Agli arresti in Africa

Agli arresti in Africa

Marzo 24, 2020 0 Di ilviaggiatorecritico

Bambini ed armati. Senza consapevolezza di quel che fanno. Pericolosissimi.

Per quanto i turisti si sentano al di fuori ed al disopra delle leggi, come avveniva ai pellegrini medievali, succede loro, a volte, di finire sotto l’attenzione degli sbirri. E ciò può non essere piacevole, come ben ricorda il Viaggiatore Critico. Che ci è finito alcune volte, sotto quelle attenzioni.

E non si parla dei banali controlli stradali dove le cose si risolvono con modesti esborsi pecuniari, siano essi a titolo di pagamento di legittime multe o per corruzione del pubblico ufficiale che vi ha trovato a fare cose proibite. No, in questo articolo si parla di cose più gravi in cui il viaggiatore critico si è trovato dalla parte del delinquente e non del derubato, come successe a Lisbona.

La prima volta fu bruttina propria. Si trovava con un collega a Douala, in Cameroun. Fermandosi a far benzina, il pompista rifiutò le banconote offerte in pagamento ritenendole false. Seguì discussione nella quale finì per inserirsi un poliziotto di passaggio che, non vedendoci chiaro nella faccenda, portò, con gentilezza, il Viaggiatore Critico ed il collega al commissariato centrale di Douala. In questa prima fase il Viaggiatore si comportò da vero stupido. Avrebbe dovuto pagare con altre banconote ed evaporare immediatamente, invece di mettersi a far casino. Errore che pagò ampiamente.

Prima di arrivare al Commissariato il trio si fermò, su richiesta del Viaggiatore, ad una banca dove un mazzetto delle banconote contestate furono sottoposte all’esame del direttore della banca. Il quale non disse una sola parola: prese la macchinetta con cui si forano i fogli per metterli negli archivi e perforò innumerevoli volte le banconote. Poi me le rese, ridotte a carta straccia, quale erano sempre state.

Al Commissariato si scatenò un putiferio: ormai in stato di arresto, i bagagli furono perquisiti e da tutti gli angoli, dove erano state amorevolmente nascoste, uscirono mazzette di banconote, presumibilmente altrettanto false delle prime ed immediatamente confiscate (ma non perforate, guarda caso…).  Ero del tutto innocente, quelle banconote me le avevano date alla banca in Gabon, ma come dimostrarlo? Non avevo conservato la ricevuta. Per tre giorni rimasi in arresto al Commissariato, ma con l’autorizzazione di andare a dormire in albergo. Facevo orario di ufficio: arrivavo la mattina e ripartivo la sera. Alla fine intervenne l’Ambasciata, mi resero il passaporto e mi lasciarono libero. Non mi toccarono e si occuparono poco di me in quei tre giorni; mantenni la calma e difesi la mia posizione con ordine, costanza e dignità. Dopo una prima mezzora abbastanza convulsa e con molte urla, si calmarono e si disinteressarono al mio caso.

Il vero problema fu quel che vidi in quei tre giorni. Certe cose che tolgono la voglia di pensare che l’umanità debba continuare ad esistere, per esempio.

All’inizio mi fecero stare in un ufficio, in piedi davanti ad una dei quattro o cinque tavoli/scrivanie che lo affollavano. Il poliziotto seduto mi interrogava ed io mi muovevo perorando la mia innocenza. Mi resi conto che con i piedi urtavo qualcosa di morbido sotto il tavolo; guardai e vidi che sotto ad ogni tavolo c’era un prigioniero, parcheggiato lì in attesa di essere interrogato o portato in cella. Mi guardavano di sotto in su, meravigliati di vedere un bianco nelle loro stesse condizioni. Dopo il mio interrogatorio mi trattarono con riguardo; invece di mettermi sotto un tavolo, mi dettero un minuscolo panchettino su cui sedermi, le spalle al muro. Presero quindi ad interrogare una vecchia francese su un affare che non riuscivo a capire. La vecchia si difendeva accusando i poliziotti di torturare i prigionieri. In particolare li accusava di attaccare un moschettone a scatto, tipo quelli che usano gli scalatori, al labbro inferiore del prigioniero e di tirare il moschettone (ed il labbro) con una corda fino a deformare completamente la bocca del disgraziato. I poliziotti mi inserivano nell’interrogatorio della vecchia chiedendomi il mio parere. Si burlavano di noi, contenti di poter infierire su dei bianchi. Io riflettevo su come era cambiata la mia vita nell’ultima mezz’ora; dal quel maledetto rifornimento di benzina.

