Fair Trade, la trappolona del Commercio Equo e Solidale.

Settembre 1, 2025 2 Di ilviaggiatorecritico

Il simbolo dell’organizzazione certificatrice FairTrade. By Fairtrade, via Wikicommons.

Chi viaggia nei paesi tropicali finisce quasi sempre per interessarsi ai prodotti tipici di quel mondo; quelli che un tempo venivano chiamati “i coloniali”: caffè, cacao, zucchero di canna, tè; oppure la frutta fresca tropicale ed i suoi succhi. Quei prodotti saranno cari al viaggiatore che li associa con le sue passate e, spera, future, vacanze esotiche.

Ecco, tale viaggiatore è pronto a cadere nella trappola del “Fair trade” o “Commercio Equo e Solidale”. Tutti sanno di che si tratta: sono articoli, alimentari o no, prodotti e commercializzati rispettando certe norme etiche, economiche, ambientali ben definite in un gran numero di documenti largamente condivisi ed accettati. Un sistema di verifica e controllo è mantenuto in funzione per assicurare il consumatore che tali norme virtuose siano rispettate.  Per quanto il sistema si occupi anche di aspetti ambientali, il punto centrale del Fair Trade risiede nella ricerca del miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei produttori agricoli. Quindi prezzi migliori al produttore e limitazione del lavoro infantile nei campi. Naturalmente il sistema è applicabile ovunque, ma per tradizione e per le pessime condizioni sindacali di quei luoghi, l’attenzione si pone principalmente sui prodotti agricoli dei paesi tropicali. I cosiddetti “coloniali”, appunto.

Esistono catene di negozi specializzati in questi beni (le Botteghe del Mondo), ma anche i supermercati ne sono ben forniti, spesso in reparti specializzati. I prodotti recano il marchio Fair Trade. Tutti quanti li conosciamo, sappiamo grossomodo cosa siano, li compriamo volentieri, ci sentiamo buoni, speriamo che i contadini tropicali mandino i figli a scuola e possano migliorare le condizioni delle catapecchie nelle quali abitano. Siamo sicuri di fare la cosa giusta e di partecipare attivamente ad uno dei grandi mutamenti in positivo del mondo moderno. L’idea è che il consumatore paghi i prodotti un po’ più cari del prezzo di mercato di consumo in Italia, in modo che il produttore possa avere dei prezzi migliori del mercato di produzione nel suo paese. Molto semplice: il buon europeo rinuncia spontaneamente a qualche euro in favore del contadino sudamericano od africano. Lodevolissimo.

È invece tutto fasullo ed è l’ennesima presa in giro delle persone che credono nella solidarietà. La cosa mi è rivoltante. E non si tratta affatto delle solite truffe che avvengono nelle pieghe delle attività umane. In questo caso non c’è niente di illegale, non ci sono sotterfugi. È proprio il sistema che piega le buone intenzioni dei clienti al profitto di pochi cinici.

Dove sta il meccanismo perverso?

Basta comparare i prezzi sui due lati dello scambio. I prodotti del Faire Trade sono più cari dell’equivalente normale. Difficile generalizzare una percentuale, ma diciamo fra il 10 ed il 20%. Quindi il consumatore europeo pagherà per 250 grammi di caffè Fair Trade circa un euro in più del caffè non etico. Son conti grossolani, giusto per dare un’idea. Ossia 4 euro al kg in più. L’acquirente solidale sarà ben felice e penserà che con quei 4 euro da qualche parte nel mondo ci sarà un contadino che potrà comprare dei quaderni per il suo bambino. E si sbaglia. Perché l’aumento del prezzo alla produzione di un 10%, ad esempio, sarà calcolato sul prezzo di acquisto al contadino, il quale, come si sa, prende una percentuale irrisoria del prezzo al cliente finale. In altre parole il cliente spende 4 euro in più al kg ed il contadino prenderà 10 centesimi in più al kg. Che fine fanno quei 3 euro e 90 di differenza? Intanto pagano l’inefficienza del sistema, che essendo piccolo, non ha economie di scala. Le quantità sono modeste e quindi più care in ogni loro fase di lavorazione e commercializzazione. Poi la differenza di prezzo va nei profitti della catena del supermercato. Infine paga il sistema di certificazione e controllo del Fair Trade.

