La cultura del bidone, Capo Verde

Il viaggiatore a Capo Verde che decidesse di avventurarsi fuori dai tristi villaggi turistici di Sal o di Boavista e gettasse un occhio curioso nei cortili dei capoverdiani potrebbe rimanere impressionato dalla quantità di bidoni che vedrebbe. Bidoni grandi, da 200 litri, di  ferro, tipo petrolio o di plastica blu con il coperchio a pressione nero. Potrebbe pensare che quei bidoni contengono scorte di acqua, bene scarsissimo in tutte le isole. Ma si sbaglierebbe, il perchè è ben più curioso.

Bisogna sapere che ben due terzi dei capoverdiani vivono all’estero. Ogni isola ha il suo luogo preferito di emigrazione: quelli di Fogo vanno a Brockton, sobborgo di Boston, quelli di Brava nei porti della costa orientale degli Stati Uniti, le donne di sant’Antao in Italia, altri in Olanda, Canada, Portogallo, Francia, Germania, ecc. Come ogni buon emigrante anche i capoverdiani hanno una forte propensione a mandare soldi od altri beni a casa.

Solo che, invece di fare dei pacchi e mandarli per posta, è venuta loro l’idea di prendere dei bidoni, che costano poco e sono grandi e di riempirli di cose. Immaginiamo quindi miriadi di capoverdiani emigrati che nei loro appartamentini in tutto il mondo hanno, in un angolo, un bidone, che, via, via riempiono con quel che pare loro bene invire a casa. Anche cibo secco o scatolette, ma soprattutto oggetti per la casa, coperte, abiti, strumenti di lavoro, pentole, soprammobili, cose elettroniche. Insomma tutte le categorie merceologiche non deperibili che esistono al mondo e che entrano in un bidone.

Naturalmente i capoverdiani emigrati non sono ricchi e quindi preferiranno cose a buon mercato, di qualità modesta. Io ho l’impressione, addirittura, che il capoverdiano all’estero, che sente fortissimo il bisogno di riempire il suo bidone periodico, finisca per cadere nella tentazione di metterci dentro cose recuperate ai saldi dei saldi, di pessima qualità, molto brutte e del tutto inutili. Un pò forse anche perchè vede la propria famiglia rimasta al paesello come dei buoni selvaggi che si accontenteranno di qualsiasi perlina voglia magnanimamente mandar loro. Invece non è così e i capoverdiani in patria non sono affatto contenti di ricevere inutili cianfrusaglie. Ma il gioco è così.

Riempito il bidone lo si porta ad uno spedizioniere che lo mette insieme a tutti gli altri e fa un container da inviare verso l’isola predestinata.

E qua viene il bello della storia: i bidoni non hano destintario, sono solo contraddistinti da strani simboli. Quando arrivano a destinazione, nessuno li va a reclamare e la Dogana capoverdiana non può riscuotere le forti tasse di importazione. Li trattengono quindi per alcuni mesi aspettando che i proprietari li reclamino. Ma nessuno si fa vedere, proprio nessuno. Passati i termini di legge, alcuni mesi, la Dogana è costretta a metterli all’asta, per disfarsene. I destinatari vanno all’asta, riconoscono il proprio bidone dagli strani simboli convenuti con lo speditore, fanno una prima offerta d’asta bassissima e se lo portano via. Nessuno rilancia, ovviamente, chi lo facesse verrebbe sgozzato in giornata. Ognuno ha il suo bidone e la Dogana non prende quasi niente.

A casa il cibo viene consumato, alcuni abiti indossati, certi oggetti utilizzati. Tutto il resto è stato spedito con l’idea che venga rivenduto in modo da procurare un pò di liquidità alla famiglia. Il punto è che tutti ricevono più o meno le stesse cose che finiscono per essere inflazionatissime. Quindi i commerci languono, mentre le case capoverdiane, pur poverissime, sono piene di soprammobili o di oggetti vari, brutti, di scarsa qualità, inutili e che nessuno vuole.

L’apoteosi del consumismo, in paesini e cittadine molto, molto povere.

[Balene e delinquenti americani. L’affascinante Isola di Brava, Capo Verde.]

[Isola di Fogo, Capo Verde. L’inizio di una storia complicata ed istruttiva.]  

Anche dall’Italia è possibile mandare i bidoni azzurri a Capo Verde:

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