Sao Paulo, arrivo e primi problemi

Arrivo a San Paolo, Brasile, e sbatto immediatamente contro quello che ritengo essere il problema umano centrale di questo disgraziatissimo continente.

Il Sud America è fondato sulla sopraffazione violenta ed impietosa di pochi su molti: da sempre e fino ad oggi. Gli Incas tiranneggiavano i vicini annessi, gli spagnoli/portoghesi gli indigeni, i terratenenti i contadini, i militari i cittadini, i finanzieri i lavoratori. E con un livello di violenza costante e permanente che non ha pari nella storia del mondo. L’autoritarismo allo stato puro.

Ciò non ha solo causato un dolore per molti;  ha anche provocato una forma mentis deleteria. Il sopraffatto  attende ordini e li esegue supino, timoroso della punizione dell’aguzzino. Non ci mette niente di suo, non ha iniziativa o desiderio di migliorare, non ha e non si azzarda a prendere responsabilità. Diventa una macchina. Ma frustrata e quindi, se si trova ad avere una briciola di potere, la esercita in modo altrettanto feroce di quanto l’ha subito a sua volta. Vendetta che moltiplica le sofferenze. Irresponsabili e feroci, una miscela mortale.

Questi son  meccanismi ormai diventati inconsci, culturali, pervasivi ed invisibili ai suoi portatori. Secoli non basteranno ad eliminarli.

Io mi ci son scontrato nella reception di un buon albergo nel centro finanziario di Sao Paulo, la città più moderna del continente. Vi sono arrivato, prenotato, alle 10 di mattina, stremato da un viaggio di 30 ore. Ero ben consapevole del fatto che il check in era alle 14 e che l’albergo era tutto pieno, la notte precedente. Ma, in casi simili ho sempre trovato receptions comprensive che mi hanno trovato una camera appena possibile; la prima ad essere stata pulita.

Ed invece no. Son caduto su un Ricardo che non ha mosso un dito dicendo che aveva l’ordine di non dare le camere, pur libere e pulite, prima delle 14. Ordini, imposizioni, arbitrio, timore dei capi, rancore, desiderio di sopraffazione, disumanità. Tutto mescolato, impenetrabile, come sempre. Alle 13 e 30 l’ho mandato dove immaginate e son partito alla ricerca di un’altro albergo, con la valigia in mano, come si faceva un tempo.

(L’albergo era H3 Hotel Paulista, non andateci)

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