Si tratta in effetti di una catena molto complessa dove ci sono delle procedure per certificare come Fair Trade i produttori, le associazioni dei produttori, i grossisti, gli esportatori, gli importatori in Europa, i trasformatori, i distributori. Una volta certificati vanno poi visitati e controllati con una adeguata frequenza. È un sistema complesso che deve funzionare bene per mantenere l’efficacia e la credibilità. Ogni attore deve essere certificato per entrare nel sistema Fair Trade e tale operazione è molto cara e prende tempo. Tutto ciò si traducono in costi che inevitabilmente si riverseranno sul consumatore finale. Il cuore del sistema è una organizzazione che si chiama Fair Trade International (FLO) che ha sede in Germania. In Germania, non in Guatemala o in India. Si articola in varie organizzazioni nazionali, tecniche, normative. È una macchina importante con costi importanti. In altre parole il consumatore che è contento di pagare di più il proprio cacao per dare dei buoni soldi ai produttori della Costa d’Avorio, in realtà sta pagando degli stipendi in Europa, a dei professionisti europei.

Ma questo è solo l’inizio.

I vantaggi economici dei produttori Fair Trade sono di due tipi. Il primo è un prezzo minimo (Fairtrade minimum Price) prefissato che sarà loro corrisposto dal grossista Fair Trade. In realtà i prodotti come caffè e cacao subiscono importanti e repentine variazioni di prezzo. Quindi è più che probabile che il prezzo di mercato possa essere superiore al prezzo minimo Fair Trade, che in questi casi dovrebbe adeguarsi automaticamente. Tutto è molto complesso e difficile da seguire. Il secondo vantaggio è rappresentato dal Fairtrade Premium; un sovraprezzo che il grossista paga alla organizzazione dei produttori (associazioni, cooperative, gruppi) per piccoli progetti in favore della comunità. Vista l’incertezza del Fairtrade minimum Price il sistema sembra puntare molto sul Fairtrade Premium per far arrivare dei benefici reali ai produttori. E qui si arriva alla beffa e per due motivi.

Desumo i dati dal bilancio sociale di Fair Trade Italia per il 2024; purtroppo avaro di dati economici e di analisi approfondite dell’impatto sui produttori (ma ricchissimo di facce felici di contadini del sud del mondo e di retorica green e sostenibile). In Italia sarebbero state utilizzate 10.000 tonnellate di cacao e 800 tonnellate di caffè Fair Trade (oltre a molti altri prodotti) sia venduti direttamente ai consumatori, sia utilizzati dall’industria come ingredienti (soprattutto il cacao, ad esempio, nei biscotti). Il montante del Fairtrade Premium generato dall’Italia per il cacao è stato di circa 2,2 milioni di euro per il 2024 e di 330.000 euro per il caffè. Considerando le perdite per la trasformazione (tostatura, sbucciatura) a valle dell’azienda agricola, si ha che ogni kg di cacao Fair Trade venduto in Italia ha prodotto 20 centesimi di premio ai produttori. I prezzi del cacao sono molto variabili, sia nel tempo, sia secondo la qualità. Ma questa cifra rappresenta non più del 5% del prezzo al produttore. Analogo discorso per il caffè. Tutto questo ambaradan per il 5% in più nelle tasche del produttore!

Il secondo motivo per il quale parlo di beffa è il seguente. Il Fairtrade Premium non è pagato al produttore in modo che ne faccia ciò che vuole. No, non è così. Viene dato alla cooperativa dei produttori o all’associazione degli operai della grande azienda agricola, con la condizione che venga utilizzato per dei progetti che i soci hanno deciso: scuole, ambulatori, centri per il trattamento dei prodotti, formazioni e tante altre cose ancora. Qui abbiamo un problema. Il Viaggiatore Critico è un acceso sostenitore della solidarietà fra contadini, essendo stato questo il suo lavoro per tutta una vita. Ma non si nasconde che l’OBBLIGO di usare i proventi del proprio lavoro di contadino per fare dei progetti comunitari gli fa stridere i denti. Non si parla, infatti, di una libera scelta del produttore che rinuncia liberamente ad una parte delle sue entrate per fare una scuolina per il suo bambino. Qui ci troviamo di fronte ad una enorme organizzazione internazionale (il sistema Fair Trade) che impone al produttore l’utilizzazione sociale dell’aumento delle sue entrate generate dal premium. Non si può non vedere in tutto ciò una azione paternalistica con l’infantilizzazione del produttore che non è ritenuto capace di gestire i propri benefici: “Non ti do a te i soldi perché se no te li spendi tutti in birra, ma li do ad una persona di mia fiducia in modo che tu abbia una scuola per tuo figlio”. Ciò non deve apparire saggio, ma umiliante. Lo accettereste voi dai vostri clienti o dal vostro datore di lavoro? Certamente no, ma con i contadini del sud del mondo ciò sembra normale.

