Turismo radioattivo a Chernobyl

Edifici a Chernobyl
La città abbandonata. Foto di Jorge Franganillo via Wiki Commons.

Nelle pieghe del mondo del turismo si trovano, a volte, delle faccende sconcertanti. Una di queste è l’aver trasformato un luogo maledetto come Chernobyl in una importante destinazione turistica; quest’anno deve aver raggiunto i 100.000 visitatori. Ripeto centomila. Roba da non credere.

La storia è semplice: dal 2011 si sono cominciate ad organizzare delle visite, partendo da Kiev, che dista un paio di ore di macchina. Evidentemente i livelli di radioattività lo permettono; non ci sono reali pericoli. Alcuni dei vecchi abitanti sono anche tornati a vivere nelle loro case, nelle campagne circostanti la centrale atomica. Magari muoiono di tumore, ma gli ci vuole anni e lo fanno a casa propria. Nonostante si trovino nell’area di esclusione, le autorità lasciano fare, forse stanche di dover lottare con vecchi bisbetici ed incapoiti.

Qualche ora di visita non rappresenta nessun inconveniente sanitario per i turisti. E non deve nemmeno essere un problema per le guide che ci vanno tutti i gorni.  Il viaggio costa un centinaio di dollari (che non è poco per i costi ucraini).

Si vedono i resti della città dei lavoratori della centrale: Prypjat, evacuata da un momento all’altro ed invasa dalla vegetazione. Si visitano le scuole abbandonate, con i quaderni sui banchi; la ruota della giostra mai inaugurata, le bamboline di pezza che giacciono sul suolo polveroso dell’asilo. Da un tetto (16 piani senza ascensore), si scorge, lontano, il sarcofago della centrale. Si visitano i vecchi monumenti sovietici. Si sorbisce un po’ di consegne sui protocolli di difesa dalle radiazioni, probabilmente più per far scena, che per reale necessità. Poi si torna a Kiev.

L’aspetto della pericolosità della zona visitata è di difficile gestione, per i responsabili politici della zon e del paese tutto. Infatti se viene detto che le radiazioni residue sono ancora pericolose, il turismo diminuisce e si viene a perdere degli introiti importanti. Se invece viene detto che sono completamente sparite i turisti non si potranno più beare della emozionante sensazione di pericolo che proviene dal supporre di essere attraversati dai mortali raggi gamma, quasi ci si trovasse ad Hiroshima a fine ’45. Per questo motivo la posizione ufficiale è ambigua: dice che le radiazioni ci sono, ma sono deboli. I gruppi vanno in giro con un contatore di radiazioni e le persone fanno i video ai ticchettii dell’apparecchio, tutte felici. Quanto ci sia di vero e quanto di artificioso ad usum turisti, non si può sapere.

Ad ogni modo la visita a Chernobyl porta degli introiti interessanti ed il Governo è ben contento. Quest’anno, addirittura, il numero delle visite si è impennato per via della serie di Sky sull’incidente alla Centrale. Come a dire che la sciagura di molti dell’86 è la fortuna di alcuni, oggi. Ovverosia, trasformare un problema in una opportunità. Ossia, tirar fuori soldi anche dai morti. Il turismo ci è riuscito molte altre volte.

Il fenomeno appare inesplicabile. Perchè un turista va a vedere dei casermoni sovietici, privi di ogni interesse, abbandonati ed intorno ai quali la natura sta riprendendo tutti i suoi spazi?

Non si tratta certo di uno spirito pioneristico; di una avventurosa riconquista di spazi umani abbandonati dopo l’Olocausto Nucleare. I luoghi infatti sono pieni di turisti (alcune migliaia al giorno) e di avventuroso non c’e’ proprio niente. E non si può nemmeno dire che si voglia sfidare il pericolo come si fa con i tori di Pamplona. Le radiazioni non si vedono e se anche ti colpissero te ne accorgeresti fra decenni. Nessuna suspense.

Vogliamo pensare che c’e’ un sottofondo di polemica politica? Si va cioè a vedere uno dei peggiori fallimenti del sistema socialista sovietico? Forse qualcuno, ma non credo che siano molti i turisti che abbiano questo tipo di interessi.

Si tratta forse di turisti che non hanno nient’altro da fare e vedere? Convengo sul fatto che l’Ucraina non è particolarmente ricca di attrazioni turistiche, ma non ne è nemmeno del tutto sprovvista. Trasformare Chernobyl nella prima destinazione turistica del paese è veramente eccessivo.

Questa foto è famosa. La turista che si spoglia e si fa fotografare fra le rovine di Chernobyl. Fece scandalo per la mancanza di rispetto per la tragedia.

Esiste quindi la possibilità che sia un ulteriore episodio di quello che è definito il turismo nero. Ovverosia il desiderio patologico di andare a vedere le disgrazie o, almeno, i luoghi delle disgrazie. Come il luogo dove fu ucciso Versace, la diga del Vajont (ci sono stato anch’io), l’albergo di Rigopiano, il relitto della Costa Concordia all‘isola del Giglio. Si arriva in questi luoghi e ci si fa un selfie che si pubblica sui social. Riproduco qui accanto la foto di una procace turista che si è aperta la tuta antiradiazioni e si è fatta la foto in reggiseno. E’ stata molto criticata, ma ha avuto notorietà mondiale.

Quindi, escludendo una piccola percentuale di persone che sono interessate all’energia atomica ed un altro piccolo numero che rendono un sincero omaggio ai morti di Chernobyl, tutti gli altri sarebbero degli sciacalli che vanno in luogo così maledetto solo per far vedere che ci sono stati.

E’ questo un esempio di quel che è diventato il turismo? Siamo partiti dal turismo per vedere, siamo poi approdati al turismo esperienziale per provare emozioni; ed infine siamo arrivati al turismo esibizionistico, giusto per apparire. Questa riflessione non vuole essere bigotto moralismo. Vuole compiangere la perfetta inutilità di un turismo di questo tipo.

Tempo fa succedeva lo stesso con quelli che andavano alle Maldive. Trent’anni faceva moltissimo status.  Ma almeno erano le Maldive: spiagge tropicali ed alberghi bellissimi. Fare la stessa cosa in un sito radioattivo mi sembra di una tristezza e di uno squallore senza fine.

Contrariamente alla stragrande maggioranza dei luoghi di cui questo blog parla, il Viaggiatore Critico a Chernobyl non c’e’ andato (e nemmeno pensa di andarci). Ha però letto degli articoli di blogger che ci sono andati. Spesso invitati e spesati dalle agenzie di viaggio locali. La sensazione che si trae da queste letture è desolante. I blogger si inventano delle cose che non stanno né in cielo né in terra. Vedono un cane con un occhio più grande dell’altro e desumono che sono state le radiazioni. Il vischio sugli alberi diventa una mutazione vegetale.  Ci si dilunga sulla pantomima della misurazione delle radiazioni. I libri lasciati aperti sui banchi di scuola (probabilmente messi ad arte dalle agenzie che organizzano le visite) provocano commozione. Ci si lamenta che i passeri non cinguettano (d’inverno, sotto la neve?), quando invece si sa che la fauna è molto aumentata nella pace della zona interdetta. Una congerie di pochezze che non riescono a nascondere due cose: che è stato pagato per andarci e che si è annoiato a bestia.

Che bello, la natura che invade, copre ed annulla le intromissioni umane! Foto di Antanana via Wiki Commons.

Questa è la faccenda. Mete turistiche costruite ad arte, mantenute a forza di strattagemmi e visitate per la colpevole inerzia pecoresca di molti dei turisti. Meglio restare a casa.

 

 

 

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