggio dal padre al figlio. Quindi quel simbolo passava intatto di padre inultimo figlio per generazioni e generazioni.

Ognuno dei fratelli maggiori avrebbe trasmesso il proprio simbolo ai figli, i quali avrebbero aggiunto una linea se primogenito, due se secondi, tre se terzi. Quindi, il simbolo del nonno e capostipite si sarebbe conservato con le successive aggiunte di varie linee ad ogni generazione, fino a formare dei simboli in cui era possibile riconoscere un vero e proprio albero genealogico e di riconoscersi cugini di molti gradi di distanza.

Ogni abitante di Povoa era perfettamente in grado di “leggere” questo strano alfabeto e avrebbe indicato con certezza il proprietario di ogni oggetto. Ciò che per gli estranei alla comunità erano solo scarabocchi, per loro erano scritte piene di significato.

Si arrivava al punto di disegnare sulla lapide tombale il simbolo del morto, invece del nome, che ben pochi avrebbero saputo leggere. Il visitatore locale avrebbe facilmente capito che lì giaceva il tale, figlio di, nipoti di, pronipote di….

Un sistema del tutto simile lo ritroviamo fra gli allevatori Lapponi o Sami, in Finlandia. Le renne vivono libere in branchi, ma ognuna di loro ha un proprietario; una volta per anno tutte le renne vengono raccolte in un recinto. I piccoli restano sempre accanto alla loro madre; uno alla volta verranno catturati al lazo e marchiati come la madre.  La marchiatura consiste in tagli ed incisioni praticate in entrambi gli orecchi dell’animale. La forma e la successione dell’insieme degli intagli indicano con chiarezza il proprietario della renna. Anche in questo caso ogni allevatore utilizzerà il marchio della propria famiglia a cui avrà aggiunto un ulteriore segno che lo identificherà con certezza. Una specie di nome e cognome, insomma. L’operazione consiste nel tagliare via dei trinagolini sul bordo esterno dell’orecchio; è un pò truculemta e sanguinosa, abbastanza impressionante a giudicare dei filmati. Ma sembrerebbe che le ferite guariscano rapidamente.

I modellini di orecchie di renna con i marchi del proprietari sulle quali i bambini Sami imparano a leggere questo strano “alfabeto”. (Foto da https://www.kookynet.net/951.html)

Anche fra i Sami la comprensione della simbologia è un fatto comune. I più esperti arrivano a riconoscere fino a 600 nomi diversi. Le autorità comunitarie stampano dei libretti con tutti i simboli utilizzati. Una specie di elenco anagrafico degli allevatori nel quale al posto dei numeri ci sono le successione degli intagli. Ai bambini vengono date delle orecchie di cartone, già intagliate, sulle quali imparano a leggere. Quando lo sapranno fare bene potranno andare ad occuparsi delle renne in modo da riconoscere il proprietario di ognuna di loro e comportarsi di conseguenze, nelle varie operazioni.

Queste informazioni non vengono dai libri o da Internet, ma dalla visita del Museo Municipale di Povoa de Varzim e del Museo della cultura Sami di Inari. E dalle discussioni con il personale di questi musei, felice di poter scambiare quattro chiacchere con uno dei rari visitatori quotidiani.

Perché il viaggiare è questo: intuire tracce che legano gli uomini, nella diversità.