Vagavo fra gli uffici ed i corridoi, a seconda di dove mi dicevano di stare. Il Commissariato era un porto di mare, gente che entrava, usciva, sostava. I delinquenti si riconoscevano dal fatto che erano scalzi e senza camicia (io fui esentato da questo trattamento). Ad un certo punto portarono un ragazzotto legato e seguito da un tipo elegantissimo in giacca e cravatta che lo accusava di un qualche furto. Un poliziotto lo mise a sedere a terra con le gambe distese e (ovviamente) scalzo. Cominciò a frustarlo sotto la pianta dei piedi con una cinghia della pompa dell’acqua di un motore. Il tipo urlava parecchio.

Numerosi aspettavamo gli eventi; avevo fatto amicizia con una ragazza che era venuta a riprendere il fratello, arrestato per essere venditore ambulante senza permesso. Mi diceva che non era la prima volta che cadeva in una retata: li ammassavano in una stanza. Non li picchiavano, ma quando uscivano, dopo qualche giorno, puzzavano come delle fogne per esser rimasti in pozze d’urina. Lei era lì, aspettando di pagare qualcuno perché lo rilasciassero. In una sala, dietro un bancone, un poliziotto redigeva alla macchina da scrivere il verbale dell’interrogatorio di una donna. Quando le risposte non gli piacevano, si alzava in piedi e la picchiava con un manganello. Era un tipo enorme.  La donna cercava di proteggersi con le mani e strillava. Noi saremmo stati una ventina ad osservare la scena. Molti ridevano, perché il riso è l’unica arma che si ha per allontanare l’angoscia dell’impotenza. Tutto ciò nell’umido calore tropicali, in locali sporchi e squallidi, semidistrutti e puzzolenti. Ma non era certo quello il problema.

Dopo tre giorni, la mia vicenda venne data per conclusa. Il poliziotto che seguiva il mio caso era ormai del tutto rabbonito e mi aveva perfino presentato la fidanzata, passata a trovarlo in ufficio. Mi preoccupava il fatto che ogni tanto sparisse per andare negli scantinati dove c’erano le celle e da dove tornava madido di sudore; non ebbi coraggio di chiedergli quale fosse l’attività fisica alla quale si dedicava, caso mai volesse praticarla anche su di me.

Fummo chiamati dal Commissario – capo. Ordinò al mio poliziotto di farmi verbalizzare tutta la faccenda e di rilasciarmi. Fummo interrotti da un altro poliziotto che entrò per spiegare l’andamento di una certa indagine in corso. Spiegò che erano stati presi un paio di tipi e che di altri si era capito che non c’entravano niente. Ma il sospettato principale non voleva fare i nomi dei complici. Ed il Commissario disse: “Deve parlare. Appliquez le machin”. Aveva ordinato la tortura, probabilmente con la corrente elettrica.

Uscii definitivamente da quell’edificio. Qualche tempo dopo quella polizia si troverà al centro di un importante caso di violazione dei diritti umani. Sarà accusata di aver ucciso nove giovani sospettati del furto di una bombola del gas.

Alcuni anni dopo mi capitò di passare nuovamente davanti a quel Commissariato. Mi si chiuse lo stomaco.