Sia detto per inciso che il fatturato dell’organizzazione Fair Trade Italia è stato nel 2024 di 2,8 milioni di euro, provenienti in larghissima misura dalle licenze per l’utilizzazione del marchio Fair Trade da parte dei trasformatori/commercianti italiani (Costi che si abbatteranno poi sul prodotto nei negozi; è una parte dei 3,90 euro dell’esempio di poco fa). Non può che far riflettere il fatto che il fatturato dell’organizzazione italiana sia uguale (anzi, un po’ superiore) al Fairtrade Premium generato in Italia dai prodotti faro del sistema, il cacao ed il caffè. Insomma, le entrate che il sistema Fair Trade estrae dai consumatori solidali vengono divise in parti simili fra l’organizzazione Fair Trade ed i produttori implicati nel sistema che sono 2 milioni.

Spostandoci a livello mondiale il Fairtrade Premium ha raggiunto 200 e rotti milioni di euro. Divisi per i 2 milioni di produttori fa una grande media generale di 100 euro a testa. Tutto qua.

Ma non è finita, c’è di peggio, anche se non ci crederete.

Spostiamoci nelle campagne del Sud America; la situazione dei piccoli produttori di caffè e cacao è caotica. Oltre a tutte le difficoltà della produzione agricola (meteo, parassiti, furti) si trovano a combattere con degli intermediari che meglio sarebbe chiamare pirati e con un mercato mondiale terribilmente volatile. A volte si devono raccomandare per vendere a vile prezzo i loro sacchi di grani, a volte sono i commercianti che vanno a cercarli a casa perché hanno bisogno del prodotto. La prima ipotesi è, ovviamente, la più frequente. Fanno tutti parte di associazioni, costituite sulla spinta di vecchi progetti di sviluppo che li vollero organizzare sia per meglio condurre le attività del progetto, sia per toglierli all’influenza delle lotte di liberazione comuniste. I contadini, individualmente o come associazione/cooperativa, vendono a dei commercianti locali che poi venderanno a degli esportatori installati nelle città portuali. Tali esportatori, che muovono centinaia o migliaia di container all’anno sono dei gran furboni ed hanno creato e fatto certificare Fair Trade delle loro società parallele, di comodo. La stessa cosa hanno fatto gli intermediari che operano nelle zone di produzione. Si è insomma creato un circuito speculare a quello tradizionale; un secondo canale commerciale: Fair Trade, ma in mano delle stesse persone, degli stessi gruppi, animati dagli stessi capitali. Il contadino (che non ha un master in sviluppo sostenibile ad Harvard) o la sua associazione/cooperativa non ci capisce più niente: lui vende sempre agli stessi che a volte si dicono Fair Trade e danno qualche soldo in più. Abbiamo qui l’aberrazione più completa: da una parte il consumatore europeo altamente motivato, solidale, consapevole ed attento alle sue scelte. Dall’altra il produttore in balia di commercianti spietati e di mercati convulsi che cerca solo di portare due soldi a casa, sia come sia, senza sapere nulla o quasi della filosofia del commercio equo e degli sforzi del consumatore dall’altra parte dell’Oceano.

Nel mezzo Fair Trade International in posizione dominante ed insindacabile (Vi diranno che nella direzione ci sono i rappresentanti dei produttori e che rappresentano il 50% dei voti. Ma quale è, realmente, il loro peso da un punto di vista psicologico e culturale?).

Qua mi si dirà che comunque un po’ di soldi in più, anche se pochi, ai produttori arrivano; oppure che l’idea è buona, ma si deve allargare per prendere maggior peso ed importanza; che meglio provarci che criticare, ecc. ecc. Ok, tutto vero.

Ma il Viaggiatore Critico non sopporta l’arroganza e la prosopopea di chi si appropria dei valori della solidarietà per costruirci intorno delle rendite di posizione spacciate per buone pratiche. Proprio non sopporta la loro fuffa ben pagata.