Il seguente scontro con la Giustizia africana fu breve, ma intenso e potenzialmente pericolosissimo. Erano i tempi delle guerre civili nel Congo – Kinshasa, lo Stato era quasi completamente dissolto; era tutto in mano ai militari, organizzati in bande.  Vivevo a Kinshasa, nel quartiere dove alloggiavano molti dei potenti del momento. Tornando a casa devo aver preso una strada sbagliata a chiusura della quale c’era un posto di blocco. Rappresentato semplicemente da una corda tirata di traverso sulla strada.  Sfortuna volle che in quel momento la corda fosse a terra. Io ci passai sopra con le ruote davanti, me ne accorsi, mi fermai e presi immediatamente a fare inversione di marcia. Non feci in tempo: fui circondato dai militari che mi misero le bocche dei mitra dentro il finestrino che avevo aperto per mostrare che ero un bianco. Non erano militari qualunque: erano i bambini soldato; fra i 10 ed i 14 anni e assolutamente privi di umanità, senso della vita, capacità di riflessione. Fui portato sotto scorta armata in un vicino ministero che era stato adibito a centrale della Polizia militare, dei servizi di intelligenza. Mi misero in una stanza dove un primo militare stava interrogando un commerciante di diamanti accusato di connivenza con il nemico, rispetto ad un traffico di armi. Il tipo sembrava straordinariamente preoccupato della sua situazione e cercava di difendersi di fronte al militare che lo osservava con grande perplessità, foriera di chissà quali dolorosi approfondimenti delle indagini.

Ad un altra scrivania  interrogavano un bambino soldato che mi pareva accusato di furto.  Aveva le mani legate dietro la schiena e lo tenevano inginocchiato a terra. Poi lo portarono fuori per qualche minuto: tornò piangendo a dirotto e ripresero ad interrogarlo, minacciandolo “di riportarlo di là”. Io ero abbastanza calmo; ero riuscito a chiamare il responsabile della sicurezza dell’importante organismo per il quale lavoravo; era un amico, sapevo che mi avrebbe fatto uscire da li rapidamente. Ed in effetti arrivò quasi subito: ma mi si gelò il sangue vedendo che era terrorizzato. Evidentemente conosceva quegli uffici e sapeva cosa vi succedeva. Arrivò il capo di quella sezione. L’essere più simile al diavolo che abbia mai conosciuto. Alto, imponente, in tuta mimetica. Era evidentemente drogato, gli occhi rossissimi, sembrava spiritato. Puzzava di alcool, di tensione, di sporcizia. Mi si avvicinò e cominciò a soffiarmi in faccia; certamente un qualche suo sortilegio. Mi sentii morire, nessun ragionamento sarebbe stato possibile con quel tipo.  Si salutarono amichevolmente con il mio responsabile della sicurezza, che tirò fuori una battuta terribile: “Stai terrorizzando tutta la città”. Ebbe effetto; mi si ordinò di dichiarare che non avevo rispettato il posto di blocco a causa della mia velocità sostenuta e mi fecero uscire.

La terza volta fu la più penosa. Ero all’interno del Congo, lontano da Ambasciate e sistemi di protezione. Mi frugarono e trovarono delle banconote fuori corso legale, ma che erano le uniche riconosciute in una provincia dove andavo spesso per lavoro; non potevo far altro che usarle. Finii in caserma, stavo male, avevo la malaria. Mi misero in una stanza lercia insieme ad una donna, arrestata per contrabbando. Questa donna pagava una ventina di dollari al giorno per poter restare in quella stanza. Altrimenti l’avrebbero messa nelle celle comuni, talmente affollate che la gente poteva solo stare in piedi. Su un corridoio si apriva il cancello di una d quelle celle: un luogo nero di oscurità e persone, qualche mano afferrata alle sbarre. Avevano anche delle celle grandi pochi decimetri quadrati e totalmente buie: il prigioniero poteva solo piegare appena le ginocchia; delle bare verticali, praticamente.

Nella stanza dove mi avevano messo, venivano dei ragazzi soldati a farsi delle gran canne; mi minacciavano di portarmi nelle celle comuni, mi raccontavano della tortura del moschettone al labbro che praticavano sui detenuti; si divertivano, erano completamente fatti. Io ero sempre più debole e non ce la facevo a farmi coraggio; mi stavo arrendendo alla sorte ed al terrore. Permisero ad un mio collega di farmi visita: stavano chiedendo loro 2.000 dollari per liberarmi. Poi intervenne qualcuno, mi fecero il solito verbale e mi lasciarono uscire, disfatto, provato.

Storiacce che tolgono la voglia di tornarci, in quei posti.